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Autore: Hiram

Equanimità

Equanimità e fiducia

L’equanimità è l’opposto dell’attaccamento, è non-attaccamento. È una dimensione determinante del sentiero interiore. Ovviamente, esistono diversi gradi di equanimità, ma anche un’aspirazione, una sincera aspirazione verso di essa è già un inizio di vera equanimità. Dunque, l’equanimità è l’anima del lavoro interiore, il cuore del sentiero, il cuore della realizzazione e dell’adempimento. L’equanimità è l’anima della presenza mentale che chiamiamo consapevolezza non-giudicante, cioè una consapevolezza che tende all’equanimità. L’equanimità è il cuore della saggezza, non si può guardare in profondità senza l’intimo equilibrio dell’equanimità. E l’equanimità è anche il nucleo più profondo dell’amore, della compassione, della gioia empatica.

Nell’insegnamento delle quattro dimore sublimi: metta, gentilezza amorevole; karuna, compassione; mudita, gioia empatica; upekkha, equanimità, l’equanimità viene per ultima, è l’ultima ad essere insegnata, come per evidenziare che gli stati che la precedono, la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia empatica, non sono autentici se sono privi di equanimità.

Se è assente l’equanimità, può un sentimento di amorevole gentilezza essere davvero incondizionato e privo di riserve? È impossibile. Non sarebbe equilibrato. Si tratterebbe di una preferenza e non dell’apertura cui si allude parlando di gentilezza amorevole incondizionata. Non possiamo nemmeno essere sinceramente compassionevoli, se al cuore della nostra compassione non c’è una reale presenza di equanimità. Saremmo identificati con la sofferenza, proveremmo dispiacere, amarezza, cordoglio, commiserazione, ma tutto ciò non è compassione. La compassione è una grande forza, perché è una combinazione di tenerezza e di stabilità, la stabilità che proviene dall’equanimità.

Ci si può accostare all’equanimità attraverso tre stadi, ma ogni stadio può anche essere praticato separatamente.

Il primo stadio riguarda la fiducia e la sfiducia. Se verifichiamo che c’è molto scoraggiamento, molta sfiducia in noi stessi, o una tendenza generalizzata alla sfiducia, è importante prima di tutto prenderci cura di questi sentimenti, perché, per praticare l’equanimità, per generare equanimità, per svilupparla, abbiamo bisogno di una base di fiducia, altrimenti risulta impossibile. Dunque, ci proponiamo di osservare con gentilezza le onde di sfiducia, le onde di scoraggiamento, che generano squilibrio e disorientamento, e minano la nostra motivazione. Dobbiamo prenderci cura di queste onde di sfiducia, di autosvalutazione, di scoraggiamento e per prima cosa praticare la vipassana. Percepiamo con gentilezza e, se possibile, con tenerezza, la qualità di quest’onda di sfiducia, cerchiamo veramente di incontrarla e di osservarla gentilmente. È una cosa che facciamo raramente e alla quale non siamo affatto allenati. O ci lasciamo sommergere dallo scoraggiamento e dalla sfiducia o cerchiamo di respingerla e non di osservarla; mentre invece, nella nostra pratica, è essenziale entrare in contatto, in intimità, con questi sentimenti, lavorando seriamente a cambiare il nostro atteggiamento. Anziché rammaricarci di essere scoraggiati, anziché biasimarci per il nostro scoraggiamento, ci dedichiamo a osservare con gentilezza queste onde. E non dobbiamo esitare a infondere quanta più gentilezza possiamo, a insinuare un tocco delicato, lieve, tenero.

È un atteggiamento completamente diverso di fronte alla sfiducia e allo scoraggiamento, un atteggiamento che scardina alle radici l’identificazione, ossia la nostra radicata tendenza a credere ciecamente ai pensieri e alle conclusioni della sfiducia e dello scoraggiamento.

Dunque, io trovo che questo sia un lavoro essenziale, se vogliamo costruire fondamenta che ci permettano di lavorare fruttuosamente allo sviluppo dell’equanimità. Infatti, quando attivamente abbracciamo lo scoraggiamento e la fiducia, succede che, almeno in parte, essi perdano il potere che hanno su di noi. Ci sentiamo più liberi, anche se forse le onde di scoraggiamento ci fanno ancora male. Tuttavia avvertiamo che ora possiamo intraprendere il cammino per sviluppare l’equanimità.

Passiamo ora a quello che potremmo chiamare il secondo stadio, ma che può anche essere il primo, se non dobbiamo lavorare preliminarmente allo scoraggiamento e alla sfiducia. Il secondo stadio consiste nel portare la nostra capacità di un’osservazione sempre più salda, sempre più gentile, su qualsiasi reattività, su qualsiasi atteggiamento opposto all’equanimità, su qualsiasi momento di avversione o di attaccamento. Talvolta, viene usato il termine ‘egoità’, per sottolineare che il lavoro consiste nell’imparare ad osservare, sempre di più, in modo sempre più accurato, e sempre più disteso, il sorgere dell’io-mio, che è pura pratica di vipassana, e la pratica di vipassana è pratica di equanimità.

Se lavoriamo in questo modo, rivolgiamo la nostra attenzione non-violenta in particolare all’area della reattività, che è chiamata ‘il nemico lontano’, il nemico antitetico dell’equanimità. Ma rivolgiamo l’osservazione anche a ogni forma di indifferenza, che è tradizionalmente chiamata ‘il nemico prossimo’ dell’equanimità, ricordandoci che l’indifferenza è un indurimento, un’avversione congelata e ricordandoci che, non di rado, per lavorare con l’indifferenza è necessaria una buona capacità di investigazione.

Un’accresciuta energia investe la nostra motivazione, il nostro impegno, allorché cominciamo ad assaporare momenti di vera equanimità, allorché cominciamo a gustare la qualità speciale di libertà che si accompagna all’equanimità. Si tratta di un primo assaggio della nostra libertà interiore, che non dipende dalle condizioni esterne. È un profondissimo sollievo quando cominciamo ad assaporarla e la nostra motivazione per la pratica del Dharma cresce straordinariamente.

Più lavoriamo allo sviluppo dell’equanimità, e più la parola ‘rilassamento’ acquista un significato più vasto. Comprendiamo cosa possa essere un totale rilassamento, anche se solo per pochi istanti, perché in generale pensiamo al rilassamento come a un fenomeno fisico, ma il rilassamento può essere sia fisico sia mentale. E può essere talora un’intuizione improvvisa e dirompente, perché forse siamo stati contratti senza saperlo, per un’intera vita. E quando cominciamo di nuovo a gustare qualche momento di vera distensione mentale, che significa l’aprirsi del cuore, la forza di questa sensazione di sollievo ci fa letteralmente trasalire.

Ci accorgiamo, allora, di quanta sofferenza crei la reattività, e più ce ne accorgiamo e più diventiamo non-reattivi. Continuiamo, ogni volta di più, a verificare la qualità separativa della reattività e generiamo quello che in questa tradizione è chiamato ‘sereno disincanto’. Siamo sempre meno sedotti dalla nostra reattività. Diventiamo più sereni. Sereno disincanto: meno ipnotizzati dall’io-mio.

Quello che chiamo il terzo stadio è la pratica specifica del brahmavihara, basata sul pronunciare alcune frasi, come negli altri brahmavihara. Secondo la tradizione buddhista, quando si pratica upekkha, l’equanimità, si porta alla mente qualcuno o se stessi e si pronuncia la frase: “La tua felicità o infelicità non dipendono dai miei auspici, ma dalle tue intenzioni e dalle tue azioni”.

Dunque, noi auguriamo di cuore qualcosa a qualcuno, ma dobbiamo anche avere la saggezza per comprendere che il nostro controllo sulle cose è molto limitato. E in questo consiste l’equilibrio di upekkha, l’equilibrio dell’equanimità.

Possiamo anche usare un genere di frasi diverso, purché abbia la stessa forza evocativa di equanimità. Possiamo pronunciare le frasi: “Che tu possa accettare le cose così come sono, che tu possa accettare te stesso così come sei. Che io possa accettarti così come sei. Che io possa accettare me stesso così come sono”.

Il Buddha ha spesso sottolineato la forza di un’intenzione chiara. Queste frasi sono la formulazione di intenzioni chiare. La pratica dei brahmavihara, in questo caso la pratica di upekkha, dell’equanimità, è basata sull’attenta ripetizione di una, due o tre di queste frasi. Si tratta di concentrarsi sulla ripetizione, la lenta e attenta ripetizione di queste frasi colme di significato e di sostituire, sempre e di nuovo, alle proprie proliferazioni queste chiare e positive intenzioni.

Si può praticare upekkha durante una seduta di meditazione, seguendo una sequenza: si inizia da una persona neutra. “Che tu possa accettare le cose così come sono. Che tu possa accettare te stesso così come sei. Che io possa accettarti così come sei”.

Si prosegue quindi con un benefattore, una persona cara, sé stessi, una persona con cui si è in difficoltà, tutti gli esseri.

Si può praticare in modo formale, durante una seduta, o si può praticare in azione e io personalmente raccomando vivamente la pratica in azione, in aggiunta alla pratica formale. Nell’ambito dei corsi di meditazione abbiamo sperimentato la pratica dell’equanimità nell’azione, ed è risultato estremamente utile, nel corso delle nostre giornate più o meno affaccendate, tornare a quelle frasi: “Che io possa accettarti così come sei. Che io possa accettarmi così come sono”.

Accettare quello che c’è così com’è è una saggia rinuncia a ciò che non c’è. Dunque, l’accettazione, il lasciar andare, la saggezza, la compassione, non sono che diverse facce della stessa cosa. C’è una qualità particolarmente lenitiva, non solo in uno stato mentale di equanimità pienamente sbocciata, ma, come già si diceva, anche in una tranquilla aspirazione all’equanimità. È curativa, è lenitiva, perché è un bisogno che costantemente reprimiamo, che costantemente soffochiamo. E quando cominciamo a prenderci cura di questo bisogno, cominciamo a respirare, veramente.

Il potenziale è all’interno, il potenziale è dentro di noi, e vuole essere sviluppato, ci prega di essere sviluppato. È la nostra natura. La nostra vera natura. E uno dei miracoli della pratica è che ci risvegliamo sempre di più a questo potenziale che già possediamo e che ci chiede di essere sviluppato.

Dunque, che noi tutti si possa accettare noi stessi così come siamo, che possiamo accettare gli altri così come sono. Che tutti gli esseri possano accettare sé stessi e gli altri esseri così come sono.

 

CORRADO PENSA
uno dei più apprezzati maestri di meditazione attualmente in attività. E’ insegnante guida dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) di Roma e conduce ritiri in Europa e negli Stati Uniti, dove è insegnante senior dell’Insight Meditation Society (Barre, Usa), uno dei più importanti centri al mondo per la pratica meditativa di scuola buddhista. Già docente ordinario di Religioni e Filosofie dell’India all’università La Sapienza di Roma, è stato anche psicoterapeuta junghiano.

Sala Meditazione

Il coraggio della consapevolezza

La psicologia insegna che la madre saggia è colei che cura, sostiene e protegge il suo bambino da una parte, mentre è pronta, d’altro canto, a dargli fiducia. In questo modo, sentendosi rassicurato, il bambino impara a stare volentieri anche da solo e sviluppa interesse per esplorare ciò che non conosce.

A me sembra utile chiedersi quale può essere nel cammino spirituale un equivalente della madre saggia, ossia un qualcosa che, sostenendoci intelligentemente, ci permette di avanzare con fiducia e coraggio.

Io credo che tale equivalente è ciò che potremmo chiamare la base della pratica ed è rappresentato da un insieme di cose, o meglio di condizioni, per usare il linguaggio dharmico, condizioni che, appunto, sostengono e sospingono. Vediamo di passarle brevemente in rassegna.

a) In primo luogo ricordiamo tutto ciò che è sangha e dunque gruppi di pratica, insegnanti, monasteri e monaci, centri urbani di Dharma, centri di ritiro. L’elemento chiave è arrivare a sentire tutte o alcune di queste ‘condizioni’ come familiari e affidabili. Il meditante che per un attimo si commuove rimettendo piede in un luogo di ritiro, che in passato fu propizio a un’apertura del cuore, percepisce una sorta di calore e di affidabilità. Consideriamo inoltre la contentezza che possiamo avvertire allorché ci affacciamo in un posto dove siamo soliti praticare in gruppo: quella contentezza è una forma implicita e per niente superficiale di presa di rifugio nel sangha. E sempre nel sangha io includerei la tradizione grazie alla quale ci sono pervenuti attraverso i secoli gli insegnamenti che seguiamo. La gratitudine verso la tradizione è un’altra forma di presa di rifugio nel sangha.

b) Naturalmente farà parte della base della pratica una buona comprensione delle dottrine essenziali del Dharma, a cominciare dall’insegnamento circa le quattro verità fondamentali. Qui non si parla di una realizzazione profonda di tali dottrine, né, d’altra parte, di una conoscenza erudita. Intendiamo piuttosto lo sviluppo di un certo interesse e di un certo gusto a riflettervi, aiutandosi con l’ascolto e lo studio del Dharma. Anche qui la chiave importante è quel certo senso di familiarità e di fiducia che può nascere da questo tipo di riflessione.

c) Una sincera attrazione per la sfera dell’etica e della sua coltivazione, con tutte le difficoltà che ciò comporta, dato che ‘il mondo’, oggi come ieri, è sempre andato in direzione opposta a una vita virtuosa. E ciò in modi grossolani o molto sottili. Ora un’etica che tende sempre più a farsi sensibilità, a farsi impegno via via meno fragile e più tranquillo alimenta anch’essa un agio e una fiducia ‘materne’.

d) La pratica formale di calma concentrata nel suo aspetto più diffuso in questa tradizione, ovvero l’attenzione al respiro o ad altra sensazione fisica rilevante, alimenta col tempo una forza, un’energia che è importante per diverse ragioni. Tra esse spiccano, ancora una volta, la serenità e la fiducia che vengono al seguito di una mente più unificata. Notiamo che la pratica di calma concentrata per riuscire soddisfacente e fruttuosa dovrà essere intrinsecamente ‘condizionata’ da a), b) e c).

e) Personalmente apprezzo molto, accanto alla pratica formale di raccoglimento sul respiro, una modalità di raccoglimento di tipo più informale che per molti si rivela strumento eccellente di lavoro interiore: la pratica della metta (benevolenza) in azione, ossia evocata il più possibile nel fitto della vita quotidiana. Essa pure, col tempo, produce una sensazione di fondo, assai netta, di sostegno. Chi ha dimestichezza con questa pratica sa che anch’essa procede per fasi: fasi difficili, fasi agevoli. Un giorno può sembrarci che la metta ormai abbia preso fissa dimora in noi, il giorno dopo abbiamo quasi l’impressione di non averla mai praticata, tanto si è fatta ardua.

