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Autore: Hiram

Reiki

Reiki e Sanità: un connubio possibile?

Premessa
Queste pagine sono state scritte al fine di informare in modo corretto rispetto al Reiki ed ai suoi attuali utilizzi in campo sanitario in Italia e nel mondo, eliminando malintesi e pregiudizi e facilitandone la sua accettazione anche nel nostro paese, così come avviene ad esempio in USA e Canada.
Da questo documento sono stati esclusi gli esempi che non erano riscontrabili o per i quali mancavano i riferimenti utili per contattare le persone/gli ospedali citati, in modo da fornire solo dati certi che rendano queste pagine uno strumento utile per chi voglia approfondire i vari argomenti trattati.
Rispetto al Reiki, coloro che non lo conoscono e desiderano capire di cosa si tratta possono visitare in questo sito la parte riguardante questa tecnica e la sua storia. Tuttavia per chi avesse il desiderio di conoscere realmente il Reiki consiglio di frequentare un corso di primo livello, non essendo facile attraverso libri e descrizioni comprendere appieno questa tecnica, così lontana da ciò a cui siamo abituati (1)

Studi scientifici riguardanti l’efficacia del Reiki
In questo dossier sono state volutamente ignorate le numerosissime testimonianze, relative a guarigioni o benefici in seguito a cicli di trattamenti Reiki, aventi carattere descrittivo o aneddotico e quindi non adatte ad esami di tipo statistico. Vi sono però numerosi studi condotti con criteri rigorosamente scientifici e da persone preparate per condurli (generalmente medici): per quelli di cui sono a conoscenza fornisco qui di seguito i riferimenti.

In Italia
La Dott.ssa Silvia Cecchini (2) ha condotto uno studio controllato in portatrici di infezione cervicale da HPV trattate con Reiki, con gruppo di controllo: dopo 6 mesi la percentuale di regressione spontanea nelle pazienti non trattate è stata del 27%, coerente con la percentuale riportata dalla letteratura, mentre per il gruppo trattato con Reiki la regressione si è avuta nell’83% dei casi.
La Dott.ssa Luisa Merati (3) coordina un progetto di ricerca riguardante l’efficacia del Reiki nella terapia dell’emicrania presso l’Ospedale S. Carlo Borromeo di Milano: viene proposto ai pazienti un ciclo di trattamenti Reiki a pagamento, monitorando lo stato del paziente prima e dopo la cura. I risultati dello studio (Riza Scienze, 1/04) evidenziano che “il trattamento Reiki ha indotto, nella quasi totalità delle sedute, uno stato di rilassamento medio / profondo: dato interessante trattandosi di pazienti sofferenti di emicranie, che normalmente incontrano difficoltà ad abbandonare il controllo e a lasciarsi andare”.
Per approfondimenti rimando all’articolo su Lifegate ed al sito del Centro Medicina Psicosomatica dell’Ospedale San Carlo Borromeo, dove nella sezione “servizi al pubblico” troverete alnche il Reiki con le relative tariffe e la dottoressa da contattare per i trattamenti.

Negli USA
Su questo sito è presente una raccolta di studi scientifici provenienti soprattutto dagli USA, in parte raccolti grazie al lavoro della già citata Dott.ssa Silvia Cecchini, che hanno dato esito positivo riguardo all’efficacia del Reiki nel trattare le patologie oggetto degli studi stessi.

Reiki nel Servizio Sanitario Nazionale
L’OMS segue con attenzione da anni il ritorno alle terapie non convenzionali e la loro diffusione, tanto che proprio nell’ambito del Centro per le medicine tradizionali dell’OMS sono state prodotte delle linee guida per la pratica dell’agopuntura e per la ricerca sulle medicine complementari. La traduzione italiana delle linee guida è stata presentata il 5 ottobre 2002 a Milano, nel corso di un convegno che si è svolto all’Università Statale. Durante il convegno Xiaroui Zhang, coordinatrice del Centro per le medicine tradizionali, ha elencato gli obiettivi del Centro OMS: favorire l’integrazione delle medicine complementari nei sistemi sanitari pubblici o assicurativi, produrre studi di efficacia sulle diverse terapie, fare in modo che le cure siano accessibili a tutti ma nello stesso tempo distribuite in modo razionale. Non dimentichiamo che per quasi 5 miliardi di persone la medicina alternativa è la nostra!
In alcuni paesi, come ad es. negli USA, molto si è già fatto in questa direzione, ed in Italia credo di poter affermare che stiamo recuperando il ritardo.
La già citata Dott.ssa Silvia Cecchini sul suo sito internet ha lanciato un appello per l’introduzione del Reiki nel S.S.N., dichiarando fra l’altro “Penso che sarebbe un grande passo avanti per ogni ospedale promuovere corsi di aggiornamento per personale medico e paramedico sul Reiki”. Due medici di Milano (3)(4) hanno curato una pubblicazione di Riza Scienze (gennaio 2002) dedicata al Reiki nella quale si dichiara di auspicare l’ingresso del Reiki all’interno degli ospedali. Su questa pubblicazione, nel capitolo intitolato “Vantaggi economici del Reiki nella gestione sanitaria” possiamo leggere:
“Reiki ha una grande potenzialità in campo medico sanitario in quanto:
– non ha effetti collaterali, né tantomeno controindicazioni
– è estremamente riproducibile, indipendentemente dalla persona fisica del curante
– è praticabile da medici, infermieri, fisioterapisti, psicologi o volontari, su pazienti ricoverati in ospedale o in hospice, in regime ambulatoriale o di day-hospital, e a domicilio. A domicilio può essere eseguito anche dai familiari dei pazienti e dal paziente stesso con l’auto-trattamento, senza costi aggiuntivi per il sistema sanitario.
– Non utilizza aghi, strumenti o apparecchiature, o strutture particolari
– È di facile apprendimento ed alla portata di tutti. Le attivazioni di primo livello si effettuano in 12 ore da parte di un Reiki Master.”
Qui di seguito cercherò di dare un’idea su quanto viene già fatto a livello sanitario in Italia e negli USA, sapendo di non poter essere esaustivo essendo l’argomento vasto ed in continua evoluzione, e fornirò i riferimenti necessari per eventuali approfondimenti.
Per semplicità ho qui diviso la trattazione in tre differenti modalità di utilizzo del Reiki: come aiuto per l’operatore sanitario, come cura palliativa e come cura vera e propria.

1 – L’operatore sanitario per sé.
Le professioni mediche e paramediche sottopongono il personale ad uno stress superiore a molte altre professioni. Il Reiki ha un’efficacia comprovata nella prevenzione e cura del “burnout”, aiuta a riprendersi dalla fatica fisica, dallo stress per i cambiamenti di orario dovuto ai turni, migliora la qualità del sonno e più in generale rinforza il sistema immunitario della persona, diminuendo le probabilità di assenze per malattia.
Il CESPI di Torino, ente di formazione per gli infermieri collegato all’Ipasvi (Collegio degli infermieri), dall’autunno del 2002 include corsi di Reiki nel suo programma.

Negli USA i corsi di Reiki vengono inseriti dalle associazioni professionali tra quelli che danno diritto all’acquisizione di “crediti formativi”, chiamati in questo paese CEU (Continuing Education Units): per esempio un coso base di Reiki (il così detto primo livello) dà diritto a 7 punti CEU presso l’American Holistic Nurses Association (AHNA) e presso il National Certification Board of Therapeutic Massage and Bodywork (NCBTMB). Per approfondimenti su questo punto contattare l’International Center for Reiki Training in Michigan.

2 – Sui malati, come cura palliativa
L’efficacia del Reiki per tranquillizzare e rasserenare i pazienti (ad esempio prima di un’operazione), come terapia antidolore, ecc. è universalmente riconosciuta. Il primo reparto di ospedale in cui si inizia a utilizzare il Reiki è spesso, non a caso, quello di oncologia. In questo sito si trova qualche esempio di ospedale che utilizza il Reiki a questo scopo, in Italia e nel mondo. Come parere medico sull’argomento cito nuovamente la Dott.ssa E. Cofrancesco che scrive su Riza Scienze di gennaio 2002, pag 46: “Reiki affianca le terapie convenzionali in numerosi centri ospedalieri di tutto il mondo. Trattandosi di una tecnica “dolce” di distensione e analgesia e presentando i vantaggio di essere a basso costo, facilmente riproducibile ed alla portata di tutti, si presta molto bene come trattamento di supporto e integrativo nella terapia del dolore del malato cronico (artritico, artrosico, fibromialgico), nel male di schiena (back pain), nella cefalea e nel malato oncologico. Nel malato oncologico si è dimostrato utile come trattamento palliativo anche durante i cicli di radioterapia e chemioterapia nel controllo dei sintomi collaterali (sispnea, nausea, vomito, dolori addominali, diarrea). Per lo stato profondo di rilassamento che può indurre, associato ad uno stato di coscienza di tipo meditativo, Reiki può essere di aiuto e di sostegno psicologico anche nell’ammalato terminale. Presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center a New York è utilizzato tra le tecniche palliative individuali di sostegno al malato oncologico, inclusi i pazienti sottoposti a trapianto di midollo osseo. A Milano, presso il Centro di Medicina Psicosomatica dell’Ospedale S. Carlo Borromeo, Reiki è utilizzato come tecnica integrativa di rilassamento e analgesia in pazienti affetti da emicrania. Così pure è segnalato l’uso di Reiki in numerosi altri centri, come il California Pacific Medical Center (CA), il Portsmouth Regional Hospital (NY), il Marin General Hospital a nord di S. Francisco (CA) e molti altri. In questi centri, statunitensi e del Canada, Reiki è utilizzato per lo più dal personale infermieristico e dai fisioterapisti e rientra nel curriculum formativo di queste figure professionali. Inoltre è utilizzato anche da volontari. In questi centri Reiki è utilizzato come un “supplemento” e non come un “sostituto” della terapia convenzionale, e quindi come terapia “complementare” e non come terapia “alternativa” alla terapia ufficiale. Viene utilizzato quindi in pazienti con una diagnosi ben circostanziata e che stanno già ricevendo il trattamento ottimale secondo il sistema medico convenzionale.”

3 – Come cura vera e propria
Anche in questo tipo di utilizzo di solito, ma non necessariamente, il Reiki integra le terapie convenzionali: è il caso per esempio dell’utilizzo nel reparto di pronto soccorso o in sala operatoria (per le sue qualità di antiemorragico, di equilibratore della pressione, ecc.).
Numerosi esempi di impiego del Reiki in ospedale si trovano in vari paesi e soprattutto negli USA, primo paese occidentale in cui il Reiki si è diffuso.

Quanto sopra non pretende di essere esaustivo su un argomento in continua evoluzione qual è l’utilizzo del Reiki nella Sanità: piuttosto si vuol fornire un punto di partenza ed un aiuto per chi volesse farsi un’idea della situazione in questo momento. Eventuali segnalazioni sono certamente gradite e verranno integrate, previa verifica.

La Respirazione, da Malattia e destino di Thorwald Detlefsen

La respirazione comprende la polarità del prendere e dare, e questo è il simbolismo più importane della respirazione. Le lingue antiche usano la stessa parola per indicare respirare e anima o spirito. In latino spirare (respirare) e spritus nella parola inspirazione.

In greco psiche significa respiro ed anche anima. In sanscrito troviamo la parola atman, passata alla moderna lingua indiana, che risulta parente, stretto del tedesco atmen = respirare. In India una persona che ha raggiunto la perfezione viene chiamata Mahatma, che significa letteralmente “grande anima” e anche “grande respiro”.

Dalla filosofia indiana apprendiamo anche che il respiro è, il latore della forza di vita, che gli indiani chiamano “prana”. Nella storia biblica della creazione ci viene raccontato che Dio soffiò sulla zolla di terra e in questo modo l’uomo diventò un essere vivente.

La respirazione comprende la polarità del prendere e dare, e questo è il simbolismo più importane della respirazione. Le lingue antiche usano la stessa parola per indicare respirare e anima o spirito. In latino spirare (respirare) e spritus nella parola inspirazione. In greco psiche significa respiro ed anche anima. In sanscrito troviamo la parola atman, passata alla moderna lingua indiana, che risulta parente, stretto del tedesco atmen = respirare. In India una persona che ha raggiunto la perfezione viene chiamata Mahatma, che significa letteralmente “grande anima” e anche “grande respiro”. Dalla filosofia indiana apprendiamo anche che il respiro è, il latore della forza di vita, che gli indiani chiamano “prana”.

Nella storia biblica della creazione ci viene raccontato che Dio soffiò sulla zolla di terra e in questo modo l’uomo diventò un essere vivente. Qui risiede la sua importanza: il respiro evita che l’uomo si chiuda, si isoli, renda impenetrabile il limite del proprio Io. Per quanto all’uomo piaccia incapsularsi nel proprio Io il respiro lo costringe a mantenere il rapporto con il non-Io. Rendiamoci conto che respiriamo la stessa aria che respira anche il nostro nemico.

Il respiro ci rapporta costantemente a tutto. Il respiro ha quindi a che fare col “contatto” e con la “relazione”. Questo contatto che viene da fuori la propria corporeità avviene negli alveoli polmonari. Il nostro polmone possiede una superficie interna di circa settanta metri quadrati, mentre la superficie della nostra epidermide misura soltanto un metro quadrato o due. Il polmone è il nostro maggiore organo di contatto. Il contatto che stabiliamo con i polmoni è indiretto ma coattivo. Non possiamo impedirlo.

