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Autore: Hiram

Approccio Ipnotico Bambini

Approccio ipnotico con i bambini: Il graffio traumatico di M.H. Erickson

Mi viene in mente di quella bambina mia vicina che un giorno corse a trovarmi perchè sono un medico. Aveva quella che lei pensava essere una brutta grossa ferita sulla gamba, proprio al di sopra del ginocchio. Piangeva, era spaventata, voleva che facessi qualcosa.

Implorava: “Tu sei un medico, devi fare qualcosa per la mia ferita – fa male – è terribile!”

Io le dissi: “Fa un male terribile in quel punto preciso”, e lei disse di si. Faceva un male terribile in quel punto preciso, e io indicai quel minuscolo graffio che vedevo. Poi continuai:

“Fa un male terribile in quel punto preciso. Non fa male qui, a un centimetro a sinistra. Non fa male qui, a un centimetro a destra. Solo proprio in quel punto. E fa male da qui a qui”, e indicai tutta la lunghezza di quel graffio di due centimetri.

La bambina seppe che io capivo davvero la situazione, così poi dissi: ” Adesso possiamo passare al lavoro e far smettere il dolore”.

Mi ero guadagnato la fiducia totale della bambina, perchè mi ero reso conto che la sua ferita le faceva un male terribile. Però non faceva male qui, non faceva male lì. Faceva male solo in quel punto preciso, e da qui a lì. Avevo ristretto l’orientamento della realtà della bambina a quel graffio di due centimetri; cossiché ora noi due potevamo metterci al lavoro e far passare il dolore. Visto che era una bambina, per togliere il dolore bastavano poche parole di suggestione. Non volle nemmeno un cerotto, anche se le offrii la scelta tra vari colori. Il graffio non era poi tanto brutto, era la paura che era bruttissima, ma la paura sarebbe passata.

Orbene, che tipo di trance indussi in lei? Una trance leggerissima, direi, ma per quanto riguardava la sua ferita era una trance davvero molto profonda.

Nella pratica dell’odontoiatria si vuole che il paziente sia in trance molto profonda per quanto riguarda la bocca, ma in trance molto leggera per quanto riguarda altre cose. Per quanto riguarda questo fatto della paura e dell’ansia dovete cercare di focalizzare l’attenzione del paziente attraverso un riconoscimento di questa sintomatologia – delle sue paure e ansie.

Non dovete mai cercare di screditare quella che il paziente sa essere per lui una realtà.

 

Tratto da Milton H. Erickson, GUARIRE CON L’IPNOSI. a cura di E.L. Rossi – M.O. Ryan – F.A. Sharp. Casa Editrice Astrolabio

Medicina Psicosomatica

La medicina psicosomatica: precorritrice delle moderne applicazioni mediche dell’ipnosi di Erickson

L’ipnosi è riconosciuta da molto tempo dalla gente comune, ma la sua storia, in termini di riconoscimento scientifico, è stata piuttosto breve. Questo perché l’ipnosi è stata considerata a lungo una questione di magia, occultismo e superstizione. In realtà, l’ipnosi riguarda meccanismi mentali, e perché la scienza non dovrebbe essere interessata al funzionamento di questi meccanismi? Le cellule cerebrali controllano il corpo in molti modi: neurologici, fisiologici e psicologici.

L’ipnosi entrò realmente a far parte della medicina moderna nel secondo decennio del secolo scorso, quando si iniziò a parlare di “medicina psicosomatica”. Frances Dunbar, la prima a studiarla, fu oggetto di critiche e ostracismo: chi mai avrebbe creduto che le preoccupazioni lavorative o coniugali potessero causare ulcere allo stomaco?

Eppure, il grande pubblico comprese che le preoccupazioni, reali o immaginarie, potevano produrre disturbi fisici e alterazioni fisiologiche. Quando il pubblico accettò il concetto di medicina psicosomatica, anche i medici più scettici furono costretti a prenderlo in considerazione.

Con il riconoscimento dell’influenza del cervello e della mente sul corpo, e con lo sviluppo della medicina psicosomatica, si aprì infine la strada all’ipnosi come tecnica della pratica medica.