Questi cinque punti configurano una versione di ciò che abbiamo chiamato la base della pratica. Superfluo dire che possono esserci versioni differenti da questa, a seconda del lignaggio di pratica che uno segue e dalle inclinazioni spirituali dell’individuo. L’importante è che l’insieme degli ingredienti riescano a compaginarsi in una base, in un fondamento nutriente capace di sostenerci ‘maternamente’.

Ora questo fondamento sembra imprescindibile per i più a causa di una ragione molto precisa, che è questa: praticare davvero la consapevolezza e dunque esercitarla a tutto campo significa avventurarsi in un territorio in larga parte ignoto, anche se ci appare familiare.

Per esempio, sappiamo bene che talora ci coglie quel tale astio sordo. Dunque, roba risaputa. Tuttavia, in realtà non ci siamo mai ‘seduti’ dentro l’astio in silenzio ad ascoltarne la pulsazione e, probabilmente, non abbiamo alcuna intenzione di farlo, malgrado i nostri interessi spirituali. Ecco la terra incognita e la paura di attraversarla.

La vasta capacità intrinseca al nostro cuore – annota Ajahn Munindo – ha già in se stessa tutto quello che cerchiamo. Il problema è che noi preferiamo non affrontare la paura di entrare in una realtà più ampia 1.
In breve il punto sembra esser questo: per potere aprirsi di più (molto di più) alla realtà, per imparare a entrare in intimità col movimento della mente e della vita, abbiamo bisogno di lasciare andare una contrazione fondamentale, quella contrazione chiamata anche io-mio. L’incessante pensare per pensare, il nostro profondo attaccamento al discorrere mentale è, in effetto, un continuo fasciarci, coprirci, chiuderci. Infatti, così facendo, noi dipingiamo e definiamo la realtà in termini noti e abituali, poco conta se negativamente o positivamente.

L’enormità, il fatto sconcertante che la pratica pian piano ci rivela è che noi, per lo più, siamo ben poco in contatto con le cose così come sono. E ciò perché la contrazione fondamentale dell’io-mio ci preclude la realtà. Questa sorta di paralisi ci porta a una radicale incapacità di ascolto ovvero di consapevolezza.Sicché piuttosto che alimentarci dell’ascolto diretto (di cose, situazioni, persone) noi ci nutriamo, piuttosto, di giudizi, concetti, reazioni espresse prima e durante l’ascolto, ascolto che finisce così per aver luogo ben di rado. E il nostro ‘spazio del cuore’, potenzialmente assai vasto, non può che restringersi e contrarsi.

Il pensare incessante e ripetitivo interferisce con la capacità di connetterci con il nostro mondo. Isolati dentro le nostre teste, aspiriamo acutamente a quella connessione dalla quale il nostro pensare ci tiene lontani… Può essere una scoperta non da poco quella di accorgersi che tanta parte del nostro pensare è noiosa, ripetitiva e irrilevante e che, oltre a ciò, ci isola e ci taglia fuori proprio da quel sentimento di connessione che tanto apprezziamo 2.
Del nostro continuo raccontarci e giudicare la realtà senza ascoltarla fa parte organicamente la compulsione a controllarla il più possibile di modo che essa ci appaia così come ce la raccontiamo, come vogliamo che sia e come siamo saldamente abituati a raccontarcela e a volerla. E dunque, per esempio, l’indugiare frequente in pensieri circa il futuro è spesso un tentativo di esorcizzare l’imprevisto, di cercare ‘sicurezze’ di vario genere, di disporre e ridisporre le cose per far fronte all’indistinto, all’ignoto.

E così pure -altro esempio abbastanza evidente di controllo- quando rimuginiamo ciò che vorremmo dire a quel tale o ciò che gli avremmo voluto dire, di nuovo siamo preda della coazione a controllare, di nuovo rifiutiamo l’ascolto di ciò che è: in questo caso rabbia, paura e simili. Da notare che queste strategie di controllo e diversione sono diventate talmente abituali da apparirci come la più innocua ‘normalità’. Per questa ragione, se vogliamo lavorare su tutto ciò, abbiamo bisogno di una pratica che diventi per lo meno altrettanto normale.

Ma perché la pratica possa cominciare a intaccare questo groviglio è cruciale capire ciò che efficacemente sottolineava poc’anzi Epstein, vale a dire che l’incessante controllare e proliferare mentalmente ha come risultato più cospicuo quello di isolarci, alienarci, separarci e dunque di addolorarci. Attaccati a come vorremmo che la realtà sia, non entriamo in contatto con la realtà e soffriamo.

Solo se cominciamo a comprendere questa contraddizione potrà sorriderci la prospettiva di apprendere l’arte del lasciare andare la compulsione al controllo e alla proliferazione mentale.

Ciò comporterà di mettere in discussione tutto il peso e la densità che siamo abituati a dare alle nostre conclusioni, opinioni, giudizi; tutto il potere che conferiamo alle nostre percezioni, pur sapendo che sono spesso sbagliate; tutta l’autorità che impartiamo alle nostre emozioni.

Tuttavia tale messa in questione può aver luogo soltanto se cambia musica e solo se ci ritroviamo sempre più a dare il potere alla consapevolezza, invece di identificarci meccanicamente con l’avversione, l’attaccamento, la paura, con l’abitudine a controllare e a evocare il noto. Ma perché la consapevolezza possa ‘decollare’ sarà necessaria – almeno per la grande maggioranza dei cercatori interiori – la ‘madre saggia’, ossia quella base spirituale affidabile e calda che dicevamo.

Così sorretta, la consapevolezza potrà osare esplorare, a cominciare dai ‘nodi del cuore’. Infatti, come già si diceva, noi non vogliamo contemplare in silenzio la nostra rabbia, anche se il progetto ci affascina e lo raccomandiamo in giro. Piuttosto, noi vogliamo parlare nella rabbia, vogliamo pensare e immaginare nella rabbia, anche se tutto ciò che diciamo è prevedibile. Anzi, è importante proprio perché è prevedibile, ripetitivo, noto, abituale. In questa maniera noi non incontriamo mai davvero la rabbia. Al contrario, ne rimaniamo separati da quella barriera proliferante alla quale siamo così attaccati.

Riepilogando: se, grazie a quella ‘madre saggia’ che è la base della pratica, nasce in noi il coraggio della consapevolezza, ci accorgiamo anzitutto della costante contrazione di vita nella quale ci muoviamo e, inoltre, tocchiamo con mano che le numerose strategie di controllo e di diversione alle quali si ricorre sono fallimentari e hanno come unico effetto quello di aumentare la contrazione.

Già questa prima intuizione (in genere gradualissima) comincia a indebolire la contrazione fondamentale. È un po’ come trasalire al rendersi conto di un grosso errore che siamo venuti facendo per molto tempo. Quindi la consapevolezza, vedendo la fecondità del lasciare andare, è mossa da ulteriore fiducia e coraggio e prende a muoversi oltre quella resistenza che ci separa e ci divide. Questa è la vera capacità di consapevolezza intima, ossia la capacità di riposare in silenzio attento e, in qualche modo, affettuoso, dentro la paura o qualsiasi altro moto mentale. Ecco allora che la separazione-alienazione cronica da ciò che accade, la barriera giudicante-proliferante-controllante prende a dare segni di scioglimento. E questo evento – che non soltanto è lento e graduale ma anche travagliato e punteggiato da ricadute – è evidentemente carico di conseguenze.

Alcune che mi sembrano di grande rilievo sono le seguenti. Anzitutto intimità e comunione sia con lo spiacevole sia con il piacevole significa cominciare veramente a capire e gustare la vita nel presente in spirito di connessione. Ancora molto incisivo Epstein:

Allorché siamo afflitti da sensi di indegnità è facile sentirsi manchevoli e vedere nell’amore di un’altra persona l’unica possibilità di soluzione per il nostro disagio. La meditazione tende a operare in direzione contraria rispetto a questa conclusione di manchevolezza, lavorando a restaurare la capacità di connessione dall’interno… Nel far ciò la meditazione mette in questione ciò che nella nostra cultura si dà per scontato e cioè che la connessione può avvenire solo in virtù di un altro. Nella visione buddhista la connessione è già presente. Noi non siamo separati e distinti come pensiamo di essere. La connessione è il nostro stato naturale: dobbiamo solo imparare a permettercelo 3.
Intimità significa, inoltre, lasciare andare, abbandonare la resistenza cronica (di cui fa parte la mente cronicamente giudicante) e approdare a un maggior agio.

Infine intimità significa comprensione più profonda.

E dunque se comprendiamo più profondamente ciò che non è salutare, ciò che causa sofferenza – per esempio abitudini, atteggiamenti, attività – tutto ciò è destinato ad attenuarsi e talora, suscitando grande felicità, a finire.

D’altra parte, se comprendiamo sempre più nettamente ciò che è salutare, ovvero tutto quanto contribuisce al bene, questa comprensione ci indurrà a una memorabile conversione del cuore.

Un’ultima annotazione. Questo scritto ha suggerito in vario modo come la consapevolezza vada suonata sempre in accordo armonico con il silenzio interiore, l’intimità, l’accettazione, l’abbandono, il lasciare andare. Vorremmo sottolineare questa cosa ancora una volta, data la sua grande rilevanza per un corretto intendimento della pratica.

In proposito, ricordiamo il lapidario “L’osservatore è l’osservato” di Krishnamurti 4. Che vuol dire? Se per esempio osserviamo la paura, se dunque l’osservato è la paura e se noi la osserviamo col desiderio che se ne vada, con fastidio e giudizio nei nostri confronti, allora quella mente che osserva la paura si rivela della medesima stoffa della paura, ha lo stesso sentire, la stessa logica, è la paura. Dunque l’osservatore è l’osservato, l’osservatore della paura è il censore impaurito e irritato. Siamo evidentemente agli antipodi della consapevolezza non giudicante.

Ma quando invece la consapevolezza è permeata di silenzio e di abbandono, è come se entrasse in scena un livello del tutto differente, nel quale c’è una liberante percezione che il dolore è sia nell’osservatore-giudice, sia nella paura osservata-censurata. E allorché questa percezione non è più un fatto episodico, bensì una naturale occorrenza, questo è segno che la consapevolezza, ben sostenuta dalla ‘madre saggia’, sta fiorendo dentro di noi.

NOTE
1. Ajahn Munindo, The Gift of Well-being, River Publications, Harnham, Gran Bretagna, 1998, p. 68. Trad. nostra.
2. M. Epstein, Going to pieces without falling apart. A Buddhist perspective on wholeness, New York 1998, pp. 58-9. Trad. nostra.
3. Ivi, p. 75.
4. È un tema che attraversa tutta l‘opera di Krishnamurti. Abbondanti riferimenti nei voll. 15 e 16 dei Collected Works. In italiano si può vedere la recente antologia: Krishnamurti, Libertà totale, Ubaldini Editore, Roma 1998, pp. 247-8.

 

CORRADO PENSA
Uno dei più apprezzati maestri di meditazione attualmente in attività. E’ insegnante guida dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) di Roma e conduce ritiri in Europa e negli Stati Uniti, dove è insegnante senior dell’Insight Meditation Society (Barre, Usa), uno dei più importanti centri al mondo per la pratica meditativa di scuola buddhista. Già docente ordinario di Religioni e Filosofie dell’India all’università La Sapienza di Roma, è stato anche psicoterapeuta junghiano.

Consapevolezza

Krishnamurti: consapevolezza, amore e libertà

A più di dieci anni dalla morte di Krishnamurti, Ubaldini inaugura la collana Krishnamurti su, un’interessante iniziativa che presenta il pensiero di Krishnamurti attraverso specifici argomenti da lui affrontati. I primi due libri sono Sulla libertà (1996, 158 pp., L. 24.000) e Sull’amore e sulla solitudine (1996, 148 pp., L. 24.000). La massiccia pubblicazione degli insegnamenti di Krishnamurti risponde a un vivo interesse, diffuso ancor oggi in tutto il mondo, per l’immediatezza e la forza del suo messaggio.

Krishnamurti nacque nel 1895 a Madanapalle (presso Madras, nell’India del sud), da una famiglia di modeste condizioni economiche. Ancora tredicenne, fu ‘riconosciuto’ dalla società teosofica, allora presieduta da Annie Besant, come il maestro del mondo di cui era stata preannunciata la venuta e fu quindi portato in Europa dove, insieme all’inseparabile fratello Nitya, ebbe un’istruzione di tipo occidentale. Su iniziativa della stessa Besant e di Charles Leadbeater (il teosofo che, grazie a presunte doti di chiaroveggenza, aveva indicato in Krishnamurti l’atteso ‘messia’), fu istituito l’Ordine della Stella, con a capo lo stesso Krishnamurti. Nel 1925 Nitya morì di tubercolosi. Fu un’esperienza di grande dolore per Krishnamurti e fu, al contempo, causa di una profonda trasformazione: come egli stesso ricordò in seguito, dovette confrontarsi con l’immensa angoscia della perdita e lo fece senza ‘fuggire’, senza ricorrere a credenze consolatorie. Nell’agosto del 1929, davanti a un’assemblea di seguaci dell’Ordine della Stella riunitasi a Ommen Camp, in Olanda, per ascoltarlo, Krishnamurti lasciò sbalorditi tutti i presenti decretando lo scioglimento dell’Ordine. Affermò, in quell’occasione, che la ricerca spirituale deve essere una questione personale e che egli non sarebbe stato più la stampella di nessuno. In quello stesso discorso, espresse il suo intento di continuare a parlare a chiunque lo avesse ascoltato, “per rendere libero l’Uomo”. Da allora Krishnamurti ha girato il mondo incoraggiando a cercare la Verità dentro se stessi, senza accettare alcuna autorità, esterna o interna 2.