Un sintomo patologico può essere sballottato tra i due organi di contatto: una reazione cutanea repressa può manifestarsi come asma, che curata può trasformarsi di nuovo in una reazione cutanea. Sia l’asma che la reazione cutanea esprimono lo stesso problema; contatto, rapporto. Il rifiuto di prendere contatto con qualcuno attraverso il respiro si manifesta per esempio in uno spasmo respiratorio, come è il caso dell’asma. Anche la proverbiale fame d’aria che ci assale specialmente in ambienti stretti e sovraffollati, è fame di libertà e di spazio libero.

L’asma bronchiale
L’attacco d’asma viene vissuto dal paziente come una sorta di pericoloso soffocamento, chi ne è colpito lotta per l’aria, respira faticosamente, faticando specialmente nell’espirazione. L’asmatico cerca di prendere troppo. Inspira a pieni polmoni e arriva a un sovraccarico dei polmoni e quindi a un crampo respiratorio. Si prende fino al limite estremo possibile e quando si deve restituire, si arriva al crampo. Nell’inspirazione immettiamo ossigeno, nell’espirazione emettiamo anidride carbonica. L’asmatico vuole tenersi tutto e in questo modo si avvelena da solo, in quanto non riesce più a liberarsi di ciò che ha ormai utilizzato. Questo prendere senza dare porta letteralmente ad una sensazione di soffocamento. Il rapporto di dare ed avere deve stare in equilibrio se non si vuole che quanto abbiamo appreso ci soffochi. L’uomo riceve nella misura in cui dà. Se il dare si interrompe, si interrompe il flusso. Se soltanto l’uomo potesse capire che per tutti c’è tutto in abbondanza. Guardiamo dunque l’asmatico: lotta per l’aria, sebbene ne abbia abbondanza. Ma certuni non sono mai sazi. L’asmatico avverte come pericolose le sostanze più semplici ed innocue dell’ambiente circostante e si chiude subito nei loro confronti. L’asma spesso è strettamente legata ad un’allergia. Il senso di soffocamento, di ristrettezza dell’asma ha molto a che fare con la paura, con la paura di lasciar penetrare determinati aspetti della vita, come anche nelle persone allergiche. L’asmatico possiede una grande pretesa di dominio, pretesa sospinta nel corpo sotto forma di “gonfiore”. Questo gonfiore ha la sensazione di scoppiare, ma ogni possibilità di articolare in grida o improperi, la sua aggressività resta nascosta nei polmoni. In questo modo queste manifestazioni aggressive regrediscono sul piano fisico e si manifestano sotto forma di tosse ed espettorazioone. Pensiamo all’espressione sputare in faccia a qualcuno. L’asmatico vorrebbe potersi collocare in alto per non venire in contatto con ciò che sta in basso. Cerca aria pulita. Vorrebbe vivere in cima alle montagne. Qui il suo desiderio di dominio si esprime in pieno. Sale, simbolo del deserto, simbolo del regno minerale, simbolo di ciò che non ha vita. Questo è l’ambiente dove l’asmatico sogna di vivere perché ha paura di ciò che è vivo. L’asmatico è una persona che ha bisogno di amore, vuole avere amore per questo inspira tanto. Però non può dare amore, l’espirazione gli è impedita.

Raffreddore, e affezioni influenzali
L’influenza e il raffreddore sono processi infiammativi acuti e così sappiamo che sono l’espressione di un conflitto. Un raffreddore si manifesta sempre in situazioni di crisi, quando veramente non se ne può più. Con situazioni di crisi intendiamo quelle situazioni frequenti, non sensazionali, ma per la psiche ugualmente importanti, che avvertiamo come un sovraccarico, per cui cerchiamo un motivo legittimo per sottrarcene, in quanto la situazione richiede troppo da noi. Il nostro raffreddore ci consente di sottrarci un poco alla situazione e di rivolgerci un poco di più a noi stessi. Il naso è intasato e rende impossibile ogni tipo di comunicazione con in più la minaccia “Non avvicinatevi, sono raffreddato” che tiene tutti a distanza. Una tosse violenta mostra che il piacere della comunicazione si limita a gettare in faccia qualcosa a qualcuno. Le tonsille si gonfiano tanto che non è più possibile inghiottire tutto. Inghiottire è un atto di accettazione. Ogni raffreddore rimette in moto qualcosa e segnala un piccolo progresso in una situazione di evoluzione. La medicina naturale vede nel raffreddore un processo di purificazione che libera il corpo dalle tossine e sul piano psichico le tossine corrispondono a problemi che devono essere resi più fluidi e risolti.

La respirazione
Da: Malattia e destino di Thorwald Detlefsen
pagg. 127-137 (sunto a cura di E.V.)

Abbiamo due cervelli: uno in testa e uno in pancia

La rivoluzionaria scoperta del cervello addominale: ricorda, ha nevrosi e domina il “collega” più nobile.

Ci accorgiamo solo del cervello nella testa perché è sede della coscienza, ma – come si usa dire – a decidere è spesso la pancia, o meglio, i centri nervosi lì appena scoperti.

La strada del cibo dallo stomaco all’ano è lunga: prima 30 cm di duodeno, poi 5 metri di intestino tenue, infine 1,5 m d’intestino crasso. Per dirigere le 4 fasi della peristalsi serve un secondo cervello.

Il cervello (della testa) invia poche informazioni al sistema nervoso intestinale che è in gran parte indipendente. Il 90% delle informazioni va dal basso verso l’alto, dall’addome al cervello.

Nella parete intestinale si nascondono due strati sottilissimi di un sistema nervoso complesso, il secondo per grandezza dopo quello della testa. Questi strati avvolgono il tratto digerente come una calza a rete. In questo modo possono coordinare i movimenti del “riflesso peristaltico” che fa avanzare il cibo nell’intestino.

Il meccanismo può essere riassunto così: i neuroni nella parete intestinale sentono dove si trova un boccone di cibo (bolo) perché vengono stiracchiati dalla massa in transito. In seguito a questa “percezione”, le cellule enterocromaffini secernono serotonina, molecola che stimola le cellule nervose nel plesso sottomucoso. Queste, a loro volta, inviano segnali alle cellule muscolari che si attivano, dilatando e contraendo l’intestino.

Se il riflesso peristaltico viene inibito, per esempio per poca serotonina, si ha la stitichezza; al contrario un’eccessiva stimolazione dovuta a troppa serotonina provoca diarrea.

Il cervello addominale ha anche il compito di passare informazioni alla testa. In parte si tratta di segnali evidenti, come il vomito in caso di avvelenamento. Ma molti altri messaggi sarebbero spontanei, legati alle emozioni, e impercepibili alla coscienza: inconsci.

In tutte le culture, nei modi di dire, nel senso comune, la pancia è tradizionalmente la sede principale (più del cervello) dei sentimenti e delle emozioni. Ma fino a oggi per gli scienziati era un semplice tubo governato da riflessi; e per la maggior parte dei cittadini del mondo occidentale solo la parte più prosaica, viscida e rumorosa del corpo umano.

Finché a qualcuno non è venuto in mente di contare le fibre nervose dell’intestino. E ha così scoperto che i modi di dire si basavano su una realtà scientifica: nella pancia c’è un secondo cervello, quasi una copia di quello che abbiamo nella testa. Non serve solo alla digestione. Come il cervello della testa anche quello addominale produce sostanze psicoattive che influenzano gli stati d’animo, come la serotonina, la dopamina, ma anche oppiacei antidolorifici e persino benzodiazepine, sostanze calmanti come il valium.

Anche il collega “di sotto” soffre di stress e nevrosi

Il cervello addominale, insomma, lavora in modo autonomo e invia più segnali al cervello “nella testa” di quanti non ne riceva da esso. Aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni. Può ammalarsi, soffrire di stress e sviluppare proprie nevrosi. Prova sensazioni, “pensa” e ricorda. E aiuta a prendere decisioni.

Che bisogno c’era di due cervelli? “Nella scatola cranica tutto non ci stava” spiega Michael Schemann, docente di fisiologia alla facoltà di veterinaria di Hannover (Germania). “Per far passare i collegamenti col resto del corpo il collo avrebbe dovuto avere un diametro enorme. E poi, appena dopo la nascita, il neonato deve mangiare, bere e digerire: meglio che queste funzioni fondamentali siano autonome”.

Durante la formazione dell’embrione, quindi, una parte delle cellule nervose viene inglobata nella testa, un’altra va nell’addome: i collegamenti fra i due sono tenuti dal midollo spinale e dal nervo vago. Al secondo cervello sono affidate le “decisioni viscerali”, cioè spontanee e inconsapevoli: ha quindi un ruolo importante nella gioia e nel dolore.

Per studiare questo secondo cervello è nata una nuova scienza, la neurogastroenterologia. Le basi le ha gettate, a metà dell’800, Leopold Auerbach, un neurologo tedesco che, osservando al microscopio l’intestino, notò due strati sottilissimi di cellule nervose tra due strati di muscolo. E scoprì che questa specie di calza a rete avvolge tutto il tratto digerente, fino al retto.

Stesse cellule, stessi principi attivi e recettori: sono quasi identici

A che cosa servono? si chiese Auerbach. Allora dell’intestino non si sapeva molto se non che estrae l’energia dal cibo. Di qui, nell’arco di una vita, passano più di 30 tonnellate di alimenti e 50 mila litri di liquido. Il cuore, al confronto, è una pompa primitiva. Una volta masticato in bocca e intriso di succhi gastrici nello stomaco, il boccone, divenuto chimo (cioè poltiglia), viene compresso nel duodeno, il primo tratto dell’intestino lungo 30 cm. Qui affluiscono le secrezioni del pancreas e della cistifellea i cui enzimi scompongono il chimo in molecole piccolissime. Poi il chimo passa nell’intestino tenue, lungo fino a 5 metri, dove avviene la digestione. Il cibo sminuzzato, i grassi, i carboidrati e le proteine vengono assorbiti nei vasi sanguigni e linfatici da miliardi di piccoli villi che tappezzano le pareti. Dopo l’intestino tenue, c’è il crasso, lungo 1,5 metri: serve a riassorbire i 9 litri di liquidi necessari alla digestione. Le pompe molecolari del crasso assorbono quest’acqua e la restituiscono all’organismo. Alla fine del viaggio i residui di cibo, le cellule morte e i microrganismi vengono spinti verso l’uscita, l’ano, grazie a un robusto fascio muscolare.

La rete di cellule nervose intravista da Auerbach è la centralina di gestione e di controllo: non si limita ad analizzare la composizione del cibo e a coordinare i meccanismi di assorbimento e di escrezione. Comanda anche la velocità del transito e altre funzioni grazie all’equilibrio tra neurotrasmettitori inibitori ed eccitatori, ormoni stimolanti e secrezioni protettive.

Quella che per noi è solo una bistecca, per il cervello addominale è una realtà fatta di milioni di sostanze chimiche da analizzare, per decidere se si tratta di elementi da assorbire, di un veleno o di un microrganismo da tenere a distanza.

Perché il cervello dell’addome è anche l’organizzatore del fronte contro gli invasori. Il suo compito principale è sovrintendere alla superficie più grande del corpo umano in contatto con l’esterno.

È la parte più estesa a contatto con l’esterno: siamo cavi

“All’interno siamo cavi” dice Michael D. Gershon, neuroscienziato della Columbia University di New York. “Il corpo viene a contatto con l’esterno non solo attraverso la pelle ma anche attraverso la parete dell’intestino. Un tunnel così ben costruito da consentire all’ambiente circostante di attraversarci senza farci alcun danno”.

Nell’intestino infatti abitano circa 500 specie di esseri potenzialmente letali. Addirittura metà delle feci è fatta di batteri morti. Per questo le pareti dell’intestino devono essere la difesa più efficiente dell’organismo. Così si spiega perché vi si trovino il 70% delle cellule del sistema immunitario. E se nell’addome penetrano veleni, il cervello addominale avverte il cervello della testa che reagisce con una strategia prestabilita: vomito, crampi e diarrea.

Se il veleno è identificato precocemente viene eliminato dall’alto, per la via più breve. Se invece è già a mezza strada, entra in gioco il riflesso peristaltico. È fatto di contrazioni ondulatorie della parete muscolare dell’intestino, che spingono il contenuto dalla bocca verso l’ano. Queste contrazioni sono sincronizzate dal cervello addominale, stimolato dalla pressione sulle sue pareti. Basta che un boccone di cibo dilati un segmento dell’intestino, che le cellule nervose iniziano a secernere neuromediatori, cioè molecole che sono il linguaggio chimico delle cellule nervose, e che inibiscono o eccitano le cellule muscolari responsabili del riflesso.

Se predomina l’inibizione, l’intestino si ferma: è la stitichezza cronica e le feci si fanno dure perché, stando tanto tempo nel crasso, vengono disidratate. Se invece predomina l’eccitazione il trasporto accelera fino alla diarrea, perché è tanto veloce da non dare tempo al crasso di riassorbire i liquidi.

In genere più si penetra nell’apparato digerente, più debole diventa il controllo del cervello nella testa. La bocca, parti dell’esofago e lo stomaco si lasciano ancora dire qualcosa da lassù. Dopo il piloro, la regia passa alla pancia.

Gershon si innamorò del cervello addominale quando era studente, apprendendo che la serotonina, un neuromediatore, influiva sugli stati d’animo e scoprendo poi che il 95% della serotonina è prodotta dalle cellule dell’intestino ed è responsabile anche del riflesso peristaltico.