(Tratto da Milton H. Erickson, “Guarire con l’ipnosi”, a cura di E.L. Rossi, M.O. Ryan, F.A. Sharp – Astrolabio Editore)

Ricordando Erickson di Jeffrey K. Zeig ed altri

Nel corso degli anni, per comprendere Erickson, ho sviluppato una serie di modelli. Inizialmente ho tentato di capire tutti gli aspetti tecnici della sua terapia: volevo rispondere a domande tipo:”Come si ottiene la trance ipnotica? Quali sono i passaggi che consentono di costruire una tecnica della confusione che si dimostri efficace? Come si prepara la tecnica della disseminazione?”.

Così ho potuto sviluppare una certa abilità nell’applicazione e nell’insegnamento degli aspetti tecnici del lavoro di Erickson.

Quando si acquisisce un grado accettabile di maturità come psicoterapeuta e come didatta si tende a perdere interesse nei confronti di domande concernenti la tecnica e la teoria. In questa fase si inizia, piuttosto, a rivolgere la propria attenzione al “modo di essere” del terapeuta, a quello che si potrebbe definire il suo “stile evolutivo”, o il suo “atteggiamento esistenziale”.

Un simile cambiamento di interesse potrebbe essere efficacemente illustrato dalla differenza che esiste tra due quesiti che i terapeuti si pongono, in fasi diverse della loro maturazione terapeutica. Infatti, mentre agli inizi della sua carriera il terapeuta si chiede come si fa a fare terapia, nelle fasi più avanzate della sua maturazione professionale, il terapeuta inizia a chiedersi come si fa a fare il terapeuta.

Se si prende in considerazione il comportamento di un terapeuta principiante, ci si potrebbe chiedere qual è il suo stile evolutivo, o qual è il suo sviluppo esistenziale. Ci si può anche chiedere quali sono i modi di essere terapeuta che sono indipendenti dai principi e dalle pratiche che si sono scelte e dalle quali derivano le decisioni che si prendono in terapia?

Consideriamo la gamma di interventi che vengono adottati di volta in volta in psicoterapia, questi interventi possono nascere da origini molto diverse: la consuetudine, l’applicazione della teoria, l’esperienza personale, i risultati desunti dalle ricerche. Ma se si prende in considerazione lo “stile evolutivo” del terapeuta ci si accorge che i suoi interventi derivano di più da ciò che è come persona che dalle sue teorie, dalla sua esperienza e dalle sue ricerche. Il nostro atteggiamento può diventare la componente determinante della nostra prassi terapeutica.

[..] lo stile abituale di Erickson era quello di orientare verso un concetto piuttosto che presentare semplicemente un’idea in modo diretto.

Orientare è lo stile con il quale viene confezionato un messaggio come se fosse un dono: il terapeuta decide quali informazioni vuole trasmettere e, invece di presentare il messaggio direttamente, lo confeziona avvolgendolo per esempio, in una metafora, una storia, una forma allusiva di linguaggio, un parabola o un gioco. Grazie a questo stile la psicoterapia può assomigliare al Natale. Come ha sottolineato Michele Ritterman (1983), il dono del paziente è il problema, che spesso è confezionato in forma di sintomo: è compito del terapeuta scartare l’involucro costituito dal sintomo e scoprire il problema in esso contenuto.

 

Tratto da Jeffrey K. Zeig (et al.) STRATAGIE E STRATAGEMMI DELLA PSICOTERAPIA. TECNICHE IPNOTICHE E NON IPNOTICHE PER LA SOLUZIONE, IN TEMPI BREVI, DI PROBLEMI COMPLESSI. Franco Angeli, 2002

Sintomo Funzionale

Un sintomo più efficace di J. Haley

Venne da me una donna affetta da un’ulcera gastrica; i suoi disturbi l’avevano resa incapace di lavorare, di svolgere attività in casa e di mantenere i suoi contatti sociali. La sua più grande preoccupazione era il fatto di non poter sopportare i suoceri che venivano a farle visita tre o quattro volte durante la settimana; si presentavano improvvisamente e si fermavano per tutto il tempo che piaceva a loro. Feci notare alla donna che poteva non sopportare i suoceri, pur continuando ad andare in chiesa, a giocare a carte con i vicini e a lavorare. Poi parlando dei suoceri dissi: “A lei indubbiamente non piacciono i suoi suoceri, sono un peso sullo stomaco tutte le volte che vengono a trovarla, ma bisognerebbe trovare qualcosa di più utile. Non possono certo pretendere che lei pulisca il pavimento se vomita tutte le volte che vengono a trovarla”.

