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Autore: Hiram

La Respirazione, da Malattia e destino di Thorwald Detlefsen

La respirazione comprende la polarità del prendere e dare, e questo è il simbolismo più importane della respirazione. Le lingue antiche usano la stessa parola per indicare respirare e anima o spirito. In latino spirare (respirare) e spritus nella parola inspirazione.

In greco psiche significa respiro ed anche anima. In sanscrito troviamo la parola atman, passata alla moderna lingua indiana, che risulta parente, stretto del tedesco atmen = respirare. In India una persona che ha raggiunto la perfezione viene chiamata Mahatma, che significa letteralmente “grande anima” e anche “grande respiro”.

Dalla filosofia indiana apprendiamo anche che il respiro è, il latore della forza di vita, che gli indiani chiamano “prana”. Nella storia biblica della creazione ci viene raccontato che Dio soffiò sulla zolla di terra e in questo modo l’uomo diventò un essere vivente.

La respirazione comprende la polarità del prendere e dare, e questo è il simbolismo più importane della respirazione. Le lingue antiche usano la stessa parola per indicare respirare e anima o spirito. In latino spirare (respirare) e spritus nella parola inspirazione. In greco psiche significa respiro ed anche anima. In sanscrito troviamo la parola atman, passata alla moderna lingua indiana, che risulta parente, stretto del tedesco atmen = respirare. In India una persona che ha raggiunto la perfezione viene chiamata Mahatma, che significa letteralmente “grande anima” e anche “grande respiro”. Dalla filosofia indiana apprendiamo anche che il respiro è, il latore della forza di vita, che gli indiani chiamano “prana”.

Nella storia biblica della creazione ci viene raccontato che Dio soffiò sulla zolla di terra e in questo modo l’uomo diventò un essere vivente. Qui risiede la sua importanza: il respiro evita che l’uomo si chiuda, si isoli, renda impenetrabile il limite del proprio Io. Per quanto all’uomo piaccia incapsularsi nel proprio Io il respiro lo costringe a mantenere il rapporto con il non-Io. Rendiamoci conto che respiriamo la stessa aria che respira anche il nostro nemico.

Il respiro ci rapporta costantemente a tutto. Il respiro ha quindi a che fare col “contatto” e con la “relazione”. Questo contatto che viene da fuori la propria corporeità avviene negli alveoli polmonari. Il nostro polmone possiede una superficie interna di circa settanta metri quadrati, mentre la superficie della nostra epidermide misura soltanto un metro quadrato o due. Il polmone è il nostro maggiore organo di contatto. Il contatto che stabiliamo con i polmoni è indiretto ma coattivo. Non possiamo impedirlo.

Un sintomo patologico può essere sballottato tra i due organi di contatto: una reazione cutanea repressa può manifestarsi come asma, che curata può trasformarsi di nuovo in una reazione cutanea. Sia l’asma che la reazione cutanea esprimono lo stesso problema; contatto, rapporto. Il rifiuto di prendere contatto con qualcuno attraverso il respiro si manifesta per esempio in uno spasmo respiratorio, come è il caso dell’asma. Anche la proverbiale fame d’aria che ci assale specialmente in ambienti stretti e sovraffollati, è fame di libertà e di spazio libero.

L’asma bronchiale
L’attacco d’asma viene vissuto dal paziente come una sorta di pericoloso soffocamento, chi ne è colpito lotta per l’aria, respira faticosamente, faticando specialmente nell’espirazione. L’asmatico cerca di prendere troppo. Inspira a pieni polmoni e arriva a un sovraccarico dei polmoni e quindi a un crampo respiratorio. Si prende fino al limite estremo possibile e quando si deve restituire, si arriva al crampo. Nell’inspirazione immettiamo ossigeno, nell’espirazione emettiamo anidride carbonica. L’asmatico vuole tenersi tutto e in questo modo si avvelena da solo, in quanto non riesce più a liberarsi di ciò che ha ormai utilizzato. Questo prendere senza dare porta letteralmente ad una sensazione di soffocamento. Il rapporto di dare ed avere deve stare in equilibrio se non si vuole che quanto abbiamo appreso ci soffochi. L’uomo riceve nella misura in cui dà. Se il dare si interrompe, si interrompe il flusso. Se soltanto l’uomo potesse capire che per tutti c’è tutto in abbondanza. Guardiamo dunque l’asmatico: lotta per l’aria, sebbene ne abbia abbondanza. Ma certuni non sono mai sazi. L’asmatico avverte come pericolose le sostanze più semplici ed innocue dell’ambiente circostante e si chiude subito nei loro confronti. L’asma spesso è strettamente legata ad un’allergia. Il senso di soffocamento, di ristrettezza dell’asma ha molto a che fare con la paura, con la paura di lasciar penetrare determinati aspetti della vita, come anche nelle persone allergiche. L’asmatico possiede una grande pretesa di dominio, pretesa sospinta nel corpo sotto forma di “gonfiore”. Questo gonfiore ha la sensazione di scoppiare, ma ogni possibilità di articolare in grida o improperi, la sua aggressività resta nascosta nei polmoni. In questo modo queste manifestazioni aggressive regrediscono sul piano fisico e si manifestano sotto forma di tosse ed espettorazioone. Pensiamo all’espressione sputare in faccia a qualcuno. L’asmatico vorrebbe potersi collocare in alto per non venire in contatto con ciò che sta in basso. Cerca aria pulita. Vorrebbe vivere in cima alle montagne. Qui il suo desiderio di dominio si esprime in pieno. Sale, simbolo del deserto, simbolo del regno minerale, simbolo di ciò che non ha vita. Questo è l’ambiente dove l’asmatico sogna di vivere perché ha paura di ciò che è vivo. L’asmatico è una persona che ha bisogno di amore, vuole avere amore per questo inspira tanto. Però non può dare amore, l’espirazione gli è impedita.

Raffreddore, e affezioni influenzali
L’influenza e il raffreddore sono processi infiammativi acuti e così sappiamo che sono l’espressione di un conflitto. Un raffreddore si manifesta sempre in situazioni di crisi, quando veramente non se ne può più. Con situazioni di crisi intendiamo quelle situazioni frequenti, non sensazionali, ma per la psiche ugualmente importanti, che avvertiamo come un sovraccarico, per cui cerchiamo un motivo legittimo per sottrarcene, in quanto la situazione richiede troppo da noi. Il nostro raffreddore ci consente di sottrarci un poco alla situazione e di rivolgerci un poco di più a noi stessi. Il naso è intasato e rende impossibile ogni tipo di comunicazione con in più la minaccia “Non avvicinatevi, sono raffreddato” che tiene tutti a distanza. Una tosse violenta mostra che il piacere della comunicazione si limita a gettare in faccia qualcosa a qualcuno. Le tonsille si gonfiano tanto che non è più possibile inghiottire tutto. Inghiottire è un atto di accettazione. Ogni raffreddore rimette in moto qualcosa e segnala un piccolo progresso in una situazione di evoluzione. La medicina naturale vede nel raffreddore un processo di purificazione che libera il corpo dalle tossine e sul piano psichico le tossine corrispondono a problemi che devono essere resi più fluidi e risolti.

La respirazione
Da: Malattia e destino di Thorwald Detlefsen
pagg. 127-137 (sunto a cura di E.V.)

Abbiamo due cervelli: uno in testa e uno in pancia

La rivoluzionaria scoperta del cervello addominale: ricorda, ha nevrosi e domina il “collega” più nobile.

Ci accorgiamo solo del cervello nella testa perché è sede della coscienza, ma – come si usa dire – a decidere è spesso la pancia, o meglio, i centri nervosi lì appena scoperti.

La strada del cibo dallo stomaco all’ano è lunga: prima 30 cm di duodeno, poi 5 metri di intestino tenue, infine 1,5 m d’intestino crasso. Per dirigere le 4 fasi della peristalsi serve un secondo cervello.

Il cervello (della testa) invia poche informazioni al sistema nervoso intestinale che è in gran parte indipendente. Il 90% delle informazioni va dal basso verso l’alto, dall’addome al cervello.

Nella parete intestinale si nascondono due strati sottilissimi di un sistema nervoso complesso, il secondo per grandezza dopo quello della testa. Questi strati avvolgono il tratto digerente come una calza a rete. In questo modo possono coordinare i movimenti del “riflesso peristaltico” che fa avanzare il cibo nell’intestino.

Il meccanismo può essere riassunto così: i neuroni nella parete intestinale sentono dove si trova un boccone di cibo (bolo) perché vengono stiracchiati dalla massa in transito. In seguito a questa “percezione”, le cellule enterocromaffini secernono serotonina, molecola che stimola le cellule nervose nel plesso sottomucoso. Queste, a loro volta, inviano segnali alle cellule muscolari che si attivano, dilatando e contraendo l’intestino.

Se il riflesso peristaltico viene inibito, per esempio per poca serotonina, si ha la stitichezza; al contrario un’eccessiva stimolazione dovuta a troppa serotonina provoca diarrea.

Il cervello addominale ha anche il compito di passare informazioni alla testa. In parte si tratta di segnali evidenti, come il vomito in caso di avvelenamento. Ma molti altri messaggi sarebbero spontanei, legati alle emozioni, e impercepibili alla coscienza: inconsci.

In tutte le culture, nei modi di dire, nel senso comune, la pancia è tradizionalmente la sede principale (più del cervello) dei sentimenti e delle emozioni. Ma fino a oggi per gli scienziati era un semplice tubo governato da riflessi; e per la maggior parte dei cittadini del mondo occidentale solo la parte più prosaica, viscida e rumorosa del corpo umano.

Finché a qualcuno non è venuto in mente di contare le fibre nervose dell’intestino. E ha così scoperto che i modi di dire si basavano su una realtà scientifica: nella pancia c’è un secondo cervello, quasi una copia di quello che abbiamo nella testa. Non serve solo alla digestione. Come il cervello della testa anche quello addominale produce sostanze psicoattive che influenzano gli stati d’animo, come la serotonina, la dopamina, ma anche oppiacei antidolorifici e persino benzodiazepine, sostanze calmanti come il valium.

Anche il collega “di sotto” soffre di stress e nevrosi

Il cervello addominale, insomma, lavora in modo autonomo e invia più segnali al cervello “nella testa” di quanti non ne riceva da esso. Aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni. Può ammalarsi, soffrire di stress e sviluppare proprie nevrosi. Prova sensazioni, “pensa” e ricorda. E aiuta a prendere decisioni.

Che bisogno c’era di due cervelli? “Nella scatola cranica tutto non ci stava” spiega Michael Schemann, docente di fisiologia alla facoltà di veterinaria di Hannover (Germania). “Per far passare i collegamenti col resto del corpo il collo avrebbe dovuto avere un diametro enorme. E poi, appena dopo la nascita, il neonato deve mangiare, bere e digerire: meglio che queste funzioni fondamentali siano autonome”.

Durante la formazione dell’embrione, quindi, una parte delle cellule nervose viene inglobata nella testa, un’altra va nell’addome: i collegamenti fra i due sono tenuti dal midollo spinale e dal nervo vago. Al secondo cervello sono affidate le “decisioni viscerali”, cioè spontanee e inconsapevoli: ha quindi un ruolo importante nella gioia e nel dolore.

Per studiare questo secondo cervello è nata una nuova scienza, la neurogastroenterologia. Le basi le ha gettate, a metà dell’800, Leopold Auerbach, un neurologo tedesco che, osservando al microscopio l’intestino, notò due strati sottilissimi di cellule nervose tra due strati di muscolo. E scoprì che questa specie di calza a rete avvolge tutto il tratto digerente, fino al retto.