L’oggetto centrale dei suoi discorsi è la liberazione e ciò che impedisce la liberazione. L’immersione appassionata in questo che può essere considerato il cuore della ricerca spirituale ha toccato temi essenziali quali la morte, la paura, l’amore, il rapporto con gli altri, la meditazione, la religione, la natura della mente. Quale che fosse l’argomento su cui si soffermava, Krishnamurti ha sempre sottolineato il ruolo fondamentale della consapevolezza, del semplice vedere le cose così come sono, senza manipolazioni da parte dell’io. Soltanto la consapevolezza può condurre alla fine del condizionamento e dunque alla radicale trasformazione dell’individuo.

La trasformazione ha luogo in virtù del vedere il condizionamento in tutti i suoi aspetti, senza evitarlo, senza rifugiarsi in sensazioni gratificanti che, comunque, appartengono al condizionamento. Uno degli aspetti del condizionamento su cui Krishnamurti si è maggiormente soffermato è il ‘tempo’. Va detto innanzitutto che Krishnamurti, quando parla del tempo, distingue tra tempo effettivo e tempo psicologico. Quest’ultimo è una manifestazione dell’attaccamento, cioè dell’incapacità di stare nel ‘qui e ora’, della tendenza a proiettare un’immagine nel futuro utilizzando il ‘conosciuto’ accumulato nel passato. Secondo Krishnamurti non ci può essere consapevolezza qualora ci si limiti a proiettare nel tempo i propri contenuti mentali, il ‘pensiero’. Soprattutto perché il pensiero, al contrario della consapevolezza, è limitato, condizionato. Identificandosi con qualcosa di limitato, l’individuo diviene frammentato, aggrappato a quell’immagine, quel frammento che è l’io.

Ciò che chiamiamo pensiero è la risposta della memoria, e dove scatta questa reazione condizionata non ci può essere passione né intensità. C’è intensità solo dove c’è totale assenza di io 3.

Proprio per i rischi che si insinuano nella visione del tempo psicologico, Krishnamurti è sempre stato estremamente restio a parlare di pratica, ritenendo ogni concetto di gradualità un impedimento alla visione immediata delle cose. Considerare il lavoro interiore in termini di tempo significa consegnarlo a quello che, nella tradizione buddhista, viene chiamato tanha, il desiderio, la separazione della mente da ciò che è. Proprio il Buddha definisce il Dharma, cioè la verità ultima, akaliko, senza tempo.
La consapevolezza è la qualità della mente che osserva senza giustificazione o condanna, approvazione o disapprovazione, attrazione o repulsione, che si limita a osservare 4.

Una nota frase di Krishnamurti riguardo alla consapevolezza è ‘l’osservatore è la cosa osservata’. Con ciò si intende la necessità di non porre una distanza psicologica tra noi e l’oggetto dell’osservazione. L’osservatore, nel caso di un processo dualistico, è il conosciuto, la conoscenza che ha accumulato nozioni, ferite, reattività e che non può assolutamente vedere, ma soltanto proiettare un’immagine precostituita. L’osservazione senza un osservatore significa dunque svuotare la coscienza di quei contenuti che velano la realtà del momento presente:

Nell’ambito del conosciuto c’è attaccamento, con le sue paure, le sue disperazioni, e la mente che è trattenuta in quest’ambito, per quanto esteso e vasto sia, non è mai libera 5.

La separazione psicologica, spaziale (osservatore-osservato) o temporale (tempo psicologico, gradualità) è l’io. La fine dell’io è la fine del conosciuto. Allora rimane soltanto una consapevolezza nuda, autentica, innocente. Questa consapevolezza è amore (l’amore, secondo Krishnamurti, è ‘morire all’io’ 6) ed è la vera libertà.
Dobbiamo morire giorno per giorno a tutte le cose che abbiamo accumulato psicologicamente 7.

Amore e libertà sono due termini che Krishnamurti usa per indicare l’Incondizionato e per ispirare la visione profonda della realtà. Si tratta, dunque, di due approcci alla ricerca interiore diversi ma sostanzialmente convergenti, due vie attraverso le quali l’Incondizionato si tende verso di noi manifestando il suo profumo. In questo modo i libri di Krishnamurti appaiono al lettore come sentieri di indagine nella mente, con una freschezza intrinseca che li rende vere e proprie ‘meditazioni in atto’.
Perché questo modo di parlare della libertà e dell’amore non perda la sua capacità di evocare la consapevolezza, bisogna ‘spolverare’ questi termini da ogni eventuale distorsione. Ciò significa, innanzitutto, riconoscere e rifiutare tutto ciò che non è amore, smontando così, per mezzo di un’acuta e costante osservazione, l’intero edificio dell’io. Soltanto questo processo di sincera e appassionata negazione può condurre alla scoperta dell’amore autentico.

Solo scoprendo che cosa l’amore non è, sapremo che cos’è l’amore 8.

La meravigliosa ricerca dell’amore passa perciò attraverso l’osservazione diretta, non giudicante, del desiderio, del piacere, della ricerca di sicurezza e di tutto ciò che limita le nostre relazioni e le tramuta in conflitto. Ovvero, l’indagine di Krishnamurti si focalizza essenzialmente sull’io, poiché, se non si comprende veramente il movimento anche sottile dell’io, tutto ciò che viene chiamato amore non è altro che un’immagine illusoria, rafforzata con l’attaccamento alle tradizioni o agli ideali.

Lo stesso discorso vale per la libertà. Il primo possibile fraintendimento da cui Krishnamurti mette in guardia è quello di vedere la libertà come forma di reazione, cioè come qualcosa che si contrappone a ciò che lega, che condiziona. Ma ciò che è l’opposto di una cosa, afferma Krishnamurti, appartiene allo stesso ambito di quella cosa, cioè al limitato, al condizionato. Una libertà come forma di reazione è un’azione che si muove sempre e comunque orizzontalmente, che non osa quel balzo definitivo verso la libertà assoluta.

L’insegnamento di Krishnamurti, come si è visto, mira a eliminare quella distanza che siamo soliti creare tra noi e l’Incondizionato, tra noi e la vera natura delle cose. La libertà stessa viene reificata dall’io, ridotta a un concetto, a un’astrazione del pensiero e perciò dello stesso condizionato, del ‘conosciuto’. Inoltre, viene vista come un obiettivo da raggiungere, un oggetto da ottenere, un qualcosa da cui ci separa, di nuovo, l’illusione del ‘tempo psicologico’. Ajahn Sumedho chiama questa trappola dell’io gaining idea, il concetto, cioè, che dobbiamo conquistare qualcosa da cui siamo divisi, lontani. Rimandiamo, così, l’atto di vedere, ostacoliamo la visione immediata delle cose, ponendo tra noi e la libertà ultima la barriera del tempo, del pensiero, dell’attaccamento, della paura. Come insegna la tradizione buddhista (specialmente le scuole del Mahayana), la libertà, o natura di Buddha, è già presente, ma non la vediamo. Il sottile insegnamento di Krishnamurti ruota intorno a questo asse cruciale: non c’è una ‘liberazione nel futuro’ (definizione che evoca la nozione di tempo psicologico e allontana dalla presenza mentale), ma esiste soltanto il momento presente, che è senza tempo, che è già libertà. Questa relazione tra momento presente e libertà la ritroviamo nelle parole del maestro Zen Suzuki Roshi:

Se andate alla ricerca della libertà, non potete trovarla. La libertà assoluta stessa dev’essere presente già prima che voi possiate ottenere la libertà assoluta 9.

Nello stesso modo Krishnamurti è solito ripetere: “Il primo gradino è l’ultimo gradino”. Egli si rende conto che parlare di libertà può diventare un’oziosa speculazione su teorie o ideali, una stagnante proliferazione del pensiero. I suoi libri non espongono concetti (ne siamo già pieni) ma comunicano l’urgenza di vedere, di trasformare se stessi, di assaporare quel ‘frutto prezioso’, quell’‘incommensurabile qualcosa’.
Votarsi alla libertà e a scoprire cos’è l’amore, sono queste le uniche due cose che contino: la libertà e quella cosa chiamata amore 10.

NOTE
1. Krishnamurti, A se stesso, Ubaldini Editore, Roma 1990, p. 18.
2. Per la biografia di Krishnamurti si veda Mary Lutyens, La vita e la morte di Krishnamurti, Ubaldini Editore, Roma 1990.
3. Krishnamurti, Sull’amore e la solitudine, Ubaldini Editore, Roma 1996, p. 111.
4. Krishnamurti, Sulla libertà, Ubaldini Editore, Roma 1996, p. 117.
5. Sulla libertà, p. 75.
6. Krishnamurti-Andersson, Un modo diverso di vivere, Ubaldini Editore, Roma 1996, p. 154.
7. Sull’amore e la solitudine, p. 65.
8. Sull’amore e la solitudine, p. 68.
9. Shunryu Suzuki, Mente Zen, mente di principiante, Ubaldini Editore, Roma 1976, p. 92.
10. Sulla libertà, p. 112.

Silenzio Spazio

Il silenzio e lo spazio di Ajahn Sumedho

Secondo uno stile di vita mondano, il silenzio è qualcosa di cui non vale la pena occuparsi. È più importante pensare, creare, fare cose: riempire il silenzio con il suono. Di solito pensiamo ad ascoltare il suono, la musica, qualcuno che parla; riguardo al silenzio, crediamo che non ci sia nulla da ascoltare. E quelle volte in cui siamo con qualcuno e nessuno dei due sa cosa dire all’altro, ci sentiamo imbarazzati, a disagio; il silenzio tra noi e l’altro diviene fastidioso.

Tuttavia, concetti come silenzio e vacuità cominciano a indicare una direzione da sviluppare, qualcosa cui prestare attenzione, dal momento che nella vita moderna siamo riusciti a distruggere il silenzio e a demolire lo spazio. Abbiamo creato una società nella quale siamo ininterrottamente indaffarati; non sappiamo come riposare o rilassarci o come semplicemente essere. A causa delle pressioni cui la nostra vita soggiace, menti intelligenti sprecano tanto di quel tempo a sviluppare una tecnologia che faciliti la vita, eppure ci ritroviamo stressati. Li hanno chiamati “congegni per risparmiare il tempo”, dovrebbero permetterci di ottenere tutto ciò che vogliamo semplicemente premendo un bottone. Mansioni noiose sarebbero così svolte da robot e macchinari. Ma come trascorriamo il tempo che abbiamo risparmiato?

In un modo o nell’altro dobbiamo avere qualcosa da fare, rimanere indaffarati, dover riempire sempre il silenzio con il suono e lo spazio con le forme. In effetti, l’enfasi è sull’essere una personalità, qualcuno che possa dimostrare il proprio valore. È questa la lotta estenuante, il ciclo interminabile da cui ci sentiamo stressati. Quando siamo giovani e pieni d’energia possiamo goderci i piaceri della gioventù, la salute, le storie d’amore, le avventure e tutto il resto. A un tratto, però, queste esperienze possono interrompersi, magari per una menomazione o perché abbiamo perso qualcuno cui eravamo molto attaccati. Ciò che ci accade può scuoterci al punto che i piaceri sensoriali, la salute, il vigore, il bell’aspetto, la personalità, le lodi del mondo non ci danno più felicità. Oppure possiamo sentirci amareggiati perché non siamo riusciti a ottenere il livello di piacere e successo che immaginiamo ci spetti di diritto. Così dobbiamo sempre metterci alla prova, essere qualcuno, intimiditi dalle richieste della nostra personalità.

La personalità è condizionata nella mente. Non nasciamo con una personalità. Per diventare una personalità dobbiamo pensare, concepirci come qualcuno. La personalità può essere buona o cattiva, o un insieme di cose, e dipende dal riuscire a ricordare, dall’avere una storia, avere opinioni, assunti su noi stessi, attraenti o non attraenti, amabili o no, intelligenti o stupidi, opinioni variabili a seconda delle situazioni. Ma quando sviluppiamo la mente contemplativa vediamo attraverso ciò. Cominciamo a sperimentare la mente originaria: la coscienza prima che sia condizionata dalla percezione.

Ora, se cerchiamo di pensare a questa mente originaria, ci ritroviamo intrappolati nelle nostre facoltà analitiche. Perciò, dobbiamo osservare e ascoltare anziché sforzarci di immaginare come diventare qualcuno che è illuminato. Meditare al fine di diventare qualcuno che è illuminato non funziona, perché in tal modo creiamo il nostro io come una persona che adesso è non-illuminata. Tendiamo a riferirci a noi stessi come non-illuminati, persone con un mucchio di problemi, o addirittura come casi disperati. A volte ci immaginiamo che la cosa peggiore che possiamo pensare di noi stessi è la verità. C’è una sorta di perversione che ritiene che l’autentica sincerità risieda nell’ammettere le peggiori cose possibili su noi stessi!