La donna adottò questo metodo e vomitò regolarmente tutte le volte che i suoceri andavano a trovarla; poi si scusava in tutta umiltà, mentre loro pulivano il pavimento. Appena li sentiva arrivare in macchina nel cortile si precipitava sul frigorifero e beveva un bicchiere di latte. Quando i suoceri entravano, lei li salutava e iniziava a parlare, ma improvvisamente cominciava a sentire mal di stomaco e vomitava.

I suoceri cominciarono a telefonare, prima di andarle a far visita per sapere se stava abbastanza bene per poterli ricevere. Ella disse per un po’ di tempo: “Oggi ancora no” e ancora “Non oggi”. Poi finalmente disse: “Oggi penso di star bene”, ma sfortunatamente commise un errore ed essi furono costretti ancora una volta a pulire il pavimento.

Quella donna aveva bisogno di sentirsi libera; in questa maniera riuscì a togliersi dalla stomaco il peso delle visite dei suoceri e ne fu soddisfatta (si liberò dell’ulcera e fu orgogliosa del suo stomaco: doveva essere uno stomaco veramente forte se aveva potuto cacciar via i suoceri). I suoceri smisero di andarla a trovare per un paio di mesi, poi lei li invitò per trascorrere un pomeriggio insieme. Andarono a trovarla con molta cautela e ogni tanto dicevano: “Forse sarebbe meglio andare”. Quando lei li voleva mandare via bastava che assumesse un’espressione sofferente e si massaggiasse un po’ lo stomaco; i suoceri se ne andavano immediatamente. Così si trasformò da una persona involontariamente passiva in una che poteva prendere un bicchiere di latte dal frigorifero per poter deliberatamente raggiungere il proprio scopo, senza che ci fosse più bisogno di litigare apertamente.

Tutto questo mi fa ricordare quell’ospite che faceva sempre visita all’ora di pranzo, la domenica, nel momento in cui veniva servito il dolce. Fu molto divertente domandargli più volte cortesemente: “Vuoi un po’ di dolce?” fino a quando finalmente capì.

 

Tratto da J. Haley, TERAPIE NON COMUNI. TECNICHE IPNOTICHE E TERAPIA DELLA FAMIGLIA. Casa Editrice Astrolabio

Resistenza Terapeutica

Utilizzazione della resistenza terapeutica di Milton H. Erickson

Talvolta i pazienti che oppongono resistenza vogliono lottare con voi; altre volte hanno semplicemente paura di voi. Sta a voi diagnosticare che caso è. Dev’essere una lotta? Oppure questo paziente è spaventato? Se è una lotta, tanto vale abbandonare il campo ora e subito, perché quella lotta la perderete. Il vostro compito è trasformare la situazione in una situazione che non sia una lotta. E se il paziente è spaventato sta a voi esaminare la questione.

Vi darò un esempio di una paziente resistente che voleva una lotta. Entrò nel mio studio e annunciò: “Il dottor Cheek ha cercato di ipnotizzarmi senza riuscirci. Anche molti suoi amici hanno tentato e fallito. Così mi sono fatta tutta la strada da San Francisco a Phoenix in modo che anche lei possa fallire!”.

La mia risposta fu: “Va bene, ammetto di non riuscirci. Però lei fuma quattro pacchetti di sigarette al giorno, ha un enfisema, è preoccupata per il suo cuore. Io penso che dovremmo discutere di questo, e visto che lei è bene decisa a far si che io non riesca ad ipnotizzarla, lasci che l’aiuti. Guardi solo quell’orologio sul mio tavolo laggiù. E’ un comune orologio. E’ un orologio da tavolo e lei non deve far altro che guadarlo e tenere gli occhi del tutto aperti e rimanere del tutto sveglia – completamente, totalmente sveglia – e semplicemente ascoltare ciò che le dirò circa il suo enfisema e il suo fumare e circa le paure riguardo allo stato del suo cuore”.

Lei tenne gli occhi fissi sull’orologio e ascoltò. Ascoltò talmente assorbita che alla fine delle due ore non si rese conto che erano passate due ore. Pensava di essersi appena seduta nel mio studio. Io non feci altro che aggirare la sua resistenza chiedendole di limitarsi a guardare unicamente quell’orologio. Lei non vedeva lo schedario, gli scaffali, i quadri al muro, il mio tavolo, né nient’altro. La sua attenzione era diretta completamente all’interno di sé, ed era tutta presa dalla sua domanda se dovesse o no smettere di fumare. Doveva smettere di fumare? Doveva smettere di fumare perché aveva paura di morire di un attacco di cuore? Doveva smettere di fumare perché aveva paura dell’enfisema? Che doveva fare a questo riguardo? Come poteva imparare a smettere di fumare?