Stesse cellule, stessi principi attivi e recettori: sono quasi identici

A che cosa servono? si chiese Auerbach. Allora dell’intestino non si sapeva molto se non che estrae l’energia dal cibo. Di qui, nell’arco di una vita, passano più di 30 tonnellate di alimenti e 50 mila litri di liquido. Il cuore, al confronto, è una pompa primitiva. Una volta masticato in bocca e intriso di succhi gastrici nello stomaco, il boccone, divenuto chimo (cioè poltiglia), viene compresso nel duodeno, il primo tratto dell’intestino lungo 30 cm. Qui affluiscono le secrezioni del pancreas e della cistifellea i cui enzimi scompongono il chimo in molecole piccolissime. Poi il chimo passa nell’intestino tenue, lungo fino a 5 metri, dove avviene la digestione. Il cibo sminuzzato, i grassi, i carboidrati e le proteine vengono assorbiti nei vasi sanguigni e linfatici da miliardi di piccoli villi che tappezzano le pareti. Dopo l’intestino tenue, c’è il crasso, lungo 1,5 metri: serve a riassorbire i 9 litri di liquidi necessari alla digestione. Le pompe molecolari del crasso assorbono quest’acqua e la restituiscono all’organismo. Alla fine del viaggio i residui di cibo, le cellule morte e i microrganismi vengono spinti verso l’uscita, l’ano, grazie a un robusto fascio muscolare.

La rete di cellule nervose intravista da Auerbach è la centralina di gestione e di controllo: non si limita ad analizzare la composizione del cibo e a coordinare i meccanismi di assorbimento e di escrezione. Comanda anche la velocità del transito e altre funzioni grazie all’equilibrio tra neurotrasmettitori inibitori ed eccitatori, ormoni stimolanti e secrezioni protettive.

Quella che per noi è solo una bistecca, per il cervello addominale è una realtà fatta di milioni di sostanze chimiche da analizzare, per decidere se si tratta di elementi da assorbire, di un veleno o di un microrganismo da tenere a distanza.

Perché il cervello dell’addome è anche l’organizzatore del fronte contro gli invasori. Il suo compito principale è sovrintendere alla superficie più grande del corpo umano in contatto con l’esterno.

È la parte più estesa a contatto con l’esterno: siamo cavi

“All’interno siamo cavi” dice Michael D. Gershon, neuroscienziato della Columbia University di New York. “Il corpo viene a contatto con l’esterno non solo attraverso la pelle ma anche attraverso la parete dell’intestino. Un tunnel così ben costruito da consentire all’ambiente circostante di attraversarci senza farci alcun danno”.

Nell’intestino infatti abitano circa 500 specie di esseri potenzialmente letali. Addirittura metà delle feci è fatta di batteri morti. Per questo le pareti dell’intestino devono essere la difesa più efficiente dell’organismo. Così si spiega perché vi si trovino il 70% delle cellule del sistema immunitario. E se nell’addome penetrano veleni, il cervello addominale avverte il cervello della testa che reagisce con una strategia prestabilita: vomito, crampi e diarrea.

Se il veleno è identificato precocemente viene eliminato dall’alto, per la via più breve. Se invece è già a mezza strada, entra in gioco il riflesso peristaltico. È fatto di contrazioni ondulatorie della parete muscolare dell’intestino, che spingono il contenuto dalla bocca verso l’ano. Queste contrazioni sono sincronizzate dal cervello addominale, stimolato dalla pressione sulle sue pareti. Basta che un boccone di cibo dilati un segmento dell’intestino, che le cellule nervose iniziano a secernere neuromediatori, cioè molecole che sono il linguaggio chimico delle cellule nervose, e che inibiscono o eccitano le cellule muscolari responsabili del riflesso.

Se predomina l’inibizione, l’intestino si ferma: è la stitichezza cronica e le feci si fanno dure perché, stando tanto tempo nel crasso, vengono disidratate. Se invece predomina l’eccitazione il trasporto accelera fino alla diarrea, perché è tanto veloce da non dare tempo al crasso di riassorbire i liquidi.

In genere più si penetra nell’apparato digerente, più debole diventa il controllo del cervello nella testa. La bocca, parti dell’esofago e lo stomaco si lasciano ancora dire qualcosa da lassù. Dopo il piloro, la regia passa alla pancia.

Gershon si innamorò del cervello addominale quando era studente, apprendendo che la serotonina, un neuromediatore, influiva sugli stati d’animo e scoprendo poi che il 95% della serotonina è prodotta dalle cellule dell’intestino ed è responsabile anche del riflesso peristaltico.

Quando la pancia si irrita combina un sacco di guai

Nessuno prese sul serio Gershon fino al 1981, quando l’australiano Marcello Costa dimostrò che le cellule nervose dell’intestino producono serotonina, che nel frattempo si era rivelata uno dei tanti neuromediatori del sistema nervoso. Ma non è l’unica sostanza secreta dal cervello addominale, che è un’enorme fabbrica chimica perché produce una quarantina di neuromediatori con i quali comunica attraverso il cervello della testa.

Le cellule di entrambi i cervelli infatti parlano la stessa lingua chimica. E questo spiega perché spesso, nei malati di Alzheimer e di Parkinson, si riscontra lo stesso tipo di lesioni in entrambi i cervelli. E perché i farmaci psichiatrici agiscono anche sull’intestino e quelli gastroenterici anche sul cervello. Un ormone gastrico, la secretina, viene sperimentato nella terapia dell’autismo, una condizione psichiatrica. Un anti-emicrania seda gli intestini iperattivi. Gli antidolorifici calmano alcune infiammazioni del tratto digerente. E alcuni antidepressivi agiscono sull’umore cerebrale, ma anche sul cervello addominale causando diarrea o stitichezza.

L’ultima terapia in sperimentazione contro il colon irritabile è frutto degli studi sul cervello addominale. Di colon irritabile soffre il 20% della popolazione: causa dolori all’addome, evacuazioni irregolari, accumulo d’aria nell’intestino. Non si sa perché il colon di questi pazienti funzioni male. Il colpevole, secondo Schemann, è il cervello addominale. Oppure cervello alto e cervello basso non si intendono, e lo stesso avverrebbe in una cinquantina di altre malattie.

Gershon sostiene che il cervello addominale è soggetto a nevrosi. La comunicazione tra i due cervelli è comunque dominata da quello nella pancia. È da qui che parte, diretto alla testa, il 90% dei messaggi. La maggior parte di questi messaggi è inconscia, cioè avviene senza che noi ne prendiamo coscienza. Li percepiamo solo quando sono segnali di allarme che scatenano reazioni di malessere.

I depressi sentono tutti i movimenti del loro intestino

Emeran Mayer, docente all’Università della California, ha scoperto che una parte dei messaggi del cervello addominale arriva nel sistema limbico, posto al centro del cervello della testa. Quest’area ha il compito di elaborare i segnali negativi e reprimere le sensazioni spiacevoli. “È un po’ come il fenomeno del maglione che pizzica” spiega Mayer “dopo un po’ non lo si avverte più”.

Gli stimoli provenienti dall’intestino vengono percepiti solo se superano una soglia piuttosto alta, mentre chi soffre di colon irritabile, secondo Mayer, avrebbe una soglia più bassa e avvertirebbe ogni movimento intestinale. “Anche i depressi e gli ansiosi hanno alterazioni simili” dice Mayer.

Perché si abbassa la soglia? Forse per lo stress. Se il cervello della testa percepisce tensione e paura, chiama a raccolta le cellule dell’intestino che producono sostanze irritanti come l’istamina. Questa molecola a sua volta attiva le cellule nervose del tubo digerente che fanno contrarre le cellule muscolari: ecco spiegati crampi o diarrea.

Il segnale d’allarme va poi al cervello della testa che lo ritrasmette verso il basso e così via. Se l’ansia non cala, il cerchio si chiude e i sintomi si cronicizzano.

Gli stress del passato restano impressi anche nella pancia

Il cervello addominale sarebbe addirittura dotato di memoria che, per fissare i ricordi, usa le stesse molecole del cervello della testa: gli stress del passato si stampano così nel cervello e nell’addome, dice Schemann, rendendo l’asse cervello-addome ipersensibile per tutta la vita. E questo spiega perché i bambini che soffrono di coliche nell’infanzia hanno in genere un rischio maggiore di diventare adulti sofferenti per il colon irritabile.

Anche i topi esposti da neonati a situazioni stressanti sono adulti ipersensibili, con sintomi intestinali simili a quelli da colon irritabile. E il 40% dei pazienti con colon irritabile soffre in genere anche d’ansia e depressione.

Che malinconia e paura nascano allora nell’intestino? “I nostri risultati dicono che, così come la fame e la sazietà influiscono sull’umore, nel cervello addominale si può celare l’origine di altri stati d’animo, e tra questi anche la classica depressione” sostiene Mayer. Queste ricerche sono però ancora agli inizi.

Ogni volta che l’intestino si contrae ed emette serotonina o altri neuromediatori le informazioni viaggiano lungo il nervo vago fino al cervello della testa, dove vengono tradotte in malessere o allegria, stanchezza o vitalità, umore buono o cattivo.

Anche la pancia sogna durante la fase REM del sonno

“Possiamo perfino dire che il cervello addominale pensa” dice Schemann. “È organizzato in modo funzionale, lavora con una serie di circuiti, è in grado di registrare stati diversi e di reagire autonomamente: insomma possiede tutto ciò che serve a un sistema nervoso integrativo”.

Quello che è certo è che l’addome crea l’atmosfera per la testa. La testa è la “banca delle emozioni” che raccoglie tutte le reazioni e i dati, soprattutto nella corteccia anteriore, dietro la fronte, particolarmente legata all’addome.

Il cervello dell’addome insomma racconta la sua versione al cervello della testa, crea il suo “profilo emotivo” e prepara un “letto di sensazioni”, anche per la notte. E infatti, durante la fase REM del sonno, quando produce onde dolci e si popola di sogni, anche le viscere iniziano a ondeggiare grazie alla serotonina. “E dopo un pasto pesante non si fanno forse brutti sogni?” si domanda Mayer.

Con queste onde il cervello della testa fissa i ricordi con il loro carico di emozioni. Più saranno fissate le emozioni, migliori saranno le decisioni della volta successiva.

“Nei prossimi anni potremmo scoprire che il cervello dell’addome è la matrice biologica dell’inconscio. Una scoperta importante per gli uomini quanto quella di Copernico sul sistema solare” sostiene Gershon.

IL SECONDO CERVELLO
da Focus n. 3/2001

Per saperne di più:
Michael D. Gershon, The Second Brain (HarperCollins, New York, 1998). Divulgativo, ma di lettura abbastanza complessa.

Movimento Planetario

Origini storiche e culturali del Movimento Planetario

Il tempo della scelta globale

Abitiamo su un pianeta che oggi sta vivendo un periodo di tremenda crisi ecologica e politica, ma anche di trasformazione e crescita umana e spirituale. In questo momento stiamo assistendo in ogni continente del mondo a guerre e conflitti che nascono da fanatismi etnici e religiosi ma, fortunatamente, assistiamo anche a un radicale cambiamento di valori in cui le vecchie regole, che da millenni hanno condizionato i comportamenti, i pensieri e le vite umane, stanno crollando sotto il peso della loro stessa età.