Non sto formulando giudizi contro la personalità, ma vi sto consigliando di conoscerla, in modo che non siate più spinti dall’illusione che create e dagli assunti che avete su voi stessi in quanto persone. Ed è per questo che si impara a sedere calmi in meditazione e ad ascoltare il silenzio. Non è che questo vi renderà illuminati, ma si oppone alla forza dell’abitudine, alle energie inquiete del corpo e delle emozioni. È per questo che ascoltate il silenzio. Potete udire la mia voce, potete udire i suoni delle cose che accadono, ma dietro tutto ciò c’è una specie di sibilo, un ronzio quasi elettronico. Questo è quello che chiamo ‘il suono del silenzio’. Lo trovo un modo molto utile per concentrare la mente, giacché, quando si inizia a notarlo (senza considerarlo una sorta di conseguimento), esso diviene un efficace metodo per la contemplazione, per udire sé stessi pensare. Il pensare è di per sé una specie di suono, no? Quando pensate, potete udirvi pensare. Così, quando ascolto me stesso pensare è come ascoltare qualcun altro che parla. Per cui ascolto il pensiero della mente e il suono del silenzio: quando sto con il suono del silenzio, mi accorgo che non sto pensando. C’è calma, per cui osservo, osservo coscientemente la calma e questo aiuta a riconoscere la vacuità. La vacuità non è il rifiuto, la negazione di qualcosa, ma un lasciar andare le tendenze abituali dell’attività irrequieta o del pensiero ossessivo.

Ascoltando, potete effettivamente arrestare la forza delle abitudini e dei desideri. E in questo ascolto, in questo stare con il suono del silenzio, c’è attenzione. Non occorre chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie o chiedere a qualcuno di uscire dalla stanza, non occorre trovarsi in un posto particolare, a quanto pare funziona ovunque. Può essere molto prezioso in una situazione di vita in comune, in famiglia, in qualsiasi contesto di vita abituale. In situazioni del genere ci abituiamo agli altri e tendiamo ad agire secondo assunti e abitudini senza neanche accorgercene. E il silenzio della mente consente a tutte queste condizioni di essere ciò che sono. Ma l’abilità di rifletterci in termini di sorgere e cessare ci permette di vedere che tutte le percezioni e tutti i concetti che abbiamo su noi stessi sono condizioni della mente, non sono ciò che siamo veramente. Ciò che pensate di essere non è ciò che siete.

A questo punto potreste ribattere: “E allora cosa sono?”. Ma avete bisogno di sapere cosa siete? Avete bisogno di sapere cosa non siete, è abbastanza. Il problema è che crediamo di essere tutte quelle cose che non siamo e per questo motivo soffriamo. Non soffriamo a causa del non-sé (anatta), del non essere nessuno: soffriamo perché siamo qualcuno tutto il tempo. Ecco dov’è la sofferenza. Quando non siamo ‘qualcuno’, perciò, non c’è sofferenza, c’è sollievo, come deporre un pesante fardello pieno di ‘auto-coscienza’, di paure per ciò che le altre persone pensano. Tutto quell’insieme che è correlato al senso del nostro ‘io’, possiamo lasciarlo cadere. Possiamo semplicemente lasciarlo andare. Che sollievo non essere qualcuno! Non sentire di essere qualcuno che ha tanti problemi, che “dovrebbe praticare di più la meditazione”, che “dovrebbe andare ad Amaravati più spesso”, che “dovrebbe sbarazzarsi di tutte queste cose e non ci riesce!”. Tutto questo è pensiero, vero? È fabbricare ogni genere di concetti su se stessi. È la mente giudicante. La mente discriminante che vi dice in continuazione che non siete buoni abbastanza, che dovete essere migliori.

Quindi possiamo ascoltare; questo ascolto è a nostra disposizione tutto il tempo. All’inizio magari è utile fare ritiri di meditazione, trovare situazioni in cui siete incoraggiati e sostenuti in questo compito, dove c’è un insegnante che vi stimola, che vi aiuta a ricordare, perché è facile ricadere nelle vecchie abitudini, soprattutto nelle abitudini mentali, che sono sottili. E il suono del silenzio non sembra degno di essere ascoltato. Anche se ascoltate la musica, potete ascoltare il silenzio dietro la musica. Non distrugge la musica, ma la pone in una prospettiva in cui non siete trascinati via dalla musica o assuefatti al suono. Potete apprezzare il suono e anche il silenzio.

La Via di Mezzo di cui parla il Buddha non è un estremo di annichilimento. Non è come dire: “Tutto ciò di cui dobbiamo occuparci è il silenzio, la vacuità, il non-sé. Dobbiamo sbarazzarci dei nostri desideri, della nostra personalità, tutto il regno dei sensi è una minaccia al silenzio. Dobbiamo distruggere tutte le condizioni, tutta la musica, tutte le forme, non dobbiamo avere forme in questa stanza, solo muri bianchi”. Non si tratta di vedere il mondo ‘formato’ come una minaccia alla vacuità, di parteggiare per il condizionato o per l’incondizionato, ma piuttosto di riconoscere la loro relazione: questa è una pratica continua.

La consapevolezza è la via, dal momento che siamo fortemente condizionati dallo stare qui, sul pianeta Terra, con questo corpo umano. Dobbiamo vivere tutta la vita all’interno dei limiti, dei problemi e delle difficoltà del corpo umano. E abbiamo emozioni. Sentiamo tutto e ricordiamo tutto. Siamo in questo stato di piacere e dolore per tutta la vita. Ma possiamo vederlo nel modo giusto, ed è questo che intende il Buddha: comprendere le cose così come sono, riuscire a lasciar essere le cose così come sono, anziché creare illusioni.

A causa dell’ignoranza creiamo infinite illusioni sulla vita, sul nostro corpo, sui nostri ricordi, sul nostro linguaggio, sulle nostre percezioni, opinioni, punti di vista, la cultura, le convenzioni religiose, e così diventa complicato, difficile e separativo. L’alienazione che oggi la gente prova è il risultato dell’ossessione riguardo a se stessi, l’ossessione per cui il nostro senso dell’io è di assoluta importanza. Siamo stati educati a pensare che la nostra vita è tutta qui, per cui possiamo riempirci della nostra auto-importanza. Anche il fatto che possiamo ritenere di essere un caso disperato: anche qui continuiamo a dare quella enorme importanza. L’importanza che conferiamo a noi stessi ci fa trascorrere anni dagli psichiatri a discutere i motivi per cui saremmo senza speranza. È piuttosto naturale, visto che dobbiamo passare tutto il tempo con noi stessi. Possiamo fuggire dagli altri, ma non da noi stessi.

L’anatta, il non-sé, è molto frainteso, si tende a vederlo come una negazione dell’io, qualcosa da mettere via, che non dovremmo avere. Non è così che funziona l’anatta. L’anatta, il non-sé, è un suggerimento per la mente, è uno strumento per cominciare a riflettere su cosa siamo veramente. A lungo andare, non occorre considerarci in alcun modo in termini di ‘essere qualcosa’. Se portiamo avanti questa riflessione, allora il corpo, le emozioni, i ricordi, tutto ciò che sembra identificarsi in maniera così assoluta, insistente, con noi stessi, può essere visto in termini di ‘sorgere e cessare’. E quando siamo consapevoli della cessazione delle cose, ci sembra più autentico delle condizioni effimere che tendiamo ad afferrare o dalle quali ci sentiamo ossessionati. Le tendenze abituali sono molto forti, ci vuole un po’ per riuscire a superare questo scoglio dell’ossessione per l’io, ma ci si può riuscire.

In merito a ciò, alcuni psicologi e psichiatri hanno commentato che abbiamo bisogno di un io. È una cosa importante da considerare, l’io non è qualcosa che non dovremmo avere, ma è qualcosa cui dare la giusta collocazione, è bene che l’io poggi sulla bontà della nostra vita invece che venga a crearsi dai difetti, dagli errori e dalle tendenze negative della mente.

È così facile vedersi in modi molto critici, specialmente quando ci si paragona ad altre persone o si immaginano grandi figure della storia. Ma se ci paragoniamo continuamente a ideali, non possiamo fare altro che criticarci per come siamo, perché la vita è così, è un flusso, un cambiamento, è sentirsi stanchi, avere a che fare con problemi emotivi, con la rabbia, con la gelosia, con le paure, con ogni sorta di desiderio, con tutto ciò che non vogliamo ammettere neanche a noi stessi. Ma questa è una parte del processo, dobbiamo riconoscere le condizioni e osservare la loro natura, che siano buone o cattive, perfette o imperfette: sono impermanenti, sorgono, cessano. In questo modo impariamo in continuazione e troviamo forza nel lavorare attraverso le nostre condizioni karmiche. Forse nella vita non abbiamo ottenuto un granché, forse abbiamo avuto ogni sorta di problemi fisici ed emotivi. Ma, in termini di Dhamma, questi non sono ostacoli, anzi, molte volte sono questi problemi, queste difficoltà che ci spingono a risvegliarci alla vita. E una parte di noi si rende conto che cercare di raddrizzare ogni cosa, di abbellire ogni cosa, di mettere tutto in ordine e rendere la vita piacevole, non è la risposta. Riconosciamo che nella vita c’è qualcosa di più che limitarsi a controllarla e cercare di ottenere il massimo dalle condizioni.

Il riconoscimento del silenzio è una via per lasciare andare la nostra posizione, il nostro senso dell’io, la nostra convenzione. Nel silenzio c’è unità. È come lo spazio in questa stanza: è lo stesso per tutti noi. Non posso affermare che lo spazio è mio. Lo spazio è semplicemente spazio, è dove le forme vanno e vengono. Ma è anche qualcosa che possiamo osservare, contemplare. E cosa accade? Sviluppando la consapevolezza dello spazio, cominciamo ad avere un senso dell’infinito: lo spazio non ha né inizio né fine. Possiamo costruire stanze, considerare lo spazio come qualcosa che esiste in una stanza come questa, ma sappiamo che in realtà è l’edificio che è nello spazio. Lo spazio è come l’infinito, non ha confini. Ma nelle limitazioni della nostra coscienza visiva, i confini ci aiutano a vedere lo spazio in una stanza, perché lo spazio in quanto infinito è troppo. Lo spazio in una stanza è sufficiente per contemplare la relazione tra le forme e lo spazio. Ascoltare il suono del silenzio e i pensieri ha lo stesso effetto.

Per un certo periodo ho praticato formulando deliberatamente i pensieri, pensieri neutri che non suscitano sensazioni emotive, come “io sono un essere umano”. E ascoltavo me stesso formulare quel pensiero con l’intenzione di ascoltare il pensiero in quanto pensiero e il silenzio che vi è dentro. In questo modo contemplo e riconosco il rapporto tra la facoltà del pensiero e il silenzio, il silenzio naturale della mente. Ed è qui che stabilisco la consapevolezza, la capacità che ho come individuo di essere un testimone, di essere colui che ascolta, ciò che è vigile. Nei confronti delle emozioni, ciò può essere molto difficile. Possiamo avere molte emozioni negative verso noi stessi, perché non abbiamo risolto molti dei nostri desideri di possedere le cose, di sentire le cose, di ottenere molte cose o di sbarazzarci delle cose. È qui che ascoltiamo le nostre reazioni emotive. Cominciate a osservare cosa accade da un punto di vista emotivo quando c’è questo silenzio. Può esserci negatività, possono sorgere dubbi su questa pratica, del tipo “non so cosa sto facendo”, o “è una perdita di tempo”. Ma ascoltate anche queste emozioni: sono soltanto abitudini della mente. Se le ammettiamo e le accettiamo, esse cessano. Le reazioni emotive se ne andranno progressivamente e avrete fiducia nell’essere semplicemente ciò che è consapevole.

Quindi potete fondare la vostra vita nell’intenzione di fare del bene e di astenervi dal fare del male. Paradossalmente, abbiamo bisogno di questo rispetto di noi stessi. La meditazione non si poggia sul concetto secondo cui se siamo consapevoli possiamo fare quello che ci pare, ma comporta un rispetto per le condizioni: rispettare il corpo che abbiamo, la nostra umanità, la nostra intelligenza e la nostra abilità nel fare le cose. Non significa essere attaccati o identificati, significa che la meditazione ci permette di riconoscere ciò che siamo: è così com’è, le condizioni sono così. E significa rispettare anche i nostri limiti. Il rispetto verso se stessi, il rispetto verso le condizioni, equivale al rispetto per qualsiasi stato in cui ci troviamo. Non vuol dire che ci piaccia quello stato, ma significa accettarlo e imparare a lavorare con le sue limitazioni.

Dunque, per la mente illuminata non si tratta di ottenere il massimo. Non si tratta di dover avere la migliore salute possibile e le migliori condizioni possibili, non si tratta di alimentare un senso dell’io, di qualcuno che agisce solo se ha il meglio. Quando cominciamo a renderci conto che i nostri limiti, i nostri difetti e i nostri aspetti più strani non sono impedimenti, allora li vediamo nel modo giusto. Possiamo rispettarli, possiamo essere disposti ad accettarli e ad adoperarli per superare il nostro attaccamento verso di essi. Se pratichiamo in questo modo, possiamo essere liberi dall’attaccamento e dall’identificazione con le percezioni di noi stessi, di come siamo. È quanto di meraviglioso possiamo fare come esseri umani, è ciò che ci permette di attingere alla pienezza della nostra vita. Ed è un processo continuo.

Ajahn Chah

La nostra vera casa (consigli a una moribonda) del venerabile Ajahn Chah

Disponiti ad ascoltare il Dhamma con rispetto. Ascoltami con attenzione, come se di fronte a te ci fosse il Buddha in persona. Chiudi gli occhi, mettiti a tuo agio, raccogli la mente e concentrala. Con umiltà, fai spazio nel tuo cuore alla Triplice Gemma della saggezza, della verità e della purezza, per esprimere la tua devozione all’Illuminato.

Non ti ho portato alcun dono materiale; solo il Dhamma, l’insegnamento del Buddha. Rifletti: nemmeno il Buddha, che pure aveva tutte le virtù, poté sottrarsi alla morta fisica. Invecchiò e abbandonò il corpo, deponendo questo pesante fardello. Ora anche tu devi imparare a sentirti paga dei molti anni in cui hai potuto contare sul corpo. Ormai dovrebbero bastarti.

Pensa alle stoviglie che hai usato per tanti anni, tazze, piattini, posate …. quando le hai comprate erano nuove fiammanti, ma ora mostrano i segni dell’uso. Alcune si sono rotte, altre sono sparite, quelle che restano sono consunte, nessuna ha l’aspetto di una volta, perché questa è la loro natura. Anche il tuo corpo è così. Dal giorno della tua nascita ha subito continui cambiamenti, passando dall’infanzia all’adolescenza e infine alla vecchiaia. Accettalo. Il Buddha ha detto che nessuna delle condizioni, mentali, fisiche o esterne, rappresentano il sé: la loro natura è il cambiamento. Contempla questa verità con chiarezza.