Quando la pancia si irrita combina un sacco di guai

Nessuno prese sul serio Gershon fino al 1981, quando l’australiano Marcello Costa dimostrò che le cellule nervose dell’intestino producono serotonina, che nel frattempo si era rivelata uno dei tanti neuromediatori del sistema nervoso. Ma non è l’unica sostanza secreta dal cervello addominale, che è un’enorme fabbrica chimica perché produce una quarantina di neuromediatori con i quali comunica attraverso il cervello della testa.

Le cellule di entrambi i cervelli infatti parlano la stessa lingua chimica. E questo spiega perché spesso, nei malati di Alzheimer e di Parkinson, si riscontra lo stesso tipo di lesioni in entrambi i cervelli. E perché i farmaci psichiatrici agiscono anche sull’intestino e quelli gastroenterici anche sul cervello. Un ormone gastrico, la secretina, viene sperimentato nella terapia dell’autismo, una condizione psichiatrica. Un anti-emicrania seda gli intestini iperattivi. Gli antidolorifici calmano alcune infiammazioni del tratto digerente. E alcuni antidepressivi agiscono sull’umore cerebrale, ma anche sul cervello addominale causando diarrea o stitichezza.

L’ultima terapia in sperimentazione contro il colon irritabile è frutto degli studi sul cervello addominale. Di colon irritabile soffre il 20% della popolazione: causa dolori all’addome, evacuazioni irregolari, accumulo d’aria nell’intestino. Non si sa perché il colon di questi pazienti funzioni male. Il colpevole, secondo Schemann, è il cervello addominale. Oppure cervello alto e cervello basso non si intendono, e lo stesso avverrebbe in una cinquantina di altre malattie.

Gershon sostiene che il cervello addominale è soggetto a nevrosi. La comunicazione tra i due cervelli è comunque dominata da quello nella pancia. È da qui che parte, diretto alla testa, il 90% dei messaggi. La maggior parte di questi messaggi è inconscia, cioè avviene senza che noi ne prendiamo coscienza. Li percepiamo solo quando sono segnali di allarme che scatenano reazioni di malessere.

I depressi sentono tutti i movimenti del loro intestino

Emeran Mayer, docente all’Università della California, ha scoperto che una parte dei messaggi del cervello addominale arriva nel sistema limbico, posto al centro del cervello della testa. Quest’area ha il compito di elaborare i segnali negativi e reprimere le sensazioni spiacevoli. “È un po’ come il fenomeno del maglione che pizzica” spiega Mayer “dopo un po’ non lo si avverte più”.

Gli stimoli provenienti dall’intestino vengono percepiti solo se superano una soglia piuttosto alta, mentre chi soffre di colon irritabile, secondo Mayer, avrebbe una soglia più bassa e avvertirebbe ogni movimento intestinale. “Anche i depressi e gli ansiosi hanno alterazioni simili” dice Mayer.

Perché si abbassa la soglia? Forse per lo stress. Se il cervello della testa percepisce tensione e paura, chiama a raccolta le cellule dell’intestino che producono sostanze irritanti come l’istamina. Questa molecola a sua volta attiva le cellule nervose del tubo digerente che fanno contrarre le cellule muscolari: ecco spiegati crampi o diarrea.

Il segnale d’allarme va poi al cervello della testa che lo ritrasmette verso il basso e così via. Se l’ansia non cala, il cerchio si chiude e i sintomi si cronicizzano.

Gli stress del passato restano impressi anche nella pancia

Il cervello addominale sarebbe addirittura dotato di memoria che, per fissare i ricordi, usa le stesse molecole del cervello della testa: gli stress del passato si stampano così nel cervello e nell’addome, dice Schemann, rendendo l’asse cervello-addome ipersensibile per tutta la vita. E questo spiega perché i bambini che soffrono di coliche nell’infanzia hanno in genere un rischio maggiore di diventare adulti sofferenti per il colon irritabile.

Anche i topi esposti da neonati a situazioni stressanti sono adulti ipersensibili, con sintomi intestinali simili a quelli da colon irritabile. E il 40% dei pazienti con colon irritabile soffre in genere anche d’ansia e depressione.

Che malinconia e paura nascano allora nell’intestino? “I nostri risultati dicono che, così come la fame e la sazietà influiscono sull’umore, nel cervello addominale si può celare l’origine di altri stati d’animo, e tra questi anche la classica depressione” sostiene Mayer. Queste ricerche sono però ancora agli inizi.

Ogni volta che l’intestino si contrae ed emette serotonina o altri neuromediatori le informazioni viaggiano lungo il nervo vago fino al cervello della testa, dove vengono tradotte in malessere o allegria, stanchezza o vitalità, umore buono o cattivo.

Anche la pancia sogna durante la fase REM del sonno

“Possiamo perfino dire che il cervello addominale pensa” dice Schemann. “È organizzato in modo funzionale, lavora con una serie di circuiti, è in grado di registrare stati diversi e di reagire autonomamente: insomma possiede tutto ciò che serve a un sistema nervoso integrativo”.

Quello che è certo è che l’addome crea l’atmosfera per la testa. La testa è la “banca delle emozioni” che raccoglie tutte le reazioni e i dati, soprattutto nella corteccia anteriore, dietro la fronte, particolarmente legata all’addome.

Il cervello dell’addome insomma racconta la sua versione al cervello della testa, crea il suo “profilo emotivo” e prepara un “letto di sensazioni”, anche per la notte. E infatti, durante la fase REM del sonno, quando produce onde dolci e si popola di sogni, anche le viscere iniziano a ondeggiare grazie alla serotonina. “E dopo un pasto pesante non si fanno forse brutti sogni?” si domanda Mayer.

Con queste onde il cervello della testa fissa i ricordi con il loro carico di emozioni. Più saranno fissate le emozioni, migliori saranno le decisioni della volta successiva.

“Nei prossimi anni potremmo scoprire che il cervello dell’addome è la matrice biologica dell’inconscio. Una scoperta importante per gli uomini quanto quella di Copernico sul sistema solare” sostiene Gershon.

IL SECONDO CERVELLO
da Focus n. 3/2001

Per saperne di più:
Michael D. Gershon, The Second Brain (HarperCollins, New York, 1998). Divulgativo, ma di lettura abbastanza complessa.

Movimento Planetario

Origini storiche e culturali del Movimento Planetario

Il tempo della scelta globale

Abitiamo su un pianeta che oggi sta vivendo un periodo di tremenda crisi ecologica e politica, ma anche di trasformazione e crescita umana e spirituale. In questo momento stiamo assistendo in ogni continente del mondo a guerre e conflitti che nascono da fanatismi etnici e religiosi ma, fortunatamente, assistiamo anche a un radicale cambiamento di valori in cui le vecchie regole, che da millenni hanno condizionato i comportamenti, i pensieri e le vite umane, stanno crollando sotto il peso della loro stessa età.

Un pianeta malato è l’evidente risultato di un’umanità malata che ha creato una cultura di distruzione e disprezzo. Un nuovo pianeta può nascere solo da un nuovo essere umano, sano, integro e ispirato da una nuova coscienza globale. È necessario scegliere con determinazione e consapevolezza da che parte schierarsi; tacere o non agire significa solamente lasciare il potere alla devastazione. I tempi tuttavia sono cambiati, non è di un partito o di un movimento intellettuale che la Terra ha bisogno, ma di una nuova coscienza planetaria che nasce da una trasformazione individuale. Siamo nati in un’epoca di materialismo e divisione, siamo pieni di condizionamenti mentali e comportamentali che ci portano a riprodurre i vecchi errori, ma possiamo cambiare, trasformarci coscientemente e ritrovare la nostra vera natura, cambiare la direzione in cui la società sta muovendosi e usare la nostra creatività in ogni momento della nostra vita. Pochi sanno che questa possibilità esiste ed è alla portata di chiunque. Le vecchie culture hanno negato e spesso represso ogni tecnica di trasformazione e di evoluzione che inducesse cambiamenti e risvegli nell’essere umano. Rivoluzionari della coscienza come Cristo, Pitagora, Bruno, Socrate, Mansur, Reich, Osho e innumerevoli mistici di ogni paese sono morti per questo.

Breve storia del movimento di crescita umana

Dagli anni Settanta in poi sono nate numerosissime terapie individuali e di gruppo per aiutare l’essere umano a ritrovare se stesso, la sua sensibilità perduta, il suo equilibrio tra istinti, emozioni, sentimenti e pensieri, la sua naturalezza e spontaneità. La totalità di questi nuovi approcci si basa sulla constatazione che, per via dei condizionamenti a cui siamo stati sottoposti dal concepimento in poi, ci troviamo tutti in uno stato di costrizione, di inconsapevolezza, di ipnosi collettiva più o meno profonda che si manifesta con una mancanza di gioia e di pienezza del vivere. Questa mancanza cronica di libertà, intesa nella sua accezione più ampia come il più fondamentale dei valori umani, si esprime anche nelle inibizioni fisiche, energetiche e comportamentali, nelle paure inconsce, nelle angosce, nelle chiusure psicologiche e nella trasformazione dei reali bisogni interiori di amore, comprensione, amicizia in desideri superflui ed esteriori come una macchina, una posizione o un riconoscimento. I condizionamenti creano così dei blocchi psicosomatici che, col tempo, da semplici disturbi energetici o psichici, diventano sempre più fisici e generano malattie e patologie di ogni tipo.

Il capostipite della moderna psicosomatica e della crescita umana attraverso un’educazione libera e globale fu certamente Wilhelm Reich, allievo di Freud, che, staccandosi dalla psicoanalisi, testimoniò sperimentalmente l’esistenza di un’energia vitale, erotica da lui chiamata “energia orgonica” e sviluppò le basi teoriche e pratiche delle tecniche di liberazione dai condizionamenti e dai relativi blocchi caratteriali. Il suo modello era già fondamentalmente completo: l’essere umano era visto come un’unità psicosomatica in cui l’energia sessuale (orgonica), portatrice di piacere e sensibilità, basi della gioia di vivere, era in costante stato fluido, senza blocchi di sorta. Reich considerava l’energia in modo spirituale, per lui era una sorta di sostanza sacra che permea l’intera esistenza e le dona intelligenza e vita, esattamente come i tantrici parlano di Shakti, l’energia vitale cosmica, gli induisti del Prana o i taoisti del C’i.

I blocchi psicosomatici

La nostra società tuttavia è profondamente ancorata a logiche contro natura che inibiscono questa libera e fluida energia vitale causando così la formazione di una serie enorme di blocchi. Ogni tipo di inibizione, a cominciare dalle inibizioni al piacere sessuale, alla mancanza di affettività della madre, al mancato riconoscimento della propria individualità, fino alla negazione delle aspirazioni creative più elevate e spirituali, causa un arresto o un blocco di questo flusso di energia e informazione. Reich aveva osservato che i blocchi psichici si riflettevano costantemente sul corpo e che quindi ogni blocco nel corpo era causato da un preciso problema psichico. Ignaro delle antiche tradizioni yogiche e tantriche dell’India Reich identificò nel corpo umano sette tipi di blocchi che si accordano perfettamente con il modello dei sette chakra.

Reich riconobbe che ogni blocco si manifesta con una contemporanea sospensione o limitazione della respirazione dovuta a una contrazione dei muscoli che a sua volta dipende da un’azione inibitoria o contrazione del sistema nervoso originata da un’inibizione psicoemotiva. Reich provò che era possibile sciogliere un blocco aumentando il flusso dell’energia bloccata; attraverso una attenta riapertura della respirazione o del movimento muscolare l’area del corpo bloccata si sbloccava e riemergeva la causa psichica originante. Oppure andando a sciogliere il blocco sul piano psicoemotivo intervenendo sul preciso evento causante, e provocando così la riapertura delle emozioni e delle aree del corpo da esso bloccate. Questo sblocco psicosomatico spesso dava origine a una “catarsi”, ossia un evento intenso in cui si liberano emozioni represse e antiche, pianto, ferite interiori, rabbia, paure.

Da Reich in poi si sono sviluppate moltissime scuole terapeutiche come la Bioenergetica, la Gestalt, i gruppi di Encounter, la Primal Therapy, il Respiro Globale, l’Emotional Release, il Tantra, il Voice Dialogue e molti altri che operano per aiutare il processo di liberazione dai condizionamenti in modi e in ambiti specifici.

Dall’energia orgonica alla coscienza sacra

Reich e l’intera tradizione psicosomatica, pur considerando teoricamente l’energia vitale come intelligente, mancavano tuttavia quasi completamente dell’esperienza spirituale diretta e quindi fino agli anni Sessanta la grande maggioranza di tecniche psicoterapeutiche fu di fondo un processo del tutto privo di una dimensione sacra. Le tradizioni spirituali con le loro tecniche di meditazione classica erano completamente divise culturalmente dal lavoro psicosomatico. Dalla fine degli anni Sessanta e in particolare dal 1975 si venne a creare un incredibile processo di sintesi in Occidente e in Oriente catalizzato negli USA dalla famosa comunità terapeutica di Esalen in California, dove di fatto nacque lo Human Potential Growth Movement, dove si svilupparono tecniche di grande profondità come la Gestalt di Fritz Perls, la psicologia transpersonale, le tecniche somatiche del Rolfing e del Feldenkrais; in Europa dalla comunità scozzese di Findhorn, più orientata a un’evoluzione sottile e collettiva, e in India dall’Ashram di Poona del maestro spirituale Osho Rajneesh, che creò una grande sintesi tra terapie psicosomatiche, tecniche di crescita e meditative fortemente orientate all’evoluzione spirituale, inventando una serie di tecniche di meditazione dinamica studiate espressamente per l’uomo moderno. Negli anni Ottanta e Novanta questo lavoro evolutivo si moltiplica in ogni parte del pianeta e specialmente nelle nazioni più industrializzate.