Era uno di quei tipi di pazienti coi quali non faccio altro che evitare la lotta. Bisogna sempre voler utilizzare qualsivoglia resistenza il paziente porta nello studio. Se dovete intervenire come medico su un paziente che ha un’ulcera, vi conviene fare uso in qualche modo di quell’ulcera. Se è un’appendicite, vi conviene utilizzare in qualche modo quell’appendicite. Se il paziente fa più resistenza possibile, vi conviene usare in qualche modo quella resistenza.

 

Liberamente tratto da Milton H. Erickson, GUARIRE CON L’IPNOSI. a cura di E.L. Rossi – M.O. Ryan – F.A. Sharp. Casa Editrice Astrolabio

Doppio Legame

Legami terapeutici e doppi legami di Milton H. Erickson, Ernest L. Rossi ed altri

Il concetto di doppio legame è stato usato in molti modi. Noi usiamo i termini “legame” e “doppio legame” in un senso molto particolare e limitato per descrivere le forme di suggestione che offrono ai pazienti la possibilità di strutturare il loro comportamento in una direzione terapeutica. Un legame offre la libertà di scelta fra due o più alternative paragonabili – cioè, qualunque scelta venga fatta conduce il comportamento in una direzione desiderata. I legami terapeutici sono delle accorte presentazioni delle possibilità alternative di comportamento costruttivo disponibili per il paziente di una determinata situazione.

[..] I doppi legami, invece, offrono delle possibilità di comportamento che sono al di fuori della normale sfera di scelta e di controllo cosciente da parte del paziente. Dopo la formulazione originaria del doppio legame (Bateson, Jackson, Haley e Weakland, 1956) come un’ipotesi circa la natura e l’eziologia della comunicazione nella schizofrenia, alcuni autori hanno cercato di applicare il concetto di doppio legame alla comprensione e facilitazione della psicoterapia e dell’ipnosi (Haley, 1963; Watzlawick, e al., 1967, 1974; Erickson e Rossi, 1975). Poichè noi usiamo il termine in un senso molto particolare e limitato, presenteremo soltanto un abbozzo del nostro modo di utilizzare il doppio legame per comprendere la trance terapeutica e la suggestione ipnotica.

Il doppio legame deriva dalla possibilità di comunicare a più di un livello. Noi possiamo (1) dire qualcosa e (2) contemporaneamente commentare quello che stiamo dicendo. Possiamo affermare che il nostro messaggio primario (1) si trova ad un livello oggettivo di comunicazione mentre il commento (2) è a un più alto livello di astrazione, normalmente definito livello secondario o metalivello di comunicazione (metacomunicazione). Per esempio, richiedendo una risposta ideomotoria come la levitazione della mano (1) chiediamo ai pazienti di lasciare che la mano si sollevo, ma anche (2) di sperimentare il fenomeno come del tutto involontario. Nel richiedere una risposta ideosensoria noi possiamo (1) chiedere ai pazienti di provare una sensazione allucinatoria di calore, ma (2) è comunemente inteso che tale esperienza è fuori dalla sfera di autocontrollo dei pazienti. Quindi i pazienti devono permettere che il calore si sviluppi ad un livello diverso, più involontario. Noi abbiamo parecchi modi di comunicare esplicitamente o implicitamente al paziente che (1) qualcosa accadrà, ma (2) non lo farà con intenzione conscia, lo farà il suo inconscio. Definiamo questo fenomeno doppio legame conscio-inconscio: poichè la coscienza non può farlo, l’inconscio deve farlo a un livello involontario.

L’intenzionalità cosciente e gli atteggiamenti mentali abituali di una persona vengono posti in un legame che tende a depotenziare la loro attività; a questo punto le potenzialità inconsce hanno una opportunità di imporsi. [..] Idealmente i nostri doppi legami terapeutici sono piccoli dilemmi che forniscono al paziente un’opportunità di sviluppo. Tali dilemmi sono forme ipnotiche indirette nella misura in cui tendono a bloccare o a spezzare gli atteggiamenti e i sistemi di riferimento abituali del paziente in modo tale che non possa facilmente operare una scelta a livello conscio, volontario. In questo senso un doppio legame può essere efficace ogni qual volta i normali schemi di riferimento di una persona non agiscano perfettamente e si sia costretti ad un altro livello di funzionamento.

