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Autore: Hiram

Resistenza Terapeutica

Utilizzazione della resistenza terapeutica di Milton H. Erickson

Talvolta i pazienti che oppongono resistenza vogliono lottare con voi; altre volte hanno semplicemente paura di voi. Sta a voi diagnosticare che caso è. Dev’essere una lotta? Oppure questo paziente è spaventato? Se è una lotta, tanto vale abbandonare il campo ora e subito, perché quella lotta la perderete. Il vostro compito è trasformare la situazione in una situazione che non sia una lotta. E se il paziente è spaventato sta a voi esaminare la questione.

Vi darò un esempio di una paziente resistente che voleva una lotta. Entrò nel mio studio e annunciò: “Il dottor Cheek ha cercato di ipnotizzarmi senza riuscirci. Anche molti suoi amici hanno tentato e fallito. Così mi sono fatta tutta la strada da San Francisco a Phoenix in modo che anche lei possa fallire!”.

La mia risposta fu: “Va bene, ammetto di non riuscirci. Però lei fuma quattro pacchetti di sigarette al giorno, ha un enfisema, è preoccupata per il suo cuore. Io penso che dovremmo discutere di questo, e visto che lei è bene decisa a far si che io non riesca ad ipnotizzarla, lasci che l’aiuti. Guardi solo quell’orologio sul mio tavolo laggiù. E’ un comune orologio. E’ un orologio da tavolo e lei non deve far altro che guadarlo e tenere gli occhi del tutto aperti e rimanere del tutto sveglia – completamente, totalmente sveglia – e semplicemente ascoltare ciò che le dirò circa il suo enfisema e il suo fumare e circa le paure riguardo allo stato del suo cuore”.

Lei tenne gli occhi fissi sull’orologio e ascoltò. Ascoltò talmente assorbita che alla fine delle due ore non si rese conto che erano passate due ore. Pensava di essersi appena seduta nel mio studio. Io non feci altro che aggirare la sua resistenza chiedendole di limitarsi a guardare unicamente quell’orologio. Lei non vedeva lo schedario, gli scaffali, i quadri al muro, il mio tavolo, né nient’altro. La sua attenzione era diretta completamente all’interno di sé, ed era tutta presa dalla sua domanda se dovesse o no smettere di fumare. Doveva smettere di fumare? Doveva smettere di fumare perché aveva paura di morire di un attacco di cuore? Doveva smettere di fumare perché aveva paura dell’enfisema? Che doveva fare a questo riguardo? Come poteva imparare a smettere di fumare?

Era uno di quei tipi di pazienti coi quali non faccio altro che evitare la lotta. Bisogna sempre voler utilizzare qualsivoglia resistenza il paziente porta nello studio. Se dovete intervenire come medico su un paziente che ha un’ulcera, vi conviene fare uso in qualche modo di quell’ulcera. Se è un’appendicite, vi conviene utilizzare in qualche modo quell’appendicite. Se il paziente fa più resistenza possibile, vi conviene usare in qualche modo quella resistenza.

 

Liberamente tratto da Milton H. Erickson, GUARIRE CON L’IPNOSI. a cura di E.L. Rossi – M.O. Ryan – F.A. Sharp. Casa Editrice Astrolabio

Doppio Legame

Legami terapeutici e doppi legami di Milton H. Erickson, Ernest L. Rossi ed altri

Il concetto di doppio legame è stato usato in molti modi. Noi usiamo i termini “legame” e “doppio legame” in un senso molto particolare e limitato per descrivere le forme di suggestione che offrono ai pazienti la possibilità di strutturare il loro comportamento in una direzione terapeutica. Un legame offre la libertà di scelta fra due o più alternative paragonabili – cioè, qualunque scelta venga fatta conduce il comportamento in una direzione desiderata. I legami terapeutici sono delle accorte presentazioni delle possibilità alternative di comportamento costruttivo disponibili per il paziente di una determinata situazione.

[..] I doppi legami, invece, offrono delle possibilità di comportamento che sono al di fuori della normale sfera di scelta e di controllo cosciente da parte del paziente. Dopo la formulazione originaria del doppio legame (Bateson, Jackson, Haley e Weakland, 1956) come un’ipotesi circa la natura e l’eziologia della comunicazione nella schizofrenia, alcuni autori hanno cercato di applicare il concetto di doppio legame alla comprensione e facilitazione della psicoterapia e dell’ipnosi (Haley, 1963; Watzlawick, e al., 1967, 1974; Erickson e Rossi, 1975). Poichè noi usiamo il termine in un senso molto particolare e limitato, presenteremo soltanto un abbozzo del nostro modo di utilizzare il doppio legame per comprendere la trance terapeutica e la suggestione ipnotica.

Il doppio legame deriva dalla possibilità di comunicare a più di un livello. Noi possiamo (1) dire qualcosa e (2) contemporaneamente commentare quello che stiamo dicendo. Possiamo affermare che il nostro messaggio primario (1) si trova ad un livello oggettivo di comunicazione mentre il commento (2) è a un più alto livello di astrazione, normalmente definito livello secondario o metalivello di comunicazione (metacomunicazione). Per esempio, richiedendo una risposta ideomotoria come la levitazione della mano (1) chiediamo ai pazienti di lasciare che la mano si sollevo, ma anche (2) di sperimentare il fenomeno come del tutto involontario. Nel richiedere una risposta ideosensoria noi possiamo (1) chiedere ai pazienti di provare una sensazione allucinatoria di calore, ma (2) è comunemente inteso che tale esperienza è fuori dalla sfera di autocontrollo dei pazienti. Quindi i pazienti devono permettere che il calore si sviluppi ad un livello diverso, più involontario. Noi abbiamo parecchi modi di comunicare esplicitamente o implicitamente al paziente che (1) qualcosa accadrà, ma (2) non lo farà con intenzione conscia, lo farà il suo inconscio. Definiamo questo fenomeno doppio legame conscio-inconscio: poichè la coscienza non può farlo, l’inconscio deve farlo a un livello involontario.

L’intenzionalità cosciente e gli atteggiamenti mentali abituali di una persona vengono posti in un legame che tende a depotenziare la loro attività; a questo punto le potenzialità inconsce hanno una opportunità di imporsi. [..] Idealmente i nostri doppi legami terapeutici sono piccoli dilemmi che forniscono al paziente un’opportunità di sviluppo. Tali dilemmi sono forme ipnotiche indirette nella misura in cui tendono a bloccare o a spezzare gli atteggiamenti e i sistemi di riferimento abituali del paziente in modo tale che non possa facilmente operare una scelta a livello conscio, volontario. In questo senso un doppio legame può essere efficace ogni qual volta i normali schemi di riferimento di una persona non agiscano perfettamente e si sia costretti ad un altro livello di funzionamento.

 

Tratto da Milton H. Erickson, Ernest L. Rossi, Sheila I. Rossi, TECNICHE DI SUGGESTIONE IPNOTICA. Induzione dell’ipnosi clinica e forme di suggestione indiretta. Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, Roma

Autoipnosi Ultradiana

Autoipnosi Ultradiana di Ernst Rossi

Puoi usare una forma naturale di autoipnosi semplicemente permettendoti di goderti una sosta ogni volta che ne hai bisogno durante la giornata. Tu chiudi semplicemente gli occhi ed entri in sintonia con le parti del tuo corpo che sono più a loro agio. Quando hai individuato il benessere, puoi semplicemente goderne e lasciare che si approfondisca e si diffonda da sé in tutto il corpo. Benessere è più che soltanto una parola o un dolce far niente. Penetrare veramente a fondo nel benessere vuol dire che hai messo in funzione il tuo sistema parasimpatico, la tua naturale risposta di rilassamento. E’ questo il modo più facile per portare al massimo grado i vantaggi terapeutici della fase di riposo dei naturali ritmi ultradiani del tuo organismo.

Quando esplori il tuo benessere interiore, puoi chiederti in che modo il tuo inconscio creativo riuscirà ad affrontare qualsiasi sintomo, problema o questione tu desideri che affronti. Il tuo inconscio è il regolatore interno di tutti i tuoi processi biologici e mentali. Ora, accettando e godendoti i normali periodi di riposo ultradiano, così come capitano nel corso della giornata, tu permetti la naturale autoregolazione della tua entità mente/corpo ai fini di guarire e risolvere i tuoi problemi.

Il tuo atteggiamento nei confronti del tuo sintomo e di te stesso durante questa forma di ipnosi terapeutica è molto importante. Il tuo sintomo o problema è di fatto tuo amico. Il tuo sintomo è un segnale che ti dice che è necessario un mutamento creativo nella tua vita. Durante i periodi di benessere della tua autoipnosi ultradiana avrai spesso tranquille intuizioni sulla tua vita, su ciò che veramente desideri e su come ottenerlo. Una nuova forma di raccoglimento e di gioia, una più grande consapevolezza e maturità possono derivare dalla regolare pratica dell’autoipnosi ultradiana.

Tratto da Ernst L. Rossi, LA PSICOBIOLOGIA DELLA GUARIGIONE PSICOFISICA, Casa ed. Astrolabio, Roma, 1987

La scuola di Palo Alto: Haley e le basi della comunicazione suggestiva

Haley è stato uno dei pionieri nel campo della comunicazione patologica a sostenere che la psicologia, attraverso l’uso di termini obsoleti, producesse categorie diagnostiche capaci di creare realtà cliniche distorte e non rappresentative della complessità dell’individuo. Egli affermava la necessità di rifondare, prima ancora delle teorie e delle tecniche, la terminologia con cui le psicoterapie comunicano (Haley, 1963).

Haley raccolse l’eredità di Milton Erickson, fondendo i contributi di quest’ultimo sull’ipnoterapia con il modello della comunicazione proposto dalla scuola di Palo Alto. Da Erickson mutuò lo stile direttivo della comunicazione e l’assegnazione al paziente di compiti da svolgere a casa.
L’osservazione scrupolosa delle modalità comunicative, verbali e non verbali, del paziente influenzò profondamente le tecniche suggestive di Erickson: trabocchetti, prescrizioni, paradossi, tecniche ipnotiche e non ipnotiche.

L’unione di tali tecniche con la teoria del doppio legame portò Haley, e con lui gli esponenti della scuola di Palo Alto, a elaborare modelli terapeutici basati sull’uso consapevole della comunicazione suggestiva. Il terapeuta, secondo Haley, è colui che:

“…mantiene l’iniziativa in tutto quello che si verifica nel corso della terapia, ed elabora una tecnica particolare per ogni singolo problema.” (Haley, 1973)

Concetti fondamentali per l’approccio strategico

  1. Il potere e il controllo che una persona cerca di ottenere durante le interazioni sono alla base delle relazioni umane.

  2. Ogni contesto clinico rappresenta un caso a sé.

  3. L’intervento mira alla risoluzione rapida ed efficace del problema e al cambiamento del comportamento del paziente.

  4. Il terapeuta deve essere direttivo, attivo e manipolatore: anche chi nega di esserlo esercita comunque un’influenza.

  5. Il linguaggio direttivo, sia obbedito sia disubbidito, produce informazioni.

  6. La comunicazione suggestiva è la mossa strategica più efficace nella psicoterapia, concepita come una “partita a scacchi”.

  7. Il sintomo non è l’espressione di un contenuto mentale interno, ma una modalità di relazione con gli altri (Haley, 1963).

 

Comunicazione, potere e cambiamento

Per Haley, il passaggio dallo studio del singolo allo studio del sistema relazionale implica che la comunicazione diventi il fulcro:

  • Da un lato, un soggetto tenta di influenzare e controllare la relazione.

  • Dall’altro, comunica di non poter fare diversamente.

L’individuo è imbrigliato in contesti gerarchici di dominio o subordinazione che si ripetono nei vari ambiti di vita. Il terapeuta, pertanto, deve acquisire potere terapeutico per guidare il paziente, in modo inconsapevole, verso nuovi comportamenti che riorganizzino tali pattern relazionali.

Il sintomo diventa metafora delle strutture relazionali e viene affrontato con le stesse armi: metafore, paradossi e comunicazione ipnotica.
Attraverso l’uso di ingiunzioni paradossali e doppi legami terapeutici, il paziente può uscire dalle rigidità comunicative che lo imprigionano.

 

Il potere terapeutico

Sebbene la manipolazione sembri estrema nell’opera di Haley, il potere del terapeuta non ha connotazioni di sfruttamento, ma diventa strumento di sostegno.
Il terapeuta impartisce un ordine che il paziente deve seguire in modo spontaneo, anche se l’ingiunzione stessa suona contraddittoria (“Sii spontaneo!”).

Spezzare il circolo vizioso tra comportamento e comunicazione significa aiutare le persone a relazionarsi in modo più efficace, modificando modelli appresi nel passato e proiettati nel futuro.
L’attenzione è sull’hic et nunc della relazione terapeutica (Haley, 1963).

Come afferma Gulotta (1997), il presente della persona racchiude in sé il ricordo del passato e la dimensione del futuro, fatta di speranze, aspettative e desideri.

 

Eredità di Haley

I concetti sul potere e sulla suggestione come strumenti di cambiamento terapeutico costituiranno le fondamenta della psicoterapia strategica, che verrà sviluppata negli anni successivi.

Fonte: Valeria Varrastro, La psicologia della comunicazione, Franco Angeli

La scuola di Palo Alto: i cinque assiomi della comunicazione

Introduzione

Un passo fondamentale nello studio della comunicazione si ebbe con la pubblicazione di Pragmatica della comunicazione umana di Paul Watzlawick (1967).
Per “funzione pragmatica della comunicazione” egli intendeva la capacità del linguaggio di avere conseguenze sul piano comportamentale nei contesti in cui l’uomo interagisce.

Qualsiasi fenomeno resta inspiegabile senza una cornice contestuale che lo comprenda o, nel migliore dei casi, un individuo potrebbe attribuire al fenomeno in questione qualità che non gli appartengono.
In questo senso non esiste comunicazione senza comportamento, né comportamento che non veicoli significato.

Secondo l’autore, la comunicazione si realizza attraverso due modalità fondamentali:

  • la comunicazione verbale;
  • la comunicazione non verbale.

Entrambi i canali sono regolati da principi (assiomi) che, se violati, possono trasformare una comunicazione efficace in una disturbata. Quando uno di questi assiomi viene contravvenuto, la comunicazione può deviare fino a produrre comportamenti patologici.

Gli assiomi della comunicazione secondo Watzlawick

1. Non si può non comunicare

Non esiste azione o parola umana che non ci metta in comunicazione con gli altri.
Il concetto di non-comportamento è impensabile: anche il silenzio o la passività comunicano qualcosa.

Se una persona, attraverso il proprio silenzio, esplicita la volontà di non comunicare, sta comunque comunicando di non voler comunicare.

La comunicazione, inoltre, non richiede una logica razionale.
È il caso della modalità comunicativa degli schizofrenici, che squalificano la comunicazione con deliri, opposizione o lunghi silenzi: anche questi sono atti comunicativi, benché non aderenti alla razionalità ordinaria.

In questo senso il sintomo è visto come una forma di comunicazione disturbata più che come un deficit: l’unico modo possibile di relazionarsi a un contesto vissuto come ostile.

2. Ogni messaggio possiede un aspetto di contenuto e uno di relazione

Questo è il punto di maggior distacco dalle teorie precedenti.
I messaggi scambiati tra esseri umani non sono solo trasmissioni di informazioni: trasmettono anche la natura della relazione tra i soggetti coinvolti.

Il contenuto è ciò che viene detto;
la relazione è come viene detto e che tipo di legame stabilisce.

Esempio: se un capo chiede a un impiegato di svolgere un lavoro, la richiesta comunica non solo il compito (contenuto) ma anche la relazione gerarchica (relazione).
Se la stessa richiesta provenisse da uno sconosciuto, il significato complessivo cambierebbe.

Questo livello implicito è detto metacomunicazione, ovvero la comunicazione sulla comunicazione.
Quando i due interlocutori non condividono le stesse regole del gioco relazionale, la comunicazione fallisce: è come giocare a scacchi senza sapere le regole.

3. Il flusso comunicativo dipende dalla punteggiatura degli eventi

Ogni comunicazione nasce da una sequenza di eventi che ciascun interlocutore interpreta a modo suo.
La punteggiatura indica il modo in cui ognuno organizza e attribuisce significato alla realtà.

Quando le persone non concordano su questa sequenza, si riduce la complessità del reale e nascono i conflitti.
Le liti coniugali, ad esempio, si basano spesso su questa dinamica: ognuno crede che i problemi derivino dall’altro e in risposta a lui, alimentando un circolo vizioso di azioni e reazioni.

La punteggiatura, quindi, dirige il flusso comunicativo e determina le modalità d’interpretazione.
La cultura aiuta a condividere almeno i criteri di base per decodificare le esperienze comuni.

Esempio tipico: chi si percepisce come antipatico interpreterà ogni gesto altrui come conferma di quella convinzione, finendo per generare davvero antipatia.

Un rischio ancora maggiore è credere che solo i terapeuti “normali” vedano la realtà giusta, mentre le persone con disagio mentale la vedano “distorta”: un errore epistemologico grave, poiché nega la pluralità delle realtà soggettive.

4. Comunicazione analogica e digitale

La comunicazione avviene su due piani:

Digitale (verbale): usa parole e simboli convenzionali per trasmettere contenuti.
Esempio: la parola “casa” rappresenta un concetto condiviso ma arbitrario.

Analogica (non verbale): trasmette prevalentemente aspetti relazionali ed emotivi, attraverso tono, gesti, posture, espressioni.
Esempio: il sorriso di gioia è un’espressione non arbitraria, direttamente collegata all’emozione.

Durante l’interazione, la congruenza tra linguaggio verbale e non verbale è fondamentale.
Se una persona dice di essere interessata ma evita il contatto visivo, il messaggio risulta incoerente.

I malintesi nascono spesso proprio da una errata traduzione tra i due sistemi: ciò che osserviamo (analogico) viene male interpretato nel linguaggio del pensiero (digitale).