Un pianeta malato è l’evidente risultato di un’umanità malata che ha creato una cultura di distruzione e disprezzo. Un nuovo pianeta può nascere solo da un nuovo essere umano, sano, integro e ispirato da una nuova coscienza globale. È necessario scegliere con determinazione e consapevolezza da che parte schierarsi; tacere o non agire significa solamente lasciare il potere alla devastazione. I tempi tuttavia sono cambiati, non è di un partito o di un movimento intellettuale che la Terra ha bisogno, ma di una nuova coscienza planetaria che nasce da una trasformazione individuale. Siamo nati in un’epoca di materialismo e divisione, siamo pieni di condizionamenti mentali e comportamentali che ci portano a riprodurre i vecchi errori, ma possiamo cambiare, trasformarci coscientemente e ritrovare la nostra vera natura, cambiare la direzione in cui la società sta muovendosi e usare la nostra creatività in ogni momento della nostra vita. Pochi sanno che questa possibilità esiste ed è alla portata di chiunque. Le vecchie culture hanno negato e spesso represso ogni tecnica di trasformazione e di evoluzione che inducesse cambiamenti e risvegli nell’essere umano. Rivoluzionari della coscienza come Cristo, Pitagora, Bruno, Socrate, Mansur, Reich, Osho e innumerevoli mistici di ogni paese sono morti per questo.

Breve storia del movimento di crescita umana

Dagli anni Settanta in poi sono nate numerosissime terapie individuali e di gruppo per aiutare l’essere umano a ritrovare se stesso, la sua sensibilità perduta, il suo equilibrio tra istinti, emozioni, sentimenti e pensieri, la sua naturalezza e spontaneità. La totalità di questi nuovi approcci si basa sulla constatazione che, per via dei condizionamenti a cui siamo stati sottoposti dal concepimento in poi, ci troviamo tutti in uno stato di costrizione, di inconsapevolezza, di ipnosi collettiva più o meno profonda che si manifesta con una mancanza di gioia e di pienezza del vivere. Questa mancanza cronica di libertà, intesa nella sua accezione più ampia come il più fondamentale dei valori umani, si esprime anche nelle inibizioni fisiche, energetiche e comportamentali, nelle paure inconsce, nelle angosce, nelle chiusure psicologiche e nella trasformazione dei reali bisogni interiori di amore, comprensione, amicizia in desideri superflui ed esteriori come una macchina, una posizione o un riconoscimento. I condizionamenti creano così dei blocchi psicosomatici che, col tempo, da semplici disturbi energetici o psichici, diventano sempre più fisici e generano malattie e patologie di ogni tipo.

Il capostipite della moderna psicosomatica e della crescita umana attraverso un’educazione libera e globale fu certamente Wilhelm Reich, allievo di Freud, che, staccandosi dalla psicoanalisi, testimoniò sperimentalmente l’esistenza di un’energia vitale, erotica da lui chiamata “energia orgonica” e sviluppò le basi teoriche e pratiche delle tecniche di liberazione dai condizionamenti e dai relativi blocchi caratteriali. Il suo modello era già fondamentalmente completo: l’essere umano era visto come un’unità psicosomatica in cui l’energia sessuale (orgonica), portatrice di piacere e sensibilità, basi della gioia di vivere, era in costante stato fluido, senza blocchi di sorta. Reich considerava l’energia in modo spirituale, per lui era una sorta di sostanza sacra che permea l’intera esistenza e le dona intelligenza e vita, esattamente come i tantrici parlano di Shakti, l’energia vitale cosmica, gli induisti del Prana o i taoisti del C’i.

I blocchi psicosomatici

La nostra società tuttavia è profondamente ancorata a logiche contro natura che inibiscono questa libera e fluida energia vitale causando così la formazione di una serie enorme di blocchi. Ogni tipo di inibizione, a cominciare dalle inibizioni al piacere sessuale, alla mancanza di affettività della madre, al mancato riconoscimento della propria individualità, fino alla negazione delle aspirazioni creative più elevate e spirituali, causa un arresto o un blocco di questo flusso di energia e informazione. Reich aveva osservato che i blocchi psichici si riflettevano costantemente sul corpo e che quindi ogni blocco nel corpo era causato da un preciso problema psichico. Ignaro delle antiche tradizioni yogiche e tantriche dell’India Reich identificò nel corpo umano sette tipi di blocchi che si accordano perfettamente con il modello dei sette chakra.

Reich riconobbe che ogni blocco si manifesta con una contemporanea sospensione o limitazione della respirazione dovuta a una contrazione dei muscoli che a sua volta dipende da un’azione inibitoria o contrazione del sistema nervoso originata da un’inibizione psicoemotiva. Reich provò che era possibile sciogliere un blocco aumentando il flusso dell’energia bloccata; attraverso una attenta riapertura della respirazione o del movimento muscolare l’area del corpo bloccata si sbloccava e riemergeva la causa psichica originante. Oppure andando a sciogliere il blocco sul piano psicoemotivo intervenendo sul preciso evento causante, e provocando così la riapertura delle emozioni e delle aree del corpo da esso bloccate. Questo sblocco psicosomatico spesso dava origine a una “catarsi”, ossia un evento intenso in cui si liberano emozioni represse e antiche, pianto, ferite interiori, rabbia, paure.

Da Reich in poi si sono sviluppate moltissime scuole terapeutiche come la Bioenergetica, la Gestalt, i gruppi di Encounter, la Primal Therapy, il Respiro Globale, l’Emotional Release, il Tantra, il Voice Dialogue e molti altri che operano per aiutare il processo di liberazione dai condizionamenti in modi e in ambiti specifici.

Dall’energia orgonica alla coscienza sacra

Reich e l’intera tradizione psicosomatica, pur considerando teoricamente l’energia vitale come intelligente, mancavano tuttavia quasi completamente dell’esperienza spirituale diretta e quindi fino agli anni Sessanta la grande maggioranza di tecniche psicoterapeutiche fu di fondo un processo del tutto privo di una dimensione sacra. Le tradizioni spirituali con le loro tecniche di meditazione classica erano completamente divise culturalmente dal lavoro psicosomatico. Dalla fine degli anni Sessanta e in particolare dal 1975 si venne a creare un incredibile processo di sintesi in Occidente e in Oriente catalizzato negli USA dalla famosa comunità terapeutica di Esalen in California, dove di fatto nacque lo Human Potential Growth Movement, dove si svilupparono tecniche di grande profondità come la Gestalt di Fritz Perls, la psicologia transpersonale, le tecniche somatiche del Rolfing e del Feldenkrais; in Europa dalla comunità scozzese di Findhorn, più orientata a un’evoluzione sottile e collettiva, e in India dall’Ashram di Poona del maestro spirituale Osho Rajneesh, che creò una grande sintesi tra terapie psicosomatiche, tecniche di crescita e meditative fortemente orientate all’evoluzione spirituale, inventando una serie di tecniche di meditazione dinamica studiate espressamente per l’uomo moderno. Negli anni Ottanta e Novanta questo lavoro evolutivo si moltiplica in ogni parte del pianeta e specialmente nelle nazioni più industrializzate.

Oggi questa direzione di sviluppo umano e spirituale sembra aver raggiunto il consenso più unanime, quasi tutte le grandi scuole di terapia seguono una parallela evoluzione spirituale e praticano meditazioni di ogni scuola del mondo. Oggi molte riviste sulla salute o la bellezza pubblicano regolarmente articoli e informazioni sui gruppi per la crescita umana. Lo stesso Dalai Lama ha recentemente ribadito che le terapie e i gruppi di crescita rappresentano un grande aiuto all’evoluzione spirituale dell’umanità moderna.

Oggi questo movimento di nuova coscienza raggruppa in sé tutte le antiche e recenti culture minoritarie orientate alla pace, alla spiritualità, ai diritti umani e animali, all’ecologia, alla nuova medicina, all’uguaglianza tra sessi e razze, all’alimentazione naturale, alla nuova educazione e al benessere globale. Da questa incredibile fusione di yoga e psicosomatica, di filosofie naturali e nuove tecnologie non inquinanti nasce la nuova cultura olistica.

L’uomo nuovo: il modello olistico di essere umano

Olos in greco significa il tutto, l’intero.

Il modello della nuova cultura olistica è unitario e globale. Esso considera l’essere umano un’organica e indissolubile unità formata da innumerevoli dimensioni e livelli. Non vi è tuttavia divisione tra le parti, esattamente come non vi è separazione tra i sistemi cardiaco, nervoso e digerente del corpo ma una profonda, indivisibile interconnessione. La complessità delle strutture psicofisiche indica infatti la grande unità di coscienza e di intelligenza che coordina e dà vita al tutto.

Nel modello olistico non vi sono solo il corpo e lo spirito, ma una serie di livelli di coscienza e di energie dai più fisici-energetici ai più elevati e sottili, chiamati normalmente corpi. Le antiche filosofie indo-tibetane, come lo yoga e il tantra, contemplavano normalmente sette corpi, anche se alcune scuole buddhiste o induiste le riducevano a cinque. Questo modello di essere umano nasce da un’esperienza spirituale individuale grazie alla quale ogni aspetto dell’esistenza e di se stessi è percepito come sacro e unito alla coscienza del Tutto.

Questo modello si ritrova praticamente in quasi tutte le antiche tradizioni spirituali del mondo, dagli Huna delle Hawaii, ai Rosacroce, dagli antichi egiziani ai teosofi della prima metà del secolo. Secondo questa visione l’essere umano è innanzitutto una coscienza che si incarna di vita in vita e che “sceglie” i suoi genitori per ritornare sulla Terra e progredire sul suo cammino evolutivo fino a realizzarsi pienamente.

In questa differente ottica il processo dell’educazione diventa uno dei punti più importanti e articolati. Grazie a una corretta educazione si possono sviluppare pienamente i potenziali latenti dell’essere umano, la sua umanità, la sua sensibilità, la sua creatività, e soprattutto ci si può evolvere spiritualmente ritrovando in sé l’esperienza sacra dell’unità che ci fa sentire parte integrante di quell’infinito organismo cosciente e intelligente che è il Tutto, Dio.

Il salto quantico

Il modello olistico di trasformazione umana è basato su una serie di concetti o colonne della concezione olistica universalmente accettate dalla nuova cultura emergente. Uno di questi è il salto quantico, concetto chiave della fisica moderna, secondo cui ogni elettrone può ruotare intorno al nucleo atomico solo in precise orbite concentriche, esattamente come fanno i pianeti ruotando nelle loro orbite intorno al Sole. Ogni orbita corrisponde a un livello di energia, tanto più un elettrone gira distante dal nucleo, tanta più energia è necessaria. Il salto quantico avviene perché non esistono possibilità di sostare tra i vari livelli; un elettrone, quindi, può stare o su un livello a bassa energia o su un livello ad alta energia: non ci sono vie di mezzo!

Riportato su un piano umano questo modello ci mostra come sia possibile, anzi necessario, un salto quantico da uno stato a bassa energia vitale, caratterizzato da bassa consapevolezza di sé, scarsa stima personale, poca gioia di vivere, a uno stato di più alta energia in cui vivere pienamente con creatività, valori e autoconsapevolezza. A livello planetario questo salto quantico può essere visto come la trasformazione dal vecchio modo di intendere il pianeta (come una massa di materia da acquistare, depredare e rivendere) a un concetto di rispetto e sacralità.

Queste logiche possono e devono essere insegnate/apprese. Da esse dipende il prossimo salto evolutivo. Mentre in passato la crescita dell’essere umano era considerata un processo del tutto automatico e spontaneo, in cui vi poteva essere solo una minima parte di intervento determinato e consapevole, oggi si può rovesciare questa concezione e investire tutta la nostra conoscenza e sensibilità in questa ottica di sviluppo del potenziale umano, per favorire l’opportunità di questi salti evolutivi in ogni individuo e società.

La coscienza planetaria

Mentre fino agli anni Cinquanta e Sessanta le terapie erano essenzialmente individuali, dagli anni Settanta si è assistito a un incredibile incremento delle tecniche di gruppo. Questo incremento coincide con l’inizio dell’era dell’Acquario, la Nuova Era, la cui caratteristica di fondo è appunto quella della cooperazione, della riunione, della fratellanza spirituale.