Oggi questa direzione di sviluppo umano e spirituale sembra aver raggiunto il consenso più unanime, quasi tutte le grandi scuole di terapia seguono una parallela evoluzione spirituale e praticano meditazioni di ogni scuola del mondo. Oggi molte riviste sulla salute o la bellezza pubblicano regolarmente articoli e informazioni sui gruppi per la crescita umana. Lo stesso Dalai Lama ha recentemente ribadito che le terapie e i gruppi di crescita rappresentano un grande aiuto all’evoluzione spirituale dell’umanità moderna.

Oggi questo movimento di nuova coscienza raggruppa in sé tutte le antiche e recenti culture minoritarie orientate alla pace, alla spiritualità, ai diritti umani e animali, all’ecologia, alla nuova medicina, all’uguaglianza tra sessi e razze, all’alimentazione naturale, alla nuova educazione e al benessere globale. Da questa incredibile fusione di yoga e psicosomatica, di filosofie naturali e nuove tecnologie non inquinanti nasce la nuova cultura olistica.

L’uomo nuovo: il modello olistico di essere umano

Olos in greco significa il tutto, l’intero.

Il modello della nuova cultura olistica è unitario e globale. Esso considera l’essere umano un’organica e indissolubile unità formata da innumerevoli dimensioni e livelli. Non vi è tuttavia divisione tra le parti, esattamente come non vi è separazione tra i sistemi cardiaco, nervoso e digerente del corpo ma una profonda, indivisibile interconnessione. La complessità delle strutture psicofisiche indica infatti la grande unità di coscienza e di intelligenza che coordina e dà vita al tutto.

Nel modello olistico non vi sono solo il corpo e lo spirito, ma una serie di livelli di coscienza e di energie dai più fisici-energetici ai più elevati e sottili, chiamati normalmente corpi. Le antiche filosofie indo-tibetane, come lo yoga e il tantra, contemplavano normalmente sette corpi, anche se alcune scuole buddhiste o induiste le riducevano a cinque. Questo modello di essere umano nasce da un’esperienza spirituale individuale grazie alla quale ogni aspetto dell’esistenza e di se stessi è percepito come sacro e unito alla coscienza del Tutto.

Questo modello si ritrova praticamente in quasi tutte le antiche tradizioni spirituali del mondo, dagli Huna delle Hawaii, ai Rosacroce, dagli antichi egiziani ai teosofi della prima metà del secolo. Secondo questa visione l’essere umano è innanzitutto una coscienza che si incarna di vita in vita e che “sceglie” i suoi genitori per ritornare sulla Terra e progredire sul suo cammino evolutivo fino a realizzarsi pienamente.

In questa differente ottica il processo dell’educazione diventa uno dei punti più importanti e articolati. Grazie a una corretta educazione si possono sviluppare pienamente i potenziali latenti dell’essere umano, la sua umanità, la sua sensibilità, la sua creatività, e soprattutto ci si può evolvere spiritualmente ritrovando in sé l’esperienza sacra dell’unità che ci fa sentire parte integrante di quell’infinito organismo cosciente e intelligente che è il Tutto, Dio.

Il salto quantico

Il modello olistico di trasformazione umana è basato su una serie di concetti o colonne della concezione olistica universalmente accettate dalla nuova cultura emergente. Uno di questi è il salto quantico, concetto chiave della fisica moderna, secondo cui ogni elettrone può ruotare intorno al nucleo atomico solo in precise orbite concentriche, esattamente come fanno i pianeti ruotando nelle loro orbite intorno al Sole. Ogni orbita corrisponde a un livello di energia, tanto più un elettrone gira distante dal nucleo, tanta più energia è necessaria. Il salto quantico avviene perché non esistono possibilità di sostare tra i vari livelli; un elettrone, quindi, può stare o su un livello a bassa energia o su un livello ad alta energia: non ci sono vie di mezzo!

Riportato su un piano umano questo modello ci mostra come sia possibile, anzi necessario, un salto quantico da uno stato a bassa energia vitale, caratterizzato da bassa consapevolezza di sé, scarsa stima personale, poca gioia di vivere, a uno stato di più alta energia in cui vivere pienamente con creatività, valori e autoconsapevolezza. A livello planetario questo salto quantico può essere visto come la trasformazione dal vecchio modo di intendere il pianeta (come una massa di materia da acquistare, depredare e rivendere) a un concetto di rispetto e sacralità.

Queste logiche possono e devono essere insegnate/apprese. Da esse dipende il prossimo salto evolutivo. Mentre in passato la crescita dell’essere umano era considerata un processo del tutto automatico e spontaneo, in cui vi poteva essere solo una minima parte di intervento determinato e consapevole, oggi si può rovesciare questa concezione e investire tutta la nostra conoscenza e sensibilità in questa ottica di sviluppo del potenziale umano, per favorire l’opportunità di questi salti evolutivi in ogni individuo e società.

La coscienza planetaria

Mentre fino agli anni Cinquanta e Sessanta le terapie erano essenzialmente individuali, dagli anni Settanta si è assistito a un incredibile incremento delle tecniche di gruppo. Questo incremento coincide con l’inizio dell’era dell’Acquario, la Nuova Era, la cui caratteristica di fondo è appunto quella della cooperazione, della riunione, della fratellanza spirituale.

Da un punto di vista più attuale possiamo considerare questa come l’epoca della cultura e della coscienza planetaria. Stiamo iniziando un processo irreversibile di fusione delle razze e delle culture e della spiritualità che durerà millenni. In questo momento di crisi, tuttavia, non possiamo aspettare, occorre essere creativi e intelligenti nel preparare l’avvento di questa nuova coscienza, organizzando gruppi di crescita che diventeranno sempre più numerosi e diffusi. Questi saranno la matrice del nuovo cambiamento.

Recentemente scienziati come James Lovelock hanno iniziato a considerare il nostro pianeta come una coscienza viva, autonoma e immensamente creativa: un’unità organica chiamata Gaia, dal nome dell’antica dea greca della Terra. Gaia come immenso individuo planetario si bilancia, si adatta e si evolve attraverso le infinite specie viventi. Secondo l’ipotesi Gaia l’umanità può essere considerata come il sistema nervoso del pianeta, la componente che gestisce e organizza le intere informazioni del sistema Terra in modo intelligente e consapevole. Il motivo per cui attualmente l’umanità si sta comportando in modo distruttivo e irresponsabile dipende proprio dalla mancanza di una consapevolezza planetaria e da un insufficiente sviluppo della coscienza spirituale.

Gaia, la luminosa rete delle coscienze

Molti maestri e scuole spirituali da tempo descrivono la Nuova Era come un allargamento della coscienza individuale alla coscienza planetaria. In questa visione ogni essere umano viene considerato un punto di luce della grande rete delle coscienze che abbraccia tutto il pianeta. La luminosità di ogni singola coscienza è proporzionale al suo grado di sviluppo spirituale, alla sua più o meno intensa connessione con il Tutto che la circonda; per questo i grandi maestri sono stati chiamati illuminati.

Questa rete planetaria è una conquista recente, creata dalla parte più matura della famiglia umana con grandi sacrifici e amore impersonale. Essa rappresenta il frutto di tutti coloro che hanno creato ponti umanitari e spirituali tra le culture e le religioni della Terra, ed hanno sentito veramente di essere parte di una coscienza planetaria e vi hanno dedicato una vita o comunque tutte le loro risorse.

Questa rete oggi è sostenuta, sui suoi livelli più mentali, da tutti i gruppi che operano per l’ecologia, i diritti umani, i soccorsi umanitari, e sui livelli più spirituali, da tutti i gruppi che praticano meditazione, in modo ecumenico e non settario, e per la coscienza e la pace globale. Entrambi i livelli sono essenziali. In questo momento, la rete fino ad ora costruita con grande amore è ancora debole e fragile, l’intensità luminosa del pianeta viene considerata ancora largamente insufficiente al grande salto quantico che l’umanità si appresta a compiere.

Occorre quindi molta più energia e coscienza. La rete di luce in molti punti del mondo è largamente lacerata dalle guerre, dalle mafie, dagli abusi di ogni tipo, dalla mancanza di amore, di valori e di gratitudine per l’esistenza sacra. Da millenni questa è la situazione imperante, creata dalla vecchia cultura considerata ormai dalla grande maggioranza degli uomini come la legge stessa della natura.

(I sette livelli della rete di Gaia: materia, vegetali, animali, umani, spiriti, angeli e maestri, Gaia)

La formazione dei Buddhafields

Una delle strategie della coscienza di Gaia, per accelerare la sua evoluzione, è quella di operare sulla coscienza collettiva attraverso la formazione di gruppi. Dal punto di vista spirituale, ossia considerando i partecipanti ad un gruppo come delle coscienze in evoluzione, un gruppo è una sfera di energia e coscienza collettiva, che noi chiamiamo “Buddhafield”. Buddhafield deriva dal temine sanscrito buddhi che significa mente spirituale o superiore o energia mentale illuminata, da cui deriva buddha, l’illuminato e dall’inglese field che significa campo, area. Un Buddhafield è un campo di energia illuminata, spirituale. Questo termine, originariamente utilizzato per indicare la comune di un maestro illuminato insieme ai suoi discepoli, viene utilizzato per ogni gruppo di ricercatori spirituali che decidono coscientemente di unirsi per ritrovare la loro natura sacra.

Formare un Buddhafield è un’esperienza di grande importanza, dove i normali parametri di giudizio utilizzati nella società perdono valore e dove ognuno ritrova, con un po’ di fortuna e tanto lavoro, la vera saggezza e spontaneità con se stesso e con gli altri.

Nell’ambito della rete delle coscienze planetarie il buddhafield rappresenta un nodo di grande importanza. L’energia totale di un buddhafield è fortemente superiore alla somma delle energie dei singoli individui che la compongono; la sua luce è estremamente più intensa e chiara della semplice somma delle luci delle coscienze individuali, in particolare quando le persone si mettono a meditare in cerchio. Recenti esperimenti fatti con il Brain Olotester, un elettroencefalogramma computerizzato per analisi psicosomatiche, provano che può crearsi una fortissima sincronizzazione cerebrale tra persone che si sentono vicine, partecipi di uno stesso progetto comune o che entrano insieme in meditazione. Quindi dal punto di vista del salto quantico planetario la formazione dei gruppi di crescita globale, come buddhafields, sono un elemento di estrema importanza, essi possono concretizzare la naturale spontanea tendenza evolutiva umana, accorciando i tempi di crescita e favorendo enormemente la comprensione e la sensibilità spirituale tra le persone.

Fiori Di Bach

Fiori di Bach, Fiori dell’anima di M. Marietti

Fiori di Bach, fiori dell’anima

Terapia della sensibilità e delle emozioni: un parere medico
di Massimo Marietti

“E subito, meccanicamente, stanco dopo un giorno insulso e con la prospettiva di avere davanti una mattinata deprimente, portai alle labbra un cucchiaino di tè nel quale avevo immerso un pezzetto di torta. Non appena il liquido caldo e le briciole di torta ebbero raggiunto il palato sentii un brivido che mi percorreva le membra e mi fermai attonito, sorpreso dalle cose straordinarie che mi stavano accadendo… Ero conscio che dipendeva tutto dal gusto del tè e della torta, ma sapevo anche che quelle strane sensazioni erano infinitamente lontane da quei sapori e non potevano in alcun modo condividerne la natura.

…Quando del lontano passato non resta più nulla, quando morta è la gente e le cose sono consunte o finite chissà dove, rimane ancora lui solo, tenue ma ricco di vitalità, etereo ma persistente e fedele, l’odore e il gusto delle cose che aleggiano a lungo come i sentimenti, pronti a ricordarci che…”

Marcel Proust, da À la recherche du temps perdu

La terapia del dottor Bach si basa sull’assunzione di preparati floreali in soluzione, scelti e prescritti, o autoprescritti, per curare stati di nervosismo (in inglese nerves) acuto o cronico. Si propone quindi come medicina dotata di rimedi propri e di indicazioni specifiche. La sua scelta, tra gli innumerevoli principi presenti nel mondo vegetale, di forme, di colori e di essenze floreali, e il modo stesso della loro individuazione, nel loro ambiente, in un universo di umori, profumi, colori e suoni naturali, ne fanno una medicina delicata dal sapore impressionistico, adatta all’anima sensibile di chi soffre degli sfumati malesseri che essa cura. Forse è per questo, e non solo per l’accusa di scarsa scientificità comune alle medicine alternative, che non ha attratto fino ad ora l’attenzione di chi è abituato a curare con psicofarmaci disturbi psichici più gravi, che intaccano l’attività anche delle persone meno sensibili. Medicina semplice e apparentemente arcaica quindi, ma modernamente attenta agli aspetti psicosomatici e preventivi della salute, intesa non solo come assenza di malattia, ma come pieno benessere psicofisico.

Come medico so che i pazienti che accusano disturbi somatici correlati a stati di irritabilità o di stanchezza, di ansia o di depressione, di nervosismo insomma, affollano le sale d’aspetto e attivano un consumo psicofarmacologico di massa. Come psicosomatista e analista psicocorporeo sono addestrato a indagare nel singolo individuo la qualità emotiva specifica del disturbo, a coglierne le radici esistenziali e relazionali e a influire su di esso con l’aiuto di tecniche corporee e verbali. Questo duplice punto di vista mi permette di apprezzare, non senza stupore, la delicatezza e l’innocuità dei preparati floreali di Bach assieme alla ricchezza e all’accuratezza dell’indagine sintomatologica che ne accompagna la somministrazione. Ma ancor di più apprezzo il fatto che questa terapia non comporta solo una diagnosi e una prescrizione, ma, contestualmente, lo sviluppo nel paziente di attenzione e sensibilità agli stati emozionali, alle sottili vibrazioni del sistema mente-corpo, come avviene nelle terapie psicosomatiche.