5. Le relazioni simmetriche e complementari

Watzlawick distingue due tipi di relazioni comunicative:

Relazioni simmetriche: i partecipanti si pongono sullo stesso livello, rifiutando la dipendenza.
Possono degenerare in competizione e schismogenesi (Bateson, 1999), cioè un’escalation di conflitto reciproco.

Relazioni complementari: i partecipanti riconoscono la differenza dei ruoli e si adattano reciprocamente.
Se flessibili, queste relazioni sono funzionali e favoriscono l’efficacia comunicativa.

La complementarità diventa patologica solo quando si irrigidisce, costringendo una persona a una posizione di dipendenza emotiva o intellettuale.

I ruoli, infatti, non sono maschere fisse: cambiano nel tempo, nei contesti e nelle interazioni.
Solo nel reciproco riconoscimento e nell’alternanza di parità e complementarità la comunicazione può dirsi realmente efficace e umana.

Conclusione

Gli assiomi di Watzlawick ci ricordano che la comunicazione è un processo inevitabile, circolare e complesso, in cui ogni parola, gesto e silenzio assume significato.
Comprendere queste dinamiche significa imparare a leggere non solo ciò che viene detto, ma anche ciò che accade tra le persone mentre lo dicono.

Fonte:
Valeria Verrastro – Psicologia della comunicazione, Franco Angeli, Milano.

La prassi clinica in terapia strategica: processualità e procedure di Paul Watzlawick

Prima di inoltrarci nell’esposizione della prassi clinica, è bene ribadire alcuni basilari concetti del nostro approccio alla terapia.

La relazione tra terapeuta e paziente, in terapia strategica, non è una sorta di «amicizia a pagamento», né tanto meno è un rapporto di «consolazione» o di «confessione», ma è una sorta di partita a scacchi tra il terapeuta ed il paziente con i suoi problemi. Come nel gioco degli scacchi ci sono: un sistema di regole del gioco, un processo di fasi evolutive ed una serie di consolidate strategie per specifiche situazioni al fine di portare a conclusione con successo la partita.

In questo capitolo verrà esposta, puntualmente, in analogia con i manuali di scacchi, la usuale «processualità» della terapia, dal primo incontro tra terapeuta e paziente alla conclusione del trattamento.

All’interno di tale presentazione saranno anche presentate in dettaglio una serie di consolidate strategie e specifiche tecniche terapeutiche, ossia saranno esposte le usuali procedure dall’apertura della partita allo scacco matto conclusivo.

Certamente non vogliamo con ciò essere esaustivi riguardo al repertorio delle possibili strategie applicative, in quanto le combinazioni di mosse e contromosse in una partita sono illimitate e dipendono dalla interazione tra i due giocatori, terapeuta e paziente nel nostro caso.

Bisogna però ricordare che esiste un’importante dimensione per la quale l’analogia tra terapia e gioco degli scacchi non è sostenibile, per la quale addirittura si entra in una stridente imparagonabilità; questa è rappresentata dalla fondamentale caratteristica dei due tipi di «gioco».

Gli scacchi sono un gioco a «somma uguale a 0» (von Neumann 1944), ossia un gioco che prevede obbligatoriamente un vincitore e un vinto; mentre la terapia è un gioco «a somma diversa da 0», ossia un gioco nel quale non esistono vincitori e vinti, ma obbligatoriamente vincono o perdono entrambi i giocatori. Infatti, se il terapeuta riesce a risolvere i problemi del paziente, aggirando la sua resistenza al cambiamento, entrambi ne escono vincenti; il terapeuta soddisfatto di sé professionalmente ed il paziente contento per essersi liberato dei suoi problemi. Se la terapia fallisce ed egli perde la partita, entrambi sono perdenti in quanto il paziente si tiene i suoi problemi irrisolti ed il terapeuta la frustrazione e la delusione professionale. Perciò riteniamo che, qualunque strategia il terapeuta utilizzi per vincere il più rapidamente possibile la sua partita con i problemi del paziente, anche quando utilizza forme manipolative, ciniche ad apparentemente disumane di strategia, questa assuma un profondo valore etico.

 

La processualità e le procedure della terapia

La terapia strategica è un intervento terapeutico usualmente breve (Per terapia breve intendiamo qui un intervento con durata sotto le venti sedute), orientato all’estinzione dei sintomi e alla risoluzione del problema/i presentato dal paziente/i. Questo approccio non è una terapia comportamentista ma una ristrutturazione e modifica del modo di percepire la realtà e le derivanti reazioni comportamentali del paziente/i.

I terapeuti strategici partono dalla convinzione che la risoluzione del problema richieda la rottura del sistema circolare di retroazioni che mantiene la situazione problematica, la ridefinizione della situazione e la conseguente modifica delle percezioni e delle concezioni del mondo che costringono la persona alle risposte disfunzionali.

Da questa prospettiva, il ricorso a notizie o informazioni sul passato o sulla cosiddetta «storia clinica» del soggetto rappresenta solo un mezzo per poter mettere a punto le migliori strategie di risoluzione degli attuali problemi, e non una procedura terapeutica come in psicoanalisi.

Il terapeuta, sin dal primo incontro con il paziente, invece che studiare il suo passato focalizza l’attenzione e la valutazione su:

  • a. cosa avviene all’interno dei tre tipi di interazione interdipendenti che il soggetto vive con se stesso, con gli altri e con il mondo;
  • b. come il problema presentato funziona all’interno di tale sistema relazionale;
  • e. come il soggetto ha cercato sino ad ora di combattere o risolvere il problema (tentate soluzioni);
  • d. come è possibile cambiare tale situazione problematica nella maniera più rapida ed efficace.

Dopo aver costruito una o più ipotesi sui punti citati, e dopo aver concordato con il paziente/i gli obiettivi della terapia, mette a punto e applica le strategie per la risoluzione del problema presentato.

Se il trattamento funziona si osserva, di solito, una netta riduzione sintomatica, sin dalle prime battute della cura, ed un progressivo cambiamento nel paziente nelle maniere di percepire se stesso, gli altri e il mondo. Ciò sta a significare che il suo punto di osservazione della realtà gradualmente si sposterà dalla rigidità, tipica del sistema percettivo-relazionale che manteneva la situazione problematica, verso un’elasticità di percezione e disposizione nei confronti della realtà, con un progressivo innalzamento dell’autonomia personale e dell’au-tostima dovuta alla constatazione della possibilità di risoluzione del problema.

A questo punto, passando alla trattazione stadio per stadio della terapia, per meglio esporre la processualità, possiamo schematizzare le sue fasi come segue:

Scheda riassuntiva delle fasi del trattamento: (Questa scheda è una rielaborazione delle fasi del trattamento strategico tratto da Weakland e Nardone)

  1. primo contatto e costruzione della relazione terapeutica;
  2. definizione del problema (sintomi, disturbi, conflitti);
  3. accordo sugli obiettivi della terapia;
  4. individuazione del sistema percettivo-reattivo che mantiene il problema;
  5. programmazione terapeutica e strategie di cambiamento;
  6. conclusione del trattamento.

Qui di seguito tratteremo per esteso ognuna di queste sei fasi della terapia; per una diretta esplicitazione rimandiamo all’esposizione dei casi clinici.

1. Primo incontro e costruzione della relazione terapeutica

II primo contatto con il paziente è un momento molto importante del trattamento – già Aristotele diceva che un buon inizio è metà del lavoro. In questa fase di apertura della terapia l’obiettivo primario è quello di creare una relazione interper-sonale connotata da contatto, fiducia e suggestione positiva, all’interno della quale condurre l’indagine diagnostica e le prime manovre di acquisizione di potere di intervento. A questo fine la strategia fondamentale è quella di osservare, imparare e parlare il linguaggio del paziente. In altre parole, il terapeuta deve entrare in sintonia con le modalità rappresentazio-nali della persona che sta chiedendo aiuto. Ciò significa che deve adattare il proprio linguaggio e le proprie azioni alle «immagini del mondo» e allo stile comunicativo del paziente. Ad esempio, se quest’ultimo è una persona razionale e fortemente legata a categorie logiche, il terapeuta dovrà parlare e agire in termini estremamente logici e razionali, senza alcun volo pindarico; se invece si trova davanti una persona fantasiosa e poetica dovrà parlare e agire in termini fantasiosi, creativi e poco legati a categorie rigidamente logiche. Come si può ben capire, questa manovra iniziale è il contrario di ciò che avviene usualmente in psicoanalisi, dove è il paziente che deve apprendere il linguaggio e le teorie psicoanalitiche per essere introdotto e procedere nella cura.

Dalla nostra prospettiva, questa prima mossa è fondamentale perché è mediante l’accettazione di ciò che il paziente ci offre e parlando il suo stesso linguaggio che si stabilisce quel clima di contatto interpersonale e quella suggestione positiva che rende possibile «manipolare» e dirottare le sue azioni: in altre parole, assumere potere terapeutico ed aggirare la resistenza al cambiamento. Come quando un buon venditore, per riuscire a far acquistare la sua merce, accetta tranquillamente ogni affermazione del cliente, lo segue con disponibilità nelle sue pretese senza contraddirlo, fino a condurlo con pazienza ad acquistare, tramite una sorta di persuasione passiva, la sua merce, utilizzando questa tecnica con il deprecabile fine di abbindolare le persone. Un buon terapeuta, nel primo contatto con il paziente, deve fare più o meno la stessa cosa ma con il fine positivo di indurlo ad acquistare grande motivazione e fiducia, dargli suggestione positiva e condurlo senza negare le sue convinzioni ad eseguire nel prosieguo della terapia azioni anche completamente contrarie alle sue attuali concezioni. Per una più approfondita trattazione di questa strategia comunicativa in terapia si rimanda a p. 76, mentre in questa sede procediamo alla descrizione della seconda fase del trattamento che è, tra l’altro, contemporanea e si interseca con la prima.

2. Definizione del problema

Nel procedere nella maniera sopradescritta, ai fini di un’indagine focale delle problematiche presentate dal paziente, è fondamentale chiarire in maniera concreta il problema ed il sistema interattivo disfunzionale che lo mantiene. Sin dalla prima seduta il terapeuta deve focalizzare le problematiche, basandosi sull’osservazione della persona e sull’esplicazione da parte di questa del suo disturbo nel modo più chiaro e definito possibile, in modo da identificare concretamente le matrici pragmatiche del presente problema. A volte questa operazione non risulta facile da eseguire in tempi brevi, le persone spesso sono vaghe nel descrivere i loro problemi ed è necessario approfondire bene la conoscenza della realtà che il soggetto vive, prima di poter definire insieme a lui il problema e passare alla fase più attiva del trattamento. Ma questo non deve far entrare in crisi il terapeuta, perché le sedute di chiarificazione del problema, se eseguite seguendo la tecnica sopracitata del «ricalco»6 dello stile comunicativo della persona in trattamento, sono già vere e proprie forme di intervento terapeutico, e non è raro osservare già in questa prima fase esplorativa dei miglioramenti sintomatici. A tal riguardo, è utile ricordare ai clinici il famoso «effetto Hawthorne»/ fenomeno che gli psicologi sociali conoscono bene, per riflettere su come il solo fatto di sapere che qualcuno si sta prendendo cura di noi possa influenzare positivamente la nostra situazione. Inoltre, una volta avuta una immagine più chiara e concreta del problema, sarà molto più agevole trovare la soluzione più rapida ed efficace; quindi il tempo apparentemente perduto nella fase cosiddetta diagnostica verrà recuperato nella fase prettamente operativa.

Riguardo alla definizione e valutazione del problema presentato, il terapeuta deve tener conto di alcune caratteristiche generali dei problemi umani che permettono di analizzare e di inquadrare meglio la specifica situazione che egli si trova a fronteggiare.

Secondo Greenberg (1980), esistono tre categorie generali di problematiche nelle quali le persone si dibattono:

a. l’interazione tra il soggetto e se stesso;

b. l’interazione tra il soggetto e gli altri.

A queste due categorie generali noi aggiungiamo una terza categoria di problematiche:

e. l’interazione tra il soggetto e il mondo. Intendendo per mondo l’ambiente sociale, i valori e le norme che regolano il contesto nel quale il soggetto vive.

A nostro parere, se anche una sola di queste tre categorie di interazione non funziona bene, anche le altre vengono ad essere non pienamente funzionanti. Infatti, le tre aree di relazione, componenti ineluttabili dell’esistenza di ogni individuo, sono interagenti e si influenzano reciprocamente, in una forma circolare di interdipendenza. Ciò che appare importante nella prospettiva di una terapia focale dei problemi presentati, è rilevare come questa circolante di interdipendenza funzioni e se una delle tre dimensioni sia più direttamente sentita dal paziente, perché in quel caso questa sarà la prima area di intervento attraverso la quale modificare tutto il sistema percettivo-reattivo, tipico della situazione problematica del paziente stesso.

A tal fine, nel definire concretamente il problema, il terapeuta deve trovare la risposta alla serie delle seguenti domande che riteniamo una succinta linea guida di indagine diagnostica strategica:

Quali sono gli osservabili pattern di comportamento usuali del paziente?

Che cosa il paziente identifica come problema?

In quale modo il problema si manifesta?

Con chi il problema appare, peggiora o si maschera o non appare?

Quando, di solito, si manifesta?

Dove e in quali situazioni?

Con quale frequenza ed intensità si manifesta?

In quale contesto/i appare?

Cosa è stato fatto e cosa viene correttamente fatto (sia da solo che con altri) per risolvere il problema?

Che equilibrio regge il problema? A cosa serve? Qual è la sua funzione? A chi o cosa porta benefici?

Chi potrebbe essere danneggiato dalla risoluzione del problema?

Crediamo, in termini di efficienza terapeutica, che una volta conosciuti e chiariti tali interrogativi il terapeuta sia già in grado di programmare e mettere in atto con successo le strategie orientate alla rottura del circolo vizioso di azioni e retroazioni che mantiene il problema.

3. Accordo sugli obbiettivi della terapia

La definizione degli obbiettivi della terapia, che può apparire a prima vista una cosa ovvia, a nostro parere rappresenta un’esigenza pragmatica importante che ha una duplice funzione:

a. da una parte questa è una buona forma di guida metodologica per il terapeuta, in quanto rappresenta una focalizzazione della programmazione terapeutica verso una direzione precisa, con una serie di obiettivi graduali da raggiungere che garantiscono una progressiva verifica e controllo del lavoro;

b. dall’altra parte, la definizione degli obbiettivi rappresenta per il paziente una suggestione positiva, in quanto la negoziazione e l’accordo sulla durata e sui fini della cura possiedono il potere di rinforzare e di aumentare la sua collaborazione e fiducia nell’esito terapeutico.

Egli si sente parte attiva del progetto di cambiamento e ha l’impressione di essere lui a controllare lo sviluppo della terapia. Inoltre, se il terapeuta concorda l’obbiettivo da raggiungere, egli trasmette al paziente il messaggio: «Io credo che tu abbia la possibilità e le capacità di raggiungere lo scopo che ci prefiggiamo» oppure: «Io credo che tu ce la farai a risolvere i tuoi problemi.» Questo tipo di messaggio è una forte suggestione nella direzione del cambiamento e mobilita, usualmente, nel paziente forti reazioni positive di collaborazione.

A questo riguardo gli esperimenti di Rosenthal8 sull’effetto che ha l’aspettativa dello sperimentatore sul comportamento dei soggetti dell’esperimento, dimostrano l’enorme potere che può avere l’aspettativa che una persona trasmette ad un’altra in relazione al suo comportamento e alle sue possibilità. Tali esperimenti dimostrano anche che se questa aspettativa è positiva e fiduciosa può migliorare di parecchio la performance del soggetto nel Teseguire le prove richieste. Del resto, in ipnoterapia, è da sempre risaputo che più l’ipnotista esprime la sua sicurezza ed aspettativa riguardo al fatto di far entrare in trance il soggetto, tanto più facilmente il soggetto cade in trance.

In conseguenza di queste riflessioni, l’accordo sugli obbiettivi della terapia non può più apparire una cosa ovvia su cui non perdere tempo.

Infine, nel concordare gli obbiettivi e nel programmare la terapia, è molto importante anche che il terapeuta costruisca una scala graduale e progressiva di piccoli obiettivi, che facciano apparire al paziente il trattamento non troppo incalzante ed ansiogeno. Ciò perché non si deve far sentire al soggetto una spinta eccessiva verso il cambiamento, ma si deve dare l’impressione di una prassi sistematica e precisa con obiettivi concreti da raggiungere che non sembrino eccessivamente impegnativi. Si rischia altrimenti, dando l’impressione di voler correre troppo, di far andare fuori strada il trattamento. Si è infatti rilevato che, chiedendo di andare piano, si ottiene paradossalmente una maggior velocità nella promozione di cambiamenti; mentre, se si pretende di accelerare troppo, si ottiene un irrigidimento della resistenza e un rallentamento nel processo di cambiamento o addirittura la fuga da una terapia che spaventa.

4. Individuazione del sistema percettivo-reattivo che mantiene il problema

Dopo l’esecuzione delle prime tre fasi del trattamento sempre nel corso dei primi incontri, il terapeuta deve studiare attentamente la situazione presentata dal paziente e trovare quali sono i punti cardine sui quali questa si regge. Ossia trovare le leve più vantaggiose sulle quali premere per ottenere il cambiamento della situazione problematica. Quindi, oltre a definire chiaramente il problema sulla base di quanto espresso nella fase 2 (vedi paragrafo 2), è necessario rilevare con precisione come si mantiene il problema e quale dei fattori che lo mantengono può essere individuato come quello su cui intervenire con maggiore probabilità di successo.

Dall’esperienza clinica ci viene l’indicazione che molto spesso sono proprio i tentativi di risolvere il problema che lo mantengono. Il vero problema diventa la soluzione, ripetutamente tentata, del problema iniziale.