Questa massa di carne che giace qui consumandosi è la realtà, è il saccadhamma. La vicenda del corpo è la realtà, è l’eterno insegnamento del Buddha. Il Buddha ci ha insegnato a contemplarla, ad accettarne la natura. Dobbiamo imparare a fare pace con il corpo, in qualunque condizione si trovi. Il Buddha ci ha insegnato a far sì che solo il corpo resti rinchiuso, e a non lasciare che la mente resti imprigionata con lui. Ora che il tuo corpo comincia a cedere agli assalti del tempo, non opporre resistenza; ma non lasciare che la tua mente si deteriori insieme a lui. Mantienila separata. Nutrila con l’esperienza diretta della verità, delle cose così come sono. Il Buddha ha insegnato che la natura del corpo è questa e non può essere altrimenti. Essendo nato, invecchia e si ammala e infine muore. È una grande verità quella che ti si sta rivelando. Osserva il corpo con saggezza e prendine coscienza.

Se la tua casa crolla o prende fuoco, di qualunque calamità si tratti, riguarda solo la casa. Se è travolta da un’inondazione, non lasciare travolgere la mente. Se scoppia un incendio, fa che il fuoco non ti bruci il cuore. È solo la casa che brucia, che si allaga, e la casa è fuori di te. Lascia che la mente abbandoni suoi attaccamenti. È il momento giusto.

Hai vissuto a lungo. I tuoi occhi hanno visto una quantità di forme e di colori, le tue orecchie hanno udito suoni a profusione, hai fatto tante esperienze. Esperienze, appunto, nient’altro. Hai mangiato cibi deliziosi, e tutti quei buoni sapori erano appunto buoni sapori, tutto qui. Quando l’occhio vede una bella forma, di questo si tratta… di una bella forma. Una brutta forma è soltanto una brutta forma. L’orecchio percepisce un suono carezzevole, melodioso, e non è nulla di più che questo. Un suono sgradevole, dissonante, è semplicemente un suono sgradevole.

Il Buddha insegna che nessun essere a questo mondo, ricco o povero, giovane o vecchio, umano o animale, può conservare a lungo il proprio stato. Cambiamento e perdita sono esperienza universali. È una realtà della vita rispetto alla quale non possiamo nulla. Ciò che invece possiamo fare, secondo il Buddha, è contemplare il corpo e la mente per coglierne la natura impersonale, vedere che nessuno dei due è ‘me’ o ‘mio’ ma che la loro è una realtà relativa. Pensa a questa casa: è tua solo sulla carta. Non puoi portartela appresso. Stesso discorso per le ricchezze, i beni e la famiglia: sono tuoi soltanto in teoria. In realtà non appartengono a te, ma alla natura.

Non pensare che questa verità riguardi solo te: siamo tutti nella stessa barca, compresi il Buddha e i suoi discepoli illuminati. L’unica differenza rispetto a noi è che loro accettano le cose per quelle che sono. Sanno che non potrebbero essere altrimenti.

Sicché il Buddha ci ha insegnato a perlustrare attentamente il corpo, dalla piante dei piedi alla cima della testa, e poi a ritroso dalla testa ai piedi. Osserva il corpo. Che cosa vedi? C’è qualcosa che sia intrinsecamente puro? Riesci a scorgere una qualche sostanza permanente? Tutto il corpo è in uno stato di costante degenerazione. Il Buddha ci ha esortato a vedere che non ci appartiene. È normale che il corpo si così, perché tutti i fenomeni condizionati sono soggetti al mutamento. E come potrebbe essere altrimenti? In realtà non c’è nulla di sbagliato nel corpo. La sofferenza non deriva dal corpo, ma da un modo di pensare sbagliato. Quando si vedono le cose in maniera distorta, la confusione è inevitabile.

Pensa a un fiume. L’acqua per sua natura scorre verso il basso, mai al contrario. È la sua natura. Se uno andasse a mettersi sulla riva di un fiume con la pretesa di veder scorrere l’acqua verso l’alto, sarebbe uno sciocco. E questo suo sciocco atteggiamento gli impedirebbe di trovare la sua pace, lì come altrove. La sua opinione infondata, quel suo pensare alla rovescia, lo farebbe soffrire. Se avesse una visione retta, capirebbe che l’acqua scorre inevitabilmente verso il basso e che senza comprendere e accettare questo fatto non può aspettarsi che confusione e frustrazione.

Il fiume che asseconda la pendenza è come il tuo corpo. È stato giovane, è invecchiato, e ora scorre incontro alla morte. Non desiderare che sia diverso, non c’è nulla che tu possa fare. Il Buddha ci esorta a vedere la natura delle cose e quindi a lasciar andare il nostro attaccamento a esse. Prendi rifugio nel lasciar andare. Medita incessantemente, anche se ti senti stanca e senza forze. Lascia che la tua mente si accompagni al respiro. Fai qualche respiro profondo e poi àncora l’attenzione al respiro, aiutandoti con il mantra “Buddho”. Rendi la pratica continua. Più ti senti debole, più la concentrazione dovrebbe essere sottile e accurata, per poter fronteggiare le sensazioni dolorose che emergono. Quando cominci a sentirti stanca, sospendi tutti i pensieri, lascia che la mente si raccolga e poi rivolgiti alla consapevolezza del respiro. Continua a recitare mentalmente “Buddho, Buddho”.

Dimentica le apparenze. Non afferrarti ai pensieri circa i tuoi figli o i parenti, non afferrarti assolutamente a nulla. Lascia andare. Fai che la mente converga su un solo punto e poi lasciala riposare tranquilla nel respiro. Lascia che il respiro diventi il suo unico oggetto. Concentrati fino al punto in cui la mente diventa sempre più sottile, le sensazioni diventano irrilevanti e senti nascere in te uno stato di grande chiarezza e vigilanza. Allora, a poco a poco, qualunque sensazione dolorosa cesserà spontaneamente.

Alla fine, tratterai il respiro come se fosse un parente che è venuto a trovarti. Quando un ospite se ne va, lo accompagniamo sulla soglia per salutarlo. Lo seguiamo con lo sguardo finché imbocca il viale e scompare alla vista, poi rientriamo in casa. Con il respiro facciamo lo stesso. Se è pesante, sappiamo che è pesante; se è sottile, sappiamo che è sottile. A mano a mano che diventa sempre più leggero continuiamo a seguirlo, risvegliando nel contempo la mente. Alla fine il respiro scompare del tutto e non resta altro che una sensazione di vigilanza. È allora che ‘incontriamo il Buddha’. Abbiamo quella consapevolezza limpida e sveglio che chiamiamo ‘Buddho’, il conoscitore, il risvegliato, il luminoso. Questo è incontrare il Buddha, dimorare col Buddha, con saggezza e chiarezza. Il Buddha che è morto è solo quello storico. Il vero Buddha, quel Buddha che è chiara e splendente conoscenza, lo si può vedere e raggiungere ancora oggi. E quando lo raggiungiamo, il cuore è unificato.

Quindi molla la presa, lascia andare tutto, tutto tranne il conoscere. Non farti ingannare dalle immagini e dai suoni che possono emergere in meditazione. Lasciali cadere. Non trattenere assolutamente nulla, resta semplicemente con questa consapevolezza unificata. Non pensare al passato o al futuro, resta dove sei, e raggiungerai quel luogo dove non si avanza, non si torna indietro e non ci si ferma, dove non c’è nulla da afferrare o a cui aggrapparsi. E perché? Perché non c’è l’io, nessun ‘me’ e nessun ‘mio’. Non c’è più nulla. Il Buddha ci ha insegnato a svuotarci così, a non portare nulla con noi… a conoscere, conoscere e lasciare andare.

Realizzare il Dhamma, la via della libertà dal ciclo di nascita e morte, è un’impresa che ognuno deve portare a termini da solo. Quindi persevera nello sforzo di lasciar andare e di comprendere gli insegnamenti. Metti energia nella tua contemplazione. Non preoccuparti dei tuoi cari. In questo momento sono così come sono, in futuro saranno come te. Nessuno può sfuggire a questo destino. Il Buddha ha insegnato a lasciar cadere tutto ciò che è privo di realtà intrinseca. Se lasci cadere tutto vedrai la verità, diversamente non la vedrai. È così che funziona. Ed è lo stesso per tutti. Quindi non aggrapparti a nulla.

Anche se ti scopri a pensare, va bene lo stesso, basta che sia un pensare saggio, e non insensato. Se pensi ai tuoi figli, pensaci con saggezza, non da ignorante. Considera con saggezza qualunque cosa diventi oggetto di attenzione, sii consapevole della sua natura. Conoscere con saggezza significa lasciar andare e non alimentare la sofferenza. La mente è radiosa, gioiosa e serena. Una volta abbandonate le distrazioni, non è più frammentata. In questo momento l’aiuto e il sostegno che ti occorrono puoi averli dal tuo respiro.

È un lavoro che spetta a te e a nessun altro. Lascia che gli altri facciano il loro. Hai il tuo compito, il tuo dovere da compiere, non accollarti quelli che spettano alla tua famiglia. Non farti carico di nient’altro, lascia andare tutto. Lasciar andare calmerà la mente. Adesso la tua unica responsabilità è concentrare la mente e renderla tranquilla. Tutto il resto lascia agli altri. Forme, suoni, odori, sapori… che ne se occupino gli altri. Lasciati tutto alle spalle e fai il tuo lavoro, adempi al tuo dovere. Qualunque cosa emerga nella mente, paura del dolore, paura della morte, preoccupazione per altre persone, sia quel che sia, dille: “Non disturbarmi. Ora non mi interessi più”. Quando vedi emergere quei dhamma, continua semplicemente a ripeterti questo.

Cosa si intende per dhamma? Dhamma è tutto, non c’è nulla che non sia un dhamma. E il ‘mondo’ che cos’è? È esattamente lo stato mentale che ti assilla in questo momento. “Cosa faranno? Chi si prenderà cura di loro quando non ci sarò più? Riusciranno a cavarsela?” Tutto questo non è altro che il mondo. Anche il semplice emergere di un moto di paura rispetto al dolore o alla morte, è mondo. Sbarazzatene! Il mondo è così com’è. Se gli permetti di dominare la tua mente la renderà offuscata e incapace di conoscersi. Quindi, qualunque cosa appaia nella mente, pensa soltanto “Non mi riguarda. È impermanente, insoddisfacente, impersonale”:

Se pensi che vorresti vivere ancora a lungo, soffrirai. Ma anche pensare che sarebbe meglio morire subito o il prima possibile non va bene. È sempre sofferenza, no? Le condizioni non ci appartengono, obbediscono alle leggi di natura. Non puoi fare nulla per cambiare il corpo. Puoi abbellirlo un pochino, renderlo momentaneamente attraente e pulito, come le ragazze che tingono le labbra, e si lasciano crescere le unghie; ma quando arriva la vecchiaia, ci ritroviamo tutti nella stessa barca. Il corpo è così, non è possibile cambiarlo. La mente, invece, possiamo renderla migliore e più bella.

Una casa di legno e mattoni può costruirla chiunque, ma il Buddha ha detto che quella non è la nostra vera casa, è nostra per modo di dire. È casa nostra nel mondo, e obbedisce alle leggi del mondo. La nostra vera casa è la pace interiore. Una casa esterna, materiale, può essere bella, ma non è un vero luogo di pace. C’è sempre qualche preoccupazione, qualche ansia. Perciò quella non è la nostra versa casa, è qualcosa di esterno. Presto o tardi ci toccherà abbandonarla. Non possiamo viverci in eterno perché in realtà non appartiene a noi, appartiene al mondo. Stesso discorso per il corpo. Immaginiamo che sia il nostro ‘io’, che sia me o mio, ma in realtà non è affatto così, è un’altra casa del mondo. Fin dalla nascita il tuo corpo ha fatto il corso naturale; ora è vecchio e malato e non puoi fare nulla per impedirglielo. È così che vanno le cose. Volerle diverse sarebbe sciocco, come pretendere che un’anatra assomigli a un pollo. Prendere atto che è impossibile, che un’anatra è un’anatra e un pollo è un pollo, che un corpo necessariamente invecchia e muore, dona coraggio e forza. Per quanto desideri che il corpo continui a durare, non lo farà.

Il Buddha ha detto: “Aniccā vata sankhārā/ uppāda vaya dhammino/ uppajjitvā nirujjhan’ti/ tesam vūpasamo sukho”. [Formula tradizionale che si recita in occasione delle cerimonie funebri: “Tutte le condizioni, ahimè, sono impermanenti/ sorgono e passano/ essendo nate dovranno morire/ la cessazione delle condizioni porta la pace”]

Il termine sankhārā si riferisce al corpo e alla mente. I sankhārā sono impermanenti e instabili. Appaiono e scompaiono, sorgono e passano, eppure tutti vorrebbero che fossero permanenti. È pura follia. Guarda il respiro. Dopo essere entrato, esce, è la sua natura, è così che dev’essere. L’inspirazione e l’espirazione devono alternarsi, il cambiamento è necessario. L’esistenza delle condizioni si deve al cambiamento, non puoi impedirlo. Rifletti: potresti espirare senza inspirare? Sarebbe piacevole? Potresti fermarti all’inspirazione? Vogliamo che le cose siano permanenti, ma è impossibile. Una volta entrato, il respiro deve uscire. E una volta uscito entra di nuovo; è naturale, no? Essendo nati invecchiamo e moriamo, ed è assolutamente naturale e normale. Il genere umano è sopravvissuto fino a oggi perché le condizioni hanno fatto il loro mestiere, perché inspirazione ed espirazione hanno continuato a darsi il cambio.