 

Tratto da Milton H. Erickson, Ernest L. Rossi, Sheila I. Rossi, TECNICHE DI SUGGESTIONE IPNOTICA. Induzione dell’ipnosi clinica e forme di suggestione indiretta. Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, Roma

Autoipnosi Ultradiana

Autoipnosi Ultradiana di Ernst Rossi

Puoi usare una forma naturale di autoipnosi semplicemente permettendoti di goderti una sosta ogni volta che ne hai bisogno durante la giornata. Tu chiudi semplicemente gli occhi ed entri in sintonia con le parti del tuo corpo che sono più a loro agio. Quando hai individuato il benessere, puoi semplicemente goderne e lasciare che si approfondisca e si diffonda da sé in tutto il corpo. Benessere è più che soltanto una parola o un dolce far niente. Penetrare veramente a fondo nel benessere vuol dire che hai messo in funzione il tuo sistema parasimpatico, la tua naturale risposta di rilassamento. E’ questo il modo più facile per portare al massimo grado i vantaggi terapeutici della fase di riposo dei naturali ritmi ultradiani del tuo organismo.

Quando esplori il tuo benessere interiore, puoi chiederti in che modo il tuo inconscio creativo riuscirà ad affrontare qualsiasi sintomo, problema o questione tu desideri che affronti. Il tuo inconscio è il regolatore interno di tutti i tuoi processi biologici e mentali. Ora, accettando e godendoti i normali periodi di riposo ultradiano, così come capitano nel corso della giornata, tu permetti la naturale autoregolazione della tua entità mente/corpo ai fini di guarire e risolvere i tuoi problemi.

Il tuo atteggiamento nei confronti del tuo sintomo e di te stesso durante questa forma di ipnosi terapeutica è molto importante. Il tuo sintomo o problema è di fatto tuo amico. Il tuo sintomo è un segnale che ti dice che è necessario un mutamento creativo nella tua vita. Durante i periodi di benessere della tua autoipnosi ultradiana avrai spesso tranquille intuizioni sulla tua vita, su ciò che veramente desideri e su come ottenerlo. Una nuova forma di raccoglimento e di gioia, una più grande consapevolezza e maturità possono derivare dalla regolare pratica dell’autoipnosi ultradiana.

Tratto da Ernst L. Rossi, LA PSICOBIOLOGIA DELLA GUARIGIONE PSICOFISICA, Casa ed. Astrolabio, Roma, 1987

La scuola di Palo Alto: Haley e le basi della comunicazione suggestiva

Haley è stato uno dei pionieri nel campo della comunicazione patologica a sostenere che la psicologia, attraverso l’uso di termini obsoleti, producesse categorie diagnostiche capaci di creare realtà cliniche distorte e non rappresentative della complessità dell’individuo. Egli affermava la necessità di rifondare, prima ancora delle teorie e delle tecniche, la terminologia con cui le psicoterapie comunicano (Haley, 1963).

Haley raccolse l’eredità di Milton Erickson, fondendo i contributi di quest’ultimo sull’ipnoterapia con il modello della comunicazione proposto dalla scuola di Palo Alto. Da Erickson mutuò lo stile direttivo della comunicazione e l’assegnazione al paziente di compiti da svolgere a casa.
L’osservazione scrupolosa delle modalità comunicative, verbali e non verbali, del paziente influenzò profondamente le tecniche suggestive di Erickson: trabocchetti, prescrizioni, paradossi, tecniche ipnotiche e non ipnotiche.

L’unione di tali tecniche con la teoria del doppio legame portò Haley, e con lui gli esponenti della scuola di Palo Alto, a elaborare modelli terapeutici basati sull’uso consapevole della comunicazione suggestiva. Il terapeuta, secondo Haley, è colui che:

“…mantiene l’iniziativa in tutto quello che si verifica nel corso della terapia, ed elabora una tecnica particolare per ogni singolo problema.” (Haley, 1973)

Concetti fondamentali per l’approccio strategico

  1. Il potere e il controllo che una persona cerca di ottenere durante le interazioni sono alla base delle relazioni umane.