In pratica, come nell’aneddoto già citato dell’ubriaco che cerca la chiave perduta, ciò che rende la situazione problematica, al di là dell’evento dello smarrimento della chiave che di per sé non è un fatto «patologico», è la soluzione messa in atto dall’ubriaco: ossia il cercare la chiave sotto il lampione, dove egli, tra l’altro, sa di non averla perduta. L’ostinata persevera-zione in tale risposta al problema conduce alla manifestazione psicopatologica. Di solito poi lo stesso tipo di soluzione viene generalizzato e trasferito ad altre situazioni che così diventeranno anch’esse problematiche. In questi casi, per produrre rapidamente il cambiamento, si deve intervenire sulle soluzioni disfunzionali utilizzate dal paziente per risolvere il proprio problema. A tal fine il terapeuta deve individuare qual è la soluzione fondamentale e ridondante utilizzata dal paziente, ed intervenire direttamente su di essa.

Un altro importante focus della valutazione, in questa fase della terapia, è rappresentato dall’attenta valutazione delle interazioni sociali che possono influenzare le soluzioni tentate dal paziente o addizionarsi ad esse. Questo è importante per capire se è il caso di intervenire direttamente su queste sequenze interpersonali oltre che sulle tentate soluzioni, o se addirittura sia vantaggioso intervenire soltanto sulla riorganizzazione di tale sistema relazionale, lasciando da parte le tentate soluzioni del singolo che verrebbero influenzate dal cambiamento dell’intero sistema.

Per essere più chiari, con ciò si intende dire che il terapeuta deve valutare attentamente caso per caso se è più efficace alterare il sistema percettivo-reattivo disfunzionale del singolo paziente intervenendo direttamente su di esso e producendo per reazione a catena la modifica di tutto il suo sistema relazionale interpersonale. Oppure se è più efficace intervenire sul sistema di relazioni interpersonali familiari, allargando la terapia a più soggetti, in modo che, come conseguenza del cambiamento delle sequenze interattive di più persone, cambi il sistema percettivo-reattivo della singola persona problematica.

Come riferito in precedenza, è necessario rilevare quale delle tre aree di relazione, quella con se stesso, quella con gli altri o quella con il mondo, offra i maggiori vantaggi come primo focus dell’intervento terapeutico per poi, sulla base di questa rilevazione, scegliere il trattamento individuale, indirettamente sistemico, o il trattamento direttamente sistemico che coinvolge la risoluzione dei sintomi del singolo.

Dunque, ci preme ribadirlo ancora una volta, invece che indagare su presupposti fattori intrapsichici o su presunti «traumi originari» nel passato, il terapeuta si interessa delle azioni concrete della persona nel suo presente e delle retroazioni interpersonali e sociali che egli riceve. È evidente che le azioni di un soggetto derivano in gran parte dalle sue disposizioni emozionali e concezioni rispetto alla realtà, ma si è convinti, come già chiarito in precedenza, che anch’esse si modifichino effettivamente solo mediante esperienze vissute in maniera concreta. Perciò, nella individuazione di ciò che mantiene il problema, e nella successiva predisposizione di strategie di cambiamento, si deve tener presente che l’intervento terapeutico deve essere qualcosa che produce una concreta esperienza di cambiamento.

Riteniamo che il terapeuta, se ha seguito correttamente le fasi sin qui esposte del trattamento, sia in grado di trovare le più vantaggiose leve per il cambiamento e di predisporre su queste le strategie ad hoc per il caso.

5. Programmazione terapeutica e strategie di cambiamento

Prima di trattare le specifiche procedure che di solito vengono utilizzate in terapia, è bene chiarire che, secondo la nostra ottica, non è possibile dividere nettamente le specifiche strategie terapeutiche da tutto il resto del trattamento. Questo perché la comunicazione ed interazione paziente-terapeuta rappresenta comunque un contributo al cambiamento. Infatti, a volte, il solo comunicare tra paziente e terapeuta, nelle modalità descritte in precedenza, può produrre effetti terapeutici.

Inoltre la processualità stessa della terapia, così come è predisposta, è una strategia terapeutica. Quindi la presente distinzione tra processualità e procedure è una sorta di distinzione esplicativa, ma in realtà le due componenti del processo terapeutico formano un sistema indivisibile nella pratica clinica.

Dopo questo doveroso chiarimento, si possono presentare alcune delle più consolidate strategie utilizzate in terapia, ma prima di fare ciò è indispensabile ribadire quello che è un presupposto fondamentale dell’approccio strategico alla terapia. Ossia: è la terapia che deve adattarsi al paziente e non il paziente alla terapia.

Su questa base, il terapeuta, nel mettere a punto le strategie, si richiamerà alle tecniche già utilizzate con successo su quello specifico tipo di problema ma, basandosi sulle peculiari caratteristiche della persona problematica, sceglierà, o costruirà ex novo, le procedure ad hoc per quel determinato caso.

Ad esempio la stessa generale strategia cambierà radicalmente se applicata a un soggetto/i appartenente ad un gruppo sociale o culturale di basso livello, oppure se utilizzata con soggetto/i di alta levatura sociale e culturale. Non solo, ma sarà diversa se applicata ad una persona estremamente fantasiosa e poetica o ad una persona marcatamente iperrazionale. Come dicevamo in precedenza, è necessario imparare il linguaggio del paziente e presentare l’intervento in tale lingua o sistema rappresentazionale. In modo tale che lo stesso intervento non sia mai precisamente lo stesso, in quanto viene modificato in base alle peculiari prerogative percettive e comunicative di ogni diversa persona. Inoltre, se una strategia non funziona, verrà rapidamente sostituita o addizionata con altre mosse terapeutiche.

Un’altra importante riflessione preliminare, per ciò che riguarda la predisposizione delle tattiche per produrre il cambiamento, è quella relativa al fatto che si è notato come sia molto produttivo focalizzare l’attenzione del paziente su cambiamenti apparentemente banali, su piccoli particolari della situazione. Questo al fine di non far sentire al paziente di essere sottoposto a richieste esagerate rispetto alla percezione delle proprie risorse personali ed aggirare così la sua resistenza al cambiamento.

In effetti, quelle azioni minime, selezionate dal terapeuta, devono essere strategie indirette o coperte per produrre un cambiamento molto più grande di quello che il paziente possa prevedere: poiché, all’interno di un sistema, anche il cambiamento di un piccolo particolare produce, per le leggi proprie della teoria dei sistemi, uno squilibrio e una modifica all’interno dell’intero sistema. Il piccolo cambiamento, infatti, innesca una reazione a catena di modificazioni all’interno del sistema che hanno il fine di riequilibrare il sistema stesso. Ciò significa che cambiamenti minimi, o apparentemente banali e innocui, possiedono un potere dirompente, potere che deve essere utilizzato a pieno titolo in terapia.

Quando, mediante una progressione di piccoli cambiamenti, il terapeuta ha condotto la persona alla modifica delle sue azioni disfunzionali e delle sue «immagini del mondo», la terapia avrà raggiunto il suo obbiettivo.

Infine, prima di esporre direttamente le procedure tera-peutiche, è fondamentale anche chiarire che la loro efficacia dipende, oltre che dalla loro specifica validità per particolari sintomatologie o problemi, soprattutto dall’influenza personale o carisma del terapeuta. Fattore, questo, che noi riteniamo determinante in terapia. In altre parole, l’efficacia di una strategia dipende molto dalla cornice di suggestione all’interno della quale viene presentata al paziente in modo da indurlo ad una grande, e a volte involontaria, collaborazione terapeutica, ossia ad una propensione al cambiamento. Per creare questa cornice di suggestione e carisma, il terapeuta deve imparare ad utilizzare ciò a cui abbiamo fatto riferimento in apertura del volume con i concetti di «linguaggio ingiuntivo» nella definizione di Spencer Brown, e di «atti verbali perfor-mativi» nella accezione di Austin (vedi p. 23 ss.). Questo tipo di comunicazione terapeutica, della quale l’approccio ipnotico alla terapia di Erickson è stata la più grande lezione, è una delle fondamentali prerogative della terapia strategica. Tale particolare forma suggestiva di comunicazione è ciò che definiamo ipnoterapia senza trance. Con il deliberato ricorso a questa, il terapeuta si assume, nell’interesse del paziente, la responsabilità di utilizzare le procedure di suggestione ipnotica efficaci ed efficienti per influenzare e cambiare rapidamente la situazione problematica presentata.

Dopo questa necessaria premessa, possiamo passare alla descrizione di alcune delle più ricorrenti procedure terapeuti-che utilizzate nel nostro approccio ai problemi umani.

Le strategie deputate alla soluzione di tali problemi possono essere suddivise in due grandi categorie di intervento:

  • Azioni e comunicazione terapeutica
  • Prescrizioni di comportamento.

5.a. Azioni e comunicazione terapeutica?

5.a.l. Imparare e parlare il linguaggio del paziente

La prima procedura da trattare nella categoria delle azioni che il terapeuta deve eseguire durante le sedute è certamente quella che rappresenta uno stile di comunicazione fondamentale in terapia strategica, già ripetutamente citata nella nostra esposizione. Ossia: imparare ed usare il linguaggio del paziente.

Questa fondamentale tecnica di comunicazione proviene, nella sua versione applicata alla psicoterapia, dalla ipnosi ericksoniana.

Il grande ipnotista trasferì al linguaggio terapeutico modalità comunicative da lui utilizzate per le induzioni di trance. Infatti, nell’induzione ipnotica, si asseconda lo stile percettivo e comunicativo del soggetto, assumendone lentamente e progressivamente il controllo sino ad indurlo a lasciarsi andare e cadere in trance.

Bandler e Grinder (1975) definiscono questa strategia comunicativa la tecnica del ricalco. Essi avevano studiato questa forma di comunicazione nel comportamento terapeutico di Milton Erickson. Avevano rilevato che egli adottava nei primi contatti con i suoi pazienti il loro stesso linguaggio e le loro stesse forme di rappresentazione della realtà. Non solo, ma nel suo stile di ipnotista imitava perfino il linguaggio non verbale dei suoi pazienti, in maniera tale da metterli completamente a proprio agio ed assumere gradualmente il potere di influenzarli con le sue suggestioni e prescrizioni.

Ma il potere e l’efficacia di questa tecnica di persuasione non è una scoperta di Erickson, in quanto essa era già ben conosciuta nella retorica classica. Aristotele ad esempio nella sua Retorica ad Alessandro, affermava, in assonanza con i sofisti, che se si vuol persuadere qualcuno lo si deve fare attraverso le sue stesse argomentazioni. Inoltre la psicologia sperimentale ha dimostrato da tempo la predisposizione degli esseri umani ad essere attratti e a subire l’influenza delle cose che appaiono simili o familiari a se stessi.

Tale conoscenza è utilizzata in maniera massiccia e con finalità non certo nobili, come quella di aiutare la persona a risolvere i propri problemi, dai professionisti della persuasione di massa. Robert Cialdini, psicologo sociale, dedito da anni allo studio delle strategie di persuasione, in una ricerca condotta sulla vendita di contratti assicurativi ha rilevato sperimentalmente che «i clienti tendono più facilmente a stipulare il contratto quando il venditore presenta con loro una somiglianza in qualche campo: età, religione, idee, linguaggio ecc.» (Cialdini 1989, 137) senza rendersi conto che gli assicuratori sono addestrati ad assecondare e ricalcare il linguaggio e le idee del cliente, per trovare quei punti di contatto interpersonale utili ad ottenere la firma del contratto. Lo stesso ricercatore ha indagato, con risultati positivi, sull’uso di tale tecnica comunicativa al fine di ottenere la simpatia delle persone. Cialdini illustra anche come alcune pubblicità di grande successo siano costruite ricalcando l’immagine sociale e l’usuale linguaggio del fruitore del messaggio.

Sulla scorta di tali dati, è evidente come in psicoterapia sia importante utilizzare una tecnica comunicativa che permetta di essere rapidamente in grado di influenzare il comportamento altrui. I pazienti chiedono di essere influenzati per cambiare la loro attuale situazione problematica, ma di solito oppongono inconsapevolmente resistenza al cambiamento Con questa strategia di comunicazione tale resistenza viene ridotta.

Tuttavia, il prerequisito per cui questa procedura comunicativa produca tali effetti è che venga eseguita con grande naturalezza e senza che appaia come un’artificiosa manovra, altrimenti può produrre l’effetto contrario a quello desiderato, perché le persone si sentono prese in giro e si irrigidiscono di più. A tal fine il terapeuta deve essere bene addestrato ad utilizzare questa tecnica di pragmatica della comunicazione.

Tale apprendimento tecnico ricorda molto l’addestramento di un attore in quanto il terapeuta deve imparare a gestire il proprio stile comunicativo e le proprie caratteristiche espressive in modo da adattarle con naturalezza ai diversi contesti relazionali che si vengono a creare nelle interazioni con i diversi pazienti.

In questa direzione, è indispensabile un buon training che preveda l’osservazione e lo studio di situazioni terapeutiche simulate, l’utilizzo del videoregistratore per poter riosservare se stessi: sino a far divenire tale tecnica una forma spontanea di comunicazione interpersonale.

Riteniamo questo lavoro formativo alla pragmatica comunicativa anche un ottimo esercizio per l’elasticità mentale in quanto, se una persona apprende ad adattare il suo linguaggio a diverse situazioni, contesti e stili personali, impara anche a spostare continuamente il suo punto di vista della realtà. Prerogativa, quest’ultima, essenziale per poter essere in grado di risolvere i tanti diversi tipi di problemi umani.

5.a.2. La ristrutturazione

La ristrutturazione è una delle più sottili tecniche di persuasione. Ristrutturare significa ricodificare la percezione della realtà di una persona senza cambiare il significato delle cose ma cambiando la loro struttura. Non si cambia il valore semantico di ciò che la persona esprime, ma si cambiano le cornici all’interno delle quali inserire tale significato. Ovviamente, cambiando la cornice, si cambia in maniera indiretta il significato stesso. Questo perché, ponendo uno stesso evento all’interno di diversi contesti e guardandolo da prospettive diverse, questo cambia completamente il suo valore.

La realtà, abbiamo ripetuto molte volte nel corso dell’esposizione, è determinata dal punto di osservazione da cui il soggetto la guarda; se si cambia tale punto di osservazione, la realtà stessa cambia.

Nel ristrutturare un’idea o concezione di una persona, non si mette in discussione l’idea o la concezione ma si propongono diversi percorsi logici e diverse prospettive di approccio a tali idee e concezioni. Non si cambia il contenuto del quadro ma solo la cornice, però, cambiando la cornice, si altera il contenuto stesso del quadro. Per chiarire la struttura e l’efficacia persuasiva di tale procedura, facciamo un esempio storico. Durante il XV secolo, il potere imperante della Chiesa cattolica si trovò di fronte al problema del culto pagano delle acque che veniva praticato nelle campagne toscane. La gente del luogo professava e praticava particolari culti rivolti alle divinità delle acque di alcune sorgenti alle quali venivano attribuiti poteri soprannaturali.10 Le autorità ecclesiastiche intervennero in maniera decisa, reprimendo violentemente tali credenze e distruggendo i luoghi di culto pagano sorti presso le sorgenti miracolose. Ad esempio, si narra che San Bernardino da Siena, ali’incirca nel 1425, fece distruggere dai soldati un tempio pagano, che era sorto sul luogo in cui si trova l’antica chiesa di Santa Maria delle Grazie di Arezzo, dopo che le sue predicazioni contro tale culto pagano non avevano ottenuto alcun risultato. Ma nemmeno il ricorso alla violenta repressione servì ad eliminare il culto delle divinità delle acque. A questo punto il santo e altri uomini di chiesa, ricordandosi, forse, ciò che aveva fatto San Gregorio Magno qualche secolo prima trovarono la soluzione del problema, e attuarono la mossa risolutiva. Fecero costruire sulle rovine dei templi pagani, dedicati alle divinità delle sorgenti di acqua miracolosa, chiese consacrate al culto della Madonna (come appunto Santa Maria delle Grazie, nei pressi di Arezzo, o la chiesetta della Madonna del Parto a Monterchi). E cominciarono essi stessi ad incentivare il culto di quei luoghi, affermando che le sorgenti possedevano virtù miracolose per effetto della presenza della Vergine. Essi in pratica ristrutturarono, in maniera veramente geniale, la percezione religiosa e le credenze popolari, conducendo le popolazioni al culto cristiano della Madonna.

Analizziamo questa manovra. In una situazione nella quale non avevano prodotto alcun risultato né le prediche né la violenta repressione, ha avuto successo una mossa strategica che ha assecondato le credenze e i culti popolari, ma che ha inserito in essi una variabile nuova che ha cambiato totalmente la prospettiva di percezione dei fenomeni motivo di culto. In maniera tale che è venuto a modificarsi completamente il tipo di culto, mutatosi da pagano in cristiano.

Un esempio clinico di tale manovra può essere la ristrutturazione della percezione dell’aiuto e del sostegno da parte di un paziente fobico.11 A tale tipo di paziente viene dichiarato che, senza dubbio, egli adesso ha bisogno e non può fare a meno dell’aiuto e del sostegno delle persone intorno a lui. Ma si dichiara anche, mediante una dissertazione sui doppi messaggi all’interno della comunicazione interpersonale, come tale sostegno, apparentemente utile, possa far aggravare le sue sintomatologie. In pratica, si dirotta la forza della paura che lo conduce a chiedere aiuto nella direzione della cessazione di tale comportamento di richiesta di sostegno.

Le ristrutturazioni possono essere atti comunicativi puramente verbali, oppure anche determinate azioni del terapeuta che conducono la persona ad uno spostamento di prospettiva. Così come effetti di ristrutturazione possono essere prodotti mediante prescrizioni di comportamento, delle quali ci occuperemo più avanti.

La ristrutturazione, inoltre, può avere vari livelli di complessità. Si va da semplici ridefinizioni cognitive di un’idea o di un comportamento, all’uso di metafore e suggestioni evocative, sino a complicate ristrutturazioni paradossali.