Non posso entrare nel merito dei contenuti e dell’efficacia della terapia in se stessa, ben sapendo che ogni medicina si legittima per la sua capacità di curare e di non nuocere, prima che per gli ipotetici meccanismi d’azione, che, spesso, sono in parte o del tutto sconosciuti. Voglio però provare a indagare dal punto di vista teorico i possibili meccanismi d’azione di questa terapia floreale dell’anima. La duplicità della medicina di Bach, pur nella sua apparente semplicità, potrebbe implicare interazioni complesse, oltre i modelli classici di cura, farmacologico e psicologico, in una dimensione integrativa che potremmo chiamare modello ecopsicosomatico. La focalizzazione di questi modelli potrà chiarire il concetto.

Il modello farmacologico ricerca la presenza di un principio attivo terapeutico proveniente dal fiore e trasmesso all’acqua nel procedimento di preparazione. Esclusa la presenza di sostanze o energie sconosciute, fisiche o biologiche o di altra natura, per le quali dovremmo attendere future scoperte, potremmo ipotizzare una sofisticata forma di aromaterapia, che coinvolgerebbe la stimolazione indiretta, senza percezione odorosa cosciente, del sistema olfattivo-gustativo. In questo caso sarebbero in gioco i chemocettori olfattivi e gustativi e le loro microstrutture subcellulari fondamentali, i chemorecettori. I chemorecettori sono strutture proteiche della membrana capaci di trasformare stimoli chimici in correnti elettrochimiche e sono presenti in tutto il mondo biologico, a partire dagli organismi monocellulari, di cui condizionano la sensibilità e il movimento.

Grazie a queste strutture, i sistemi neurali che codificano l’olfatto e il gusto riescono a riconoscere e distinguere stimoli presenti a concentrazioni estremamente basse, tanto che gli animali, e anche gli uomini, sono in grado di discriminare migliaia di odori e possono scoprire la presenza di una sostanza odorifera a concentrazioni dell’ordine di una parte per trilione. Essi veicolano sensibilità di tipo primitivo e poiché la vita è nata nell’acqua, potremmo considerarle strutture primordiali costitutive di ogni organismo, anche il più semplice, purché dotato della capacità di percepire stimoli e di aprirsi o chiudersi ad essi o dirigersi verso o allontanarsi da essi.

Negli organismi superiori, dove il rapporto stimolo-risposta è operato da un’intera rete di cellule e mediato da un apparato specializzato in “comunicazioni”, le informazioni olfattive sono massicciamente convogliate verso le aree più antiche della corteccia cerebrale, il “cervello rettiliano”, così detto perché presente anche nei vertebrati inferiori. Esso elabora informazioni sul mondo esterno, ma, mettendole in relazione con informazioni che riguardano l’ambiente interno, le sue necessità e il suo stato di soddisfazione: la sete, la fame, la sfera sessuale, lo stato di sazietà e, perfino, di piacere o di pericolo.

Inoltre, il gusto e l’olfatto sono in stretto rapporto con i circuiti nervosi che controllano i sentimenti e certi tipi di memoria affettiva e, nei mammiferi, i comportamenti di attaccamento, da cui la definizione di cervello mammaliano. Oggi, per esempio, sappiamo con certezza che il bambino di poche settimane è in grado di distinguere l’odore della propria madre da quello delle altre persone e di reagire agli stimoli olfattivi e gustativi con emozioni primarie, gioia, paura, disgusto. Forse è proprio per questi meccanismi che i degustatori di vini possono a ragione asserire di riuscire a distinguere più di 100 elementi gustativi, che nascono da diverse combinazioni di sapore e aroma, ricavandone, per ogni vino di qualità, sensazioni ed emozioni uniche e irripetibili, stupore, delizia, gioia, appagamento, distensione.

Come nel brano di Proust, ricordi particolari possono tornare alla mente in rapporto con un sapore o un profumo particolare e ridestare profonde emozioni. Potremmo chiederci noi stessi quante volte odori o sapori, improvvisamente percepiti, hanno altrettanto improvvisamente modificato il nostro umore e quante volte, in particolari situazioni emotive, abbiamo cercato odori e sapori a noi noti o cari per consolarci o ravvivarci o vivere la nostalgia e lo struggimento o li abbiamo ricreati ad arte con profumi, cibi e bevande per creare atmosfere o evocare stati d’animo. In un caso come questo, il temperamento di ciascuno, la sua storia personale e culturale e il contesto attuale condizionano il significato dello stimolo.

Ma potremmo ipotizzare, data l’ancestralità del sistema, che esistano configurazioni di stimoli olfattivo-gustativi di significato univoco e immediato, capaci di indurre reazioni stabili e ripetibili. Nelle ricerche etologiche sugli animali sono ben note situazioni stimolo ben definite che liberano comportamenti stereotipati e prevedibili, mentre in etologia umana è noto che stimoli visivi, per esempio mimici e gestuali, di significato universale, evocano risposte comportamentali e viscerali facilmente prevedibili. Avremmo in questo caso uno schema di azione semplice e tradizionale, lineare, di interazione tra il medicamento, il medico, che ne valuta le indicazioni e ne individua le formulazioni, e il paziente, che li assume e ne risente i benefici:

Farmaco → Medico → Paziente

Il modello psicologico invoca fondamentalmente meccanismi e dinamiche che, nella tradizione medica, sono stati globalmente e semplicisticamente etichettati sotto la voce effetto placebo. Recentemente però, l’effetto placebo è stato sottoposto a studi rigorosi, svelandosi fenomeno complesso e variegato, cui sono sottesi diversi e importanti sistemi psicofisiologici e psicologici: liberazione di sostanze calmanti o antidolorifiche endogene, condizionamento, autoipnosi, comunicazione di immagini mentali o di contenuti simbolici. Il medicamento funziona come veicolo del rapporto con il medico e di suggestioni benefiche e come elemento di rinforzo e di consolidamento della risposta.

Vista la duplice natura dell’intervento bachiano, dobbiamo però prendere in considerazione anche la pratica di riconoscimento, guidato primitivamente dal medico, dei propri stati d’animo e delle loro connessioni, e l’attitudine a prendersene cura. Intervengono allora dinamiche più complesse, di apprendimento e autocondizionamento, sovrapponibili a quelle che, in ambito comportamentista, vengono studiate nel biofeedback. In questa tecnica si permette al soggetto di visualizzare variabili fisiologiche involontarie, che si modificano in diverse condizioni, quali attenzione, tensione, ansia, attesa, preoccupazione, e che sono spesso fonti di malesseri improvvisi, vaghi e inquietanti o di disturbi psicosomatici persistenti. La loro visualizzazione, attraverso l’informazione retroattiva (feedback) che viene dallo strumento, induce automaticamente i miglioramenti attesi dal soggetto.

Questo oggettivare il sintomo, da sempre presente nel rapporto medico-paziente (il medico è il primo farmaco), nella medicina moderna esiste, ma è nascosto all’interno del processo diagnostico. Gli “esami”, non sempre indispensabili, finiscono spesso per servire da tranquillanti o da sostituti di una cura che non c’è, con rassicurazione del paziente, ma anche importanti risvolti negativi per l’economia sanitaria. Per questo, le medicine olistiche e alternative, che danno attenzione anche ai più piccoli disturbi e sintomi, con visite accurate e attenzione alla relazione, danno spesso risultati migliori della medicina ufficiale.

È un meccanismo fondamentale nelle psicoterapie, in cui, in un processo dall’inconscio al conscio, il terapeuta funge da specchio, cioè da feedback informativo, dei processi affettivi e cognitivi in atto nel paziente. In ogni caso il paziente viene visto come parte di un sistema informativo in cui la modificazione del flusso di informazioni in un punto del sistema ne modifica l’equilibrio complessivo. È evidente, a questo punto, la semplicità e la fruibilità dei fiori di Bach, che, nel campo dei disturbi emozionali, si situerebbero in una posizione intermedia tra la “materialità” della psicofarmacologia e l’”immaterialità” della psicoterapia, offrendo un veicolo innocuo, ma suggestivo, alle dinamiche psicologiche e relazionali. In questo caso avremmo un meccanismo di interazione più complesso, secondo uno schema non più lineare, ma retroattivo (feedback).

Il modello che vorrei definire ecopsicosomatico, più complesso e affascinante, anche se al momento solo ipotetico, implicherebbe un superamento dei modelli tradizionali e delle loro dicotomie, a partire da una visione biologica, sistemica ed ecologica radicale. Dobbiamo riconoscere la sostanziale originaria unità chimico-fisica delle strutture biologiche e della loro comunicazione e, quindi, l’identità funzionale di odori, sapori, segnali nervosi ed emozioni. Infatti gli studi sulle microstrutture di membrana hanno dimostrato che le strutture subcellulari della comunicazione chimica tra organismi (olfatto e gusto) e della comunicazione tra cellule (neurotrasmissione) sono sostanzialmente identiche. La differenza è che la sostanza chimica non proviene dall’esterno, cibo, fiore o altro organismo, ma è prodotta da un’altra cellula.

All’interno dell’organismo abbiamo famiglie diverse di messaggeri chimici: i neurotrasmettitori, che trasportano messaggi tra singole cellule; i neuromodulatori, che ne condizionano la sensibilità ai neurotrasmettitori; i neurormoni, che facilitano o inibiscono la sensibilità e la reattività di intere aree funzionali del cervello agli stimoli e che possono essere secreti e agire a distanza, come odori che si spandono per il corpo. Potremmo dire che le cellule nervose sono come fiori che emettono profumi e che comunicano odorandosi l’un l’altra, come fanno gli animali, e ricavandone segnali significativi per il loro comportamento.

Questo complesso sistema di comunicazione interna, chiamato neuropsicoendocrino, è particolarmente rilevante per la vita emozionale, che è collegata a funzioni vitali basilari, attività-riposo, difesa-attacco, attaccamento, sessualità. Che cosa sono infatti le emozioni se non stati di recettività e di disponibilità all’azione che accompagnano e facilitano o inibiscono la conoscenza o il comportamento adeguato nella situazione. Diciamo: “Sento qualcosa nell’aria” oppure “C’è puzza di bruciato”, per definire stati di attenzione o di paura che anticipano valutazioni più precise della realtà. Sulla base di questo modello possiamo veramente immaginare il nostro organismo, e in particolare il sistema nervoso, come un grande campo, circondato da un grande prato, delimitato ma non separato da esso, dove piante, fiori, insetti e animali interagiscono, scambiandosi in primo luogo una infinita serie di messaggi complessi. Questi provengono da organismi aperti, si confondono nell’aria e vengono riconosciuti da altri organismi in base al loro stato di apertura che, a sua volta, dipende dalla miscela complessiva presente nell’aria.

Se consideriamo sentimenti ed emozioni come stati di ricettività e di reattività globale, soggettivamente percepiti in modo più o meno nitido a livello di coscienza, connessi a stati di ricettività e reattività dei recettori nervosi, possiamo chiederci a quale livello il farmaco bachiano, configurazione unica e irripetibile, colta da un organismo estremamente aperto e sensibile, e porto dal medico in un’altra configurazione di stimoli inter e intra personali, possa modificare la risonanza del sistema, come un nuovo strumento inserito in un’orchestra.

Abbiamo un nuovo modello di cura, che potrebbe aiutare a comprendere fondamenti comuni alle terapie che uniscono stimolazione, comunicazione e relazione, a mediazione sensoriale (musicoterapia, art therapy, cromoterapia), corporea (shiatsu, feldenkrais, dancetherapy, ecc.), psicocorporea (analisi bioenergetica, terapie neoreichiane). Esse modificano in diversi punti contemporaneamente quei sottili equilibri che definiamo psicosomatici e che condizionano la qualità del nostro star bene, e, forse, le condizioni del nostro restare o tornare in salute. Si tratta di un modello circolare, interattivo e sistemico, modernamente integrato agli attuali sforzi teorici di comprensione della complessità.

Non ci sono studi esaurienti sui fattori in gioco nella medicina di Bach, ma possiamo collocarla nella crescente consapevolezza della complessità delle problematiche che coinvolgono il processo di cura e le sue dinamiche. Abbiamo dati della ricerca e modelli teorici fino a poco tempo fa impensabili che suscitano interrogativi che meriterebbero indagini più sistematiche e concrete. Nella rivoluzione in atto nei paradigmi del rapporto mente-corpo, ogni tipo di esperienza e di riflessione che aggiunga nuovi dati, anche incompatibili con certezze fino a poco tempo fa incrollabili, va accolta come stimolo e come occasione di studio e di riflessione, ancor più nel complesso campo della salute emozionale, così precaria eppure così importante e delicata per la vita umana

Alexithymia

Updates sul costrutto di Alexithymia di Piero Porcelli

Il termine alexithymia indica un disturbo affettivo-cognitivo relativo ad una particolare difficoltà di vivere, identificare e comunicare le emozioni. Il costrutto venne elaborato a partire dall’osservazione di pazienti con le “classiche” malattie psicosomatiche… Fra le caratteristiche cliniche dei pazienti psicosomatici, Sifneos annoverava:

  • la marcata difficoltà a descrivere le emozioni e ad esserne consapevoli;
  • la riduzione delle attività mentali connesse con la fantasia;
  • la marcata preoccupazione con aspetti concreti e dettagliati dell’ambiente esterno e del proprio corpo;
  • uno stile di pensiero congelato sugli stimoli ed incapace di andare oltre nell’elaborazione…

In questa relazione, tratteremo alcuni sviluppi della ricerca sul costrutto di alexithymia. Per approfondimenti sulle ultime ricerche, si rimanda alle recenti review apparse negli ultimi anni (Todarello-Porcelli, 2002; Taylor, 2000; Taylor, 2004; Taylor-Bagby, 2004), oltre alla monografia del gruppo di Toronto sui disturbi della regolazione affettiva (Taylor et al, 1997).