Da un punto di vista più attuale possiamo considerare questa come l’epoca della cultura e della coscienza planetaria. Stiamo iniziando un processo irreversibile di fusione delle razze e delle culture e della spiritualità che durerà millenni. In questo momento di crisi, tuttavia, non possiamo aspettare, occorre essere creativi e intelligenti nel preparare l’avvento di questa nuova coscienza, organizzando gruppi di crescita che diventeranno sempre più numerosi e diffusi. Questi saranno la matrice del nuovo cambiamento.

Recentemente scienziati come James Lovelock hanno iniziato a considerare il nostro pianeta come una coscienza viva, autonoma e immensamente creativa: un’unità organica chiamata Gaia, dal nome dell’antica dea greca della Terra. Gaia come immenso individuo planetario si bilancia, si adatta e si evolve attraverso le infinite specie viventi. Secondo l’ipotesi Gaia l’umanità può essere considerata come il sistema nervoso del pianeta, la componente che gestisce e organizza le intere informazioni del sistema Terra in modo intelligente e consapevole. Il motivo per cui attualmente l’umanità si sta comportando in modo distruttivo e irresponsabile dipende proprio dalla mancanza di una consapevolezza planetaria e da un insufficiente sviluppo della coscienza spirituale.

Gaia, la luminosa rete delle coscienze

Molti maestri e scuole spirituali da tempo descrivono la Nuova Era come un allargamento della coscienza individuale alla coscienza planetaria. In questa visione ogni essere umano viene considerato un punto di luce della grande rete delle coscienze che abbraccia tutto il pianeta. La luminosità di ogni singola coscienza è proporzionale al suo grado di sviluppo spirituale, alla sua più o meno intensa connessione con il Tutto che la circonda; per questo i grandi maestri sono stati chiamati illuminati.

Questa rete planetaria è una conquista recente, creata dalla parte più matura della famiglia umana con grandi sacrifici e amore impersonale. Essa rappresenta il frutto di tutti coloro che hanno creato ponti umanitari e spirituali tra le culture e le religioni della Terra, ed hanno sentito veramente di essere parte di una coscienza planetaria e vi hanno dedicato una vita o comunque tutte le loro risorse.

Questa rete oggi è sostenuta, sui suoi livelli più mentali, da tutti i gruppi che operano per l’ecologia, i diritti umani, i soccorsi umanitari, e sui livelli più spirituali, da tutti i gruppi che praticano meditazione, in modo ecumenico e non settario, e per la coscienza e la pace globale. Entrambi i livelli sono essenziali. In questo momento, la rete fino ad ora costruita con grande amore è ancora debole e fragile, l’intensità luminosa del pianeta viene considerata ancora largamente insufficiente al grande salto quantico che l’umanità si appresta a compiere.

Occorre quindi molta più energia e coscienza. La rete di luce in molti punti del mondo è largamente lacerata dalle guerre, dalle mafie, dagli abusi di ogni tipo, dalla mancanza di amore, di valori e di gratitudine per l’esistenza sacra. Da millenni questa è la situazione imperante, creata dalla vecchia cultura considerata ormai dalla grande maggioranza degli uomini come la legge stessa della natura.

(I sette livelli della rete di Gaia: materia, vegetali, animali, umani, spiriti, angeli e maestri, Gaia)

La formazione dei Buddhafields

Una delle strategie della coscienza di Gaia, per accelerare la sua evoluzione, è quella di operare sulla coscienza collettiva attraverso la formazione di gruppi. Dal punto di vista spirituale, ossia considerando i partecipanti ad un gruppo come delle coscienze in evoluzione, un gruppo è una sfera di energia e coscienza collettiva, che noi chiamiamo “Buddhafield”. Buddhafield deriva dal temine sanscrito buddhi che significa mente spirituale o superiore o energia mentale illuminata, da cui deriva buddha, l’illuminato e dall’inglese field che significa campo, area. Un Buddhafield è un campo di energia illuminata, spirituale. Questo termine, originariamente utilizzato per indicare la comune di un maestro illuminato insieme ai suoi discepoli, viene utilizzato per ogni gruppo di ricercatori spirituali che decidono coscientemente di unirsi per ritrovare la loro natura sacra.

Formare un Buddhafield è un’esperienza di grande importanza, dove i normali parametri di giudizio utilizzati nella società perdono valore e dove ognuno ritrova, con un po’ di fortuna e tanto lavoro, la vera saggezza e spontaneità con se stesso e con gli altri.

Nell’ambito della rete delle coscienze planetarie il buddhafield rappresenta un nodo di grande importanza. L’energia totale di un buddhafield è fortemente superiore alla somma delle energie dei singoli individui che la compongono; la sua luce è estremamente più intensa e chiara della semplice somma delle luci delle coscienze individuali, in particolare quando le persone si mettono a meditare in cerchio. Recenti esperimenti fatti con il Brain Olotester, un elettroencefalogramma computerizzato per analisi psicosomatiche, provano che può crearsi una fortissima sincronizzazione cerebrale tra persone che si sentono vicine, partecipi di uno stesso progetto comune o che entrano insieme in meditazione. Quindi dal punto di vista del salto quantico planetario la formazione dei gruppi di crescita globale, come buddhafields, sono un elemento di estrema importanza, essi possono concretizzare la naturale spontanea tendenza evolutiva umana, accorciando i tempi di crescita e favorendo enormemente la comprensione e la sensibilità spirituale tra le persone.

Fiori Di Bach

Fiori di Bach, Fiori dell’anima di M. Marietti

Fiori di Bach ed emozioni: tra consapevolezza, effetto placebo e ascolto di sé

I fiori di Bach vengono utilizzati da molte persone nei momenti di stress, ansia, preoccupazione o difficoltà emotiva. Intorno a questi rimedi si è costruito nel tempo un linguaggio fatto di sensibilità, equilibrio, emozioni e ascolto interiore.

Ma cosa sappiamo realmente della loro efficacia? E, soprattutto, che cosa può essere interessante osservare dal punto di vista psicologico?

La distinzione è importante.

Le attuali evidenze scientifiche non dimostrano che i fiori di Bach possiedano un’efficacia terapeutica specifica superiore al placebo. Le revisioni degli studi clinici disponibili non hanno infatti rilevato differenze significative rispetto a preparati placebo.

Questo, però, non impedisce di interrogarsi su un fenomeno psicologicamente interessante: il gesto di scegliere un rimedio sulla base del proprio stato emotivo può diventare un’occasione per fermarsi, riconoscere ciò che si prova e prestare attenzione al rapporto tra mente e corpo.

Cosa sono i fiori di Bach

I fiori di Bach sono preparati sviluppati dal medico inglese Edward Bach nella prima metà del Novecento.

Il sistema comprende diversi rimedi floreali associati, nella concezione originaria di Bach, a particolari condizioni emotive: paura, incertezza, scoraggiamento, solitudine, eccessiva preoccupazione, difficoltà nell’adattamento e altre esperienze psicologiche.

La scelta del rimedio viene quindi effettuata principalmente sulla base dello stato emozionale percepito dalla persona, più che sulla presenza di uno specifico disturbo fisico.

Ed è proprio questo elemento a renderli interessanti da osservare dal punto di vista psicologico.

Fiori di Bach e psicologia: il valore dell’attenzione alle emozioni

Prima ancora di chiedersi quale fiore scegliere, una persona deve porsi alcune domande:

Come sto?

Che cosa sto provando?

Quale emozione ritorna più frequentemente?

Dove la sento nel corpo?

Che cosa sta accadendo nella mia vita in questo momento?

Domande apparentemente semplici, che spesso nella vita quotidiana non trovano spazio.

Siamo molto più abituati a cercare rapidamente qualcosa che faccia scomparire il disagio che a fermarci per comprenderlo.

Ansia, irritabilità, tristezza, paura, stanchezza e tensione non sono però soltanto sintomi da eliminare. Possono essere anche segnali attraverso i quali l’organismo comunica che qualcosa necessita attenzione.

In questa prospettiva il punto interessante non è tanto il preparato floreale, quanto il processo di osservazione che può accompagnarlo.

Emozioni e corpo: una relazione continua

Le emozioni non accadono soltanto nella mente.

Quando siamo preoccupati possiamo avvertire tensione muscolare.

Quando abbiamo paura il respiro può accelerare.

Quando siamo sotto pressione possiamo sentire lo stomaco contratto, il cuore più veloce oppure una sensazione diffusa di agitazione.

Quando siamo tristi il corpo può diventare pesante e rallentato.

Il rapporto tra emozioni e sensazioni corporee è una componente fondamentale dell’esperienza umana.

Prestare attenzione a questi segnali significa sviluppare una maggiore capacità di riconoscere ciò che sta accadendo prima che il disagio diventi travolgente.

Non significa interpretare automaticamente ogni sintomo fisico come psicologico. Un disturbo corporeo persistente o significativo deve sempre essere valutato anche dal punto di vista medico.

Significa piuttosto imparare a osservare il corpo come una delle dimensioni attraverso cui viviamo le nostre emozioni.

Il ruolo dell’olfatto, del gusto e della memoria emotiva

Marcel Proust ha descritto in maniera memorabile il ritorno improvviso di ricordi ed emozioni provocato dal sapore della famosa madeleine immersa nel tè.

L’esempio letterario coglie qualcosa che appartiene profondamente all’esperienza umana.

Un odore può riportarci improvvisamente nell’infanzia.

Un sapore può far riaffiorare una persona.

Una musica può risvegliare un periodo della nostra vita che sembrava dimenticato.

Percezione, memoria ed emozione sono strettamente intrecciate.

Non è necessario attribuire proprietà terapeutiche particolari a una sostanza per riconoscere quanto rituali, sensazioni e associazioni personali possano modificare momentaneamente il nostro stato emotivo.

Fiori di Bach ed effetto placebo

La parola placebo viene spesso usata come se significasse semplicemente “qualcosa che non funziona”.

È una semplificazione.

L’effetto placebo riguarda un insieme complesso di fenomeni legati alle aspettative, all’apprendimento, al contesto terapeutico e al significato attribuito a un trattamento.

Questo non significa che il placebo possa curare qualunque disturbo né che una terapia priva di efficacia specifica debba essere considerata equivalente a un trattamento clinicamente validato.

Significa invece riconoscere che aspettative, relazione e contesto possono influenzare il modo in cui una persona percepisce alcuni sintomi e il proprio stato di benessere.

Nel caso dei fiori di Bach, gli studi controllati disponibili non hanno mostrato un beneficio specifico rispetto al placebo.

È quindi preferibile considerarli eventualmente come una pratica complementare personale, non come una terapia capace di trattare ansia, depressione o altri disturbi psicologici.

Il rituale può avere un significato psicologico

Gli esseri umani costruiscono rituali continuamente.

Bere una tisana prima di dormire.

Camminare dopo una giornata difficile.

Accendere una candela durante la meditazione.

Scrivere qualche riga su un diario.

Ascoltare una determinata musica quando abbiamo bisogno di raccoglierci.

Il rituale crea una piccola frattura nel ritmo automatico della giornata.

Dice al nostro sistema: adesso mi fermo e mi ascolto.

Anche l’utilizzo di un rimedio floreale può assumere questo significato soggettivo.

Il punto è non confondere il significato psicologico del rituale con la dimostrazione di un effetto farmacologico.

Sono due piani differenti.

Dal rimedio alla consapevolezza emotiva

Da un punto di vista psicologico può essere più utile spostare l’attenzione dalla domanda:

“Quale fiore devo prendere?”

a domande come:

“Che cosa mi sta succedendo?”

“Da quanto tempo mi sento così?”

“Quando aumenta questa emozione?”