Potremmo anche affermare, in senso generale, che ognuna delle strategie terapeutiche presentate in questo paragrafo, rappresenta una forma di ristrutturazione in quanto tutte tendono, mediante procedure diverse, a modificare il punto di vista e il comportamento del paziente. C’è, poi, chi afferma (Simon et al. 1985, 286), che la ristrutturazione, nella sua verbale forma di dialogo, sia la manovra principe di tutte le forme di psicoterapia, in quanto il fatto di dover cambiare la «mappa mentale» del soggetto in cura è ciò che accomuna tutti gli interventi psicoterapeutici. Per quanto ci riguarda, crediamo che la ristrutturazione non abbia niente a che vedere con le interpretazioni della realtà, o con il lavoro di attribuzione di significato alle emozioni. Questa strategia persuasiva non lavora direttamente e prioritariamente sugli aspetti semantici della rappresentazione della realtà, ma sulla sua struttura percettiva, sulla quale si basano poi le rappresentazioni ed i comportamenti soggettivi.

Il terapeuta strategico, a livello semantico, non offre spiegazioni rassicuranti sul significato delle cose, non offre certezze interpretative, ma al contrario utilizza la sottile arma del dubbio. Nelle manovre verbali di ristrutturazioni, infatti, si devono suscitare dubbi che spostino l’usuale rigidità percettiva-reattiva dei pazienti, aprendo delle falle nei loro sistemi cognitivi e comportamentali. Il maggior potere del dubbio rispetto alla logica spiegazione razionale, in qualità di elemento che scardina le rigide posizioni mentali, è ben espresso da Newton Da Costa,12 emerito studioso di logica all’Università di San Paolo in Brasile. Egli sostiene che, per far cambiare opinione ad una persona, è di gran lunga più efficace inserire dei dubbi nella sua logica, piuttosto che dimostrare in maniera completa e logico-razionale la non esattezza o non funzionalità delle sue idee o comportamenti. II dubbio è un tarlo, una volta immesso, lavora da solo e lentamente cresce divorando lo spazio delle preesistenti logiche.

Il dubbio mobilita l’entropia del sistema, produce una lenta ma devastante reazione a catena, che può condurre al cambiamento del sistema stesso.

Quindi riteniamo, in accordo con Simon et al. (1985), che la ristrutturazione della «mappa mentale» del paziente sia il fine di ogni psicoterapia; ma riteniamo anche che la ristrutturazione, come tecnica utilizzata nell’approccio strategico, sia qualcosa di completamente diverso dalla ricerca ddl’insight tipica di altri approcci terapeutici.

L’arte della ristrutturazione come tecnica di persuasione, inoltre, non è certamente una scoperta nuova e nemmeno propria dell’ambito terapeutico; infatti, anche questa arma oratoria era ben conosciuta nell’ambito della retorica classica e praticata soprattutto dai sofisti che erano i maestri di tale manovra verbale persuasiva.

Tuttavia, tornando più vicini al nostro tempo, la dimostrazione di come si possano cambiare le percezioni-reazioni di un soggetto senza lavorare direttamente sul significato razionale che egli attribuisce alle cose, ma utilizzando forme di ristrutturazione, ci proviene dalla ricerca psicologica sociale.

È dimostrato sperimentalmente, ad esempio, che esporre una merce in vetrina ad un prezzo basso e vantaggioso rispetto al suo reale valore commerciale, utilizzare quindi come arma di persuasione una razionale dimostrazione logica, è di gran lunga meno efficace, per la vendita, dell’esporla con un prezzo decisamente superiore al suo valore reale (Cialdini 1984). Ossia è più vantaggioso utilizzare come arma di persuasione, al posto della logica razionale, l’apparente non logica del «se costa tanto deve assolutamente possedere qualche virtù nascosta in più rispetto a quella che costa meno». Ma ciò non è altro che un’efficace ristrutturazione, attraverso il rialzo del prezzo, della percezione che il compratore ha di tale merce.

Ma la dimostrazione sperimentale più efficace di come, in effetti, certe suggestioni comunicative possiedano una forza dirompente di cambiamento ci proviene da un esperimento di E. Langer, psicologa dell’Università della California.

In una coda di attesa per fare fotocopie in biblioteca la richiesta di un favore da parte di una studentessa, quella di non rispettare l’ordine della fila, produce differenti effetti a seconda della sua formulazione: «’Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché ho una gran fretta?’ L’efficacia di questa richiesta – con – spiegazione è stata quasi totale: il 95% degli interpellati l’ha lasciata passare avanti nella fila. Si confronti questa percentuale di successi con i risultati ottenuti con la semplice richiesta: ‘Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice?’ In questa situazione acconsentiva solo il 60%. A prima vista sembra che la differenza decisiva fra le due formule sia l’informazione aggiuntiva contenuta nelle parole ‘perché ho una gran fretta’. Ma una terza formula sperimentata dalla Langer ha dimostrato che le cose non stanno esattamente così. A quanto pare, a far differenza non era la serie intera di parole di senso compiuto, ma solo la prima ‘perché’. Invece di fornire una vera ragione per giustificare la richiesta, la terza formula si limitava a usare il ‘perché’ senza aggiungere nulla di nuovo: ‘Scusi, ho cinque pagine. Posso usare la fotocopiatrice, perché devo fare delle copie?’ Il risultato fu che ancora una volta quasi tutti (il 93%) acconsentirono, anche se non c’era nessuna informazione nuova che spiegasse la loro condiscendenza. Come il ‘cip-cip’ dei pulcini mette in moto la risposta automatica della mamma tacchina, anche se proviene da una puzzola impagliata, così la parola ‘perché’ faceva scattare una risposta automatica di acquiescenza da parte dei soggetti della Langer, anche se dopo il ‘perché’ non veniva nessuna ragione particolarmente decisiva.» (Cialdini 1989, 12)

Questo esperimento mostra chiaramente come si possano modificare le reazioni di persone mediante una ristrutturazione della situazione per nulla logica né ragionevole, e anche il potere proprio di certe forme suggestive di comunicazione di aggirare le resistenze e convinzioni logico-razionali.

La ristrutturazione non è dunque un modo diretto di attribuire significati, ma una tecnica di scardinamento della rigida logica di un soggetto. Essa apre nuovi orizzonti e possibilità di cambiamento all’apparente immutabilità delle cose ingabbiate nella logica preesistente.

Il terapeuta, quando ristruttura una realtà, deve, assecondando le modalità rappresentazionali del paziente, condurlo a vedere le cose da punti di vista diversi da quelli utilizzati in precedenza. Per fare ciò, utilizza tecniche di suggestione, armi retoriche classiche e paradossi logici. Tutte tecniche capaci, se ben utilizzate, di alterare, anche solo momentaneamente, la percezione della realtà del soggetto, in modo tale da aprire nuove vie percettive e nuove possibilità di reazione nei confronti di tale realtà.

5.a.3. Evitare le forme linguistiche negative

La terza strategia di comunicazione terapeutica che andiamo ad esporre è direttamente connessa alla prima e alla seconda, anzi possiamo dire che ne è una puntualizzazione.

La pratica clinica ha fatto evidenziare che l’utilizzo di affermazioni negative nei confronti del comportamento o delle idee del paziente tende a colpevolizzarlo e a promuovere reazioni di irrigidimento e rifiuto.

Anche nella pratica dell’ipnosi si è notato che le formule negative producono l’irrigidimento e la resistenza dell’ipnotizzando, ed infatti, durante un’induzione di trance, si tende sempre a ricodificare ogni ingiunzione negativa in forma positiva.

Su questa base, in terapia, invece che criticare e negare l’operato del paziente, anche se questo è assolutamente errato o disfunzionale, troviamo di gran lunga più produttivo gratificare la persona e, mediante tale gratificazione, dare delle ingiunzioni per la modifica del suo comportamento. Facciamo un esempio: nei confronti di due genitori estremamente iper-protettivi, che con le loro cure familiari castranti hanno indotto il figlio all’insicurezza e alla labilità psicologica, la manovra del terapeuta sarà quella di complimentarsi con loro e di gratificar/i per i grandi sforzi compiuti nel! ‘accudire un figlio così problematico, e per i loro grandi sacrifici vissuti nel proteggerlo da tutti i possibili pericoli di questo mondo. «E siccome siete stati così bravi fino ad ora, adesso dovrete esserlo ancora di più, e sono sicuro che sarete molto bravi nel fare in modo che egli ora si assuma le sue responsabilità» e qui il terapeuta prescriverà azioni e comportamenti decisamente contrari al loro precedente comportamento genitoriale. In questo modo, invece che colpevolizzare i due genitori per il loro errore educativo e per la loro castrante iperprotezione e dire loro: non fate questo, non fate quest’altro, avete sbagliato questo e quest’altro ecc, si utilizza la loro carica interventista trasformandola, mediante una ricodificazione in forma positiva e una prescrizione diretta, nel corretto e funzionale comportamento educativo che condurrà alla risoluzione del problema presentato.

In questo esempio la procedura terapeutica miscela tre tecniche diverse: evitare le forme negative, la ristrutturazione, la prescrizione. Di solito tale manovra promuove una partecipazione ed una collaborazione in direzione del cambiamento anche di soggetti estremamente diffidenti o irrigiditi nelle loro posizioni, e soprattutto non incorre nelle reazioni negative prodotte dalla colpevolizzazione del paziente rispetto alle proprie azioni. Il fatto che le sue azioni siano disfunzionali è un implicito della sua richiesta di aiuto, non ha alcun bisogno di essere sottolineato dal terapeuta.

Anche questa tecnica di pragmatica della comunicazione viene utilizzata largamente nella persuasione di massa e di vendita. Infatti, ogni venditore professionista conosce bene la regola del «non contraddire mai il cliente» o del non dire assolutamente «che egli ha torto o che si sbaglia». Ma sa che deve fare in modo invece che il cliente si senta sempre nel giusto e nella ragione anche quando, grazie all’attento lavoro del venditore, si comporta in maniera opposta a quella dichiarata in precedenza. Questo, al pari di altri esempi citati, mostra come uno strumento di persuasione possa divenire una terribile arma nelle mani di chi lo usi a fini di manipolazione fraudolenta. Del resto, ogni efficace strumento può essere usato nel bene e nel male; sta all’uomo farne l’uso migliore.

5.a.4. L’uso del paradosso e la comunicazione paradossale

Riteniamo che il ricorso al paradosso in terapia rappresenti una chiave di volta, spesso straordinariamente efficace, per situazioni percettive-reattive rigide e connotate dalla presenza di ridondanti sintomatologie comportamentali. Per questo suo potere, questa procedura terapeutica ricopre un fondamentale ruolo nell’approccio strategico.

Il paradosso, come al lettore è ben noto, è quel tipo di trabocchetto logico nel quale cade tutta la logica razionalista classica.13 Esso, infatti, scardina la logica aristotelica del «vero o falso», e l’ottica manicheista delle coppie di opposti (bianco/nero, bello/brutto, giusto/sbagliato) utilizzate come categorie per descrivere la realtà. Nell’ambito della filosofia della conoscenza il paradosso logico ha fatto crollare ogni rassicurante tentativo di ingabbiare la realtà all’interno di un sistema logico assoluto di descrizione o interpretazione.

Applicato allo specifico contesto terapeutico, il paradosso possiede la proprietà di scardinare i circoli viziosi e ricorrenti di «tentate soluzioni» ostinatamente perserverate dal paziente/i, proprio perché mette in crisi il sistema preesistente di percezioni e reazioni nei confronti della realtà.

Storicamente, il paradosso ha fatto il suo formale ingresso in terapia con Wiktor Frankl e la sua formulazione della «intenzione paradossale» (1960) come strategia terapeutica. Ma coloro che formularono sistematicamente la funzione del paradosso nella formazione e nella soluzione dei problemi sono Bateson e il suo gruppo (1956) che, come già riferito, rilevò come la comunicazione paradossale fosse alla base della costituzione di sintomatologie psichiatriche e come, mediante l’uso della stessa, si potesse intervenire efficacemente su tali problematiche. In altre parole essi utilizzarono quello che è un antico sapere della medicina: «Similia similibus curantur».

Esistono varie forme di utilizzazione del paradosso in terapia che vanno dalle prescrizioni paradossali, delle quali ci occuperemo esplicitamente in uno dei paragrafi successivi, alle forme di azioni e comunicazioni paradossali durante la seduta, delle quali ci occuperemo qui di seguito. Crediamo che i seguenti esempi chiariscano meglio di qualunque dissertazione questo tipo di azioni comunicative in terapia.

Il primo esempio tratta del caso di un soggetto, definibile mediante i tradizionali quadri clinici psichiatrici «ossessivo -ipocondriaco», il quale manifesta ossessivamente il terrore di essere affetto da una gravissima ed incontrollabile malattia. A nulla sono serviti gli esami medici diagnostici negativi, egli continua ad essere convinto della sua grave malattia e trasforma qualunque segnale propriocettivo corporeo nel sintomo indicatore del suo misterioso male. Ovviamente egli è terrorizzato e cerca sostegno, aiuto e rassicurazione da tutti e in particolare dal terapeuta. Quella che segue è la trascrizione di un breve scambio di battute all’interno di un colloquio registrato durante un incontro con uno degli autori: Paziente Dottore sono a pezzi, io sto male!, sono terrorizzato! C’è un male dentro di me, lo sento crescere, io morirò presto! Nessuno mi vuole credere ma io sono gravemente malato. Sudo sempre, sento il cuore che mi batte forte. E poi sa, io l’ho detto a mia moglie, mi hanno fatto il «malocchio». Lei non ci crederà in queste cose, ma è vero, me lo ha detto la maga… Nessuno ci vuole credere ma mi mangia dentro. Terapeuta Uhm! {con atteggiamento serio e pensante) Io credo proprio che lei sia gravemente malato, anzi sono convinto che il suo morbo sia veramente oscuro. Sa, c’è malocchio e malocchio, probabilmente a lei hanno fatto il «malocchio a morte» {leggera pausa).

Sì, credo proprio che lei starà veramente molto male, sempre peggio, addirittura, a guardarla bene, mi sembra proprio che lei stia cambiando aspetto proprio qui davanti a me.

Lei sta male, vero, la vedo come se stesse per sentirsi molto male. Sa, questi malocchi sono terribili {leggero sorriso).

P. Dottore, ma che mi dice, allora io morirò! Ma allora è proprio vero! Sono gravemente malato! Ma, dottore, possibile che tutti gli esami medici che mi hanno fatto non abbiano trovato nulla! Ma lei è proprio convinto di quello che ha detto, che sono malato, che si vede che mi hanno fatto il malocchio?

T. Certo, è evidente {sorridendo leggermente). P. Dottore, ma lei mi prende in giro, io qui adesso non sto mica male, anzi, parlando con lei, ora ho smesso anche di sudare e mi sento più calmo. Ma mi dica dottore, è possibile che a quarant’anni il cervello ci faccia questi scherzi?

L’esempio clinico mostra come in tali situazioni, nelle quali nessuna forma di rassicurazione logico-razionale funziona, il ricorso al paradosso è efficace nel rompere il meccanismo ripetitivo delle fissazioni.

Di solito si ottiene che il paziente prima si impressiona ed esprime sorpresa, rimanendo attonito di fronte a tali affermazioni che confermano il suo terrore, poi è lui che comincia a rassicurare il terapeuta sul proprio stato di salute ed afferma che gli esami medici dimostrano che non ha nulla. In alcuni casi, dopo tali reazioni, può mettersi a sorridere comprendendo il «benefico imbroglio» utilizzato dal terapeuta. Ma, ciò che è importante, in quel momento si è rotto il suo meccanismo ossessivo di percezione e reazione distorta e il paziente può cominciare a cambiare il suo punto di vista e le sue azioni nei riguardi del problema.

La logica su cui si basa questo tipo di intervento paradossale viene chiarita bene dall’esempio del suo utilizzo su atti compulsivi irrefrenabili, dei quali si prescrive l’esecuzione.

In tal modo si crea il paradosso di rendere volontario un sintomo che, per essere sintomo, deve essere qualcosa di incontrollato ed involontario. Con l’effetto dell’annullamento del sintomo stesso il quale, nel momento in cui diviene volontario, perde completamente il suo valore sintomatico.

Nella comunicazione terapeutica, di fronte ad una situazione mentale ostinatamente rigida e ossessiva, invece che contrastarla la si asseconda conducendola nella sua escalation sino alla sua esasperazione e ad un punto tale che si annulla da sola. Il meccanismo è lo stesso presente nell’intervento di prescrizione del sintomo. Si mette in azione il potere destrutturante del paradosso incentivando deliberatamente, nel colloquio, i meccanismi distorti di percezione del paziente nei confronti della realtà. E così, come il tentativo di essere voluta-mente allegri genera depressione e lo sforzo di addormentarsi mantiene svegli, il condurre il paziente ad eseguire intenzionalmente, ed in maniera rafforzata dall’atteggiamento del terapeuta, quei processi mentali distorti e apparentemente incontrollabili, fa sì che questi, perdendo la loro spontaneità, perdano il valore sintomatico e scompaiano.

Il secondo esempio esplicativo, non clinico, esprime una tipologia leggermente diversa di azione e comunicazione paradossale ma con lo stesso potere dirompente di cambiamento.

Ciò riguarda quelle situazioni interpersonali dove, nell’interazione, un’azione e/o messaggio paradossale e imprevisto, perché illogico rispetto alla usuale prevedibilità degli eventi, sconvolge la situazione. Tale azione appare né vera né falsa, apparentemente inconciliabile con la situazione e costringe chi la riceve ad un cambiamento repentino dei suoi schemi comportamentali. L’enorme efficacia di tali manovre interpersonali è descritta bene da uno strano fatto accaduto ali’incirca alla fine degli anni trenta in Austria e del quale i giornali dell’epoca, vista la particolarità dell’evento, dettero ampia notizia. «Un individuo candidato al suicidio si buttò nel Danubio da un ponte; un gendarme, giunto sul luogo dell’efferato gesto attirato dalle grida delle persone presenti, imbracciò il fucile, lo puntò contro l’aspirante suicida gridando: ‘Vieni fuori di lì altrimenti ti sparo’. Il giovane venne fuori dall’acqua rinunciando al suicidio.»

In pratica con il gesto paradossale il gendarme ha messo l’aspirante suicida in una situazione nella quale gli schemi di previsione logica saltano. Questa indotta ristrutturazione della realtà lo conduce al cambiamento radicale del suo comportamento e dei suoi schemi mentali.