Cosa significa alexithymia
Il termine alexithymia è stato coniato da Peter Sifneos (1973) nella prima metà degli anni ’70 per indicare un disturbo affettivo-cognitivo relativo ad una particolare difficoltà di vivere, identificare e comunicare le emozioni (dal greco alpha = assenza, lexis = linguaggio, thymos = emozioni, ossia “assenza di parole per le emozioni”). Il costrutto venne elaborato a partire dall’osservazione di pazienti con le “classiche” malattie psicosomatiche e per molti anni è stato ritenuto quasi un loro sinonimo poiché si pensava fosse specificamente connesso alle patologie c.d. psicosomatiche. Fra le caratteristiche cliniche dei pazienti psicosomatici, Sifneos annoverava:

  • la marcata difficoltà a descrivere le emozioni e ad esserne consapevoli;
  • la riduzione delle attività mentali connesse con la fantasia;
  • la marcata preoccupazione con aspetti concreti e dettagliati dell’ambiente esterno e del proprio corpo;
  • uno stile di pensiero congelato sugli stimoli ed incapace di andare oltre nell’elaborazione, come sottolineato negli stessi anni da case reports di psicoterapia con pazienti alessitimici contrassegnati fondamentalmente dalla noia contro-transferale (Taylor, 1977; 1984).

Caratteristiche cliniche
Vi sono 5 caratteristiche cliniche centrali del costrutto di alexithymia:

Difficoltà di identificare e descrivere le emozioni
I soggetti alessitimici manifestano una marcata difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi e, ad un’indagine più approfondita, sembrano non averne affatto consapevolezza. Possono anche mostrare scoppi improvvisi di emozioni intense (come rabbia, paura o pianto) ma non riescono collegare la manifestazione emozionale con ricordi, fantasie o specifiche situazioni. È così possibile che un paziente alessitimico descriva tutto ciò che è successo in una lite con il coniuge, dalle situazioni che l’hanno scatenata alle parole dette, e poi si meravigli se l’osservatore gli dice che probabilmente ha provato rabbia.

Difficoltà di distinguere fra stati emotivi soggettivi e le componenti somatiche dell’attivazione emotiva
I soggetti alessitimici esprimono le proprie emozioni preminentemente attraverso la componente fisiologica poiché incapaci di elaborarne l’aspetto soggettivo vissuto. Per cui, il paziente dell’esempio precedente riferisce le modificazioni somatiche avvertite (irrequietezza motoria, tensione muscolare, pirosi gastrica, tremori, ecc.) ma non comprende che l’esperienza della rabbia ingloba in sé tutte le sensazioni riferite. Dalla psicoanalisi, tale caratteristica viene considerata una difesa massiva contro un’angoscia di natura psicotica, per cui la distanza posta fra affetto e rappresentazione denota la distruzione del legame di significato fornito dalle parole e da ciò che esse simbolizzano. Dal punto di vista cognitivistico, è stata concettualizzata come attenzione selettiva ed amplificazione delle componenti somatiche delle emozioni e come predisposizione all’agire motorio per scaricare una spiacevole tensione interna, il che spiegherebbe il motivo per cui i soggetti alessitimici sviluppino ipocondria, disturbi di somatizzazione e comportamenti compulsivi come abbuffate alimentari, abuso di sostanze psicoattive, anoressia nervosa.

Povertà dei processi immaginativi
La povertà di immaginazione e di tutte le funzioni ad essa connesse sono facilmente osservabili nell’attività onirica dei soggetti alessitimici. Essi non sognano quasi mai e i loro sogni sono comunque caratterizzati dal fatto di riprodurre pezzi di vita reale, avvenimenti diurni, eventi della vita lavorativa. Allo stesso modo, i sogni ad occhi aperti sono quantitativamente molto scarsi e qualitativamente molto poveri poiché anch’essi si soffermano su eventi accaduti o su preoccupazioni per il futuro. Il colloquio con i soggetti alessitimici è pertanto duro, noioso, frammentario, rigidamente circoscritto a sintomi, esami medici o eventi accaduti. Fisicamente appaiono rigidi nella postura corporea e nella mimica facciale.

Stile cognitivo orientato verso la realtà esterna
I soggetti alessitimici sono elettivamente concentrati su tutto ciò che è esterno alla vita psichica. Sul piano cognitivo, ciò si manifesta attraverso un pensiero razionale che tende a illustrare azioni ed esperienze senza investimenti affettivi, come se l’individuo fosse spettatore più che attore delle propria vita. L’attenzione è concentrata sui dettagli della realtà fattuale, di cui riescono a descrivere i dettagli anche minuziosamente ma senza mai dare la sensazione all’osservatore che vi stiano partecipando emotivamente.

Conformismo sociale
I soggetti alessitimici mostrano una stretta aderenza alle regole sociali di adattamento, per cui sembrano definiti dall’esterno in termini di identità di ruolo. Al contrario, mancano delle qualità soggettive di interpretazione della propria identità ed evidenziano scarsa capacità di sintonizzazione con le emozioni altrui, mostrando marcate difficoltà a formare e conservare nel tempo relazioni interpersonali intime.
In conclusione, i soggetti alessitimici hanno caratteristiche al confine fra più sindromi psicopatologiche (disturbi depressivi, ossessivo-compulsivi, personalità dipendente), differenziandosene per la peculiarità di un disturbo cognitivo di elaborazione delle emozioni, o meglio della componente psicologica degli affetti a fronte di un eccesso di espressività della componente fisiologica.

Storia del costrutto
Il costrutto di alexithymia è nato 30 anni fa e si è modificato nel corso della sua evoluzione concettuale. Le tappe più importanti di questa storia sono le seguenti:

Sul finire degli anni ’40, Jorgen Ruesch (1948) aveva osservato che molti pazienti con patologie mediche croniche o con le “classiche” malattie psicosomatiche manifestavano marcate difficoltà di espressione verbale e simbolica degli affetti, con caratteristiche del tutto diverse da quelle presentate dai pazienti nevrotici. Egli attribuì tali caratteristiche ad un arresto nello sviluppo della personalità, considerando tale deficit evolutivo come il problema centrale della personalità psicosomatica (personalità infantile).

Agli inizi degli anni ’60, gli psicoanalisti francesi Pierre Marty e Michel de M’Uzan (1963) (che fonderanno in seguito l’Ecole Psychosomatique de Paris) pubblicano osservazioni cliniche su pazienti somatici che manifestano una struttura cognitivo-affettiva molto simile al costrutto di alexihtymia (che definirono pensiero operatorio), con uno stile di pensiero letterale ed utilitaristico accompagnato da un marcato impoverimento affettivo.

Nel 1976 la XI European Conference on Psychosomatic Research (ECPR) (Brautigam-von Rad, 1977) viene dedicata per intero al costrutto di alexithymia, consentendo per la prima volta ai ricercatori dell’allora recente costrutto di incontrarsi e discutere, sancendone l’ufficialità nella comunità scientifica e promuovendone lo sviluppo futuro.

A metà degli anni ’80, il gruppo di Toronto fa compiere una svolta cruciale al costrutto quando pubblica la prima scala empiricamente validata per l’assessment del costrutto. Il gruppo di Toronto è costituito da Graeme Taylor (psicoanalista e teorico del gruppo, docente all’Università di Toronto), Mike Bagby (psicologo clinico che si occupa prevalentemente di psicometria, del Clarke Institute di Toronto) e Jim Parker (psicologo clinico che si occupa fondamentalmente di studi sperimentali di laboratorio, della Trent University di Peterborough). Nel 1985 il gruppo pubblica la Toronto Alexithymia Scale (TAS) nella versione a 26 items (Taylor et al, 1985) e 10 anni dopo la sua revisione a 20 items (TAS-20) (Bagby et al, 1994; Parker et al, 2003; Taylor et al, 2003). Prima della TAS, nel decennio 1975-1985 i risultati delle ricerche erano stati ottenuti con strumenti poco robusti dal punto di vista psicometrico, come il Beth Israel Questionnaire (BIQ), la Schalling-Sifneos Personality Scale (SSPS) o la scala sull’alexithymia ricavata dal MMPI (MMPI-A). La scarsa considerazione verso il costrutto di alexithymia da parte della comunità scientifica del tempo fu dovuta in parte alla scarsa validità e affidabilità di queste prime scale di valutazione, anche se dotate di buona face validity in quanto i contenuti degli item erano incentrati sulle caratteristiche teoriche e cliniche centrali del costrutto. Lo sviluppo della TAS e della TAS-20 ha impresso uno sviluppo impressionante alle ricerche che sono passate da una trentina di lavori pubblicati nel periodo 1970-79 agli oltre 500 nel periodo 1995-2004 (fonte: Medline). La TAS-20 è uno sviluppo della TAS a 26 items di cui sono stati corretti alcuni problemi riscontrati negli studi di validazione. Fondamentalmente sono stati eliminati dalla TAS-26 quegli items (riferiti al conformismo sociale ed alla funzione di daydreaming) che non risultavano correlati con gli altri fattori.

Nel 1997 il gruppo di Toronto pubblica la monografia Disorder of Affect Regulation (Taylor et al, 1997) (tradotta in italiano da Mario Speranza per Giovanni Fioriti Editore nel 2000 con il titolo I disturbi della regolazione affettiva). Questo libro costituisce una svolta epocale nel costrutto di alexithymia poiché segna definitivamente il passaggio dall’ambito della medicina psicosomatica in senso stretto all’universo più ampio dei disturbi multi-determinati sia fisici che psicopatologici caratterizzati dalla disregolazione affettiva, di cui diremo dopo.

Alla XXV ECPR di Berlino del giugno 2004, il gruppo di Toronto illustra i primi risultati relativi alla Toronto Structured Interview for Alexithymia. Si tratta di un’intervista strutturata a 24 items, parzialmente finanziata dal Ministero della Salute canadese e tuttora in via di costruzione. La scala intende rispondere a due critiche fondamentali rivolte alla TAS-20. Primo, la TAS-20 è uno strumento self-report e appare in aperta contraddizione con il costrutto misurato poiché per definizione gli alessitimici hanno scarso accesso introspettivo all’autovalutazione (cfr. Lumley, 2000), per cui è necessaria una valutazione clinica delle caratteristiche del paziente da parte di un osservatore. Secondo, come dicevamo, la TAS-20 non “copre” aspetti clinici importanti del costrutto, come i tratti di conformismo sociale e la ridotta capacità di fantasticare. Tali aspetti clinici restano centrali nel costrutto ma non vengono valutati dalla TAS-20 poiché gli items relativi ad essi sono risultati psicometricamente deboli.

Le scale di Toronto
Le scale di Toronto di assessment dell’alexithymia (TAS e TAS-20) sono le più usate al mondo. Dal 1986, sono state usate nel 90% degli studi pubblicati e dal 1994 la TAS-20 è stata citata più di 340 volte nelle pubblicazioni scientifiche su riviste con peer-review. Sono state tradotte in 20 lingue diverse, fra cui le principali europee (danese, tedesco, finlandese, italiano, francese, greco, norvegese, portoghese, spagnolo, polacco, ungherese, svedese e olandese) ed alcune extra-europee (hindi, tamil, giapponese, coreano, lituano, cinese ed ebraico). Il gruppo di Toronto, nello spirito della collaborazione scientifica internazionale, dà generalmente il proprio consenso ad usare la traduzione nelle lingue nazionali se la struttura fattoriale della scala è identica a quella originale, articolata in tre fattori (IDE, identiyfing feelings; COM, communicating feelings; EOT, externally-oriented thinking), mediante la confirmatory factor analysis.
È immediatamente comprensibile che l’uso di una misura omogenea dell’alexithymia da parte della comunità scientifica consente:

  • di accumulare dati empirici ottenuti con uno stesso strumento;
  • di confrontare le ricerche condotte in paesi diversi;
  • di esplorare le varie spiegazioni dei risultati ottenuti con la stessa scala.

Nel 1996 è stato pubblicato il lavoro sulla validazione della traduzione italiana della TAS-20 (Bressi et al, 1996) e nel febbraio 2005 è prevista la pubblicazione di un libro della Masson a cura di D.La Barbera e V.Caretti sulla TAS-20. Nel 2003 è invece stato pubblicato un interessante lavoro di confronto delle varie traduzioni della TAS-20 da cui emerge la sua capacità di misurazione omogenea del costrutto di alexithymia (Taylor et al, 2003).