“Cosa faccio abitualmente per evitarla?”

“Di che cosa potrei avere bisogno?”

Il cambiamento di prospettiva è sostanziale.

Non cerchiamo più soltanto qualcosa che elimini rapidamente il sintomo.

Cerchiamo di comprenderne il linguaggio.

Ansia e fiori di Bach: attenzione a non sostituire una cura

Una delle ricerche più frequenti riguarda i fiori di Bach per l’ansia.

È importante essere chiari.

Gli studi clinici disponibili non dimostrano un’efficacia specifica dei fiori di Bach nel trattamento dell’ansia superiore al placebo.

Quando l’ansia diventa intensa, persistente oppure condiziona il sonno, il lavoro, le relazioni o la possibilità di svolgere normalmente le attività quotidiane, è opportuno comprenderne le cause attraverso una valutazione professionale.

Lo stesso vale quando compaiono attacchi di panico, importanti sintomi depressivi o altri segnali di sofferenza psicologica.

Un rimedio complementare non dovrebbe diventare un modo per rimandare una valutazione psicologica o medica quando questa è necessaria.

Imparare ad ascoltare prima di cercare di controllare

Nella pratica psicologica incontro frequentemente persone che hanno sviluppato una grande capacità di controllare ciò che provano e una capacità molto minore di ascoltarlo.

Provano ansia e cercano immediatamente di eliminarla.

Avvertono tensione e cercano di distrarsi.

Percepiscono paura e cercano rassicurazioni.

Il problema è che alcune emozioni diventano ancora più insistenti proprio quando combattiamo continuamente contro di esse.

Talvolta il primo movimento utile è differente:

riconoscere l’emozione, permetterle di essere presente per qualche momento e osservare ciò che accade nel corpo.

È uno spostamento piccolo ma profondo: dal controllo all’ascolto.

Il corpo come luogo della consapevolezza

Il corpo può diventare una bussola preziosa.

Non perché possieda risposte misteriose, ma perché molte reazioni emotive diventano corporee prima ancora che riusciamo a formularle chiaramente con le parole.

Il respiro cambia.

Le spalle si irrigidiscono.

La mandibola si contrae.

Lo stomaco si chiude.

Il battito accelera.

Imparare a riconoscere questi segnali permette, gradualmente, di individuare più rapidamente i propri stati di attivazione emotiva.

È uno dei punti di incontro tra psicologia e approcci psicocorporei: la consapevolezza non riguarda soltanto ciò che pensiamo, ma anche il modo in cui sentiamo il nostro corpo mentre viviamo un’esperienza.

Fiori di Bach: cura o occasione di ascolto?

Alla luce delle conoscenze disponibili, non vi sono prove solide per considerare i fiori di Bach una terapia efficace per i disturbi psicologici.

Questo dato deve essere detto chiaramente.

Ma è possibile cogliere un’altra domanda nascosta dietro il loro utilizzo.

Quando una persona cerca un rimedio associato alla paura, alla solitudine, all’incertezza o allo scoraggiamento, sta già cercando di dare un nome alla propria esperienza.

Ed è proprio da quel nome che può iniziare un lavoro più interessante.

Non necessariamente:

“Come faccio a non sentire più questa emozione?”

ma:

“Perché questa emozione è diventata così importante nella mia vita?”

A volte è qui che comincia davvero il percorso psicologico.

Non nel tentativo di cancellare ciò che sentiamo, ma nella possibilità di ascoltarlo abbastanza a lungo da comprenderne il significato.

Alexithymia

Updates sul costrutto di Alexithymia di Piero Porcelli

Il termine alexithymia indica un disturbo affettivo-cognitivo relativo ad una particolare difficoltà di vivere, identificare e comunicare le emozioni. Il costrutto venne elaborato a partire dall’osservazione di pazienti con le “classiche” malattie psicosomatiche… Fra le caratteristiche cliniche dei pazienti psicosomatici, Sifneos annoverava:

  • la marcata difficoltà a descrivere le emozioni e ad esserne consapevoli;
  • la riduzione delle attività mentali connesse con la fantasia;
  • la marcata preoccupazione con aspetti concreti e dettagliati dell’ambiente esterno e del proprio corpo;
  • uno stile di pensiero congelato sugli stimoli ed incapace di andare oltre nell’elaborazione…

In questa relazione, tratteremo alcuni sviluppi della ricerca sul costrutto di alexithymia. Per approfondimenti sulle ultime ricerche, si rimanda alle recenti review apparse negli ultimi anni (Todarello-Porcelli, 2002; Taylor, 2000; Taylor, 2004; Taylor-Bagby, 2004), oltre alla monografia del gruppo di Toronto sui disturbi della regolazione affettiva (Taylor et al, 1997).

Cosa significa alexithymia
Il termine alexithymia è stato coniato da Peter Sifneos (1973) nella prima metà degli anni ’70 per indicare un disturbo affettivo-cognitivo relativo ad una particolare difficoltà di vivere, identificare e comunicare le emozioni (dal greco alpha = assenza, lexis = linguaggio, thymos = emozioni, ossia “assenza di parole per le emozioni”). Il costrutto venne elaborato a partire dall’osservazione di pazienti con le “classiche” malattie psicosomatiche e per molti anni è stato ritenuto quasi un loro sinonimo poiché si pensava fosse specificamente connesso alle patologie c.d. psicosomatiche. Fra le caratteristiche cliniche dei pazienti psicosomatici, Sifneos annoverava:

  • la marcata difficoltà a descrivere le emozioni e ad esserne consapevoli;
  • la riduzione delle attività mentali connesse con la fantasia;
  • la marcata preoccupazione con aspetti concreti e dettagliati dell’ambiente esterno e del proprio corpo;
  • uno stile di pensiero congelato sugli stimoli ed incapace di andare oltre nell’elaborazione, come sottolineato negli stessi anni da case reports di psicoterapia con pazienti alessitimici contrassegnati fondamentalmente dalla noia contro-transferale (Taylor, 1977; 1984).

Caratteristiche cliniche
Vi sono 5 caratteristiche cliniche centrali del costrutto di alexithymia:

Difficoltà di identificare e descrivere le emozioni
I soggetti alessitimici manifestano una marcata difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi e, ad un’indagine più approfondita, sembrano non averne affatto consapevolezza. Possono anche mostrare scoppi improvvisi di emozioni intense (come rabbia, paura o pianto) ma non riescono collegare la manifestazione emozionale con ricordi, fantasie o specifiche situazioni. È così possibile che un paziente alessitimico descriva tutto ciò che è successo in una lite con il coniuge, dalle situazioni che l’hanno scatenata alle parole dette, e poi si meravigli se l’osservatore gli dice che probabilmente ha provato rabbia.

Difficoltà di distinguere fra stati emotivi soggettivi e le componenti somatiche dell’attivazione emotiva
I soggetti alessitimici esprimono le proprie emozioni preminentemente attraverso la componente fisiologica poiché incapaci di elaborarne l’aspetto soggettivo vissuto. Per cui, il paziente dell’esempio precedente riferisce le modificazioni somatiche avvertite (irrequietezza motoria, tensione muscolare, pirosi gastrica, tremori, ecc.) ma non comprende che l’esperienza della rabbia ingloba in sé tutte le sensazioni riferite. Dalla psicoanalisi, tale caratteristica viene considerata una difesa massiva contro un’angoscia di natura psicotica, per cui la distanza posta fra affetto e rappresentazione denota la distruzione del legame di significato fornito dalle parole e da ciò che esse simbolizzano. Dal punto di vista cognitivistico, è stata concettualizzata come attenzione selettiva ed amplificazione delle componenti somatiche delle emozioni e come predisposizione all’agire motorio per scaricare una spiacevole tensione interna, il che spiegherebbe il motivo per cui i soggetti alessitimici sviluppino ipocondria, disturbi di somatizzazione e comportamenti compulsivi come abbuffate alimentari, abuso di sostanze psicoattive, anoressia nervosa.

Povertà dei processi immaginativi
La povertà di immaginazione e di tutte le funzioni ad essa connesse sono facilmente osservabili nell’attività onirica dei soggetti alessitimici. Essi non sognano quasi mai e i loro sogni sono comunque caratterizzati dal fatto di riprodurre pezzi di vita reale, avvenimenti diurni, eventi della vita lavorativa. Allo stesso modo, i sogni ad occhi aperti sono quantitativamente molto scarsi e qualitativamente molto poveri poiché anch’essi si soffermano su eventi accaduti o su preoccupazioni per il futuro. Il colloquio con i soggetti alessitimici è pertanto duro, noioso, frammentario, rigidamente circoscritto a sintomi, esami medici o eventi accaduti. Fisicamente appaiono rigidi nella postura corporea e nella mimica facciale.

Stile cognitivo orientato verso la realtà esterna
I soggetti alessitimici sono elettivamente concentrati su tutto ciò che è esterno alla vita psichica. Sul piano cognitivo, ciò si manifesta attraverso un pensiero razionale che tende a illustrare azioni ed esperienze senza investimenti affettivi, come se l’individuo fosse spettatore più che attore delle propria vita. L’attenzione è concentrata sui dettagli della realtà fattuale, di cui riescono a descrivere i dettagli anche minuziosamente ma senza mai dare la sensazione all’osservatore che vi stiano partecipando emotivamente.

Conformismo sociale
I soggetti alessitimici mostrano una stretta aderenza alle regole sociali di adattamento, per cui sembrano definiti dall’esterno in termini di identità di ruolo. Al contrario, mancano delle qualità soggettive di interpretazione della propria identità ed evidenziano scarsa capacità di sintonizzazione con le emozioni altrui, mostrando marcate difficoltà a formare e conservare nel tempo relazioni interpersonali intime.
In conclusione, i soggetti alessitimici hanno caratteristiche al confine fra più sindromi psicopatologiche (disturbi depressivi, ossessivo-compulsivi, personalità dipendente), differenziandosene per la peculiarità di un disturbo cognitivo di elaborazione delle emozioni, o meglio della componente psicologica degli affetti a fronte di un eccesso di espressività della componente fisiologica.

Storia del costrutto
Il costrutto di alexithymia è nato 30 anni fa e si è modificato nel corso della sua evoluzione concettuale. Le tappe più importanti di questa storia sono le seguenti:

Sul finire degli anni ’40, Jorgen Ruesch (1948) aveva osservato che molti pazienti con patologie mediche croniche o con le “classiche” malattie psicosomatiche manifestavano marcate difficoltà di espressione verbale e simbolica degli affetti, con caratteristiche del tutto diverse da quelle presentate dai pazienti nevrotici. Egli attribuì tali caratteristiche ad un arresto nello sviluppo della personalità, considerando tale deficit evolutivo come il problema centrale della personalità psicosomatica (personalità infantile).

Agli inizi degli anni ’60, gli psicoanalisti francesi Pierre Marty e Michel de M’Uzan (1963) (che fonderanno in seguito l’Ecole Psychosomatique de Paris) pubblicano osservazioni cliniche su pazienti somatici che manifestano una struttura cognitivo-affettiva molto simile al costrutto di alexihtymia (che definirono pensiero operatorio), con uno stile di pensiero letterale ed utilitaristico accompagnato da un marcato impoverimento affettivo.

Nel 1976 la XI European Conference on Psychosomatic Research (ECPR) (Brautigam-von Rad, 1977) viene dedicata per intero al costrutto di alexithymia, consentendo per la prima volta ai ricercatori dell’allora recente costrutto di incontrarsi e discutere, sancendone l’ufficialità nella comunità scientifica e promuovendone lo sviluppo futuro.