Anche nell’attività clinica, come nella vita, tali tipi di mosse paradossali, apparentemente illogiche ed assolutamente impreviste dal paziente, producono rapidamente quel salto di livello logico indispensabile al cambiamento concreto delle situazioni.

Sulla base di tali esempi e riflessioni appare evidente la funzione del paradosso quale elemento scardinante le situazioni irrigidite ed ossessive tipiche di molti pazienti. Per questa sua prerogativa il ricorso ad esso, nelle sue molteplici varianti, è estremamente efficace soprattutto nella fase primaria di un intervento terapeutico strategico,,quella nella quale si deve rompere il sistema di ridondanze, di percezioni, azioni e retroazioni che mantiene il problema operante.

5.a.5. Utilizzo della resistenza

Una delle tecniche più raffinate tra quelle derivate dal paradosso e che ha trovato una grande applicazione anche in terapia è lo sfruttamento terapeutico della resistenza.

Nei confronti della resistenza, al contrario della classica interpretazione psicoanalitica crediamo sia funzionale utilizzare la sua carica a scopi terapeutici. Ossia riteniamo vantaggioso che la resistenza stessa venga paradossalmente prescritta e poi manipolata. Si procede creando un «doppio legame» terapeutico, che si esprime nel mettere il paziente in una situazione paradossale nella quale la sua resistenza, o il suo irrigidimento verso il terapeuta, diventi una prescrizione e le sue reazioni un avanzamento nella terapia. In modo tale che la funzione prioritaria della resistenza venga annullata mentre viene utilizzata la sua forza per promuovere il cambiamento; la resistenza prescritta, infatti, cessa di essere resistenza e diviene adempimento, come nel seguente caso di un paziente difficile e sfiduciato al quale il terapeuta dice: «Vede, ci sarebbero delle buone possibilità per risolvere il suo problema, e ci sono delle specifiche tecniche che potremmo utilizzare. Ma visto le attuali circostanze e le sue caratteristiche personali io credo che lei non sia in grado di venirne fuori.» In questo modo il paziente che si opponeva alle cure del terapeuta è messo in una situazione paradossale. Di solito, la reazione del paziente è quella di una non espressa aggressività verso il terapeuta, che si manifesta nell’esecuzione di ciò che il terapeuta ha dichiarato che lui non è in grado di fare. Ma guarda caso, tutto ciò porta ad una promozione della collaborazione terapeutica e ad un annientamento della resistenza stessa.

Come in alcune arti marziali orientali si utilizza, mediante uno studio attento delle leve e della forza di gravità, la forza dell’avversario per metterlo fuori combattimento, così in questa tecnica si dirotta la forza della resistenza al cambiamento in direzione del cambiamento stesso.

Gli esperti ipnotisti esprimono bene questa strategia quando «ristrutturano» la resistenza del soggetto a lasciarsi andare in forma di suggestione all’approfondimento della trance.

Ad esempio, nei confronti di un soggetto che esprime la resistenza ad andare in trance muovendo le dita di una mano o muovendo una gamba, l’esperto ipnotista risponderà: «Molto bene, la sua mano (o la sua gamba) risponde, adesso comincerà a muovere le dita sempre più veloci, sempre più veloci, sino a che sentirà tanta stanchezza, tanta voglia di riposo ecc.» In maniera tale da ridefinire la resistenza e orientare la sua forza in direzione della induzione di trance.

5.a.6. Uso di aneddoti, storie e linguaggio metaforico

Un’altra importante modalità di comunicazione terapeutica è l’uso di metafore e il ricorso, durante il colloquio clinico, al racconto di aneddoti, storielle o episodi accaduti ad altre persone. Tale strategia comunicativa possiede la prerogativa di permettere la comunicazione di messaggi sfruttando la forma indiretta della proiezione ed identificazione che di solito una persona attua nei confronti di personaggi e situazioni di un racconto.

Questa modalità di comunicazione terapeutica minimizza la resistenza, in quanto la persona non è sottoposta a dirette richieste o a dirette opinioni sul suo modo di pensare e comportarsi. Il messaggio giunge velato e sotto forma di metafora. Ad esempio, si può comunicare ad un soggetto fobico-ossessivo il funzionamento del meccanismo controproducente dello stare sempre ad ascoltarsi, incentivando così la propria ansia sino all’attacco di panico, narrando la storiella del mille piedi «il quale, quando si fermò a pensare quant’è difficile camminare così bene ed elegantemente con mille piedi contemporaneamente, non riuscì più a camminare». Poi si può esortare il soggetto a provare questo esercizio: «Ora, quando esce di qui, faccia il millepiedi, mentre scende le scale si concentri su quanto è difficile camminare scendendo le scale, mantenere l’equilibrio passo dopo passo, mettere il piede nel posto giusto. Sa, di solito la persona comincia ad inciampare e a non sapere più camminare.» Questo tipo di messaggio evocativo è di gran lunga più efficace di qualunque precisa spiegazione scientifica nel produrre nel soggetto sensazioni ed emozioni che aprono un varco nella sua rigida percezione e reazione nei confronti della realtà.

Utilizzando questa tecnica si «disseminano» suggestioni all’interno di un racconto o le si comunicano in forma metaforica, in modo da non coinvolgere direttamente il paziente, ma queste suggestioni, per il loro potere evocativo, sono vere e proprie bordate di cannone per il ridondante sistema concettuale e comportamentale del paziente.

In termini strettamente linguistici, si sfrutta la funzione poetica del messaggio (Jacobson 1963), l’enfasi è sul potere evocativo di queste forme di comunicazione. Tutti noi abbiamo provato tale effetto leggendo una poesia particolarmente toccante, o un testo narrativo che ci ha coinvolto oppure guardando un film. Abbiamo provato quella sensazione di essere proprio noi i protagonisti della poesia, del racconto o del film; pur essendo ben consapevoli che tutto ciò è finzione, ciò nonostante proviamo determinate emozioni evocate da quel tipo di comunicazione ricevuta, e mediante ciò viviamo una reale e concreta esperienza. Sul come provocare questo tipo di esperienza in terapia è stato ancora Erickson a indicare la strada; egli ha trasferito alla psicoterapia quello che è una vecchia conoscenza per gli ipnotisti. Infatti, per un ipnotista è usuale indurre alla trance un soggetto con narrazioni di storie evocative, come è anche usuale trasmettere suggestioni sotto forma di metafora.

Ma senza nulla voler togliere alla genialità di Erickson, l’efficacia ed il potere di questa strategia di persuasione è una conoscenza utilizzata da moltissimi secoli in vari contesti.

Il linguaggio evocativo è da sempre il tipo di comunicazione preferito dai grandi leader religiosi, dai rivoluzionari e dai dittatori, nonché ovviamente da scrittori e poeti; basti pensare alle parabole di Cristo o agli aneddoti di Budda, o, più vicino a noi nel tempo, allo stile della propaganda di Mussolini e di Hitler.

A chi lavora nel campo della pubblicità, per fare ancora un esempio del potere del linguaggio evocativo nell’indurre a concezioni e comportamenti nuovi, è noto come, nel lancio pubblicitario di un prodotto, la costruzione di uno slogan che evochi fantasie e sensazioni sia il primo fondamentale lavoro da eseguire.

Ma se qualcuno può essere ancora scettico riguardo al potere che possiede tale tipo di linguaggio nell’indurre le persone a determinati comportamenti, avrà difficoltà a resistere alla rigorosa dimostrazione di ciò operata dal famoso sociologo David Phillips con la formulazione dell’«effetto Werther» (1974, 1979, 1980).

Il fenomeno ha una storia lunga e interessante.

La pubblicazione del romanzo di Goethe / dolori del giovane Werther, che narra la cocente delusione d’amore ed il suicidio del giovane protagonista, produsse un effetto sconvolgente. Oltre al grande successo per l’autore, la grande risonanza e divulgazione del libro provocò un’ondata di suicidi emulativi in tutta Europa. Tale effetto fu così potente che in diversi paesi le autorità vietarono la circolazione del libro.

H lavoro di ricerca di Phillips segue le tracce dell’«effetto Werther» nei tempi moderni.

La sua ricerca dimostra che, subito dopo un suicidio da prima pagina, aumenta vertiginosamente la frequenza di suicidi nelle zone dove il fatto ha avuto grande risonanza.

Nelle statistiche relative ai suicidi negli Stati Uniti dal 1947 al 1968, nei due mesi successivi a un suicidio da prima pagina, in media si sono avuti 58 suicidi in più del normale andamento. Non solo, ma dai dati anagrafici e anamnestici, appare un’impressionante similarità tra la condizione del primo, famoso suicida e quella di coloro che si erano successivamente suicidati, ossia, se il suicida famoso era anziano, aumentavano i suicidi di anziani, se il suicida apparteneva a un certo ceto sociale o professione, aumentavano i suicidi in quei determinati ambienti.

Ma Phillips non si è fermato a questa constatazione; egli infatti, procedendo alla stessa analisi di possibile «effetto Werther» non solo per i suicidi, ha dimostrato che tale effetto funziona anche per azioni diverse come atti di violenza o, al contrario, atti eroici. Il prerequisito è che siano pubblicizzati e che il ricevente sia una persona simile, o si senta tale, al protagonista dell’episodio narrato.

Appare evidente, sulla scorta di tale ricerca, il potere evocativo del meccanismo di proiezione ed identificazione di cui abbiamo parlato in precedenza, e la sua efficacia nel provocare comportamenti emulativi da parte del fruitore del messaggio che si senta simile al protagonista dell’evento narrato.

Siccome in psicoterapia ci si interessa del provocare il cambiamento del comportamento e delle concezioni del paziente, ci sembra di non dover trascurare il potere straordinario che può avere il narrare aneddoti, storielle o episodi realmente accaduti, e che calzino alla realtà problematica del paziente. Essi indurranno il soggetto, attraverso i meccanismi descritti, ad effettivi cambiamenti dei suoi schemi di azione nei confronti del problema i quali a loro volta condurranno al cambiamento consequenziale anche dei suoi schemi percettivi e cognitivi.

5.b. he prescrizioni di comportamento

Le prescrizioni di comportamento, da seguire nella vita quotidiana al di fuori della seduta nell’intervallo di tempo tra un incontro e l’altro, ricoprono un ruolo fondamentale in terapia strategica.

Come abbiamo esposto in precedenza per «cambiare» si deve passare attraverso esperienze concrete: le prescrizioni di comportamento ricoprono il ruolo di far vivere tali concrete esperienze di cambiamento, al di fuori del setting terapeutico. Quest’ultimo è un fattore che merita estrema attenzione, poiché il fatto che il paziente agisca attivamente, senza la diretta presenza del terapeuta e nella sua usuale attività giornaliera, è la migliore dimostrazione che egli può dare a se stesso riguardo alle proprie capacità di cambiare la situazione problematica. Che poi egli esegua certe cose inconsapevolmente per effetto dei «trabocchetti comportamentali» utilizzati dal terapeuta, non cambia tale constatazione in quanto, consapevole o non consapevole, egli ha eseguito qualcosa che prima era incapace di eseguire. Una volta vissuta, tale esperienza è la tangibile e ineluttabile prova, concreta e reale, della sua possibilità di superare le proprie difficoltà.

Ciò conduce, ovviamente, all’apertura di nuove prospettive di percezione e reazione nei confronti della realtà problematica, in altre parole alla rottura del meccanismo di azioni, retroazioni e «tentate soluzioni» che mantengono la situazione problematica.

Le prescrizioni di comportamento possono essere suddivise schematicamente in tre tipologie:

  • b.1. dirette;
  • b.2. indirette;
  • b.3. paradossali.

5.b.l. Le prescrizioni dirette sono quel tipo di indicazioni dirette e chiare di azioni da eseguire tese alla risoluzione del problema presentato, o al raggiungimento di uno dei progressivi obiettivi del cambiamento. Questo tipo di intervento è utile nei casi di persone molto collaborative e che hanno una scarsa resistenza al cambiamento; alle quali è sufficiente dare la chiave di risoluzione del problema, prescrivendo loro come comportarsi di fronte alla situazione problematica in maniera da disinnescare i meccanismi che la mantengono operante.

Prendiamo, ad esempio, il caso di una coppia di coniugi che litigano in continuazione e in cui appare chiaro che la matrice dei continui litigi è il fatto che, con le migliori intenzioni, ognuno dei due cerca di correggere i presunti errori comportamentali dell’altro. Si può capire bene come tale situazione conduca ad una formidabile escalation dei litigi. Infatti si stabilisce così il gioco senza fine di azioni e reazioni tese a correggersi a vicenda. In tale situazione, se uno dei coniugi appare più collaborativo, sarà sufficiente, per disinnescare il gioco senza fine delle correzioni e controcorrezioni, spiegare chiaramente la situazione a questa persona e dargli il compito di rompere la catena rimanendo senza reazioni oppo-sitive di fronte ai comportamenti correttivi del coniuge o dandogli addirittura ragione.

L’altra usuale funzione delle prescrizioni dirette è quella di far consolidare, nella fase successiva alla rottura del sistema disfunzionale che regge il problema, attraverso progressive azioni consapevoli, le capacità del paziente di affrontare con successo le situazioni prima problematiche. A tal fine si prescrive direttamente ed esplicitamente al soggetto il compito da eseguire, e si chiarisce il programma evolutivo di prescrizioni dirette.

5.b.2. Le prescrizioni indirette sono quel tipo di ingiunzioni di comportamento che mascherano il loro vero obbiettivo. Ossia, si prescrive di fare qualcosa con il fine di produrre qualcosa di diverso da ciò che è dichiarato o prescritto. Questo tipo di prescrizione utilizza la tecnica ipnotica dello spostamento del sintomo, di solito si attira l’attenzione del paziente su qualche altra cosa problematica che riduca l’intensità del problema presentato.

Per chiarire meglio questa tecnica si può ricorrere all’analogia con la tecnica del prestigiatore, il quale richiama l’attenzione del pubblico su alcuni suoi movimenti più evidenti, mentre esegue il trucco di nascosto, producendo così l’effetto spettacolare e apparentemente magico.

Ad esempio, il paziente fobico al quale viene prescritto di eseguire, in presenza del sintomo, un compito ansiogeno e imbarazzante come l’annotare dettagliatamente le sue sensazioni e pensieri in quel momento, per poi portarli in visione al terapeuta, di solito torna con un senso di colpa per non aver seguito l’imbarazzante prescrizione. Ma riferisce anche che stranamente, non si spiega come è successo, ma non ha avuto i sintomi fobici in quella settimana. Ovviamente è stato tanto l’imbarazzo o l’ansia di eseguire il compito assegnato, che egli non ha manifestato il sintomo in concomitanza del quale avrebbe dovuto eseguire il compito.

In altre parole, l’attenzione si è spostata dal sintomo al compito producendo la neutralizzazione della manifestazione problematica mediante un «benefico imbroglio».

Ma ciò che è più importante è che si è dimostrato, mediante un’esperienza concreta, che egli può controllare e annullare i suoi sintomi. Questi interventi, per la loro proprietà di aggirare la resistenza al cambiamento in quanto conducono le persone a fare qualcosa senza che, mentre lo fanno, se ne rendano conto, ricoprono un ruolo fondamentale nella prima fase di un trattamento strategico. Essi infatti permettono la rapida ed efficace rottura dell’irrigidita situazione di azioni e retroazioni disfunzionali.

5.b.3. Le prescrizioni paradossali derivano direttamente dalle osservazioni e riflessioni fatte in precedenza sulTutilizzo del paradosso in terapia. Nei confronti di un problema che si presenta come spontaneo ed irrefrenabile, ad esempio coazioni a ripetere, ossessioni o comportamenti ostinati, è molto efficace prescrivere il comportamento sintomatico stesso, poiché in questo modo si mette la persona nella situazione paradossale di dover eseguire volontariamente ciò che è involontario ed incontrollabile e che ha sempre tentato di evitare. Anche in questo caso l’esecuzione volontaria del sintomo annulla il sintomo stesso, che per essere sintomo deve essere qualcosa di spontaneo ed incontrollabile.

Ad esempio, ad un paziente con manifestazione di rituali pre-notturni quali il dover controllare ripetutamente la chiusura dei rubinetti, dell’elettricità e del gas, e il dover aggiustare in una maniera sempre uguale ed esatta la posizione delle scarpe prima di dormire fu prescritto: a. eseguire tutte le sere, volontariamente e con estrema attenzione> il gesto della chiusura dei rubinetti e delle manopole del gas e dell’elettricità per un numero prefissato di volte con ognuna delle due mani; b. mettere le scarpe come le aveva sempre sistemate, ma invertire la direzione della punta. Con tale prescrizione, si ottenne, nel giro di due settimane, l’estinzione completa dei rituali pre-notturni.

Le prescrizioni paradossali come quelle indirette possiedo-no un grande potere di evitamento della resistenza e perciò sono molto utili nella prioritaria fase di rottura del sistema che regge il problema.

Affinchè le prescrizioni, in tutte le loro forme, siano effettuate e risultino efficaci, necessitano di essere studiate attentamente e presentate al paziente come veri e propri comandi ipnotici, ricorrendo alle tecniche di comunicazione terapeutica descritte nel precedente paragrafo. Come abbiamo avuto modo di affermare, infatti, riteniamo cruciale, al fine della sua efficacia in psicoterapia, l’utilizzo di un linguaggio ipnotico o ingiuntivo.” Altrimenti i pazienti eseguono raramente le prescrizioni e in particolare quelle indirette e paradossali. Forse questo è il motivo per cui alcuni terapeuti lamentano la non efficacia dei metodi prescrittivi e paradossali.

Quindi le prescrizioni devono essere ingiunte in linguaggio lento e scandito, ripetendo varie volte l’ingiunzione, e presentate al paziente negli ultimi minuti della seduta. È evidente l’analogia con la tecnica dell’induzione alla trance ipnotica.