Non appena nasciamo moriamo. Nascita e morte sono indissolubili. Pensa a un albero: dove ci sono radici ci sono rami, dove ci sono rami ci sono radici. Sono inseparabili. È curioso vedere quanto cordoglio e angoscia susciti la morte e quanta allegria e contentezza susciti invece la nascita. È pura illusione, nessuno considera i fatti lucidamente. Secondo me, l’occasione più adatta per piangere è quando nasce un bambino. La nascita è morte, la morte è nascita; il tronco è la radice, la radice è il tronco. Se proprio vuoi piangere, piangere per la radice, per la nascita. Rifletti: se non ci fosse nascita non ci sarebbe morte. Capisci?

Non preoccuparti troppo delle circostanze, pensa semplicemente: “Le cose stanno così”. È il tuo unico compito. In questo momento nessuno può aiutarti, famiglia e beni non possono far nulla per te. Adesso solo la pura consapevolezza può esserti di aiuto. Perciò, non esitare. Lascia andare. Liberarti di tutto.

Tanto, se anche non lo fai tu, le cose ti stanno lasciando comunque. Te ne accorgi di come le varie parti del tuo corpo, zitte zitte, se la stanno svignando? I capelli, ad esempio. Da giovane li avevi neri e folti. Ora iniziano a diradarsi. Ti lasciano. I tuoi occhi erano sani e forti ma ora sono deboli e non vedono più tanto bene. Quando ne hanno abbastanza, i vari organi ti salutano e se ne vanno, non abitano qui in pianta stabile. Da bambina avevi i denti sani e robusti, ora tentennano o forse hai la dentiera. Gli occhi, le orecchie, il naso, la lingua, tutto vuole andarsene, perché non è casa sua. È impossibile abitare in pianta stabile nelle condizioni, ci si può solo fermare un poco prima di ripartire. Come un inquilino miope che fa la guardia alla sua casupoletta. Ha i denti malandati, la vista difettosa, acciacchi dappertutto, niente che voglia restare al posto suo.

Perciò, non devi preoccuparti di nulla, perché questa non è la tua vera casa, è solo un riparo provvisorio. Dal momento che sei venuta in questo mondo, rifletti sulla sua natura. Tutto quanto si prepara ad andarsene. Guarda il tuo corpo. Vedi qualcosa che sia ancora com’era prima? La tua pelle è la stessa di un tempo? E i tuoi capelli? Non sono più gli stessi, vero? Dove sono finiti? È la natura, la realtà delle cose. Quando arriva il momento, le condizioni se ne vanno per i fatti loro. A questo mondo non si può fare affidamento su nulla, è un circolo interminabile di agitazione e ansia, di piacere e dolore. Non c’è’ pace.

Quando ci manca una vera casa siamo come viandanti senza meta che vagabondano di luogo in luogo, fra una breve sosta e una nuova partenza. E finché non ritorneremo a casa, quella vera, ci sentiremo smarriti, come chi lascia il paesello natio sapendo che solo al suo ritorno potrà trovare agio e sicurezza.

È impossibile trovare la pace autentica in questo mondo. Non ce l’ha il povero e non ce l’ha il ricco; non ce l’ha adulto e non ce l’ha il bambino; non ce l’ha ignorante e non ce l’ha il professore. Da nessuna parte c’è pace, la natura del mondo è questa. Chi ha poco soffre, chi ha molto soffre lo stesso. Bambini, adulti, vecchi e giovani… soffrono tutti. La sofferenza della vecchiaia, la sofferenza della gioventù, la sofferenza della ricchezza, la sofferenza della povertà… sempre e soltanto sofferenza.

Se osservi la realtà in questa luce vedrai anicca, l’impermanenza, e dukkha, l’insoddisfazione. Perché le cose sono impermanenti e insoddisfacenti? Perché sono anatta, non-io.

Tanto il tuo corpo malato e dolorante quanto la mente che è consapevole della malattia e del dolore si definiscono dhamma. Ciò che è senza forma, come pensieri, sentimenti e percezioni, si definiscono nāmadhamma. Quello che è vittima di acciacchi e dolori si definisce invece rūpadhamma. Materia e non materia sono entrambi dhamma. Sicché viviamo con i dhamma, nei dhamma, e siamo dhamma. Fondamentalmente non esiste alcun ‘io’, ci sono solo dhamma che sorgono e passano continuamente com’è nella loro natura. A ogni istante subiamo nascita e morte. È questa la realtà delle cose.

Quando pensiamo al Buddha, alla verità delle sue parole, sentiamo che è veramente degno di devozione e di rispetto. Ogniqualvolta vediamo la verità, siamo di fronte al suo insegnamento, anche se non abbiamo mai praticato il Dhamma. Però, se ancora non abbiamo visto la verità, quand’anche conoscessimo la dottrina e l’avessimo studiata e praticata, saremmo ancora dei senzatetto.

Cerca di afferrare questo punto. Tutte le persone, tutte le creature viventi, sono sul piede di partenza. Dopo aver vissuto un appropriato periodo di tempo, devono fare il loro corso. Tutti, ricchi, poveri, giovani e vecchi, dovranno affrontare questo cambiamento.

Quando ti rendi conto che la sua natura è questa, il mondo comincia a sembrare privo di attrattiva. Quando ti accorgi che non c’è nulla di intrinsecamente reale su cui fare affidamento, provi un senso di sazietà e di disincanto. Disincanto non significa provare avversione; la mente è limpida e vede che non c’è nulla da fare per rimediare a questo stato di cose, che è semplicemente la natura del mondo. Prenderne coscienza ti permette di lasciar andare l’attaccamento, lasciar andare con una mente che non è né felice né triste ma accetta serenamente le condizioni poiché ne vede saggiamente la natura mutevole. “Anicca vata sankhārā”: tutte le condizioni sono impermanenti.

Per dirla in breve, l’impermanenza è il Buddha. Se vediamo una condizione impermanente per quello che è, scopriamo che è permanente. È permanente nel senso che è soggetto invariabilmente al mutamento. Questa è la permanenza che possiedono gli esseri viventi. C’è una trasformazione continua, dall’infanzia alla vecchiaia, e proprio quella impermanenza, quella tendenza al mutamento, è permanente e invariabile. Se ti metti in questa prospettiva, conoscerai la pace del cuore. È un destino comune a tutti, non riguarda solo te.

Viste in questa luce, le cose perderanno la loro attrattiva e nascerà il disincanto. Il compiacimento per la dimensione sensoriale svanirà. Capirai che possedere molto significa avere molto da lasciarsi alle spalle. Chi ha poco, ha poco da abbandonare. La ricchezza è solo ricchezza, una vita lunga è solo una vita lunga… niente di speciale.

Quello che conta è costruirci una casa come ci ha insegnato il Buddha, costruircela con il metodo che ti ho spiegato. Edifica la tua casa. Lascia andare. Lascia andare finché la mente raggiungerà quella pace che è libera dall’avanzare, dal tornare indietro e dal restare fermi. Il piacere non è la tua casa, il dolore non è la tua casa. Piacere e dolore si consumano e svaniscono.

Il grande Maestro vide che tutte le condizioni sono impermanenti e quindi ci esortò a liberarci dai nostri attaccamenti. Quando arriviamo al termine della nostra vita non abbiamo scelta comunque, non possiamo portare nulla con noi. Perciò, non è meglio mollare tutto prima? È un carico pesante da trasportare, perché non sbarazzarcene subito? A che scopo trascinarcelo appresso? Lascia andare, rilassati, e lasciati accudire dai tuoi familiari.

Chi accudisce gli infermi cresce in bontà e in virtù. Il malato che offre agli altri questa opportunità dovrebbe sforzarsi di non creare complicazioni. Se soffre, se è in difficoltà, lo comunichi apertamente e conservi uno stato mentale positivo. Chi si prende cura dei genitori malati farebbe bene a coltivare premura e gentilezza badando di non cadere nell’avversione. È una buona occasione per ripagare il debito nei loro confronti. Dal giorno della nascita e per tutta l’infanzia fino all’età adulta siete dipesi dai vostri genitori. Il fatto che oggi siate qui si deve alle mille forme di sostegno che vostro padre e vostra madre vi hanno dato. Dovete a entrambi una sconfinata gratitudine.

Dunque mi rivolgo a voi, figli e familiari, che vi trovate riuniti qui quest’oggi: pensate che vostra madre adesso è vostra figlia. Prima eravate figli suoi, ora le fate da madre. Invecchiando, giorno dopo giorno è tornata bambina. La memoria vacilla, la vista è debole, l’udito non proprio perfetto. A volte farfuglia parole incomprensibili. Non prendetela a male. Anche voi che accudite la malata dovete imparare a lasciar andare. Non siate rigidi, lasciatela fare a modo suo. A volte, quando un bambino fa i capricci, i genitori gliela danno vinta per amore del quieto vivere, per farlo contento. Ora vostra madre è come una bambina. Ricordi e percezioni le si accavallano nella testa. A volte confonde i nomi, o vi chiede di portarle una tazza quando magari le serve un piatto. Succede, non prendetela a male.

Dal canto tuo, tieni presente la gentilezza di chi ti accudisce, e sopporta il dolore con pazienza. Allena la mente, non lasciarla dispersa e confusa, e non creare complicazioni a che si prende cura di te. Voi che la accudite, coltivate la virtù e la gentilezza. Non provate ripugnanza per i compiti più ingrati, come ripulirla da muco, catarro, urina e feci. Fate del vostro meglio. Datevi una mano fra voi.

È l’unica madre che avete. Vi ha dato la vita, vi ha fatto da maestra, da medico e da infermiera; è stata tutta per voi. Crescere i figli e assicurare loro un avvenire è il grande merito dei genitori. Ecco perché il Buddha insegnò le virtù di kataññū e katavedī, la capacità di riconoscere il proprio debito di gratitudine e la volontà di ripagarlo. Sono due dhamma complementari. Se i nostri genitori sono indigenti, malati o in difficoltà, faremo del nostro meglio per aiutarli. Questa è kataññū-katavedī, la virtù che fa girare il mondo, che preserva l’unità della famiglia donandole stabilità e armonia.

Oggi, in occasione della tua malattia, ti ho portato il dono del Dhamma. Non ho oggetti materiali da offrirti, quelli che vedo in questa casa sembrano più che sufficienti. Quindi ti offro il Dhamma, un bene il cui valore dura nel tempo, un bene inesauribile. Dopo averlo ricevuto lo puoi spartire con chi vuoi, non si resta mai senza. È la natura della Verità. Sono felici di avere avuto la possibilità di offrirti il dono del Dhamma e spero che ti dia la forza per affrontare il dolore.

Estratto del libro “Il Dhamma vivo”, su gentile concessione dell’Editore Ubaldini.

Campo energetico

Il campo energetico nell’essere umano e nella natura di John Pierrakos

Introduzione storica
L’uomo è un eterno pendolo in movimento ed in vibrazione che, durante le varie epoche, ha tentato di scoprire e di comprendere il proprio ruolo nell’Universo. Dapprima cercò di rendersi conto di sé, prendendo conoscenza dei suoi movimenti pulsatori interni e divenne così consapevole del mondo dentro di sé. Poi tentò di captare e di comprendere l’ambiente circostante attraverso le proprie percezioni; questi movimenti pulsatori, le sensazioni e le percezioni gli dettero la prova e la consapevolezza della sua persona.
Ma che cosa sono quei movimenti pulsatori interni?

Sono la componente dei processi vitali, riguardanti tutte le energie esistenti nel metabolismo vivente del suo corpo. Questo assieme di energie, all’interno del corpo, fluisce anche al suo esterno analogamente ad un’onda di colore che si espande, fuoriuscendo da un oggetto metallico incandescente. Si crea così un campo energetico, composto dalle linee di forza presenti alla periferia dell’organismo umano. Il corpo dell’uomo vive dentro questo campo energetico che si estende per diversi metri; resta chiaramente aderente al corpo stesso ma, a volte, lo si può vedere espandersi per diverse decine di metri.

Divenni consapevole di questi fenomeni, e cominciai a studiarli, circa 20 anni fa, quando fui introdotto all’orgonomia ed allo studio degli accumulatori orgonici. Da allora abbinai l’osservazione di questi fenomeni con la mia pratica, in campo fisico, che utilizzavo sia nelle diagnosi sia nel registrare la corrente energetica e la rimozione dei blocchi muscolari; inoltre usavo questo procedimento di natura fisica anche per altri usi terapeutici. Si prova una sensazione particolarmente eccitante quando si tenta di comprendere i processi vitali osservando il campo energetico dell’uomo, sia quando è malato che quando sta bene, lo stesso fenomeno si verifica negli animali, nelle piante e nei cristalli.

Questi fenomeni possono essere percepiti dalla maggior parte delle persone sia che le loro osservazioni vengano effettuate soggettivamente, sia con metodi oggettivi, come spiegheremo in seguito.
I fenomeni riguardanti il campo energetico dell’uomo si possono trovare puntualmente registrati lungo le migliaia di anni che costituiscono la storia dell’umanità. Essi furono osservati per la prima volta all’incirca verso il 3.000 a.C. dai cinesi e spiegati col principio dello Yin e dello Yang. L’Universo, nel suo duplice aspetto, fu percepito come un macrocosmo, mentre l’uomo fu ritenuto un microcosmo. La cronologia e la medicina cinese erano basate sulla comprensione dei principi bioenergetici e sulle loro attività. L’accostamento della medicina cinese risultò sia animistico che vitalistico, ma sbagliò ad incorporare nella concezione materialistica della vita quei principi, che divennero limitati e statici. Conseguentemente, a partire dal 2.000 a. C., non si verificò più alcun sviluppo di questi concetti.

Vi è uno stretto rapporto ed una consistente analogia di carattere generale tra la cosmologia dello yin e dello yang e la filosofia degli egiziani, come è indicato dalla dualità di Osiride ed Iside, dalla concezione numerica del dualismo di Pitagora e di Platone e del Chrimuz Ahriman di Zoroastro.
In uno studio sull’emigrazione dei simboli, fatto d’Avela, si riscontrò, che, a partire dal 1.300 a.C. sino al 1.100 dopo Cristo circa, vi è stato un simbolo universale che esprime l’energia solare ed il movimento. Esso si originò con gli ariani ed i greci; questo simbolo è il Gamadion ed è stato usato con delle variazioni in diverse civiltà.