A metà degli anni ’80, il gruppo di Toronto fa compiere una svolta cruciale al costrutto quando pubblica la prima scala empiricamente validata per l’assessment del costrutto. Il gruppo di Toronto è costituito da Graeme Taylor (psicoanalista e teorico del gruppo, docente all’Università di Toronto), Mike Bagby (psicologo clinico che si occupa prevalentemente di psicometria, del Clarke Institute di Toronto) e Jim Parker (psicologo clinico che si occupa fondamentalmente di studi sperimentali di laboratorio, della Trent University di Peterborough). Nel 1985 il gruppo pubblica la Toronto Alexithymia Scale (TAS) nella versione a 26 items (Taylor et al, 1985) e 10 anni dopo la sua revisione a 20 items (TAS-20) (Bagby et al, 1994; Parker et al, 2003; Taylor et al, 2003). Prima della TAS, nel decennio 1975-1985 i risultati delle ricerche erano stati ottenuti con strumenti poco robusti dal punto di vista psicometrico, come il Beth Israel Questionnaire (BIQ), la Schalling-Sifneos Personality Scale (SSPS) o la scala sull’alexithymia ricavata dal MMPI (MMPI-A). La scarsa considerazione verso il costrutto di alexithymia da parte della comunità scientifica del tempo fu dovuta in parte alla scarsa validità e affidabilità di queste prime scale di valutazione, anche se dotate di buona face validity in quanto i contenuti degli item erano incentrati sulle caratteristiche teoriche e cliniche centrali del costrutto. Lo sviluppo della TAS e della TAS-20 ha impresso uno sviluppo impressionante alle ricerche che sono passate da una trentina di lavori pubblicati nel periodo 1970-79 agli oltre 500 nel periodo 1995-2004 (fonte: Medline). La TAS-20 è uno sviluppo della TAS a 26 items di cui sono stati corretti alcuni problemi riscontrati negli studi di validazione. Fondamentalmente sono stati eliminati dalla TAS-26 quegli items (riferiti al conformismo sociale ed alla funzione di daydreaming) che non risultavano correlati con gli altri fattori.

Nel 1997 il gruppo di Toronto pubblica la monografia Disorder of Affect Regulation (Taylor et al, 1997) (tradotta in italiano da Mario Speranza per Giovanni Fioriti Editore nel 2000 con il titolo I disturbi della regolazione affettiva). Questo libro costituisce una svolta epocale nel costrutto di alexithymia poiché segna definitivamente il passaggio dall’ambito della medicina psicosomatica in senso stretto all’universo più ampio dei disturbi multi-determinati sia fisici che psicopatologici caratterizzati dalla disregolazione affettiva, di cui diremo dopo.

Alla XXV ECPR di Berlino del giugno 2004, il gruppo di Toronto illustra i primi risultati relativi alla Toronto Structured Interview for Alexithymia. Si tratta di un’intervista strutturata a 24 items, parzialmente finanziata dal Ministero della Salute canadese e tuttora in via di costruzione. La scala intende rispondere a due critiche fondamentali rivolte alla TAS-20. Primo, la TAS-20 è uno strumento self-report e appare in aperta contraddizione con il costrutto misurato poiché per definizione gli alessitimici hanno scarso accesso introspettivo all’autovalutazione (cfr. Lumley, 2000), per cui è necessaria una valutazione clinica delle caratteristiche del paziente da parte di un osservatore. Secondo, come dicevamo, la TAS-20 non “copre” aspetti clinici importanti del costrutto, come i tratti di conformismo sociale e la ridotta capacità di fantasticare. Tali aspetti clinici restano centrali nel costrutto ma non vengono valutati dalla TAS-20 poiché gli items relativi ad essi sono risultati psicometricamente deboli.

Le scale di Toronto
Le scale di Toronto di assessment dell’alexithymia (TAS e TAS-20) sono le più usate al mondo. Dal 1986, sono state usate nel 90% degli studi pubblicati e dal 1994 la TAS-20 è stata citata più di 340 volte nelle pubblicazioni scientifiche su riviste con peer-review. Sono state tradotte in 20 lingue diverse, fra cui le principali europee (danese, tedesco, finlandese, italiano, francese, greco, norvegese, portoghese, spagnolo, polacco, ungherese, svedese e olandese) ed alcune extra-europee (hindi, tamil, giapponese, coreano, lituano, cinese ed ebraico). Il gruppo di Toronto, nello spirito della collaborazione scientifica internazionale, dà generalmente il proprio consenso ad usare la traduzione nelle lingue nazionali se la struttura fattoriale della scala è identica a quella originale, articolata in tre fattori (IDE, identiyfing feelings; COM, communicating feelings; EOT, externally-oriented thinking), mediante la confirmatory factor analysis.
È immediatamente comprensibile che l’uso di una misura omogenea dell’alexithymia da parte della comunità scientifica consente:

  • di accumulare dati empirici ottenuti con uno stesso strumento;
  • di confrontare le ricerche condotte in paesi diversi;
  • di esplorare le varie spiegazioni dei risultati ottenuti con la stessa scala.

Nel 1996 è stato pubblicato il lavoro sulla validazione della traduzione italiana della TAS-20 (Bressi et al, 1996) e nel febbraio 2005 è prevista la pubblicazione di un libro della Masson a cura di D.La Barbera e V.Caretti sulla TAS-20. Nel 2003 è invece stato pubblicato un interessante lavoro di confronto delle varie traduzioni della TAS-20 da cui emerge la sua capacità di misurazione omogenea del costrutto di alexithymia (Taylor et al, 2003).

L’assessment dell’alexithymia
Uno dei problemi dell’assessment di un costrutto psicologico è però, paradossalmente, proprio l’uniformità della misurazione. Un unico strumento di misura introduce nella ricerca un bias sistematico (ossia l’inclusione, inevitabile anche se indesiderata, di fattori che non si volevano misurare con una certa scala) che non può essere eliminato finché non si trova un altro strumento, psicometricamente valido ma di tipo diverso, che confermi la validità dei risultati ottenuti con il primo. Si tratta della cosiddetta matrice multitratto-multimetodo di Campbell e Fiske (1955) secondo cui la validità di uno strumento di assessment psicologico non deve essere correlato a costrutti teorici indipendenti (validità divergente) e, nello stesso tempo, deve correlare con scale che misurano lo stesso costrutto ma ottenute con metodo di misurazione indipendente (validità convergente). Per le scale di Toronto, il problema resta la natura del test: è un test self-report che necessariamente comporta il bias sistematico dell’auto-valutazione: non si può sapere se il modo in cui il soggetto sta rispondendo alla scala self-report è diverso dal modo in cui risponderebbe ad un’altra scala – ad esempio etero-somministrata – che misuri lo stesso costrutto. In sostanza, è possibile che un soggetto valuti se stesso come alessitimico ad una scala self-report come la TAS-20 ma risulti alessitimico se osservato da un esaminatore esterno e, viceversa, che non valuti se stesso come alessitimico al test self-report ma che lo risulti quando viene valutato con uno strumento eterogeneo come una scala observer-rated.
Per questo motivo, sono state recentemente sviluppate alcune misure alternative alla TAS-20, il cui uso per la ricerca (in congiunzione o in alternativa alle scale di Toronto) è ancora in fase di validazione. Fra le più importanti si possono menzionare:

  • la scala olandese di Bermond e Vorst (Bermond-Vorst Alexithymia Questionnaire, BVAQ) (Vorst-Bermond, 2001);
  • la scala californiana di Haviland (Observer Alexithymia Scale, OAS) (Haviland et al, 2000);
  • la Toronto Structured Interview for Alexithymia (TSIA) dello stesso gruppo di Toronto;

alcuni indici del Rorschach Comprehensive System (Porcelli-Meyer, 2002; Porcelli, 2004).
La proposta di un nuovo strumento di misurazione deve però rispettare alcuni canoni per ottimizzare il rapporto bilanciato fra esigenze teoriche di sviluppo e affidabilità psicometrica. È infatti necessario testare continuamente i limiti di uno strumento già esistente ma l’introduzione di una nuova scala in un settore della ricerca deve anche aggiungere validità incrementale rispetto a quella precedente (ossia deve fornire informazioni quantitativamente maggiori e qualitativamente migliori rispetto alla scala precedente, informazioni che non si possono ottenere con la prima scala per suoi limiti strutturali ineliminabili). Se così non fosse, si correrebbe il rischio di gettar via il lavoro già svolto (valido) e di accumulare letteratura non strettamente necessaria.

L’evoluzione del costrutto
In sintesi, nei suoi 30 anni di storia, il costrutto di alexithymia ha subito notevoli e sostanziali cambiamenti in almeno 3 aree:

Dalla comunicazione all’elaborazione delle emozioni.
Agli inizi si pensava che la struttura concettuale del costrutto fosse in una difficoltà di comunicazione delle emozioni mentre oggi si ritiene che l’aspetto teorico fondamentale consista in un deficit di elaborazione cognitiva delle emozioni dovuto ad un arresto nello sviluppo delle funzioni di mentalizzazione. La cornice teorica attuale di riferimento è quindi rintracciabile nelle moderne teorie delle emozioni.

Dalla specificità psicosomatica alla vulnerabilità aspecifica.
Agli inizi si riteneva che l’alexithymia fosse maggiormente prevalente nelle patologie psicosomatiche, tanto che si è a torto ritenuto che ne costituisse un aspetto di specificità. Oggi si ritiene al contrario che l’alexithymia sia una predisposizione aspecifica verso vari disturbi sia fisici che psichiatrici, caratterizzati dalla comune matrice della disregolazione degli affetti.

Da strumenti deboli a strumenti validi di misurazione.
Agli inizi la misurazione del costrutto è stata effettuata con strumenti che avevano solo elevata face validity ma sviluppati con scarsa attenzione di validità ed affidabilità. L’introduzione delle scale di Toronto ha consentito un progresso sostanziale nella misurazione del costrutto poiché è stato seguito un processo empirico, e non solo concettuale, di sviluppo della scala.
Il cambiamento di questi tre aspetti del costrutto non ha comportato però il cambiamento dei suoi aspetti fondamentali, per cui l’alexithymia ha conservato inalterato il nocciolo delle sue caratteristiche messe in luce da Sifneos 30 anni fa.

La differenza tra emotions e feelings
Per comprendere il nucleo basilare del costrutto di alexithymia, è fondamentale operare una distinzione concettuale fra due termini di lingua inglese, difficilmente traducibili in italiano senza perdere la complessità dei rispettivi significati: emotions (lett. emozioni) e feelings (lett. sentimenti).
Le emozioni (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati dai sistemi subcorticali e limbici, funzionali alla sopravvivenza della specie e basati su segnali non-verbali come mimica facciale, gestualità, postura corporea e tono vocale. Sono in sostanza la componente biologica dell’affetto.
I sentimenti (feelings) sono invece fenomeni psicologici individuali molto più complessi poiché implicano l’elaborazione cognitiva ed il vissuto soggettivo mediato dalle funzioni neocorticali. Tale componente psicologica dell’affetto consente di valutare la risposta emotiva a stimoli esterni ed interpersonali e di comunicare intenzionalmente le emozioni mediante la funzione linguistica verbale ed extraverbale di simbolizzazione. Essi, pertanto, dipendono dalla cultura di appartenenza, dalle esperienze infantili, dalle rappresentazioni di sé e degli altri, da ricordi, fantasie e sogni.
L’alexithymia non indica pertanto individui senza emozioni – che sarebbe impossibile – ma soggetti con un deficit della componente psicologica dell’affetto (feeling), ossia persone che hanno emozioni (emotions) espresse dalle componenti biologiche degli affetti ma con scarsa o nessuna possibilità di ricorrere agli strumenti psicologici (immagini, pensieri, fantasie) per rappresentarle.
La domanda di base del costrutto di alexithymia è pertanto la seguente: come vengono rappresentate simbolicamente le emozioni (emotions) per cui possono essere percepite consciamente come affetti (feelings) e quindi essere individuate, denominate, regolate ed espresse mediante le funzioni di mentalizzazione e le fantasie?