In effetti, come nell’induzione ipnotica, quanto più il terapeuta riesce a caricare di suggestione la prescrizione, tanto meglio questa sarà eseguita e maggiore sarà la sua efficacia.

Per quanto concerne l’efficacia di questa strategia terapeutica e il suo funzionamento nel produrre i cambiamenti, crediamo che essa sia stata trattata ed evidenziata nella prima parte di questo lavoro e riteniamo inutile ripetersi. Riguardo poi alla sua efficacia come arma di persuasione in contesti diversi da quello terapeutico, essa possiede un’antichissima storia. Basti pensare ai rituali di iniziazione tribale e religiosa alle cerimonie di accettazione sociale che accompagnano da sempre la storia dell’umanità.

Se dovessimo trattare del ricorso alle prescrizioni di comportamento nella storia della psicoterapia, l’esposizione ci porterebbe lontano e sarebbe necessario scrivere un altro volume, quindi soprassediamo. Infine, in merito ad esemplificazioni ulteriori di questa strategia terapeutica e dei suoi effetti rimandiamo alla lettura del successivo capitolo del presente volume riguardante la casistica clinica.

Tuttavia, prima di concludere, è molto importante chiarire che, dopo l’esecuzione di ogni prescrizione, si deve procedere sempre alla ridefinizione del risultato e alla gratificazione del paziente per le capacità dimostrate. Egli va reso consapevole del fatto che i problemi che gli sembravano invincibili possono essere superati in modo agevole, e che lui stesso lo ha dimostrato con le azioni eseguite. Le prescrizioni possono essere formulate in diverse modalità ed essere le azioni più diverse: semplici compiti da eseguire a casa, complicati rituali, o azioni che non hanno apparentemente nulla a che vedere con il problema presentato dal paziente. L’importante è che il terapeuta, nel dare prescrizioni, si sforzi di trovare, con inventiva e fantasia, la chiave giusta per aprire la porta blindata rappresentata dal sistema disfunzionale di azioni e retroazioni nel quale il paziente si trova.

6. La conclusione del trattamento

L’ultimo incontro in una terapia strategica ricopre un ruolo molto importante, quello di essere l’ultima pennellata e la giusta cornice dell’opera compiuta. L’obiettivo è quello di consolidare definitivamente l’autonomia personale della persona curata. A questo fine si procede ad un riepilogo e ad una spiegazione dettagliata del processo terapeutico svolto e delle strategie utilizzate. In modo tale da offrire alla persona una chiara conoscenza anche di certe strane tecniche usate nel trattamento (ingiunzioni indirette, suggestioni, prescrizioni paradossali).

Si ritiene indispensabile questa ridefinizione finale, al fine del raggiungimento da parte del soggetto della completa autonomia personale, nella convinzione che quest’ultima richiede, per essere consolidata, la consapevolezza che la realtà «psichica e comportamentale» è cambiata grazie ad un intervento sistematico e scientifico, e non a qualche forma di strana magia.

Ma soprattutto si mette in risalto la capacità del soggetto nell’aver eseguito con costanza e tenacia il «duro» lavoro richiesto dalla soluzione del problema, e la sua acquisita capacità di superare da solo, adesso, altri eventuali problemi.

Crediamo che sia fondamentale tale incentivo al mantenimento di una propria autonomia personale ed all’acquisizione di una corretta autostima, e pensiamo che assuma la forma di una suggestione positiva per il futuro.

A questo fine è anche bene ricordare che nel corso del trattamento si cerca di non creare assolutamente dipendenza. Infatti, dopo ogni piccolo cambiamento ottenuto, si procede con cura a gratificare il paziente per il suo impegno e la sua capacità personale nel combattere il problema. Inoltre, il trattamento a breve termine induce sin dall’inizio il paziente all’assunzione delle sue responsabilità anche in merito all’esito della terapia. La manipolazione da parte del terapeuta della situazione e la sua influenza personale nei confronti del paziente sono rivolti al fare acquisire, nel modo più rapido possibile, la capacità di reagire correttamente nei confronti del problema presentato. Infine, si sottolinea che durante questo intervento sono state attivate caratteristiche e qualità già proprie del paziente, delle quali egli adesso è diventato consapevole ed in grado di utilizzarle. Nulla è stato aggiunto che egli già non avesse. Egli ha imparato a percepire la realtà ed a reagire nei confronti di essa, utilizzando positivamente le proprie doti personali, grazie ad esperienze guidate dal terapeuta, ma adesso è completamente in grado di fare da solo.

(Tratto da Paul watzlawick. L’arte del cambiamento. La soluzione dei problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi. Edizioni Ponte alle Grazie, Capitolo quarto. La prassi clinica in terapia strategica: processualità e procedure.)

Milton H. Erickson

Vita di Milton Erickson

Per uno strano caso, il primo lavoro di Albert [padre di Milton n.d.r] presagiva quella che sarebbe divenuta la professione di suo figlio: si ritrovò con un contratto di un anno come infermiere in un ospedale psichiatrico, con permessi solo saltuari per andare a trovare sua moglie a casa.
Successivamente il sangue vichingo e lo spirito di avventura che in quei tempi eroici spingeva a esplorare terre sconosciute portarono Albert a rispondere al richiamo delle miniere d’argento del Nevada.

La famiglia Erickson viaggiò dunque in treno e in carro fino ad arrivare nel minuscolo villaggio di Aurum, nel Nevada. Il viaggio a Ovest fu difficile, pieno di quei disagi tipici delle avventure dei pionieri: vi furono carenze di cibo e d’acqua, rigide notti, forti tempeste di vento da sopportare, senza contare la resistenza fisica richiesta per il lungo tragitto.

Una volta arrivata, la famiglia si stabilì in una capanna di tronchi dal pavimento di terra, con tre sole pareti (la quarta era costituita da una montagna!) in una zona desolata della Sierra Nevada. Costantemente assillati da penuria di viveri, i pionieri divennero bravissimi nel trasformare ciò che avevano a disposizione in ciò di cui avevano bisogno.

Ad Albert e Clara piaceva raccontare di quando conservavano la gelatina nelle bottiglie di whisky – la gelatina la si poteva tirare fuori con un coltello – perché i vasi a bocca larga, che erano di meno, servivano per conservare altri cibi. Certamente il fatto di crescere in un ambiente di questo tipo deve avere contribuito a formare la base di ciò che alla fine avrebbe caratterizzato gli approcci molto innovativi alla terapia Milton: l’utilizzare in modo creativo tutto ciò che è disponibile nella persona al fine di ottenere cambiamento e guarigione.
L’amore per la natura e lo spirito pionieristico così evidenti nelle prime vicende della sua famiglia erano ancora un aspetto caratteristico della personalità di Milton quando lo conobbi, nell’ultimo decennio della sua vita.

Primi anni della vita di Erickson: differenze di costituzione e percezioni alterate

Dato che Erickson nacque e crebbe in una terra di frontiera e in campagna, poté avvalersi di poche istituzioni sanitarie o educative. L'”istruzione” che si impartiva era di tipo semplice, limitata all’essenziale, ed è forse per questo che (a quanto sembra) nessuno si accorse che il giovane Milton percepiva il mondo in un suo modo del tutto peculiare.

Molti dei primi ricordi di Erickson riguardano il modo in cui, per via di vari problemi di costituzione, le sue percezioni erano diverse da quelle degli altri: per esempio, era daltonico; inoltre era affetto da sordità tonale e non poteva né riconoscere né eseguire i ritmi tipici della musica e delle canzoni; era poi anche affetto da dislessia – un problema che indubbiamente la sua mente di bambino non riusciva a capire e che egli riconobbe e capì solo molti, molti anni dopo.

Le incomprensioni, le discrepanze e la confusione che derivavano da queste differenze rispetto alla visione del mondo che era comune e normale negli altri avrebbero potuto menomare il funzionamento mentale di un’altra persona. Nel giovane Milton, invece, queste differenze crearono a quanto pare l’effetto opposto: stimolarono la sua ricerca e la sua curiosità. Ma, cosa più importante, esse portarono a una serie di esperienze inusuali che costituirono la base di una ricerca, durata tutta una vita, sulla relatività delle percezioni umane riguardanti tali problemi.

Forse fu per via della confusione generata da tali difficoltà di percezione che il giovane Milton imparò a fare più domande di quante ne faccia la maggior parte dei bambini della sua età. Un esempio: prima ancora di avere dieci anni, Milton volle sapere perché suo nonno piantava le patate a pancia in su, e sempre in una data fase lunare. Non contento della risposta ricevuta, passò a ideare e mettere in atto il suo primo esperimento controllato: piantò alcune file di patate con le gemme rivolte in tutte le direzioni e diverse fasi lunari; mentre ne piantò altre seguendo il metodo del nonno. Rimase però molto male quando il nonno non volle credere che tutte le file di patate avevano dato gli stessi risultati!

La poliomielite e la scoperta spontanea dell’ipnosi

Se c’è mai stato qualcuno che ha impersonato l’archetipo del medico malato – colui che impara a guarire gli altri guarendo innanzitutto se stesso – questi fu Milton H. Erickson. L’esperienza più formativa nei suoi primi anni di vita fu la sua prima lotta con la poliomielite all’età di diciassette anni (il secondo stacco lo ebbe all’età di 51 anni).

Il modo in cui Milton si riprese costituisce uno dei racconti di auto-guarigione e scoperta più affascinanti che io abbia mai sentito. Quando si svegliò dopo quei tre giorni, si trovò quasi del tutto paralizzato: sentiva i suoni molto bene, vedeva e poteva muovere le pupille, poteva parlare, con grande difficoltà, ma per il resto non poteva fare nessun altro movimento.

Nella sua comunità rurale non esisteva nessuna struttura per la riabilitazione, e a detta di tutti egli sarebbe rimasto senza l’uso degli arti per tutto il resto della sua vita. Ma la sua acuta intelligenza continuò a lavorare. Egli imparò, per esempio, standosene tutto il giorno a letto, a fare dei giochi con la mente, interpretando i suoni che gli provenivano dall’ambiente: dal suono che faceva la porta della stalla nel chiudersi, e dal tempo che impiegavano i passi a raggiungere la casa, lui riusciva a dire di che persona si trattava e di quale umore era.

Poi venne il famoso giorno in cui i suoi familiari si scordarono di averlo lasciato da solo, inchiodato nella sedia a dondolo. (Gli avevano costruito una specie di primitivo vaso da notte intagliando un foro nel sedile). La sedia a dondolo si trovava all’incirca nel mezzo della stanza, e Milton, seduto in essa, guardava ardentemente la finestra, col desiderio di esservi più vicino, in modo d’avere almeno il piacere di poter guardare la fattoria lì fuori. Mentre era lì seduto, apparentemente immobile, preso dai suoi desideri e dai suoi pensieri, improvvisamente si rese conto che la sua sedia aveva cominciato a dondolare leggermente. Che enorme scoperta! Era un caso? Oppure il suo desiderio di essere più vicino alla finestra non aveva forse effettivamente stimolato qualche minimo movimento del corpo, che aveva cominciato a far dondolare la sedia?

Questa esperienza, che probabilmente alla maggior parte di noi sarebbe passata inosservata, portò il ragazzo diciassettenne a un periodo di febbrile esplorazione di sé e di scoperta. Milton stava scoprendo da solo il principio ideomotorio fondamentale dell’ipnosi esaminato da Bernheim una generazione prima: che il solo pensiero o la sola idea di un movimento potevano portare all’effettiva esperienza di un movimento automatico del corpo.

Nelle settimane e nei mesi che seguirono, Milton andò a ripescare tutti i suoi ricordi sensoriali per cercare di reimparare a muoversi. Per esempio, si guardava per ore e ore la mano, e cercava di ricordare che sensazione gli avevano dato le dita quando tenevano un forcone. A poco a poco si accorse che le sue dita cominciavano a fare dei piccoli scatti e a muoversi leggermente in modo scoordinato. Continuò sino a che i movimenti diventarono più ampi, e lui potè controllarli coscientemente. E in che modo la mano afferrava un ramo d’albero? Come si muovevano le gambe, piedi e dita quando si arrampicava su un albero?

Non erano semplici esercizi di immaginazione; erano esercizi di attivazione di reali ricordi sensoriali – ricordi che ri-stimolarono la sua coordinazione senso-motoria tanto da permettergli di guaririe.
Ma perché potesse guarire era necessario qualcosa di più della semplice introspezione: l’osservazione del mondo esterno. Fortunatamente in quel periodo la sua sorella minore, Edith Carol, stava appena imparando a camminare. Milton iniziò una serie di osservazioni giornaliere nelle quali notava il suo modo (soprattutto inconscio) di imparare a camminare, in modo da poterlo copiare consapevolmente, e così costringere il proprio corpo, a fare lo stesso.
Dopo undici mesi di questo intensivo allenamento, Milton camminava ancora sulle stampelle, ma stava imparando rapidamente a camminare in modo sempre meno faticoso, in modo da sottoporre a minima tensione il suo corpo.

Non disponendo delle risorse finanziarie che gli potessero garantire un viaggio pieno di comodità, Milton si preparò a lasciarsi in questo viaggio con soli quattro dollari in tasca e, come sperava, un amico al suo fianco.

Dato che la sua capacità di guidare una canoa era nel migliore dei casi irrisoria (immaginatevi di lottare per far entrare e uscire dall’acqua una canoa reggendo contemporaneamente un paio di grucce!), sembrava evidente che un compagno sarebbe stato non solo opportuno, ma anche indispensabile.

Tuttavia all’ultimo momento il suo amico decise di non partire, cosicché l’indomito Milton si mise in viaggio tutto da solo nel giorno che aveva stabilito. (Ebbe l’accortezza di non dire ad Albert e Clara che il loro figlio inesperto e handicappato si riprometteva di scendere da solo lungo le rapide). Equipaggiato con riserve di cibo per due settimane, il necessario armamentario per cucinare, una tenda e un certo numero di libri, Milton si mise a discendere la corrente con l’intenzione di procedere in quella direzione sino al momento di invertire la marcia. Darsi una precisa destinazione, a suo avviso, non avrebbe fatto che rendere tedioso il viaggio.

Lungo la strada gli capitarono molte piccole avventure. All’inizio del viaggio se ne uscì a pescare un mattino presto, ma non fu in grado di uscire nuovamente dal lago sino al pomeriggio: i forti venti, uniti alla sua debolezza fisica lo costrinsero a molte ore di dura lotta. Ben presto, tuttavia, divenne bravissimo nel sollecitare in modo indiretto l’aiuto degli altri in tutte quelle situazioni che non riusciva ad affrontare da solo, come superare una diga e così via.
Riuscì anche a farsi invitare a pranzo più di una volta da qualche campeggiatore, e con loro passava il pomeriggio attorno a una tavola piena di cibo scambiando racconti d’avventure. Sembrava che gitanti e campeggiatori trovassero qualcosa d’affascinante nel giovane Milton. (Ed effettivamente questo suo disporre le cose in modo che gli altri gli dessero ‘spontaneamente’ aiuto era valso a Milton il soprannome di “Eric il Tasso”, affibiatogli dai compagni di scuola del Wisconsin. Quante volte, metà contenti e metà pieni di rammarico non si erano trovati a concedere, senza nemmeno sapere perché, certi vantaggi in situazioni di competizione a questo curioso ma astuto ragazzo di campagna!)
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Qua e là nel suo viaggio, Milton trovò lavoro temporaneo presso vari contadini, guadagnando così abbastanza denaro da costruire le proprie provviste. Scoprì anche che la sua capacità di cucinare poteva essere usata come mezzo di scambio: riuscì infatti a pagarsi una parte del suo viaggio lunga 400 chilometri semplicemente cucinando per due giovani che stavano avendo un’avventura estiva simile alla sua.

All’epoca in cui Milton cominciò il viaggio di ritorno, la sua forza muscolare era aumentata al punto che era in grado di pagaiare contro corrente e, cosa più importante, di trasportare la canoa senza bisogno d’aiuto. Alla fine del viaggio durato dieci settimane, l’elenco delle cose che aveva fatto era ancora più notevole: aveva navigato per quasi duemila chilometri di fiume, ricorrendo esclisivamente alla propria intelligenza e alle proprie risorse; aveva iniziato il viaggio con quattro dollari e lo terminava con otto; era partito sulle stampelle e tornava zoppicando in modo solo leggero (ma permanente); e per finire quando era partito era un debole malaticcio, e al ritorno era un robusto giovane con un nuovo senso di fiducia, di orgoglio e di autonomia personale.

Così rianimato e rafforzato dall’eroica avventura estiva, Milton tornò al college sprizzante d’energia e di determinazione a colmare le prime lacune della semplice educazione ricevuta.
Un tratto assolutamente originale e distintivo di queste prime ricerche di Erickson era costituito dalla sua attenta osservazione del sottile intergioco tra i meccanismi mentali dello stato di veglia e quelli dello stato di trance.
Erickson dimostrò in che modo gli stati alterati e i fenomeni di trance costituissero anche parte normale della vita di tutti i giorni. Questa sua intuizione costiuì il principio di base dei suoi successivi studi sulla psicopatologia, oltre che per lo sviluppo degli approcci naturalistici e di utilizzazione all’ipnoterapia.

In questo modo Erickson trasformò la vecchia concezione autoritaria dell’ipnosi in un approccio permissivo e di facilitazione. Ora non c’erano più suggestioni meccaniche impresse in modo automatico nella mente ‘vuota’ della persona in trance; piuttosto, Erickson vide lo stato ipnotico di trance come uno stato di dinamica complessità e individualità, nel quale le capacità personali del soggetto potevano essere utilizzate per facilitare il processo di guarigione.

All’età di ventitré anni, quando era ancora studente in medicina, Erickson si sposò per la prima volta. Da questo matrimonio, che durò dieci anni prima di finire con un divorzio, egli ebbe tre figli. So molto poco delle sue vicende personali in quel periodo della sua vita, ma dai pochi riferimenti casuali che Erickson vi ha fatto, appariva molto evidente che l’isolamento sociale e culturale cui era stato soggetto nei primi anni di vita gli aveva lasciato una certa ingenuità in campo sociale, e una certa carenza di capacità di giudizio riguardo ai rapporti con gli altri. In ogni caso il dolore e la confusione che gli derivano da questo primo sfortunato matrimonio lo portarono a focalizzare la sua attenzione sul capire le donne e i rapporti umani.