Quasi certamente la sua origine costituì un simbolo riguardante la percezione del sole e dei suoi raggi. In quest’epoca si manifesta, di fatto, con la forma della svastica che rappresenta i movimenti del campo energetico, come è stato comprovato dalle mie osservazioni personali su tale processo. Nell’antica civiltà greca vi sono molti riferimenti che indicano come quei processi energetici; nella natura e nell’uomo, fossero conosciuti e venissero compresi.

Ippocrate, per esempio, nei suoi scritti, rivela una profonda fede nelle influenze cosmiche e nei cicli del clima e sulle malattie. Egli, inoltre, raccomandava di proposito che i medici non ignorassero le forze naturali all’interno dell’uomo, “è la natura che guarisce, non il medico”, e che conoscessero anche l’astronomia e la fisica.
Con la teocrazia bizantina, la medicina e l’indagine naturale furono ampiamente represse sicché i periodi tra il terzo e, approssimativamente, il 10° secolo in Occidente, furono le Epoche Scure.
Verso il 16° secolo, nell’opera di Paracelso si trova lo studio e l’applicazione dei processi energetici naturali. Paracelso trattò l’armonia dei 4 elementi e l’esistenza di una forza naturale nell’organismo chiamata “l’archeo”, quel fenomeno antico “che guarisce le malattie”.

Nell’era moderna il primo tentativo che si conosca, per comprendere i sistemi viventi nel loro ambito naturale, fu effettuato da Newton.
Nel suo secondo scritto sulla luce e sui colori, egli riferisce di una luce elettromagnetica, “indefinibile”, oscillante, un qualcosa di elettrico e di elastico che era eccitabile e che rivelava fenomeni quali la repulsione e l’attrazione, la sensazione e il moto. I concetti di Newton anticiparono, per molti aspetti il campo elettromagnetico di Faraday e di Maxwell. Nel 1704 Mead effettuò un proprio tentativo, cercando di porre i sistemi viventi sotto le leggi dei principi newtoniani.

La sua teoria sulle maree atmosferiche (che sono causate dagli effetti gravitazionali del sole e della luna e che producono periodici cambiamenti nella gravità atmosferica nell’elettricità e nella pressione è che queste maree agirono come un “aiuto esterno” alle “cause interne” già presenti nei corpi animali. Mead parlò di un “fluido nervoso di natura elettrica”. Verso quest’epoca Nollet e Frekte pubblicarono teorie ed esperimenti posti in relazione ai fluidi nervosi. Mesmer, nel 1775 chiamò quella forza: “gravitazione animale” e, in seguito, “magnetismo animale”. Egli descrisse quest’elemento come se avesse la funzione di riempire lo spazio sidereo e lo ritenne capace di influenzare direttamente il sistema nervoso delle forme animate. Nel 1783 Maidite e Bertholon pubblicarono un lavoro che comprovava l’influenza dell’elettricità atmosferica sulla vegetazione. Verso quest’epoca il famoso chimico tedesco, barone Von Reichenbach, effettuò uno studio dettagliato sul campo energetico dei cristalli e delle piante e lo definì: il fluido odylico.

L’opera di Mesmer, sebbene respinta dalla maggioranza dei medici suoi contemporanei, ebbe una profonda influenza sulla medicina europea. Questo fatto venne in prima linea con l’ipnotismo, nel 1860, quando Libaut fondò la sua clinica a Nancy; Bernheim e Charcot usarono, nelle loro rispettive scuole, l’ipnotismo e la suggestione come metodo curativo. La scoperta della mente inconscia, su cui è basata la psicanalisi di Freud, fu rivelata con le tecniche ipnotiche e Freud fu un allievo di Charcot ed un collaboratore di Bernheim. Il concetto freudiano della Libido, anche se non venne considerato come un principio del tutto energetico, era basato sul fatto che erano stati compresi i processi dell’energia vitale nell’organismo.
L’indagine fisica proseguì molto lentamente, dal 1919 al 1929, un medico londinese: Kilner, indagò oggettivamente il campo energetico, chiamato anche l’aura dell”‘atmosfera umaria” attraverso degli schermi colorati. Il suo libro è una miniera di informazioni sulle cariche e sulle variazioni del campo energetico umano e mi è stato di grande aiuto. (1)
Fu però Wilhelm Reich che, durante un periodo che copre un quarto di secolo, iniziatosi nel 1925, condusse un sistematico, dettagliato e compiuto studio sui fenomeni riguardanti il campo energetico dell’uomo e della natura. Egli definì la particolare energia dei processi vitali: Orgone.

Il suo lavoro di ricerca, nel campo psicanalitico ed in quello biologico oltre che nell’ingegneria cosmica, è risultato di importanza determinante per comprendere la posizione dell’uomo nell’Universo. Reich è un profeta di quei profondi mutamenti che si sono verificati in questa nostra società, analogamente a quelli che si verificano agli inizi del secolo.
I concetti energetici della sua terapia furono ampliati ed estesi da Alexander Lowen e da chi scrive; abbiamo infatti messo a punto particolari tecniche quando si è trattato di lavorare con il sistema energetico dell’organismo nel suo assieme, scaricando la corrente energetica delle emozioni nei piedi. Fu proprio attraverso l’applicazione di questi concetti bio-energetici sui miei pazienti che mi si è presentata la grandissima occasione di studiare i movimenti e le variazioni del campo energetico che circonda l’uomo.

Negli Stati Uniti, a partire all’incirca dal 1930, Burr e Northorp hanno condotto un accurato studio, di natura biologica, sulle energie vitali dell’organismo. I due ricercatori compresero che vi doveva essere qualche forza dietro agli organismi viventi, allorquando questi mostravano la loro capacità di organizzare e di tenere assieme le complesse intermutazioni chimiche che accompagnano i processi biologici. Essi hanno pubblicato numerosi articoli che trattano dei campi energetici negli organismi primitivi, negli alberi e negli animali.
Il loro lavoro fu facilitato dalla realizzazione di strumenti adatti a misurare le minime differenze di voltaggio al minuto. La loro attività nello studio delle malattie emozionali è stata proseguita da Leonard Ravitz. Egli condusse accurati esperimenti anche sugli stati eccitati dell’organismo, ponendoli in relazione alle nevrosi, all’ipnotismo, al sonno, ai farmaci, e dimostrando così che i cambiamenti determinanti si verificano nel campo elettromagnetico dell’uomo. In Inghilterra il lavoro di Kilner fu proseguito, indipendentemente, da George de la Warr e da Ruth Brown; il lavoro del primo era basato sull’opera di Abrams e di George Star White.

George de la Warr mise dunque a punto un’apparecchiatura particolare per studiare i processi vitali dell’uomo e delle piante, elaborando i concetti originali tendenti a dimostrare il grande effetto che i processi mentali hanno sulla materia. Necessiterebbero moltissime pagine per riferire dettagliatamente del lavoro effettuato da molti altri ricercatori in questo campo. Tuttavia molte persone in Inghilterra o negli Stati Uniti vi si sono applicate, rimanendo ai margini del mondo scientifico; costoro hanno condotto i loro esperimenti, sulle energie vitali, nei vari campi come lo strumento di raidoestesia e di fenomeni concernenti gli studi di parapsicologia.

Il lavoro di Edgar Cayce, gli studi dei “chakras”, i movimenti energetici effettuati dagli yogi ed, in seguito, i teosofi, secondo quanto è stato descritto nell’opera di Leadbeater, hanno trattato dettagliatamente del fenomeno riguardante le energie vitali nell’uomo, da un punto di vista metafisico. Si può dire che tutti questi esperimenti e questi studi sono basati su qualche manifestazione particolare dei processi vitali dell’organismo e dei processi energetici vitali.

Recentemente un lavoro sul genere di quello condotto dal Dr. Bernard Grad (dell’Università Mc Gill di Toronto) sullo sviluppo delle piante, ha dimostrato il grande effetto che una mano guaritrice potrebbe avere nel procedimento connesso allo sviluppo delle particelle di orzo, usato per questo esperimento. Negli Stati Uniti vi è un gruppo di validi scienziati che, sotto la guida del Dr. Rober Laidlaw di New York, sta realizzando un importante lavoro e sta tentando di definire il campo energetico dell’uomo, presso l’Istituto per lo studio delle Energie Vitali.
In una recente indagine scientifica, realizzata da ricercatori sovietici, è stato anche riferito che costoro erano in grado di fotografare il campo energetico attraverso una tecnica che utilizzava le correnti dell’alta frequenza.

Descrizione della natura del campo energetico

In natura vi sono diversi gruppi di organismi unicellulari, come i batteri, ma anche strutture multicellulari come funghi, flagellati, le spugne, i pesci e le lucciole che sono in grado di emettere luce e “luminescenza” quale risultato dei loro movimenti interni e dei loro processi biologici. Negli organismi superiori, si sa che i processi vitali come la mitosi delle cellule, l’ossidazione ed altri processi metabolici sono accompagnati da luminescenza. Gli organismi viventi sono in grado di emettere luce attraverso tutta la superficie dei loro corpi quando non hanno perso la propria capacità di illuminarsi. Questi fenomeni costituiscono il campo energetico o Aura che è in effetti, un riflesso delle energie insite nel processo vitale.
(L’Aura proviene dal greco Avra che significa brezza). L’Aura, o campo energetico, è una sfumatura di luce, tipica delle energie corporee.

Energia deriva dalla parola “energheia” che significa produzione di un movimento o di un lavoro. Urta definizione più logica è la seguente: “L’Energia è la forza vitale emanata dalla consapevolezza”. Quest’ultima, in precedenza, era posta in relazione all’auto-percezione, attraverso i movimenti pulsanti interni manifestatisi sulla superficie corporea come campo energetico del corpo stesso, alla sua produzione di calore, alla propria eccitazione, nell’attività e nel riposo. Inoltre questi fenomeni sono anche influenzati dalle condizioni atmosferiche, dall’umidità relativa, dalla polarità delle cariche che sono nell’aria e da molti altri fattori ancora sconosciuti. Se si potesse vedere questa manifestazione luminosa attorno al corpo, ma presente anche nello spazio che intercorre tra le persone, ci si accorgerebbe che gli esseri umani nuotano in mare di fluido che sfuma ritmicamente con colori brillanti. Questi pulsano, mentre mutano costantemente tinta e bagliore; per un essere vivente devono risultare di colore intenso, che vibrano.

I fenomeni del campo energetico appartengono, inoltre, ad un’altra dimensione; costituiscono, infatti, i fenomeni energetici che trascendono le realtà fisiche della materia.
Ora, anche se sono sicuramente connessi alla struttura e materia del corpo, tuttavia hanno proprie leggi per quanto riguarda il movimento pulsatorio e la vibrazione; fatti questi che non sono stati ancora compresi. Per giungere ad una definizione più pratica di questo fenomeno, in base alle mie osservazioni posso affermare quanto segue:

Quando una persona si staglia contro un sfondo omogeneo, sia con una luce molto intensa (cielo blu) che con una profonda oscurità (blu della mezzanotte), se siamo muniti di alcune attrezzature particolari, in modo che la luce risulti tenue ed uniforme, ed aggiungendo dei filtri colorati (blu cobalto, si può vedere chiaramente e ad occhio nudo, un fenomeno ancora più sensazionale. Dalla superficie del corpo si stacca un involucro grigio-bluastro che sembra una nube e che si espande per un’ampiezza che varia da 62 cm. ad 1 metro e 24 cm.; giunto a questa distanza, perde la sua nitidezza e si amalgama con l’atmosfera circostante. Questo involucro brilla ed illumina la superficie del corpo nell’identico modo in cui i raggi del sole nascente, espandendosi, illuminano gli orli delle montagne scure. L’involucro si dilata lentamente, per uno o due secondi, allontanandosi dal corpo, finché forma una figura di ovale quasi perfetto con i propri confini ben delimitati.
Il terzo ed ultimo strato, quello esterno, ha un’ampiezza che varia ma, in un spazio aperto, si espande allontanandosi per diverse decine di metri. Presso la spiaggia è stato visto estendersi fino a 30 metri e mezzo dalle persone che emanano tali energie. Questo terzo strato ha un corpo interiore indefinito che inizia sul confine è trasparente e possiede un delicato colore blu cielo. Esso viene attraversato anche da raggi verticali che partono dal precedente strato intermedio.

Il movimento predominante dello strato esterno è a spirale o a vortice e sembra come se il moto delle particelle, simile a quello browniano del secondo strato, cercasse uno spazio più ampio, propagandosi in tutte le direzioni, nello stesso modo in cui le molecole dei gas compressi tendono ad espandersi in seguito all’aumento del volume del contenitore. I confini esterni del terzo strato si propagano talmente che i suoi margini si disperdono nell’aria circostante. La direzione del proprio movimento è perpendicolare alla superficie dell’organismo.
La direzione del movimento complessivo dei tre strati, finché si possono vedere mentre si muovono simultaneamente, appare piuttosto complicata. Stando di fronte al soggetto, possiamo accorgerci chiaramente del campo energetico sul torace, sulla testa’ sulle braccia e sulle gambe.

Osserviamo poi che tale campo inizia a muoversi da terra e si dirige sulla zona interna delle gambe e delle cosce, sul torace e verso l’esterno dalle mani, degli avambracci e delle braccia, mentre le due correnti principali si fondono dirigendosi verso l’alto, dov’è il collo, sino a confluire poi sulle mani; tutto ciò costituisce una fase del movimento. Contemporaneamente se ne verifica un’altra nella parte a tergo del torace, ma che scende verso terra, il che costituisce la seconda fase. E’ interessante notare che, in ciascuna metà del corpo, vi è un movimento alternante tanto verso l’alto quanto verso il basso, ciascuna metà ha un flusso simultaneo che segue queste direzioni.