Alexithymia e teoria del codice multiplo della Bucci
Una ipotesi di risposta alla domanda precedente è rappresentata dal Modello del Codice Multiplo (Multiple Code Theory) di Wilma Bucci (1997), una teoria dell’elaborazione mentale degli input che ha molti punti in comune con il costrutto di alexithymia.
Nel modello della Bucci, la elaborazione subsimbolica riguarda tutti quegli stimoli non-verbali (sentimenti, input motori, stimoli sensoriali) che vengono processati “in parallelo”: ad esempio, riconoscere le emozioni nell’espressione facciale altrui o una voce familiare nella confusione di una festa oppure arrivare di testa su un cross al momento giusto e all’altezza giusta giocando a calcio o, per restare su un terreno più professionale, intuire il timing dell’interpretazione al paziente. La elaborazione simbolica non-verbale riguarda invece quelle immagini mentali (un volto, una musica, un’espressione) che, pur presenti alla coscienza, non possono essere tradotte in parole. La modalità simbolica verbale riguarda quel potentissimo strumento mentale mediante il quale l’individuo comunica il proprio mondo interno agli altri e conoscenza e cultura vengono trasmesse da un individuo ad un altro. I tre sistemi, secondo la Bucci, pur essendo governati da principi differenti, sono anche connessi. La Bucci definisce processo o attività referenziale tale complessa connessione bidirezionale dalle emozioni alle parole e viceversa, ed ha anche elaborato strumenti di assessment dell’Attività Referenziale. L’attività referenziale non è una semplice trasformazione lineare dell’emozione da una modalità all’altra ma la connessione di componenti separate di uno schema emotivo che consentono di trasformarne il significato. L’alexithymia è, nel modello della MCT, un deficit delle connessioni referenziali fra le tre modalità di elaborazione degli input.
Nell’alexithymia. le emozioni (modalità sub-simbolica non-verbale) risultano connesse ad immagini (modalità simbolica non-verbale) e parole (modalità simbolica verbale) solo debolmente o per nulla. Esse sono quindi vissute come sensazioni somatiche scarsamente differenziate (con prevalenti manifestazioni fisiche della sintomatologia associata) o impulsi all’azione (con prevalenti manifestazioni psicopatologiche nella sintomatologia associata). In particolare, secondo l’ipotesi di Bermond (1997), quando le connessioni non sono formate per deficit si ha l’alexithymia di tipo I (scarsa consapevolezza ed espressione degli affetti) mentre quando vengono interrotte o disturbate per un processo traumatico, come ad esempio nel PTSD o nelle sindromi dissociative, si ha l’alexithymia di tipo II (normale consapevolezza ma scarsa espressione degli affetti).

Alexithymia e modello cognitivo-evolutivo di Lane e Schwartz
Un’altra ipotesi teorica di risposta alla domanda di base dell’alexithymia è costituita dal modello cognitivo-evolutivo di Lane e Schwartz (1987). Si tratta di un modello di sviluppo dell’elaborazione cognitiva e della consapevolezza delle informazioni provenienti sia dal mondo esterno che dal mondo interno e che prevede 5 livelli di evolutivi di organizzazione:

  • riflessivo sensomotorio: le emozioni vengono inizialmente percepite solo come sensazioni corporee ma sono visibili dall’esterno grazie alle espressioni facciali,
  • recitativo sensomotorio: le emozioni vengono successivamente vissute sia come sensazione corporea che come tendenza all’azione,
  • preoperazionale: in seguito le emozioni vengono vissute non solo somaticamente ma anche psicologicamente, ma sono unidimensionali ed i descrittori verbali usati per esse sono stereotipati,
  • operazionale concreto: viene abbozzata una consapevolezza rudimentale di un insieme misto di emozioni ed il soggetto è parzialmente in grado di descrivere stati emotivi complessi e differenziati come parti delle proprie esperienze soggettive,
  • operazionale formale: piena consapevolezza dell’insieme complesso di emozioni, capacità di operare distinzioni più raffinate fra varie sfumature emotive e di comprendere l’esperienza emozionale complessa negli altri. L’alexithymia potrebbe costituire un arresto evolutivo nella fase di passaggio di tipo pre-operazionale, ossia in quella fase dello sviluppo psicologico in cui la consapevolezza degli affetti non è sfumata ed articolata ma assume le emozioni in modo unidimensionale con caratteristiche esperienziali rigide e dicotomizzate.

Alexithymia e disregolazione affettiva
Elaborata all’interno di una cornice teorica unitaria come quella fornita dal modello evolutivo di Lane e Schwartz o dal modello cognitivo-affettivo di Wilma Bucci, l’alexithymia viene oggi concepita come una dimensione di personalità di predisposizione ai disturbi della regolazione affettiva.
Il concetto di regolazione affettiva non indica semplicemente il controllo delle emozioni ma la capacità di tollerare affetti negativi (noia, vuoto, perdita, angoscia, depressione, irritabilità, rabbia) intensi e/o prolungati bilanciandoli con affetti di tono positivo in modo autonomo, ossia senza ricorrere ad oggetti esterni o acting comportamentali (desideri suicidi, automutilazioni, uso di sostanze, somatizzazione, disturbi dell’alimentazione, disorganizzazione comportamentale, ecc). Implica quindi l’attivazione di vari sistemi reciprocamente interconnessi di elaborazione della risposta affettiva, nelle sue componenti biologiche (neuro-fisiologiche e motorie) e psicologiche (vissuti ed elaborazioni cognitive). Riguarda, inoltre, una dimensione intersoggettiva poiché le relazioni con gli altri forniscono una regolazione interpersonale degli affetti in senso positivo (ad es. induzione di calma e rilassamento) o negativo (perdita, aggressività, tensione).
I disturbi della regolazione affettiva si riferiscono quindi a tutte quelle condizioni cliniche in cui l’individuo non è in grado di utilizzare gli affetti come sistemi motivazionali e di informazione in relazione ai propri stati emotivi ed al rapporto con gli altri.

Prevalenza dell’alexithymia nella clinica
Dalla letteratura emergono due tipi di verifica per l’ipotesi che lega il costrutto di alexithymia a quello di disregolazione affettiva. Il primo proviene dagli studi di prevalenza. Dai dati pubblicati fino ad oggi con le scale di Toronto, è evidente che ci sono due gruppi di patologie in cui l’alexithymia è maggiormente prevalente. Tagliando il grafico dei tassi di prevalenza al 40% di frequenza di alessitimici positivi, emergono nettamente due gruppi. Al di sotto del 40% ci sono disturbi nevrotici (fobici, ossessivo-compulsivi e sessuali) e psicosomatici classici (disturbi cardiovascolari, binge eating, artrite reumatoide, colite ulcerosa e neurodermatiti). Al di sopra troviamo invece disturbi psichiatrici (depressione maggiore, tentativo di suicidio, abuso sessuale, PTSD, disturbi del comportamento alimentare, disturbi dissociativi e di panico) e somatici (cancro della cervice uterina, dolore cronico, ipertensione, utilizzatori frequenti di servizi medici e disturbi funzionali gastrointestinali), ossia disturbi nosologicamente multipli ma accomunati dalla difficoltà individuale di regolare gli affetti mediante strutture cognitive o funzioni di mentalizzazione.

Alexithymia e studi di brain imaging
Il secondo tipo di verifica è dato da studi di neuroimaging. Ad oggi sono state avanzate 3 ipotesi neurobiologiche esplicative dell’alexithymia, tutte coerenti con il modello della disregolazione degli affetti poiché coinvolgono le medesime aree e funzioni cerebrali implicate nella regolazione delle emozioni. Le prime due ipotesi riguardano la specializzazione emisferica, la seconda le relazioni tra aree corticali.
Secondo la prima ipotesi, l’alexithymia è dovuta ad un deficit di integrazione della comunicazione inter-emisferica. Nella seconda ipotesi, strettamente connessa alla prima, l’alexithymia è dovuta ad una disfunzione dell’emisfero destro. Gli studi che hanno esaminato questi aspetti hanno utilizzato stimoli come la localizzazione tattile delle dita, i movimenti oculari laterali coniugati e il riconoscimento di stimoli emotivi. Gli studi hanno dimostrato che, rispetto ai controlli, i soggetti alessitimici:

  • hanno ottenuto punteggi più bassi di localizzazione delle dita mediante l’altra mano (Zeitlin et al, 1989; Parker et al, 1999),
  • maggiore movimenti oculari coniugati verso destra (Parker et al, 1992),
  • punteggio più basso di riconoscimento delle emozioni facciali (Parker et al, 1993; Lane et al, 1996).

Secondo la terza ipotesi, il problema non riguarda la specializzazione emisferica ma la disregolazione della corteccia prefrontale e delle regioni delle aree anteriori (in primo luogo, la corteccia anteriore del cingolo) nel corso della valutazione degli stimoli emozionali. Alcuni studi hanno evidenziato che, rispetto ai controlli, i soggetti alessitimici hanno:

  • una ridotta attività della corteccia cingolata anteriore valutata con la PET quando esposti a film con sequenze connotate emotivamente (Lane et al, 1998),
  • una ridotta attività delle regioni cerebrali anteriori e medio-frontali valutati con la fMRI quando esposti ad immagini connotate emotivamente (Berthoz et al, 2002),
  • una ridotta attività della corteccia medio-frontale dell’emisfero destro mediante l’analisi del flusso ematico cerebrale (rCBF) (Kano et al, 2003),
  • una disregolazione delle regioni corticali anteriori nelle primissime fasi dell’elaborazione degli stimoli emotivi (studio della sincronizzazione delle onde theta con EEG) (Aftanas et al, 2003).

A seguito di queste ricerche, Lane e collaboratori (1997) hanno definito l’alexithymia come l’equivalente emozionale della cecità cerebrale (blindfeel model).
Bisogna naturalmente esprimere molta cautela nell’interpretare i risultati di brain imaging poiché a) sono studi di laboratorio e non in vivo, b) riguardano per la maggior parte soggetti volontari sani, c) sono studi di associazione che non dicono nulla né sulla natura delle associazioni né sulla direzione causale dell’associazione.

Lo stato dell’arte sull’alexithymia
In conclusione, lo stato dell’arte sull’alexithymia può essere riassunto nei seguenti termini:

Vulnerabilità aspecifica.
Contrariamente a quanto si pensava inizialmente (ed a quanto molti continuano a pensare ancora oggi), l’alexithymia non è una categoria psicopatologica associata specificamente alle malattie psicosomatiche ma una dimensione di personalità che predispone aspecificamente a disturbi somatici e psichici della regolazione affettiva.

Dimensione di personalità della disregolazione affettiva.
L’alexithymia è quindi ritenuta un costrutto che abbraccia più sindromi classificate in modo discreto dal DSM-IV nell’Asse I e nell’Asse II. Tali sindromi hanno sintomatologie diverse (e pertanto vengono rubricate sotto etichette diagnostiche diverse dal sistema classificatorio categoriale e basato sui sintomi del DSM-IV) ma la base comune nel deficit individuale di abilità nell’auto-regolazione degli affetti (dai disturbi somatoformi a quelli ansioso-depressivi a quelli del comportamento alimentare all’abuso di sostanze alle patologie funzionali con medically unexplained symptoms). Tale ipotesi consente di spiegare la frequente sovrapposizione diagnostica fra disturbi differenti (che viene invece concepita tradizionalmente come comorbilità).