  2. Ogni contesto clinico rappresenta un caso a sé.

  3. L’intervento mira alla risoluzione rapida ed efficace del problema e al cambiamento del comportamento del paziente.

  4. Il terapeuta deve essere direttivo, attivo e manipolatore: anche chi nega di esserlo esercita comunque un’influenza.

  5. Il linguaggio direttivo, sia obbedito sia disubbidito, produce informazioni.

  6. La comunicazione suggestiva è la mossa strategica più efficace nella psicoterapia, concepita come una “partita a scacchi”.

  7. Il sintomo non è l’espressione di un contenuto mentale interno, ma una modalità di relazione con gli altri (Haley, 1963).

 

Comunicazione, potere e cambiamento

Per Haley, il passaggio dallo studio del singolo allo studio del sistema relazionale implica che la comunicazione diventi il fulcro:

  • Da un lato, un soggetto tenta di influenzare e controllare la relazione.

  • Dall’altro, comunica di non poter fare diversamente.

L’individuo è imbrigliato in contesti gerarchici di dominio o subordinazione che si ripetono nei vari ambiti di vita. Il terapeuta, pertanto, deve acquisire potere terapeutico per guidare il paziente, in modo inconsapevole, verso nuovi comportamenti che riorganizzino tali pattern relazionali.

Il sintomo diventa metafora delle strutture relazionali e viene affrontato con le stesse armi: metafore, paradossi e comunicazione ipnotica.
Attraverso l’uso di ingiunzioni paradossali e doppi legami terapeutici, il paziente può uscire dalle rigidità comunicative che lo imprigionano.

 

Il potere terapeutico

Sebbene la manipolazione sembri estrema nell’opera di Haley, il potere del terapeuta non ha connotazioni di sfruttamento, ma diventa strumento di sostegno.
Il terapeuta impartisce un ordine che il paziente deve seguire in modo spontaneo, anche se l’ingiunzione stessa suona contraddittoria (“Sii spontaneo!”).

Spezzare il circolo vizioso tra comportamento e comunicazione significa aiutare le persone a relazionarsi in modo più efficace, modificando modelli appresi nel passato e proiettati nel futuro.
L’attenzione è sull’hic et nunc della relazione terapeutica (Haley, 1963).

Come afferma Gulotta (1997), il presente della persona racchiude in sé il ricordo del passato e la dimensione del futuro, fatta di speranze, aspettative e desideri.

 

Eredità di Haley

I concetti sul potere e sulla suggestione come strumenti di cambiamento terapeutico costituiranno le fondamenta della psicoterapia strategica, che verrà sviluppata negli anni successivi.

Fonte: Valeria Varrastro, La psicologia della comunicazione, Franco Angeli

La scuola di Palo Alto: i cinque assiomi della comunicazione

Introduzione

Un passo fondamentale nello studio della comunicazione si ebbe con la pubblicazione di Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick (1967).
Per “funzione pragmatica della comunicazione” egli intendeva la capacità del linguaggio di avere conseguenze sul piano comportamentale nei contesti in cui l’uomo interagisce.

Qualsiasi fenomeno resta inspiegabile senza una cornice contestuale che lo comprenda o, nel migliore dei casi, un individuo potrebbe attribuire al fenomeno in questione qualità che non gli appartengono.
In questo senso non esiste comunicazione senza comportamento, né comportamento che non veicoli significato.

Secondo l’autore, la comunicazione si realizza attraverso due modalità fondamentali:

  • la comunicazione verbale;
  • la comunicazione non verbale.

Entrambi i canali sono regolati da principi (assiomi) che, se violati, possono trasformare una comunicazione efficace in una disturbata. Quando uno di questi assiomi viene contravvenuto, la comunicazione può deviare fino a produrre comportamenti patologici.

Gli assiomi della comunicazione secondo Watzlawick

1. Non si può non comunicare

Non esiste azione o parola umana che non ci metta in comunicazione con gli altri.
Il concetto di non-comportamento è impensabile: anche il silenzio o la passività comunicano qualcosa.

Se una persona, attraverso il proprio silenzio, esplicita la volontà di non comunicare, sta comunque comunicando di non voler comunicare.

La comunicazione, inoltre, non richiede una logica razionale.
È il caso della modalità comunicativa degli schizofrenici, che squalificano la comunicazione con deliri, opposizione o lunghi silenzi: anche questi sono atti comunicativi, benché non aderenti alla razionalità ordinaria.