Le correnti si congiungono dove comincia il collo e proseguono sino all’altra metà della testa. La direzione alternata del movimento del campo energetico è rappresentata dal fluire alternato sulle due metà del corpo, come quando si passeggia e si corre o si cambia luogo, stando sulla superficie terrestre. Queste due fasi si fondono sulla linea mediana del corpo, longitudinalmente. Sicché, dopo aver osservato il campo energetico mentre il soggetto rimane di profilo, constatiamo che esso pulsa nella zona mediana, e più precisamente nell’area degli organi viventi, verso la testa e verso i piedi, sia davanti che dietro il corpo, simultaneamente. Ne scaturisce il seguente assunto: si ritiene che vi debbano essere una quantità di movimenti, con un moto spiraliforme, insiti nel campo organotico, all’interno del corpo che ne è ingolfato, che fanno altrettanto con gli organi vitali, come il cuore, i polmoni, il fegato e gli intestini. Ciò è convalidato dalla f1gura di quegli organi e dal loro intreccio spontaneo, nonché dal loro movimento avvolgente. Tuttavia se paragoniamo l’organismo umano ad un cilindro flessibile, notiamo che vi possono essere, sostanzialmente, due specie di movimenti: uno lungo il proprio asse longitudinale ed un altro lungo il suo diametro. Tutti gli altri movimenti sono forse dovuti a quelle due principali direzioni. Il movimento longitudinale, se è diretto contro la base che sostiene il cilindro lo si può muovere da un punto all’altro della superficie terrestre. Nel corpo umano, ciò si verifica quando si passeggia o ci si muove.

Il movimento lungo il suo diametro può verificarsi sia andando verso il centro che allontanandosene è, se i movimenti sono flessibili, possono gonfiare e sgonfiare le pareti del cilindro. Questo genere di movimenti è collegato alle fasi che concernano l’espansione e la contrazione del corpo. Il movimento primordiale è di importanza determinante tanto negli organismi primitivi quanto nelle amebe. Nell’uomo, entrambi i movimenti costituiscono l’uno una manifestazione dell’altro. Il movimento longitudinale mantiene il corpo eretto, quello trasversale fa espandere e contrarre l’organismo. Questi principi sono stati descritti ne: “La Dinamica Fisica della Struttura Caratteriale” del Dr. Alexander Lowen. Quanto segue è una spiegazione di quel che costituisce il movimento del campo energetico, desunta in seguito alle mie osservazioni. Vi è un movimento longitudinale determinante, all’interno del cilindro umano che viene emanato dagli organismi vitali, non appena il campo si muove verso l’alto, in direzione della testa o andando in basso verso i piedi. Questo movimento, inoltre, permea tutti i tessuti con rapidità, espandendosi radicalmente, non ne è ostacolato dalla configurazione anatomica e raggiunge la superficie del corpo senza trovare alcun ostacolo. Si crea così la percezione visiva di quel fenomeno che è il campo energetico con i suoi tre strati. Ciò che vediamo sono in effetti, i mutamenti nell’atmosfera circostante che si verifica nello stesso modo de vapore, quando lo vediamo innalzarsi dal liquido in ebollizione; differiscono soltanto nello stato che, questo caso, è gassoso. Analogamente, i! campo energetico, visto attraverso l’involucro. che circonda l’organismo umano, costituisce una forma modificata del flusso energetico all’interno del corpo. Studiando le caratteristiche possiamo scoprire il suo autentico movimento, la sua composizione, la sua consistenza ed i movimenti che si verificano nelle condizioni patologiche o nei semplici processi vitali con tutte le variazioni. Attualmente il campo energetico è un’immagine riflessa delle moltissime energie movimento che si espandono in tutte le direzioni, una volta che sono partite dal corpo umano. Si può affermare che gli aspetti determinanti più comuni, riguardanti il tipico movimento di tale campo sono i seguenti:
1) Per quanto concerne l’organismo in posizione verticale, (dall’alto) visto in tutta la sua estensione, il suo campo energetico assume la forma di una svastica o di una figura a forma di 8.
2)’Nella figura vista di profilo il campo assume, approssimativamente, la forma di un fagiolo.
3) Vi sono movimenti spiraliformi che collegano le due metà del corpo e le due metà di ciascun organo.

Pranic Healing

Cos’è il Pranic Healing

Il Pranic Healing del Maestro CHOA KOK SUI è una tecnica energetica finalizzata a strumento di benessere, sviluppo delle facoltà psichiche, sviluppo della conoscenza del Sè interiore, tecnica di meditazione, conoscenza della cultura esoterica fondamentale. L’insegnamento è semplice e progressivo, dai concetti più elementari fino ai più complessi e preziosi.

Il Pranic Healing è una tecnica semplice ed efficace. Chiunque può apprenderla. Nelle nostre mani è racchiuso un potere straordinario, se qualcuno ci insegna a risvegliarlo e a potenziarlo: questo potere si manifesta in forma di energia. La parola prana, secondo la tradizione indiana, vuol dire energia vitale. E infatti il Pranic Healing è la guarigione e autoguarigione attraverso l’uso di questa energia, presente ovunque, che ognuno di noi possiede. Per questo il motto del Pranic Healing è “Anche tu sei un guaritore”.

Il Pranic Healing viene sempre più spesso riconosciuto come una tecnica con basi scientifiche e utilizzato in ambienti accademici.

Attraverso questi studi si sviluppano capacità psichiche come la percezione tattile sottile o la percezione visiva delle aure e degli altri fenomeni energetici.

L’espansione del proprio Sè interiore ci fornisce una migliore qualità della vita permettendoci di relazionarci in modo più armonioso con il mondo che ci circonda.

Le pratiche meditative ci accompagnano nell’acquisizione del controllo della mente (meditazione Dyan o Zen), nello sviluppo della virtù dell’altruismo e dell’amore verso il tutto (meditazione Twin Hearts), della presa di coscienza del proprio Sè Divino (meditazione per l’unione con l’Anima), sviluppo dei propri poteri fisici e psichici (meditazione Kundalini).Queste pratiche meditative fanno parte dell’insegnamento per lo sviluppo individuale fortemente voluto dal Maestro CHOA KOK SUI

Il Pranic Healing prevede lo studio dei principali e più importanti testi di conoscenza esoterica. Arthur E. Powell, Yogananda, Alice Bailay, Madame Blavatsky, Lead Beater, Annie Besant, Rudolf Steiner.

E’ possibile seguire i corsi di Pranic Healing in modo amatoriale o frequentare la scuola professionale triennale.

Come agiscono le tecniche per il benessere?

I disturbi fisici, emozionali o mentali si manifestano come alterazioni del corpo energetico. Il Pranic Healing è in grado di correggere questi squilibri per mezzo di: diagnosi energetica rimozione delle energie congestionate proiezione di energia vitale. Il Pranic Healing insegna inoltre come incrementare il potere di guarigione del terapeuta, proteggersi dalla contaminazione eterica, rafforzare la salute fisica, emozionale, mentale ed aumentare il proprio potere personale e la propria vitalità, prevenire le malattie, materializzare i propri obiettivi, sviluppare una migliore sensibilità, compassione e pace interiore, accelerare la propria crescita spirituale in modo sicuro. Il Pranic Healing non intende sostituirsi alla medicina allopatica e alle ordinarie terapie mediche ma esserle piuttosto un complemento, priva di pericolo, ecologica, economica, di integrazione, riequilibrio e disintossicazione delle energie vitali.

Come si impara il Pranic Healing ?

Gli insegnamenti del Maestro CHOA KOK SUI vengono diffusi con seminari di primo livello della durata di due giorni. Frequentando i nostri seminari le persone si sorprendono per la semplicità ed efficacia del metodo e quando scoprono il naturale potere della guarigione si rendono conto di poter esercitare un cambiamento nella propria vita. Ogni partecipante riceverà un attestato di partecipazione dell’Institute for Inner Studies di Manila che conferma l’originalità e la purezza dell’insegnamento.

Tutti i nostri istruttori hanno seguito una specifica formazione non inferiore ai tre anni, e sono tenuti a insegnare seguendo scrupolosamente gli insegnamenti del Maestro CHOA KOK SUI, come lui diceva: “senza nulla togliere, senza nulla aggiungere”.

A chi è indicato il Reiki

Dal punto di vista dell’indicazione clinica, Reiki ci sembra particolarmente efficace nei pazienti psicosomatici o comunque nei pazienti che, presentando un sintomo somatico, sono quelli più bisognosi di una relazione primaria, di un’energia benefica nutritiva che dal terapeuta passa al paziente, di un’oblatività affettiva, come cibo caldo e nutriente, come il latte materno: pazienti che nutrono inconsciamente un profondo bisogno “orale”, anche camuffato dal sintomo specifico.

Solo attraverso il contatto e il “regressivo” rapporto col terapeuta si può, infatti, ricostruire un io corporeo e dal corpo passare alla psiche formando un’unità equilibrata somato/psichica o psico/somatica che dir si voglia, favorendo la riparazione di ferite laceranti di una superfice cutanea che non è stata abbastanza accarezzata, manipolata ed è stata troppo esposta alle intemperie di un ambiente estraneo, sia emotivamente che fisicamente.

La terapia di “contatto” ci sembra meno indicata, o meglio con minori possibilità di successo, nei pazienti ossessivi che vogliono mantenere il controllo, che non sanno e non vogliono lasciarsi andare.

Una mente iper-razionale e iper-controllante difficilmente accetta di aprirsi ad una tecnica che utilizza il “contatto” come “cura”.

D’altro canto, è anche vero che il concetto di una “mano che cura” non può essere afferrato mentalmente, ma è semplicemente una esperienza da vivere, una apertura alla fiducia, una sfida alle regole della “logica”, che, invece, tutto vuole dimostrare, analizzare, “capire” (dal latino capiere = afferrare).

Nel Reiki è fondamentale l’atteggiamento del “lasciarsi andare” (nell’abbandono e nell’affidamento all’altro) e di “lasciar andare” (certezze matematiche, rigide norme di causa-effetto, controllo).

In sintesi, le componenti terapeutiche di tutte le psicoterapie di “contatto” ed in particolare del Reiki stanno nel rilassamento, con momenti di abbandono ad una figura materna rassicurante, nel rispetto della totalità di un corpo non più frammentato agli occhi del terapeuta, nel passaggio di calore – energia amorevole, in un maternage, che apporta sostituti delle carezze primirtive tanto desiderate.

*Luisa Merati (medico internista, nefrologo, immunologo e psicologo clinico)

Tratto da RIZA SCIENZE – REIKI IL TOCCO CHE CURA, numero 164, gennaio 2002, pag. 30-31 in Reiki e Psicoterapia

Energia Vitale

L’Energia Vitale di Luisa Merati

L’esistenza dell’energia cosmica vitale (prana) e la sua influenza sulla salute del corpo erano noti in India fin dal 5.000 a.C.. Gli yogi attingevano a questa energia mediante tecniche respiratorie, meditazione e posture fisiche che consentivano di entrare in uno stato di coscienza modificato, che apriva alla intuizione profonda, e di conservare salute e giovinezza molto a lungo.

Per i Cinesi e fin dal 3.000 a.C., tutta la materia, vitale o non, è permeata di energia (chi), costituita da due polarità (Yin e Yang) che, in stato di armonioso equilibrio, assicurano salute e benessere; in caso contrario, generano malattia e disagio psichico. In Giappone tale energia dinamica, sottile, presente in tutte le cose viene denominata ki: quando un individuo è sano, il ritmo e la qualità delle sue vibrazioni energetiche (rei) saranno in armonia con quelle dell’ambiente circostante, ovvero il rei della persona sarà in armonia con il ki di ciò che la circonda: è lo stato di “rei-ki”.

Nella cultura ebraica e cristiana tale energia è indicata come “luce astrale” o “aura di luce”, raffigurata nella iconografia sacra come aureola luminosa attorno al Cristo e ai Santi.
Paracelso, celebre medico del XVI secolo, denominò tale energia “arqueo”, una entità composta da forza e materia vitale: mediante questa energia il medico esercitava sul malato un effetto molto più grande di qualunque farmaco, accedendo direttamente alla capacità immaginanativa del paziente.

Anche gli ipnotizzatori davano grande importanza alla “forza” che dall’ipnotista passava all’ipnotizzato. In particolare Mesmer, colui che nel XIX secolo portò l’ipnotismo al rango di terapia “scientifica”, esponeva quattro principi fondamentali: 1) un sottile fluido fisico (fluidum) riempie l’universo e forma un mezzo di connessione tra l’uomo e la terra, i corpi celesti e anche tra uomo e uomo; 2) la malattia ha origine dalla distribuzione non omogenea di tale fluido all’interno del corpo umano. La guarigione si ottiene quando viene restituito l’equilibrio; 3) con l’aiuto di talune tecniche il fluido può essere incanalato e immagazzinato, e convogliato in altre persone; 4) in questo modo si possono provocare nel paziente delle “crisi” di guarigione e si possono curare le malattie.

Questo fluido misterioso si chiamava anche “magnetismo animale” e malati erano i soggetti che avevano meno magnetismo dei sani. Con questo fenomeno Mesmer spiegava anche l’influsso del sole, della luna e dei pianeti sul corpo umano e anche la periodicità delle manifestazioni di certe malattie.
Più tardi altri studiosi del fenomeno (es. Kluge) scrissero che magnetista e paziente formavano un cerchio magnetico, un mondo chiuso di due individui e che tale cerchio doveva essere protetto dal rumore, dalla luce, dalle interferenze esterne, paragonando l’unità magnetizzatore-paziente alla relazione tra madre e feto nella gravidanza.

Nel XX secolo Wilhelm Reich, psichiatra, allievo di Freud, denominò l’energia universale “orgone”, per la relazione con “organismo” e con “orgasmo”, e sviluppò tecniche psicoterapeutiche atte a sbloccare il flusso naturale dell’energia orgonica nel corpo. Costruì anche un accumulatore energetico per concentrare l’energia cosmica necessaria per caricare diversi oggetti, ma soprattutto per trattare pazienti affetti da malattie gravi come anemie, tumori e altre.

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