L’assessment dell’alexithymia
Uno dei problemi dell’assessment di un costrutto psicologico è però, paradossalmente, proprio l’uniformità della misurazione. Un unico strumento di misura introduce nella ricerca un bias sistematico (ossia l’inclusione, inevitabile anche se indesiderata, di fattori che non si volevano misurare con una certa scala) che non può essere eliminato finché non si trova un altro strumento, psicometricamente valido ma di tipo diverso, che confermi la validità dei risultati ottenuti con il primo. Si tratta della cosiddetta matrice multitratto-multimetodo di Campbell e Fiske (1955) secondo cui la validità di uno strumento di assessment psicologico non deve essere correlato a costrutti teorici indipendenti (validità divergente) e, nello stesso tempo, deve correlare con scale che misurano lo stesso costrutto ma ottenute con metodo di misurazione indipendente (validità convergente). Per le scale di Toronto, il problema resta la natura del test: è un test self-report che necessariamente comporta il bias sistematico dell’auto-valutazione: non si può sapere se il modo in cui il soggetto sta rispondendo alla scala self-report è diverso dal modo in cui risponderebbe ad un’altra scala – ad esempio etero-somministrata – che misuri lo stesso costrutto. In sostanza, è possibile che un soggetto valuti se stesso come alessitimico ad una scala self-report come la TAS-20 ma risulti alessitimico se osservato da un esaminatore esterno e, viceversa, che non valuti se stesso come alessitimico al test self-report ma che lo risulti quando viene valutato con uno strumento eterogeneo come una scala observer-rated.
Per questo motivo, sono state recentemente sviluppate alcune misure alternative alla TAS-20, il cui uso per la ricerca (in congiunzione o in alternativa alle scale di Toronto) è ancora in fase di validazione. Fra le più importanti si possono menzionare:

  • la scala olandese di Bermond e Vorst (Bermond-Vorst Alexithymia Questionnaire, BVAQ) (Vorst-Bermond, 2001);
  • la scala californiana di Haviland (Observer Alexithymia Scale, OAS) (Haviland et al, 2000);
  • la Toronto Structured Interview for Alexithymia (TSIA) dello stesso gruppo di Toronto;

alcuni indici del Rorschach Comprehensive System (Porcelli-Meyer, 2002; Porcelli, 2004).
La proposta di un nuovo strumento di misurazione deve però rispettare alcuni canoni per ottimizzare il rapporto bilanciato fra esigenze teoriche di sviluppo e affidabilità psicometrica. È infatti necessario testare continuamente i limiti di uno strumento già esistente ma l’introduzione di una nuova scala in un settore della ricerca deve anche aggiungere validità incrementale rispetto a quella precedente (ossia deve fornire informazioni quantitativamente maggiori e qualitativamente migliori rispetto alla scala precedente, informazioni che non si possono ottenere con la prima scala per suoi limiti strutturali ineliminabili). Se così non fosse, si correrebbe il rischio di gettar via il lavoro già svolto (valido) e di accumulare letteratura non strettamente necessaria.

L’evoluzione del costrutto
In sintesi, nei suoi 30 anni di storia, il costrutto di alexithymia ha subito notevoli e sostanziali cambiamenti in almeno 3 aree:

Dalla comunicazione all’elaborazione delle emozioni.
Agli inizi si pensava che la struttura concettuale del costrutto fosse in una difficoltà di comunicazione delle emozioni mentre oggi si ritiene che l’aspetto teorico fondamentale consista in un deficit di elaborazione cognitiva delle emozioni dovuto ad un arresto nello sviluppo delle funzioni di mentalizzazione. La cornice teorica attuale di riferimento è quindi rintracciabile nelle moderne teorie delle emozioni.

Dalla specificità psicosomatica alla vulnerabilità aspecifica.
Agli inizi si riteneva che l’alexithymia fosse maggiormente prevalente nelle patologie psicosomatiche, tanto che si è a torto ritenuto che ne costituisse un aspetto di specificità. Oggi si ritiene al contrario che l’alexithymia sia una predisposizione aspecifica verso vari disturbi sia fisici che psichiatrici, caratterizzati dalla comune matrice della disregolazione degli affetti.

Da strumenti deboli a strumenti validi di misurazione.
Agli inizi la misurazione del costrutto è stata effettuata con strumenti che avevano solo elevata face validity ma sviluppati con scarsa attenzione di validità ed affidabilità. L’introduzione delle scale di Toronto ha consentito un progresso sostanziale nella misurazione del costrutto poiché è stato seguito un processo empirico, e non solo concettuale, di sviluppo della scala.
Il cambiamento di questi tre aspetti del costrutto non ha comportato però il cambiamento dei suoi aspetti fondamentali, per cui l’alexithymia ha conservato inalterato il nocciolo delle sue caratteristiche messe in luce da Sifneos 30 anni fa.

La differenza tra emotions e feelings
Per comprendere il nucleo basilare del costrutto di alexithymia, è fondamentale operare una distinzione concettuale fra due termini di lingua inglese, difficilmente traducibili in italiano senza perdere la complessità dei rispettivi significati: emotions (lett. emozioni) e feelings (lett. sentimenti).
Le emozioni (emotions) sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, mediati dai sistemi subcorticali e limbici, funzionali alla sopravvivenza della specie e basati su segnali non-verbali come mimica facciale, gestualità, postura corporea e tono vocale. Sono in sostanza la componente biologica dell’affetto.
I sentimenti (feelings) sono invece fenomeni psicologici individuali molto più complessi poiché implicano l’elaborazione cognitiva ed il vissuto soggettivo mediato dalle funzioni neocorticali. Tale componente psicologica dell’affetto consente di valutare la risposta emotiva a stimoli esterni ed interpersonali e di comunicare intenzionalmente le emozioni mediante la funzione linguistica verbale ed extraverbale di simbolizzazione. Essi, pertanto, dipendono dalla cultura di appartenenza, dalle esperienze infantili, dalle rappresentazioni di sé e degli altri, da ricordi, fantasie e sogni.
L’alexithymia non indica pertanto individui senza emozioni – che sarebbe impossibile – ma soggetti con un deficit della componente psicologica dell’affetto (feeling), ossia persone che hanno emozioni (emotions) espresse dalle componenti biologiche degli affetti ma con scarsa o nessuna possibilità di ricorrere agli strumenti psicologici (immagini, pensieri, fantasie) per rappresentarle.
La domanda di base del costrutto di alexithymia è pertanto la seguente: come vengono rappresentate simbolicamente le emozioni (emotions) per cui possono essere percepite consciamente come affetti (feelings) e quindi essere individuate, denominate, regolate ed espresse mediante le funzioni di mentalizzazione e le fantasie?

Alexithymia e teoria del codice multiplo della Bucci
Una ipotesi di risposta alla domanda precedente è rappresentata dal Modello del Codice Multiplo (Multiple Code Theory) di Wilma Bucci (1997), una teoria dell’elaborazione mentale degli input che ha molti punti in comune con il costrutto di alexithymia.
Nel modello della Bucci, la elaborazione subsimbolica riguarda tutti quegli stimoli non-verbali (sentimenti, input motori, stimoli sensoriali) che vengono processati “in parallelo”: ad esempio, riconoscere le emozioni nell’espressione facciale altrui o una voce familiare nella confusione di una festa oppure arrivare di testa su un cross al momento giusto e all’altezza giusta giocando a calcio o, per restare su un terreno più professionale, intuire il timing dell’interpretazione al paziente. La elaborazione simbolica non-verbale riguarda invece quelle immagini mentali (un volto, una musica, un’espressione) che, pur presenti alla coscienza, non possono essere tradotte in parole. La modalità simbolica verbale riguarda quel potentissimo strumento mentale mediante il quale l’individuo comunica il proprio mondo interno agli altri e conoscenza e cultura vengono trasmesse da un individuo ad un altro. I tre sistemi, secondo la Bucci, pur essendo governati da principi differenti, sono anche connessi. La Bucci definisce processo o attività referenziale tale complessa connessione bidirezionale dalle emozioni alle parole e viceversa, ed ha anche elaborato strumenti di assessment dell’Attività Referenziale. L’attività referenziale non è una semplice trasformazione lineare dell’emozione da una modalità all’altra ma la connessione di componenti separate di uno schema emotivo che consentono di trasformarne il significato. L’alexithymia è, nel modello della MCT, un deficit delle connessioni referenziali fra le tre modalità di elaborazione degli input.
Nell’alexithymia. le emozioni (modalità sub-simbolica non-verbale) risultano connesse ad immagini (modalità simbolica non-verbale) e parole (modalità simbolica verbale) solo debolmente o per nulla. Esse sono quindi vissute come sensazioni somatiche scarsamente differenziate (con prevalenti manifestazioni fisiche della sintomatologia associata) o impulsi all’azione (con prevalenti manifestazioni psicopatologiche nella sintomatologia associata). In particolare, secondo l’ipotesi di Bermond (1997), quando le connessioni non sono formate per deficit si ha l’alexithymia di tipo I (scarsa consapevolezza ed espressione degli affetti) mentre quando vengono interrotte o disturbate per un processo traumatico, come ad esempio nel PTSD o nelle sindromi dissociative, si ha l’alexithymia di tipo II (normale consapevolezza ma scarsa espressione degli affetti).

Alexithymia e modello cognitivo-evolutivo di Lane e Schwartz
Un’altra ipotesi teorica di risposta alla domanda di base dell’alexithymia è costituita dal modello cognitivo-evolutivo di Lane e Schwartz (1987). Si tratta di un modello di sviluppo dell’elaborazione cognitiva e della consapevolezza delle informazioni provenienti sia dal mondo esterno che dal mondo interno e che prevede 5 livelli di evolutivi di organizzazione:

  • riflessivo sensomotorio: le emozioni vengono inizialmente percepite solo come sensazioni corporee ma sono visibili dall’esterno grazie alle espressioni facciali,
  • recitativo sensomotorio: le emozioni vengono successivamente vissute sia come sensazione corporea che come tendenza all’azione,
  • preoperazionale: in seguito le emozioni vengono vissute non solo somaticamente ma anche psicologicamente, ma sono unidimensionali ed i descrittori verbali usati per esse sono stereotipati,
  • operazionale concreto: viene abbozzata una consapevolezza rudimentale di un insieme misto di emozioni ed il soggetto è parzialmente in grado di descrivere stati emotivi complessi e differenziati come parti delle proprie esperienze soggettive,
  • operazionale formale: piena consapevolezza dell’insieme complesso di emozioni, capacità di operare distinzioni più raffinate fra varie sfumature emotive e di comprendere l’esperienza emozionale complessa negli altri. L’alexithymia potrebbe costituire un arresto evolutivo nella fase di passaggio di tipo pre-operazionale, ossia in quella fase dello sviluppo psicologico in cui la consapevolezza degli affetti non è sfumata ed articolata ma assume le emozioni in modo unidimensionale con caratteristiche esperienziali rigide e dicotomizzate.

Alexithymia e disregolazione affettiva
Elaborata all’interno di una cornice teorica unitaria come quella fornita dal modello evolutivo di Lane e Schwartz o dal modello cognitivo-affettivo di Wilma Bucci, l’alexithymia viene oggi concepita come una dimensione di personalità di predisposizione ai disturbi della regolazione affettiva.
Il concetto di regolazione affettiva non indica semplicemente il controllo delle emozioni ma la capacità di tollerare affetti negativi (noia, vuoto, perdita, angoscia, depressione, irritabilità, rabbia) intensi e/o prolungati bilanciandoli con affetti di tono positivo in modo autonomo, ossia senza ricorrere ad oggetti esterni o acting comportamentali (desideri suicidi, automutilazioni, uso di sostanze, somatizzazione, disturbi dell’alimentazione, disorganizzazione comportamentale, ecc). Implica quindi l’attivazione di vari sistemi reciprocamente interconnessi di elaborazione della risposta affettiva, nelle sue componenti biologiche (neuro-fisiologiche e motorie) e psicologiche (vissuti ed elaborazioni cognitive). Riguarda, inoltre, una dimensione intersoggettiva poiché le relazioni con gli altri forniscono una regolazione interpersonale degli affetti in senso positivo (ad es. induzione di calma e rilassamento) o negativo (perdita, aggressività, tensione).
I disturbi della regolazione affettiva si riferiscono quindi a tutte quelle condizioni cliniche in cui l’individuo non è in grado di utilizzare gli affetti come sistemi motivazionali e di informazione in relazione ai propri stati emotivi ed al rapporto con gli altri.

Prevalenza dell’alexithymia nella clinica
Dalla letteratura emergono due tipi di verifica per l’ipotesi che lega il costrutto di alexithymia a quello di disregolazione affettiva. Il primo proviene dagli studi di prevalenza. Dai dati pubblicati fino ad oggi con le scale di Toronto, è evidente che ci sono due gruppi di patologie in cui l’alexithymia è maggiormente prevalente. Tagliando il grafico dei tassi di prevalenza al 40% di frequenza di alessitimici positivi, emergono nettamente due gruppi. Al di sotto del 40% ci sono disturbi nevrotici (fobici, ossessivo-compulsivi e sessuali) e psicosomatici classici (disturbi cardiovascolari, binge eating, artrite reumatoide, colite ulcerosa e neurodermatiti). Al di sopra troviamo invece disturbi psichiatrici (depressione maggiore, tentativo di suicidio, abuso sessuale, PTSD, disturbi del comportamento alimentare, disturbi dissociativi e di panico) e somatici (cancro della cervice uterina, dolore cronico, ipertensione, utilizzatori frequenti di servizi medici e disturbi funzionali gastrointestinali), ossia disturbi nosologicamente multipli ma accomunati dalla difficoltà individuale di regolare gli affetti mediante strutture cognitive o funzioni di mentalizzazione.