Sentiva di essere cresciuto con molte significative lacune nella comprensione degli altri, e per tutta la sua vita d’adulto dovette lavorare coscienziosamente per colmarle. Quando lo conobbi, sulla settantina, era suo principio fondamentale ritenere che tutti gli adulti normali avessero lacune del genere, che anch’essi dovevano colmare, continuando a imparare su se stessi per tutto l’arco della vita.

Sino al momento del primo matrimonio, Erickson si era dovuto per forza concentrare soprattutto sui suoi problemi di salute fisica e di benessere mentale. Ora si rendeva conto che doveva espandere la propria attenzione al di là di se stesso, anche alle difficoltà dei rapporti di coppia e con gli altri. Questa lezione appresa a così caro prezzo divenne dunque un’altra delle strade che con sofferenza personale lo portarono a essere pioniere in un nuovo campo professionale: Erickson fu infatti negli anni Quaranta e Cinquanta uno dei primi psichiatri che in seduta trattassero coppie e famiglie tutte intere.

Primi anni di ricerca

Nel 1928, subito dopo essersi laureato all’Università del Wisconsi, Erickson entrò a fare internato come medico al Colorado General Hospital e come psichiatra al Colorado Psychopathic Hospital. Successivamente venne nominato assistente allo State Hospital for Mental Diseases di Howard, Rhode Island (1929-1930). La sua tesi di laurea aveva avuto come tema la deficienza mentale, e ora egli ampliò il lavoro svolto, esplorando i rapporti tra fattori quali intelligenza, matrimonio, abbandono e crimine. Le sue conclusioni vennero riportate da svariate riviste mediche, di scienze sociali e di diritto in una serie di sette articoli pubblicati tra il 1929 e il 1931.

Fu solo all’epoca dei vari incarichi che ricoprì al Worcester State Hospital del Massachusetts (1930-1934), in cui iniziò da giovane medico e terminò come psichiatra primario dei servizi di ricerca, che pubblico il suo primo scritto riguardante l’ipnosi: “Possibili effetti nocivi dell’ipnosi sperimentale”. In questo scritto si occupava della prima cosa che aveva dovuto fare in un ambiente ospedaliero e professionale che inizialmente era ostile a quella che molti consideravano un’arte misteriosa e temibile: ed egli invece dimostrò sperimentalmente che l’ipnosi era un procedimento che non comportava pericoli.

In questo primo periodo l’ipnosi era ancora considerata una forma di sonno. Con la diffusione della teoria pavloviana, il concetto di sonno era stato elevato a quello di ‘inibizione corticale’. Ma Erickson non era affatto d’accordo. Le sue proprie esperienze di vita lo portavano a considerare l’ipnosi come uno stato alterato nel quale il soggetto provava un’attenzione intensa ma focalizzata su un ambito più ristretto.

Alla fine del suo incarico a Worcester, Massachusetts, nel 1934, anche il primo matrimonio di Erickson era finito. Aveva trentatré anni ed era padre di tre bambini piccoli dei quali doveva prendersi cura, una posizione a quell’epoca alquanto inusuale per uno psichiatra inusuale. Tuttavia, quando accettò la nomina successiva al Wayne County General Hospital a Elise, nel Michigan, egli iniziò un nuovo capitolo di approfondita ricerca nella sua vita personale e professionale.

Nel giro di un anno, poi, incontrò Elisabeth (Betty) Moore, che sarebbe divenuta sua moglie, la sua collega di ricerca, la madre dei suoi tre figli (e successivamente di altri cinque).
La nomina di Erickson a Eloise – dapprima come direttore della ricerca psichiatrica (1934-39) e successivamente come direttore della ricerca e formazione psichiatrica (1939-48) – offrì la sede per le sue principali ricerche sperimentali sulla natura e la realtà dei fenomeni ipnotici. L’ambito di questi studi andava dagli esperimenti di laboratorio, attentamente controllati, sulla sordità ipnotica e la cecità ai colori (con l’aiuto di sua moglie), sino alla ricerca sui complessi e le nevrosi significative per il lavoro clinico, indotte per via ipnotica. La fantastica abilità di Erickson nell’utilizzazione degli stimoli minimi e delle forme indirette di suggestione lo portò alla pubblicazione di una serie di scritti sulla dimostrazione sperimentale dei meccanismi mentali freudiani e sulla presenza dei processi inconsci sia nella ‘psicopatologia della vita quotidiana’, sia nelle sindromi psichiatriche gravi.

Benché molto del suo lavoro nel corso di questo periodo fosse a sostegno della teoria psicoanalitica, Erickson non si considerò mai un freudiano, né, del resto, un seguace, di nessuna scuola particolare. Ed effettivamente egli deplorò spesso l’esistenza delle varie scuole di psicologia e di psichiatria, perché secondo lui i loro seguaci dimostravano troppo spesso un’immatura rigidità (o ‘limiti appresi’) non facevano che inibire una ampia esplorazione libera, e per tutta la sua carriera egli stesso non volle legarsi a nessuna teoria. Era un genio nel campo della percezione e della comunicazione e provava un enorme piacere nello studio e nell’impiego terapeutico dei mezzi datici dalla natura; e tuttavia su questi mezzi non sentiva alcun bisogno di costruire impalcature teoriche d’alcun genere.

La maturità professionale

Il successivo passo importante nella carriera di Erickson si ebbe quando accettò la carica di direttore dell’Arizona State Hospital a Phoenix, in Arizona (1948-49). Questo trasferimento nel clima secco e caldo dell’Arizona fu motivato in parte dai dolori che gli causava il freddo clima del Michigan e in parte dalle molteplici allergie che lì lo avevano tormentato.

Il sovraintendente all’ospedale dell’Arizona era John A. Larson, un medico e ricercatore inusitatamente capace, uno studioso che aveva compiuto molte delle prime ricerche sul poligrafo. I rapporti con Erickson sul piano intellettuale erano eccellenti, e insieme essi intendevano mettere in atto un programma all’avanguardia nella ricerca e nel trattamento. Il primo anno la famiglia Erickson visse in un’ala annessa all’ospedale, ma a quel punto Larson venne chiamato ad altri incarichi ed Erickson iniziò un’attività privata impiantando casa e studio a Cypress Stret, al centro di Phoenix.

Il passaggio all’attività professionale privata malgrado i principali interessi di Erickson vertessero nel campo della ricerca, fu dovuto ancora una volta a cause di salute. Benché il caldo secco e l’aria pulita dell’Arizona fossero d’aiuto nel ridurre i crampi muscolari e le allergie da cui era stato provato nei climi più freddi, Erickson era tutt’ora soggetto a momenti di vertigine, disorientamento, grave debilitazione. La fonte di questi problemi i medici l’attribuirono a “strascichi della poliomielite, forse di poliencefalite”. Per quanto si potesse sentire bene, c’era sempre per lui la possibilità di provare dolore e non essere in grado di muoversi.

Il fatto d’avere lo studio in casa gli avrebbe permesso di prendersi delle pause tra un paziente e l’altro, durante le quali avrebbe potuto riprendere con l’autoipnosi controllo sul dolore; ciò avrebbe mantenuto le spese professionali al minimo, rendendogli contemporaneamente disponibile il costante sostegno e le cure di sua moglie; infine gli avrebbe permesso di rimanere vicino ai suoi cani e ai suoi bambini, con i quali aveva sempre un intenso rapporto di maestro, tutore, buffone, narratore di aneddoti e storie sagge, nonché affettuoso compagno.

Adottare questo stile di vita meno faticoso si rivelò effettivamente una scelta perspicace. Nel giro di pochi anni infatti, all’età di cinquantuno anni, Erickson provò la rara tragedia di un secondo attacco di poliomielite. A questo punto della sua vita il dolore divenne suo costante compagno.
Ciò era dovuto in parte al graduale e inevitabile deterioramento del tessuto muscolare che avviene per via della poliomielite, e in parte agli effetti residui delle torsioni e delle pressioni inusuali che aveva imparato a dare alla sua colonna vertebrale negli anni passati nei suoi tentativi di mantenere una posizione del corpo più normale possibile.

Per tutto il corso della sua vita Erickson mal sopportò le affermazioni della parapsicologia, la fede religiosa nei miracoli, o gli entusiasmi popolari riguardo a una presunta ‘energia psichica’.

Per Erickson l’ipnosi era un fenomeno naturale che utilizzava processi fisiologici ordinari quali il ricordo, la dimenticanza, la dissociazione, la reinterpretazione cognitiva dei sistemi di credenze. Di solito per aiutare il paziente a raggiungere quei risultati apparentemente miracolosi era richiesta una gran mole di addestramento, intelligenza e lavoro da parte del terapeuta.
Se al paziente e all’osservatore abituale questi sembrano miracolosi, è solo perché non conoscono tutte le vicende e l’attenta programmazione necessaria per ottenere gli effetti ipnotici.

E’ vero che a volte le circostanze socio-culturali possono combinarsi spontaneamente in modo tale da far pensare a un miracolo che si sia prodotto senza sforzo e per il tramite di qualche entità sovrannaturale (si pensi ai santuari, alle riunioni di fedeli, all’effetto prodotto da pittoreschi ciarlatani, ecc.), ma il comune terapeuta dovrebbe conoscere tutto il possibile sulle scienze della psicologia, dello sviluppo umano del linguaggio, della comunicazione e della cultura.

Ciascun paziente è un microcosmo unico che deve essere compreso appieno se si vuol riuscire a sintetizzare un adeguato approccio che utilizzi le sue potenzialità individuali. Anche se esistono certi principi generali di trattamento de eseguire, qualsiasi intervento ipnoterapeutico è necessariamente sperimentale. Con l’impegno, l’intuito e molta pratica, questi approcci ipnoterapeutici possono divenire quasi una ‘seconda natura’ per il terapeuta, cosicché alla fine si ottengono buoni risultati in modo apparentemente privo di sforzo.

Gli anni della leadership

Il fatto di lavorare a casa significò per Erickson ritirarsi in disparte. Al contrario, non appena sifu ripreso dal secondo attacco di poliomielite si trovò tanta energia a disposizione da iniziare il periodo più pieno e soddisfacente della sua carriera, come amico, terapeuta, maestro e consulente – e alla fine come leader nazionale e mondiale nell’ipnosi clinica.

A questo punto Erickson incominciò a tenere lezioni e conferenze dietro invito in vari college locali e in seminari rivolti a colleghi. Agli inizi degli anni Cinquanta partecipò alle lezioni tenute a psicologi, psichiatri e dentisti nei seminari di ipnosi di Los Angeles, insieme a Lesile LeCron e altri.

In quello stesso periodo conobbe Aldous Huxley, con il quale trovò un’eccellente affinità sul piano intellettuale. La mente eccezionale di Huxley, provò sotto la guida di Erickson alcuni affascinanti fenomeni ipnotici. I due si ripromettevano di effettuare un lavoro congiunto sulla coscienza e gli stati alterati, ma i loro manoscritti non ancora portati a termine andarono purtroppo distrutti in un incendio che bruciò completamente la casa di Huxley. Erickson impiegò però alcuni degli appunti presi nelle loro sedute ipnotiche per scrivere successivamente uno dei suoi più geniali e coloriti racconti: “Una indagine speciale condotta con Aldous Huxley sulla natura e il carattere dei vari stati di coscienza”.

Sino al momneto in cui comparve sulla scena Erickson, nel campo dell’ipnosi clinica c’era stato il vuoto. Non cerano, semplicemente, molti professionisti che la impiegassero: sembrava che le vecchie, autoritarie tecniche ipnotiche non si confacessero a una cultura democratica alla spasmodica ricerca di se stessa.

In America, l’unica organizzazione professionale di una qualche importanza era la Society of Experimental and Clinical Hypnosis, composta soprattutto da accademici che si concentravano sulla ricerca, più che sulla pratica. Fu in questo vuoto che comparve Erickson, il quale,con i suoi approcci i diretti e permissivi che utilizzavano l’insight e i meccanismi mentali, diede inizio a una grande rinascita dell’ipnosi nel mondo clinico, nelle sue applicazioni nei campi della medicina, dell’odontoiatria e della psicologia.

Erickson si lanciò ora nel periodo più impegnato della sua vita. Aveva una famiglia sempre crescente, composta di otto figli, una schiera sempre più numeroso di cani di tutte le razze, e una fama sempre più vasta come scrittore, consulente e insegnante. La gamma delle sue attività era estremamente variegata: era consulente di gruppi disparati quali la squadra americana di tiro al bersaglio, enti governativi che si interessavano allo studio degli incidenti aerei, nonché atleti di primo piano che cercavano di accrescere le loro potenzialità e risultati tramite l’ipnosi. Le sue conferenze a gruppi di professionisti si estesero a tutto il paese, tanto che di solito mancava da casa almeno una settimana al mese. Venne acclamato in svariati paesi quando diede dimostrazioni di ipnosi di fronte a gruppi di professionisti, e non potendo parlare la lingua del luogo inventò le spettacolari tecniche mimate di induzione ipnotica. Il modo in cui le elaborò è descritto in “Tecniche mimate nell’ipnosi e le loro implicazioni”.

Il saggio di Phoenix

L’umile studio-casa di Cypress Street costituiva un’esperienza umana per tutti coloro che venivano a varcarne la soglia. Nel soggiorno di famiglia che fungeva anche da sala d’aspetto i pazienti s’imbattevano sempre in simpatici cani e bambini. C’era un cane bassotto di nome “Roger” che si rilassava talmente, sdraiato in mezzo alla stanza, che i pazienti spesso cadevano in fantsasticheria e stato di trance semplicemente guardandolo. Erickson considerava che ciò gli facilitasse il lavoro.

Ed effettivamente non si trattava tanto di un rapporto medico- paziente quanto piuttosto di un rapporto famigli-paziente. I bambini avevano l’abitudine di fare dei disegni per i pazienti, e avvenivano scambi di piccoli doni. La famiglia sapeva sempre quando un paziente migliorava o peggiorava, e talvolta poteva anche avvenire che nel cortile retrostante la casa venissero messi in atto metodi di trattamento estremi: in almeno un’occasione Erickson mise sotto chiave gli stivali di un paziente alcolizzato, in modo che non potesse fuggire dal cortile dove si stava disintossicando mentre per pagarsi la pigione badava ai cani e al giardino!

Un altro paziente che dovette essere ospedalizzato venne ‘adottato’ dalla famiglia: dopo che fu dimesso dall’ospedale gli regalarono un cane, che venne tenuto a casa degli Erickson (dato che lui non poteva tenerlo nel suo appartamento), e per anni egli venne a trovare ogni giorno il cane e la famiglia – e a tutt’oggi continua le sue visite regolari.

Dato che studiando e compensando le proprie carenze Erickson aveva raggiunto un modo di vedere il mondo davvero unico, era chiaro che il suo modo di concepire i rapporti umani fosse diverso da quello dei suoi colleghi. Così, anche se aveva molto in comune coi suoi colleghi, c’erano sempre, anche con coloro che lo conoscevano meglio ,differenze di percezione e di comunicazione.

Pur avendo effettuato ricerche su concetti psicanalitici fondamentali con un teorico freudiano, Lawrence Kubie, e pur condividendo opinioni e progetti con altri eminenti pensatori quali Aldous Huxley, Margaret Mead e Gregory Bateson, Erickson rimase sempre un professionista sui generis, al centro dell’identità professionale del quale rimanevano sempre le sue straordinarie capacità operative. Nessuno poteva negare i brillanti e inusitati effetti che riusciva a ottenere in ipnosi, ma pochi potevano capire o riprodurre il suo operato. Ciò ha portato a molta confusione ed errori d’interpretazione circa il contributo di Erickson, e rimane tutt’oggi un problema ancora aperto, anche tra coloro che vorrebbero seguirlo: come può il professionista medio, con tutti i limiti appresi dalla nostra cultura media, imparare a ottenere quei risultati molto efficaci ma sempre unici che erano il prodotto di un’intelligenza così particolare come quella di Milton H. Erickson?

A mio avviso anche questo breve profilo della vita di Erickosn è importante per capire la fonte della sua genialità, spesso trascurata da coloro che cercano di emulare i suoi brillanti risultati tecnici. La tecnica di Erickson proveniva dalle ferite della sua carne; la sua originalità come terapeuta aveva radici della sua lotta di vita o di morte per far fronte alle sue carenze congenite e alla malattia che lo paralizzava. Io sono convinto che la vera fonte della sua efficacia come terapeuta sia questa: i pazienti avvertivano a svariati livelli che le capacità di Erickson come terapeuta derivavano da autentiche esperienze e conoscenze personali. Era davvero il medico sofferente che aveva imparato a guarire gli altri guarendo se stesso.

E ciò vale anche per tutti coloro tra noi che sentono un’autentica vocazione per questa professione. Ognuno di noi, in un modo o in un altro, ha qualche ferita. La nostra riuscita sempre parziale nel guarire le nostre ferite ci porta alla vocazione di esplorare insieme agli altri ulteriori modi di adattarci alla nostra comune condizione umana e di ampliarne le possibilità.

I pazienti hanno ragione a risentirsi quando sentono di subire una manipolazione per mezzo di ‘aride tecniche’, impiegate da un operatore che non ha alcun rapporto personale o conoscenza della fonte dei problemi e della malattia che sono in tutti noi.
Questi operatori cercano d’impiegare la tecnica come mezzo di potere e prestigio per controllare gli altri. Ma l’inconscio dei pazienti, naturalmente, avverte tutta la superficialità di questa vuota messinscena, e nulla cambia davvero; non fanno che manifestarsi delle ‘resistenze’. Anche se cambia un sintomo, non è ancora avvenuto nessun profondo coinvolgimento con quelle fonti interne di malattia e creatività, che è il vero scopo di tutto il lavoro terapeutico.