In questo senso il sintomo è visto come una forma di comunicazione disturbata più che come un deficit: l’unico modo possibile di relazionarsi a un contesto vissuto come ostile.

2. Ogni messaggio possiede un aspetto di contenuto e uno di relazione

Questo è il punto di maggior distacco dalle teorie precedenti.
I messaggi scambiati tra esseri umani non sono solo trasmissioni di informazioni: trasmettono anche la natura della relazione tra i soggetti coinvolti.

Il contenuto è ciò che viene detto;
la relazione è come viene detto e che tipo di legame stabilisce.

Esempio: se un capo chiede a un impiegato di svolgere un lavoro, la richiesta comunica non solo il compito (contenuto) ma anche la relazione gerarchica (relazione).
Se la stessa richiesta provenisse da uno sconosciuto, il significato complessivo cambierebbe.

Questo livello implicito è detto metacomunicazione, ovvero la comunicazione sulla comunicazione.
Quando i due interlocutori non condividono le stesse regole del gioco relazionale, la comunicazione fallisce: è come giocare a scacchi senza sapere le regole.

3. Il flusso comunicativo dipende dalla punteggiatura degli eventi

Ogni comunicazione nasce da una sequenza di eventi che ciascun interlocutore interpreta a modo suo.
La punteggiatura indica il modo in cui ognuno organizza e attribuisce significato alla realtà.

Quando le persone non concordano su questa sequenza, si riduce la complessità del reale e nascono i conflitti.
Le liti coniugali, ad esempio, si basano spesso su questa dinamica: ognuno crede che i problemi derivino dall’altro e in risposta a lui, alimentando un circolo vizioso di azioni e reazioni.

La punteggiatura, quindi, dirige il flusso comunicativo e determina le modalità d’interpretazione.
La cultura aiuta a condividere almeno i criteri di base per decodificare le esperienze comuni.

Esempio tipico: chi si percepisce come antipatico interpreterà ogni gesto altrui come conferma di quella convinzione, finendo per generare davvero antipatia.

Un rischio ancora maggiore è credere che solo i terapeuti “normali” vedano la realtà giusta, mentre le persone con disagio mentale la vedano “distorta”: un errore epistemologico grave, poiché nega la pluralità delle realtà soggettive.

4. Comunicazione analogica e digitale

La comunicazione avviene su due piani:

Digitale (verbale): usa parole e simboli convenzionali per trasmettere contenuti.
Esempio: la parola “casa” rappresenta un concetto condiviso ma arbitrario.

Analogica (non verbale): trasmette prevalentemente aspetti relazionali ed emotivi, attraverso tono, gesti, posture, espressioni.
Esempio: il sorriso di gioia è un’espressione non arbitraria, direttamente collegata all’emozione.

Durante l’interazione, la congruenza tra linguaggio verbale e non verbale è fondamentale.
Se una persona dice di essere interessata ma evita il contatto visivo, il messaggio risulta incoerente.

I malintesi nascono spesso proprio da una errata traduzione tra i due sistemi: ciò che osserviamo (analogico) viene male interpretato nel linguaggio del pensiero (digitale).

5. Le relazioni simmetriche e complementari

Watzlawick distingue due tipi di relazioni comunicative:

Relazioni simmetriche: i partecipanti si pongono sullo stesso livello, rifiutando la dipendenza.
Possono degenerare in competizione e schismogenesi (Bateson, 1999), cioè un’escalation di conflitto reciproco.

Relazioni complementari: i partecipanti riconoscono la differenza dei ruoli e si adattano reciprocamente.
Se flessibili, queste relazioni sono funzionali e favoriscono l’efficacia comunicativa.

La complementarità diventa patologica solo quando si irrigidisce, costringendo una persona a una posizione di dipendenza emotiva o intellettuale.

I ruoli, infatti, non sono maschere fisse: cambiano nel tempo, nei contesti e nelle interazioni.
Solo nel reciproco riconoscimento e nell’alternanza di parità e complementarità la comunicazione può dirsi realmente efficace e umana.

Conclusione

Gli assiomi di Watzlawick ci ricordano che la comunicazione è un processo inevitabile, circolare e complesso, in cui ogni parola, gesto e silenzio assume significato.
Comprendere queste dinamiche significa imparare a leggere non solo ciò che viene detto, ma anche ciò che accade tra le persone mentre lo dicono.

Fonte:
Valeria Verrastro – Psicologia della comunicazione, Franco Angeli, Milano.

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