Deficit dello sviluppo del sé.
Coerentemente con le moderne teorie delle emozioni, l’alexithymia viene concepita come un arresto dello sviluppo che compromette l’uso delle funzioni di mentalizzazione per auto-regolare le dinamiche affettive. Tale aspetto evolutivo consente di spiegare la similitudine con altri costrutti psicologici come la funzione riflessiva, l’intelligenza emotiva e i disturbi dell’attaccamento.

Correlati neurobiologici.
Studi recenti che si avvalgono delle moderne tecnologie di brain imaging hanno consentito di avanzare interessanti ipotesi sull’alexithymia. Soggetti alessitimici hanno evidenziato sia un problema di connessione inter-emisferica (e probabilmente iper-attività dell’emisfero destro) che la disregolazione delle aree prefrontali ed anteriori, soprattutto a carico della corteccia anteriore del cingolo. Si tratta di studi pionieristici, difficili da implementare e interpretare, e sono soprattutto studi di associazione. La strada lungo questa direzione di ricerca è ancora tutta aperta ed estremamente interessante, considerate le connessioni fra funzionamento cerebrale e sistema immunitario e disturbi dell’umore.

Necessità di una valutazione multi-metodo dell’alexithymia.
I risultati maggiori sull’alexithymia sono stati ottenuti in tutto il mondo con le scale di Toronto, considerate gold standard del settore. Tuttavia ci sono numerosi problemi concettuali e metodologici nell’uso delle scale self-report di Toronto e vari gruppi di ricerca (compreso quello di Taylor e Bagby) sono al lavoro per elaborare nuovi strumenti di misura, principalmente scale di etero-valutazione. Sicuramente ci saranno molte novità su questo versante nel prossimo futuro. 6. Trattamento dell’alexithymia.
È la grande incognita. Non si sa se e come si possono trattare i pazienti alessitimici. Fino ad oggi vi sono esperienze e casi clinici sparsi da cui emerge che trattare un paziente alessitimico, indipendentemente dalla sintomatologia, è un compito molto arduo sia per la scarsa capacità di elaborazione mentale che per i sentimenti contro-transferali di noia indotti nel terapeuta. Non vi sono studi controllati però sul trattamento. L’unico studio pubblicato è di un’autrice lituana ed ha mostrato gli effetti positivi della psicoterapia di gruppo in alcuni pazienti post-infartuati (Beresnevaite, 2000).

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Relazione presentata al 1º Convegno Internazionale sull’Addiction L’era dell’eccesso: Clinica e psicodinamica dell’addiction
tenutosi a Palermo il 28-29 ottobre 2004,
organizzato dalla Cattedra di Psicologia Clinica (Prof. Daniele La Barbera) e dalla Cattedra di Psicopatologia dello Sviluppo (Prof. Vincenzo Caretti) dell’Università di Palermo.

Inconscio

Come intendeva l’inconscio Erickson di Dominique Megglè

L’inconscio è inteso da Erickson come un grande serbatoio di risorse: “Associa immagini, sensazioni, idee e simboli secondo rapporti di analogia e somiglianza che hanno fra loro, operando in un presente permanente. Queste catene di associazioni si spezzano e si intersecano, si allacciano e si sciolgono in una complessità che sfida qualsiasi analisi razionale. È questo il motivo per cui Erickson considerò l’analisi freudiana dell’inconscio un’impresa prometeica, irrealistica e inefficace. La complessità dell’inconscio e la povertà dei mezzi del conscio sono tali che è meglio lasciare che sia l’inconscio a disfare ciò che ha fatto. La terapia deve solo fornirgli il contesto in cui farlo. Tanto peggio se non comprendiamo il motivo per cui il paziente sta meglio!” (Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni, 1998 Como, p. 122)

Erickson quindi non insegna alcuna teoria al paziente ma entra nel mondo del malato e mira a comunicare direttamente alla sua mente inconscia secondo il suo linguaggio.
Erickson riprende antiche procedure di guarigione come l’uso delle metafore “Esse aiutano a indurre uno stato ipnotico e a curare il malato. Se, sentendo una storia, il paziente manifesta improvvisamente i segni di una trance, significa che il terapeuta ha raggiunto il cuore del problema. La storia, per essere ipnotica, deve avere rapporti metaforici con il problema in questione, ma soprattutto non deve avere con quello un rapporto razionale evidente, altrimenti la mente conscia se ne approprierebbe per dissertare. Le metafore consentono di aggirare le resistenze che il paziente oppone al cambiamento: sono un modo indiretto di suggerire delle piste di soluzione all’inconscio” (Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni, 1998 Como, pp.125-126).

Anche l’uso di prescrizioni paradossali, di compiti a casa, di rituali, di corvée… ricorda l’agire di un maestro Zen, di uno sciamano oppure di un guaritore. Questi compiti impartiti al cliente da una parte impegnano la mente conscia dall’altra evocano un cambiamento e sono carichi si significati simbolici.

Secondo Erickson il terapeuta deve promuovere il cambiamento tramite questi “inganni” per liberare il paziente dalle limitazioni apprese: “… la coscienza dell’uomo moderno razionalistico gli permette di sfruttare solo in minima parte le sue risorse mentali. Ecco perché l’approccio ericksoniano, a differenza della maggior parte delle psicoterapie tradizionali volte a rendere coscienti i contenuti inconsci, consiste nell’attivare le associazioni inconscie eludendo l’intenzionalità cosciente del soggetto. “Se il suo Io fosse capace di risolvere il problema – fa rilevare Erickson – il paziente non avrebbe bisogno di un terapeuta.” (Walter Oberhuber Ipnosi, FrancoAngeli, 2000 Milano, p. 35)

 

Tratto da Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni

Autoipnosi di M. H. Erickson

Una paziente mi disse: “Io ho una grave nevrosi, ma non posso parlarne con lei, né con nessun altro. La conosco attraverso alcuni amici che sono suoi pazienti. Ma non ho il coraggio di dirle qual è il mio problema. Allora, vuole essere il mio terapeuta?” “Si, in qualunque modo mi sia possibile”, risposi. “Bene, voglio fare così”, disse la donna. “La sera, verso le undici, prenderò la macchina e verrò a parcheggiare nella sua stradina, e immaginerò che lei sia in macchina con me. E allora penserò per bene al mio problema”. Mi pagò due sedute. Non so quante volte passò metà della notte, fino quasi alle quattro del mattino, nella mia stradetta a lavorare al suo problema. Lavorava al suo problema e mi pagò solo due sedute.

Poi mi disse: “Ho risolto il mio problema. Ora, se lei è disposto, collaborerò con lei a del lavoro sperimentale”. Così Linn Cooper [co-autrice insieme a Erickson di Time Distortion in Hypnosis – trad.it. “distorsione temporale nell’ipnosi” in M.H. Erickson, Opere, Vol II, casa editrice Astrolabio] e io la utilizzammo in esperimenti di distorsione temporale in ipnosi. Così in realtà mi pagò, col tempo che mi dedicava.

E io le suggerii di servirsi della trance, quando Linn Cooper e io lavorammo sulla distorsione temporale, a suo proprio vantaggio. Linn Cooper e io eravamo soddisfatti: stavamo ottenendo quello che volevamo. E anche lei penso che ottenne quello che voleva. In questo caso abbiamo un esempio preso alla lettera del motto di Erickson ” E’ il paziente che fa la terapia”. E tuttavia questa paziente aveva bisogno di sapere che Erickson era il suo terapeuta.

Ovviamente la donna non poteva trattare il proprio caso senza un terapeuta. Forse questo bisogno di un’altra persona, un terapeuta (non fosse altro che nella fantasia), conferma l’insegnamento di Martin Buber, quando dice che solo dal rapporto con gli altri possiamo essere appagati e resi capaci di crescere.

Tratto da M. H. Erickson, LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ . I racconti didattici di Milton H. Erickson, a cura di Sydney Rosen – casa editrice Astrolabio

Il linguaggio e l’arte della suggestione di Milton H. Erickson e Ernest L. Rossi

L’arte della suggestione risiede nell’impiego delle parole e degli svariati significati delle parole. Io ho passato molto tempo a leggere dizionari. Quando leggete le varie definizioni che può avere una stessa parola, questo cambia completamente il concetto che avevate di quella parola, e di come può essere impiegato il linguaggio.

Si può correre svelti o vestirsi svelti. Ci sono donne che sono svelte. Prendete la parola cambio. Se cambio parere è cosa molto diversa che se vado in banca e cambio dei soldi, oppure se in diligenza mi fermo alla stazione di cambio. E quando cambio abito, è tutt’altra cosa ancora. Non sto cambiando abito, sto cambiando quello che indosso. E così via. Ci sono tante di quelle parole con molteplici impieghi! Quando cominciate a riconoscerle, potete sapere la differenza tra davvero e davvero (detto in tono più profondo e accentuato).

Davvero detto per davvero significa qualcosa di ben preciso, per un bambino piccolo.

R. Tanta parte dell’arte e della scienza della suggestione risiede nel sapere e nell’utilizzare correttamente questi significati multipli delle parole, nonchè l’accentuazione di voce e la sequenza in cui sono pronunciate.

Tratto da Milton H. Erickson e Ernest L. Rossi, L’ESPERIENZA DELL’IPNOSI. Casa Editrice Astrolabio

Approccio Ipnotico Bambini

Approccio ipnotico con i bambini: Il graffio traumatico di M.H. Erickson

Mi viene in mente di quella bambina mia vicina che un giorno corse a trovarmi perchè sono un medico. Aveva quella che lei pensava essere una brutta grossa ferita sulla gamba, proprio al di sopra del ginocchio. Piangeva, era spaventata, voleva che facessi qualcosa.

Implorava: “Tu sei un medico, devi fare qualcosa per la mia ferita – fa male – è terribile!”

Io le dissi: “Fa un male terribile in quel punto preciso”, e lei disse di si. Faceva un male terribile in quel punto preciso, e io indicai quel minuscolo graffio che vedevo. Poi continuai:

“Fa un male terribile in quel punto preciso. Non fa male qui, a un centimetro a sinistra. Non fa male qui, a un centimetro a destra. Solo proprio in quel punto. E fa male da qui a qui”, e indicai tutta la lunghezza di quel graffio di due centimetri.

La bambina seppe che io capivo davvero la situazione, così poi dissi: ” Adesso possiamo passare al lavoro e far smettere il dolore”.

Mi ero guadagnato la fiducia totale della bambina, perchè mi ero reso conto che la sua ferita le faceva un male terribile. Però non faceva male qui, non faceva male lì. Faceva male solo in quel punto preciso, e da qui a lì. Avevo ristretto l’orientamento della realtà della bambina a quel graffio di due centimetri; cossiché ora noi due potevamo metterci al lavoro e far passare il dolore. Visto che era una bambina, per togliere il dolore bastavano poche parole di suggestione. Non volle nemmeno un cerotto, anche se le offrii la scelta tra vari colori. Il graffio non era poi tanto brutto, era la paura che era bruttissima, ma la paura sarebbe passata.

Orbene, che tipo di trance indussi in lei? Una trance leggerissima, direi, ma per quanto riguardava la sua ferita era una trance davvero molto profonda.

Nella pratica dell’odontoiatria si vuole che il paziente sia in trance molto profonda per quanto riguarda la bocca, ma in trance molto leggera per quanto riguarda altre cose. Per quanto riguarda questo fatto della paura e dell’ansia dovete cercare di focalizzare l’attenzione del paziente attraverso un riconoscimento di questa sintomatologia – delle sue paure e ansie.

Non dovete mai cercare di screditare quella che il paziente sa essere per lui una realtà.

 

Tratto da Milton H. Erickson, GUARIRE CON L’IPNOSI. a cura di E.L. Rossi – M.O. Ryan – F.A. Sharp. Casa Editrice Astrolabio