Alexithymia e studi di brain imaging
Il secondo tipo di verifica è dato da studi di neuroimaging. Ad oggi sono state avanzate 3 ipotesi neurobiologiche esplicative dell’alexithymia, tutte coerenti con il modello della disregolazione degli affetti poiché coinvolgono le medesime aree e funzioni cerebrali implicate nella regolazione delle emozioni. Le prime due ipotesi riguardano la specializzazione emisferica, la seconda le relazioni tra aree corticali.
Secondo la prima ipotesi, l’alexithymia è dovuta ad un deficit di integrazione della comunicazione inter-emisferica. Nella seconda ipotesi, strettamente connessa alla prima, l’alexithymia è dovuta ad una disfunzione dell’emisfero destro. Gli studi che hanno esaminato questi aspetti hanno utilizzato stimoli come la localizzazione tattile delle dita, i movimenti oculari laterali coniugati e il riconoscimento di stimoli emotivi. Gli studi hanno dimostrato che, rispetto ai controlli, i soggetti alessitimici:

  • hanno ottenuto punteggi più bassi di localizzazione delle dita mediante l’altra mano (Zeitlin et al, 1989; Parker et al, 1999),
  • maggiore movimenti oculari coniugati verso destra (Parker et al, 1992),
  • punteggio più basso di riconoscimento delle emozioni facciali (Parker et al, 1993; Lane et al, 1996).

Secondo la terza ipotesi, il problema non riguarda la specializzazione emisferica ma la disregolazione della corteccia prefrontale e delle regioni delle aree anteriori (in primo luogo, la corteccia anteriore del cingolo) nel corso della valutazione degli stimoli emozionali. Alcuni studi hanno evidenziato che, rispetto ai controlli, i soggetti alessitimici hanno:

  • una ridotta attività della corteccia cingolata anteriore valutata con la PET quando esposti a film con sequenze connotate emotivamente (Lane et al, 1998),
  • una ridotta attività delle regioni cerebrali anteriori e medio-frontali valutati con la fMRI quando esposti ad immagini connotate emotivamente (Berthoz et al, 2002),
  • una ridotta attività della corteccia medio-frontale dell’emisfero destro mediante l’analisi del flusso ematico cerebrale (rCBF) (Kano et al, 2003),
  • una disregolazione delle regioni corticali anteriori nelle primissime fasi dell’elaborazione degli stimoli emotivi (studio della sincronizzazione delle onde theta con EEG) (Aftanas et al, 2003).

A seguito di queste ricerche, Lane e collaboratori (1997) hanno definito l’alexithymia come l’equivalente emozionale della cecità cerebrale (blindfeel model).
Bisogna naturalmente esprimere molta cautela nell’interpretare i risultati di brain imaging poiché a) sono studi di laboratorio e non in vivo, b) riguardano per la maggior parte soggetti volontari sani, c) sono studi di associazione che non dicono nulla né sulla natura delle associazioni né sulla direzione causale dell’associazione.

Lo stato dell’arte sull’alexithymia
In conclusione, lo stato dell’arte sull’alexithymia può essere riassunto nei seguenti termini:

Vulnerabilità aspecifica.
Contrariamente a quanto si pensava inizialmente (ed a quanto molti continuano a pensare ancora oggi), l’alexithymia non è una categoria psicopatologica associata specificamente alle malattie psicosomatiche ma una dimensione di personalità che predispone aspecificamente a disturbi somatici e psichici della regolazione affettiva.

Dimensione di personalità della disregolazione affettiva.
L’alexithymia è quindi ritenuta un costrutto che abbraccia più sindromi classificate in modo discreto dal DSM-IV nell’Asse I e nell’Asse II. Tali sindromi hanno sintomatologie diverse (e pertanto vengono rubricate sotto etichette diagnostiche diverse dal sistema classificatorio categoriale e basato sui sintomi del DSM-IV) ma la base comune nel deficit individuale di abilità nell’auto-regolazione degli affetti (dai disturbi somatoformi a quelli ansioso-depressivi a quelli del comportamento alimentare all’abuso di sostanze alle patologie funzionali con medically unexplained symptoms). Tale ipotesi consente di spiegare la frequente sovrapposizione diagnostica fra disturbi differenti (che viene invece concepita tradizionalmente come comorbilità).

Deficit dello sviluppo del sé.
Coerentemente con le moderne teorie delle emozioni, l’alexithymia viene concepita come un arresto dello sviluppo che compromette l’uso delle funzioni di mentalizzazione per auto-regolare le dinamiche affettive. Tale aspetto evolutivo consente di spiegare la similitudine con altri costrutti psicologici come la funzione riflessiva, l’intelligenza emotiva e i disturbi dell’attaccamento.

Correlati neurobiologici.
Studi recenti che si avvalgono delle moderne tecnologie di brain imaging hanno consentito di avanzare interessanti ipotesi sull’alexithymia. Soggetti alessitimici hanno evidenziato sia un problema di connessione inter-emisferica (e probabilmente iper-attività dell’emisfero destro) che la disregolazione delle aree prefrontali ed anteriori, soprattutto a carico della corteccia anteriore del cingolo. Si tratta di studi pionieristici, difficili da implementare e interpretare, e sono soprattutto studi di associazione. La strada lungo questa direzione di ricerca è ancora tutta aperta ed estremamente interessante, considerate le connessioni fra funzionamento cerebrale e sistema immunitario e disturbi dell’umore.

Necessità di una valutazione multi-metodo dell’alexithymia.
I risultati maggiori sull’alexithymia sono stati ottenuti in tutto il mondo con le scale di Toronto, considerate gold standard del settore. Tuttavia ci sono numerosi problemi concettuali e metodologici nell’uso delle scale self-report di Toronto e vari gruppi di ricerca (compreso quello di Taylor e Bagby) sono al lavoro per elaborare nuovi strumenti di misura, principalmente scale di etero-valutazione. Sicuramente ci saranno molte novità su questo versante nel prossimo futuro. 6. Trattamento dell’alexithymia.
È la grande incognita. Non si sa se e come si possono trattare i pazienti alessitimici. Fino ad oggi vi sono esperienze e casi clinici sparsi da cui emerge che trattare un paziente alessitimico, indipendentemente dalla sintomatologia, è un compito molto arduo sia per la scarsa capacità di elaborazione mentale che per i sentimenti contro-transferali di noia indotti nel terapeuta. Non vi sono studi controllati però sul trattamento. L’unico studio pubblicato è di un’autrice lituana ed ha mostrato gli effetti positivi della psicoterapia di gruppo in alcuni pazienti post-infartuati (Beresnevaite, 2000).

Bibliografia

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Beresnevaite M. Exploring the benefits of group psychotherapy in reducing alexithymia in coronary heart disease patients: a preliminary study. Psychother Psychosom 2000; 69: 17-22.

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Relazione presentata al 1º Convegno Internazionale sull’Addiction L’era dell’eccesso: Clinica e psicodinamica dell’addiction
tenutosi a Palermo il 28-29 ottobre 2004,
organizzato dalla Cattedra di Psicologia Clinica (Prof. Daniele La Barbera) e dalla Cattedra di Psicopatologia dello Sviluppo (Prof. Vincenzo Caretti) dell’Università di Palermo.

Inconscio

Come intendeva l’inconscio Erickson di Dominique Megglè

L’inconscio è inteso da Erickson come un grande serbatoio di risorse: “Associa immagini, sensazioni, idee e simboli secondo rapporti di analogia e somiglianza che hanno fra loro, operando in un presente permanente. Queste catene di associazioni si spezzano e si intersecano, si allacciano e si sciolgono in una complessità che sfida qualsiasi analisi razionale. È questo il motivo per cui Erickson considerò l’analisi freudiana dell’inconscio un’impresa prometeica, irrealistica e inefficace. La complessità dell’inconscio e la povertà dei mezzi del conscio sono tali che è meglio lasciare che sia l’inconscio a disfare ciò che ha fatto. La terapia deve solo fornirgli il contesto in cui farlo. Tanto peggio se non comprendiamo il motivo per cui il paziente sta meglio!” (Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni, 1998 Como, p. 122)

Erickson quindi non insegna alcuna teoria al paziente ma entra nel mondo del malato e mira a comunicare direttamente alla sua mente inconscia secondo il suo linguaggio.
Erickson riprende antiche procedure di guarigione come l’uso delle metafore “Esse aiutano a indurre uno stato ipnotico e a curare il malato. Se, sentendo una storia, il paziente manifesta improvvisamente i segni di una trance, significa che il terapeuta ha raggiunto il cuore del problema. La storia, per essere ipnotica, deve avere rapporti metaforici con il problema in questione, ma soprattutto non deve avere con quello un rapporto razionale evidente, altrimenti la mente conscia se ne approprierebbe per dissertare. Le metafore consentono di aggirare le resistenze che il paziente oppone al cambiamento: sono un modo indiretto di suggerire delle piste di soluzione all’inconscio” (Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni, 1998 Como, pp.125-126).

Anche l’uso di prescrizioni paradossali, di compiti a casa, di rituali, di corvée… ricorda l’agire di un maestro Zen, di uno sciamano oppure di un guaritore. Questi compiti impartiti al cliente da una parte impegnano la mente conscia dall’altra evocano un cambiamento e sono carichi si significati simbolici.

Secondo Erickson il terapeuta deve promuovere il cambiamento tramite questi “inganni” per liberare il paziente dalle limitazioni apprese: “… la coscienza dell’uomo moderno razionalistico gli permette di sfruttare solo in minima parte le sue risorse mentali. Ecco perché l’approccio ericksoniano, a differenza della maggior parte delle psicoterapie tradizionali volte a rendere coscienti i contenuti inconsci, consiste nell’attivare le associazioni inconscie eludendo l’intenzionalità cosciente del soggetto. “Se il suo Io fosse capace di risolvere il problema – fa rilevare Erickson – il paziente non avrebbe bisogno di un terapeuta.” (Walter Oberhuber Ipnosi, FrancoAngeli, 2000 Milano, p. 35)

 

Tratto da Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni

Autoipnosi di M. H. Erickson

Una paziente mi disse: “Io ho una grave nevrosi, ma non posso parlarne con lei, né con nessun altro. La conosco attraverso alcuni amici che sono suoi pazienti. Ma non ho il coraggio di dirle qual è il mio problema. Allora, vuole essere il mio terapeuta?” “Si, in qualunque modo mi sia possibile”, risposi. “Bene, voglio fare così”, disse la donna. “La sera, verso le undici, prenderò la macchina e verrò a parcheggiare nella sua stradina, e immaginerò che lei sia in macchina con me. E allora penserò per bene al mio problema”. Mi pagò due sedute. Non so quante volte passò metà della notte, fino quasi alle quattro del mattino, nella mia stradetta a lavorare al suo problema. Lavorava al suo problema e mi pagò solo due sedute.

Poi mi disse: “Ho risolto il mio problema. Ora, se lei è disposto, collaborerò con lei a del lavoro sperimentale”. Così Linn Cooper [co-autrice insieme a Erickson di Time Distortion in Hypnosis – trad.it. “distorsione temporale nell’ipnosi” in M.H. Erickson, Opere, Vol II, casa editrice Astrolabio] e io la utilizzammo in esperimenti di distorsione temporale in ipnosi. Così in realtà mi pagò, col tempo che mi dedicava.

E io le suggerii di servirsi della trance, quando Linn Cooper e io lavorammo sulla distorsione temporale, a suo proprio vantaggio. Linn Cooper e io eravamo soddisfatti: stavamo ottenendo quello che volevamo. E anche lei penso che ottenne quello che voleva. In questo caso abbiamo un esempio preso alla lettera del motto di Erickson ” E’ il paziente che fa la terapia”. E tuttavia questa paziente aveva bisogno di sapere che Erickson era il suo terapeuta.

Ovviamente la donna non poteva trattare il proprio caso senza un terapeuta. Forse questo bisogno di un’altra persona, un terapeuta (non fosse altro che nella fantasia), conferma l’insegnamento di Martin Buber, quando dice che solo dal rapporto con gli altri possiamo essere appagati e resi capaci di crescere.

Tratto da M. H. Erickson, LA MIA VOCE TI ACCOMPAGNERA’ . I racconti didattici di Milton H. Erickson, a cura di Sydney Rosen – casa editrice Astrolabio

Il linguaggio e l’arte della suggestione di Milton H. Erickson e Ernest L. Rossi

L’arte della suggestione risiede nell’impiego delle parole e degli svariati significati delle parole. Io ho passato molto tempo a leggere dizionari. Quando leggete le varie definizioni che può avere una stessa parola, questo cambia completamente il concetto che avevate di quella parola, e di come può essere impiegato il linguaggio.

Si può correre svelti o vestirsi svelti. Ci sono donne che sono svelte. Prendete la parola cambio. Se cambio parere è cosa molto diversa che se vado in banca e cambio dei soldi, oppure se in diligenza mi fermo alla stazione di cambio. E quando cambio abito, è tutt’altra cosa ancora. Non sto cambiando abito, sto cambiando quello che indosso. E così via. Ci sono tante di quelle parole con molteplici impieghi! Quando cominciate a riconoscerle, potete sapere la differenza tra davvero e davvero (detto in tono più profondo e accentuato).

Davvero detto per davvero significa qualcosa di ben preciso, per un bambino piccolo.

R. Tanta parte dell’arte e della scienza della suggestione risiede nel sapere e nell’utilizzare correttamente questi significati multipli delle parole, nonchè l’accentuazione di voce e la sequenza in cui sono pronunciate.

Tratto da Milton H. Erickson e Ernest L. Rossi, L’ESPERIENZA DELL’IPNOSI. Casa Editrice Astrolabio

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