E’ proprio a questo fine che è dedicata questa breve rassegna della vita di Erickson, e anche questi volumi sui suoi seminari, gruppi di lavoro e conferenze: rispondere alla domanda su come ciascuno di noi possa generare un più efficace rapporto con le fonti e i problemi del nostro essere unici, e su come possiamo affinare queste capacità per aiutare gli altri ad affrontare i dilemmi della nostra comune condizione umana.

Tratto da E. Rossi in Milton Erickson, Guarire con l’ipnosi – Astrolabio

Metafora e Paradosso

Metafore e Paradossi

Funzione della metafora e suo utilizzo

Si può dire che il cliente ha difficoltà perché non possiede più delle risposte efficaci. Occorre sbloccare la situazione a partire dal modo di percepire la realtà del cliente e lo si può fare solo lavorando sulla sua mappa cognitiva che non vuol dire cancellare il negativo bensì cambiare i quadri di riferimento e acquisire nuove associazioni, nuove scelte. La metafora consente di operare un simile cambiamento aggirando le resistenze del cliente: la comunicazione indiretta permette al terapeuta di definire la relazione e di compiere delle delineazioni per il cliente senza per questo essere squalificato. Il cliente è nell’impossibilità di controbattere con le solite manovre, dopo tutto chi mai sta parlando di lui?

Il terapeuta per arrivare a ciò inizia col ricalcare il cliente, in altre parole parla il suo linguaggio ed entra nel suo modello del mondo per poi riorganizzarlo creativamente.

Stimolato dal fascino della metafora il cliente avvia un processo di ricerca inconscia che lo allontana dai modi consueti di percepire la realtà. Quando il cliente intuisce a livello profondo il senso della metafora è come se si verificasse una illuminazione interiore che si manifesta anche a livello somatico con una serie di reazioni ideomotorie.

Secondo lo schema di Rossi la persona è passata attraverso diverse fasi durante l’induzione tramite il racconto di una metafora:

  1. Fissazione dell’attenzione.
    Utilizzazione delle credenze e del comportamento del paziente per focalizzare l’attenzione sulle realtà interne.
  2. Depotenziamento degli abituali schemi di riferimento e sistemi di credenze
    Distrazione, shock, sorpresa, dubbio, confusione, dissociazione, o qualsiasi altro processo che interrompe le abituali strutture di riferimento del paziente.
  3. Ricerca inconscia
    Implicazioni, domande, giochi di parole, e altre forme di suggestione ipnotica indiretta
  4. Processo inconscio
    Attivazione di associazioni personali e meccanismi mentali attraverso quanto precede
  5. Risposta ipnotica
    Espressione di potenzialità comportamentali che vengono sperimentate come se avessero luogo autonomamente.

“Poiché la nuova metafora costituisce un quadro che non è identico a quello originario del cliente, si ha la possibilità di nuove opzioni e bisognerà aspettarsi che queste opzioni siano diverse da individuo a individuo perché ogni volta le idee emergenti saranno il risultato della irripetibile interazione con la storia personale di una particolare persona” (Stephen R. Lankton, Carol H. Lankton, La risposta dall’interno, Astrolabio, 1984 Roma, p. 109)

Per questo che si dice che in ipnosi l’interazione non è istruttiva: non posso prevedere appieno quali saranno gli specifici risultati della mia tecnica di utilizzazione.

 

Metafore incastrate l’una nell’altra

Con l’approccio metaforico (metafore incastrate l’una nell’altra) si lavora a livello di processo, cioè si risponde alla domanda: “A che cosa il problema o la situazione attuale è parallelo, simile?” e poi “Che cosa impedisce al cliente di raggiungere l’obiettivo desiderato e quindi che cosa ha bisogno per raggiungerlo?”

Lo scopo delle metafore multiple è quello di modificare il quadro percettivo del cliente, recuperare le risorse necessarie e successivamente riassociarle secondo una sequenza come se si trattasse di una catena di ancore in PNL. Infine il ricalco nel futuro: si collegano le risorse al qui e ora e poi al futuro (causa/effetto nel presente e nel futuro che funziona come un comando post-ipnotico che fa scattare in automatico il recupero delle risorse).

È importante notare che ora ci dedicamo all’analisi della costruzione di metafore incastrate l’una dell’altra la principale delle quali – la metafora analogica – è isomorfa al problema del cliente, mentre le altre possono anche essere più generali in quanto hanno lo scopo di recuperare risorse come una catena di ancore positive da combinare insieme al fine di raggiungere lo stato desiderato. È importante distinguere questi due tipi di metafore perchè le metafore miranti ad attivare risorse e fenomeni di trance sono racconti o anedotti di carattere universale diretti a trasmettere un certo concetto e a recuperare certe risorse. Così si può raccontare di come si abbia imparato a camminare o a leggere o a scrivere e di come la prospettiva del mondo sia cambiata, o di come si siano superate difficoltà: “E quando eri un bambino molto piccolo, e imparasti a strisciare a carponi vedevi il sotto e le gambe dei tavoli, e il mondo aveva un certo aspetto. E quando per la prima volta ti sei tenuto in piedi, hai avuto un nuovo insieme di percezioni del mondo. Il mondo intero ti sembrava diverso. Sono cambiate le cose che ti interessavano, è cambiato il modo in cui vedevi le cose, e sarebbe cambiato ciò che potevi fare. Ma se ti ti piegavi in avanti e guardavi tra le gambette, il mondo aveva un altro aspetto ancora.” Basta pensare a esperienze a carattere universale (una sorta di truismi) che consentano di trasmettere un certo messaggio che voi volete fare passare. In questo caso è la capacità di cambiare le proprie percezioni della realtà e di imparare.

La metafora deve focalizzare l’attenzione e coinvolgere il cliente perché si metta in 2a posizione percettiva occorre creare anche una certa drammaticità, mistero, suspance e occorre che la metafora sia isomorfa al problema del cliente ma in maniera indiretta così da aggirare le resistenze. Si può per esempio parlare di storie relative a una persona che ti sono state raccontate da un tuo amico…

Scrive Lankton: “L’impiego di tali riferimenti alla vita reale del cliente genera rapport (è come me), confusione (non star mica parlando di me?) e ricerca inconscia (che legame c’è)”

Il comportamento ideomotorio del cliente ci guida nella costruzione della metafora: “Tutto quello che il terapeuta deve fare, è imparare a distinguere i segnali ideomotori dagli indicatori comportamentali di ricerca inconscia, e cioè la perdita di tono dei muscoli delle guancie, la dilatazione della pupilla, i movimenti del bulbo oculare, un rallentamento del battito delle palpebre e del riflesso di deglutizione, un accrescimento del pallore della pelle, un rilasciamento muscolare e una generale assenza di movimento nei principali gruppi muscolari.”

Schema

  • A1 Induzione
  • B1 Inizio della metafora analogica
  • C1. Metafore miranti ad attivare risorse e fenomeni di trance/
  • D. Intervento diretto sul sintomo
  • C2. Collegamento delle risorse alla rete sociale
  • B2. Conclusione della metafora analogica
  • A2. Riorientamento allo stato di veglia

A1. induzione
L’impiego del paradosso e della metafora fissa l’attenzione del soggetto e tende a produrre fenomeni di trance anche quando essi non vengono presentati in modo esplicito..

B1. Metafora analogica
Questa metafora viene iniziata, ma non portata a conclusione. In essa sono inserite componenti di suspance e mistero, col fine di catturare e trattenere l’attenzione del cliente. Successivamente si dà avvio a un digressione che lascia irrisolto il dramma, cosicché il cliente rimane in attesa di una soluzione.

C1. Recupero delle risorse
In questa fase vengono utilizzate svariate metafore digressive, intese a stimolare, generare e recuperare molteplici risorse, che potrebbero essere definite schemi automatici sensoriali, percettivi e comportamentali.

Erickson operava digressioni per tutto il tempo necessario a generare queste risorse, per quanto lungo esso fosse. In questo modo, le metafore inserite l’una nell’altra divengono sempre più oscure per la mente conscia, ma continuano ad essere importanti ai fini di quell’apprendimento che è necessario alla mente conscia per affrontare il problema.

In questa fase inizia l’attivazione dei fenomeni di trance, i quali sono considerati veicoli per far passare il soggetto attraverso una serie d’esperienze che nell’originario quadro di riferimento non gli sono consentite.

La metafora lavora indirettamente consentendo all’ascoltatore di costruire alcune elaborazioni e operazioni mentali nel tentativo decifrarne il senso adattandolo alla sua storia personale (quindi identificandosi per esempio con il protagonista): “Il valore dell metafora non è quindi da ricercarsi nelle parole che la compongono ma in ciò che il lettore percepisce ed elabora mentalmente al di là di esse, in un continuo superamento del testo scritto. ” (Fabio Rondot, Maria Varano, “Come si inventano le fiabe”, Edizioni Sonda, p. 40)

Ciascuno di noi di fronte alla metafora può imparare qualcosa relativamente al suo percorso perché la metafora è un vero e proprio ipertesto con un ampio numero di percorsi possibili.

D. Intervento diretto
Nella fase di intervento diretto si mira di solito al ‘cuore della nevrosi’, come direbbe Erickson. Gli interventi, in questa fase, spesso non si riferiscono ai problemi espressi dalla mente conscia del cliente; la fase d’intervento diretto mira piuttosto alla ‘vera’ difficoltà, alla più grave. E la fase in cui il terapeuta interviene a risolvere i conflitti emozionali inconsci.

C2. Collegamento delle risorse alla rete sociale
È auspicabile collegare ordinatamente le risorse a quelle immagini dell’immediato mondo sociale del paziente che fungeranno da segnale per la loro attivazione.

In queste situazioni, infatti, i segnali faranno scattare con la maggiore facilità possibile le associazioni alle acquisizioni inconsce ottenute in terapia.

In questa vera e propria elaborazione della mappa, si agisce in modo simile a quanto avviene nelle suggestioni postipnotiche, nel senso che si stimolano comportamenti da mettere in atto dopo la seduta. Le risorse vengono collegate a compiti attuali e futuri che attendono il cliente nel corso del suo sviluppo

B2. Conclusione della metafora analogica
Con la conclusione della metafora analogica, portiamo a compimento dotato di significato le molteplici digressioni operate nel corso della seduta, e forniamo alla mente conscia del cliente quella tanto attesa conclusione del racconto originario.

Scrive Haley riportando le parole di Erickson:

“A questo punto passo a un altro argomento che è per loro accettabile, ma in questo modo li lascio in sospeso con una fortissima sensazione di attesa. […] È estremamente spiacevole restare in sospeso e le persone desiderano conoscere la conclusione di un argomento che io ho portato fino all’estremo limite: questo stato di tensione li rende più disposti ad accettare i miei suggerimenti, proprio perché desiderano ricevere un’affermazione decisiva. Se la prescrizione viene data immediatamente può essere messa in discussione, ma se viene dopo una digressione, il paziente spera che voi torniate al punto, e così accetta di buon grado un’affermazione decisiva.”

A questo proposito si può ricordare l’”effetto Zeigarnik” (Woodworth e Schlossberg) per aumentare la motivazione del cliente. Si è notato che una persona è motivata a riprendere un compito non completato dopo un’interruzione, ciò accadde in virtù della tensione o dello squilibrio originato dalla disposizione mentale a concluderlo.

Possiamo far riferimento anche alla tecnica descritta da Haley: incoraggiare una risposta frustrandola: “Con un soggetto ipnotico che risponde solo parzialmente, Erickson suggerisce che l’ipnotista deve inibire la risposta, deve cioè chiedere al soggetto di comportarsi in una certa maniera e quando questi inizia a farlo l’ipnotista deve bloccare la risposta e passare a un altro argomento. quando la richiesta verrà nuovamente ripetuta, la risposta sarà migliore perché il soggetto nel frattempo ha sviluppato la capacità di rispondere ma è stato frustrato nel farlo.”

Le metafore precedentemente presentate possono non seguire alcuna logica apparente, e l’amnesia è facilitata dalla mancanza di collegamenti associativi tra una fase del processo e la successiva.

A2. Riorientamento allo stato di veglia

 

Amnesia

Con lo schema delle metafore multiple è facile creare un’amnesia spontanea poiché non c’è un ben preciso collegamento tra le metafore. In altre parole entro la metafora iniziale che viene spezzata e lasciata in sospeso vengono inserite altre storie e aneddoti e viene fatto un lavoro terapeutico. Poi alla fine si riprende la metafora dove la si era lasciata.

Quando si finisce la seduta è buona regola non parlare di ciò che è avvenuto durante bensì continuare a parlare di quanto si stava dicendo prima di iniziare (dopo aver fatto una interruzione di schema). Si può disseminare anche il concetto di amnesia tramite suggestione indirette e l’analogical marking.

Di solito rispetto all’intervento diretto il cliente produce una amnesia spontanea secondo il principio che “quando si presenta a un soggetto una serie di elementi, si ha rammemorizzazione massima per quelli presentati all’inizio e alla fine della sequenza e minima per quelli presentati nel mezzo.” (p. 299 Lankton)

 

Tecnica della PM (psicoterapia con le metafore)

In questa forma di terapia non si creano metafore per il cliente ma lo si invita a generare delle metafore sulla propria situazione problematica, ad esplorarle e a elaborarle.

Passo 1
Nella descrizione del proprio problema il cliente userà necessariamente delle metafore. Utilizzatele!

Passo 2
Il terapeuta invita il cliente a esplorare l’immagine metaforica dicendo: “Quando vede la (metafora) quale immagine/disegno le viene in mente?”, come a dire: “Quando dice che si sente come se stesse sbattendo la testa contro un muro, che immagine Le viene in mente?”. È importante utilizzare le stesse parole del cliente.

Passo 3
Il terapeuta invita il cliente a esplorare la metafora come immagine sensoriale (VAKOG)
Il terapeuta sta ben attento a non introdurre dei propri contenuti quindi non suggerisce nulla neanche indirettamente e non fa domande del tipo “Riesce a vedere?”

Dire invece Cosa vede? Cos’altro vede?.

Se il cliente dice “sono intrappolato in un castello” il terapeuta non deve dire “C’è un fossato intorno al castello?” Sarebbe molto più giusto invitare soltanto ad esplorare senza suggerire il contenuto con domande del tipo “Com’è il castello?” o “Se fossi con Lei nel castello cosa vedrei/sentirei?”

Passo 4
Una volta che l’esplorazione delle immagini è completata, il terapeuta invita il cliente a descrivere le sue sensazioni ed esperienze associate all’immagine metaforica (Meta K)

Passo 5
Provocare una trasformazione della metafora con domande del tipo: “Se potesse cambiare l’immagine in qualche modo, come la cambierebbe?”
In casi estremi se il cliente non produce nessun cambiamento si può suggerire un cambiamento verificandone l’ecologia.

Passo 6
Si ricollega la metafora alla vita del cliente: “Che paralleli vede tra la Sua immagine metaforica e la situazione originaria?” e poi “Come può essere applicato il modo in cui ha cambiato l’immagine alla Sua situazione attuale?”

Secondo un approccio Ericksoniano quest’ultima fase non sembra necessaria Il cliente non ha bisogno di conoscere esplicitamente o coscientemente il significato della metafora: se essa è veramente isomorfa alla situazione che sta esperendo tutti i collegamenti e i cambiamenti necessari avverranno a livello inconscio tramite la ricerca trasderivazionale.

 

Il paradosso

Il paradosso ha una caratteristica peculiare: si tratta di un’affermazione che pone l’interlocutore in una posizione di indecidibilità, in quanto il paradosso per sua natura è irrisolvibile.

Un esempio famoso è il paradosso del mentitore attribuito ad Epimenide (filosofo greco del VI secolo a.C.) riassumibile sotto la forma “Io sto mentendo” oppure “questo enunciato è falso”. Tale affermazione non è dimostrabile, non posso cioè stabilirne né la verità né la falsità: chi parla sta dicendo il vero solamente se sta mentendo e sta mentendo soltanto se dice la verità.

Tale dilemma nasce dall’ambiguità e complessità del linguaggio. L’affermazione risulta paradossale per almeno due motivi poiché è autoreferenziale e poiché sono implicati due livelli logici: il cosiddetto linguaggio oggetto — per mezzo del quale vengono fatte delle asserzioni sulla realtà di prim’ordine — e il metalinguaggio che è un’asserzione sul linguaggio oggetto — realtà di second’ordine.

In assenza di qualificatori come le virgolette si crea una confusione fra livelli logici che presentano affermazioni in contraddizione fra loro. Il metalivello viene a confondersi con il livello oggetto e si crea una sorta di cortocircuito: due livelli gerchici di complessità crescente collassano uno sull’altro dando vita al fenomeno dello strano anello: “ovvero l’imprevisto ritrovarsi al punto di partenza salendo o scendendo lungo i gradini di un sistema gerarchico” (Camillo Loriedo, Angelo Picardi, Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli, Milano 2000, p. 81).

Se cerchiamo di risolvere uno “strano anello” veniamo presi in una catena riflessiva, cioè in una oscillazione infinita tra i due termini contraddittori che, come in un gioco di specchi rimando uno all’altro determinando il fenomeno della indecidibilità.

Il paradosso non è soltanto logico o semantico come quello del mentitore ma è anche pragmatico. Nella vita di ogni giorno si verificano fenomeni di questo tipo. Un paradosso di per sé non è dannoso ma in alcuni casi può avere un effetto patogeno come è il caso del doppio legame. Il doppio legame è una situazione di indecidibilità nella vita di relazione che determina un effetto pragmatico.

Per doppio legame si intende “una situazione (1) in cui una persona è posta di fronte a messaggi contraddittori, (2) la cui natura non è immediatamente evidente perché celata o negata, o perché i messaggi sono di livelli diversi, e (3) in cui non si può neppure scappare, né osservare e commentare efficacemente le contraddizioni” (Weakland e Jackson, 1958)

La teoria del “doppio legame” è stato usata dall’antropologo Bateson e dal gruppo di Palo Alto per spiegare in parte l’eziologia della schizofrenia studiando i paradossi dell’astrazione nella comunicazione. In altre parole, piuttosto che dare grande rilevanza al presunto trauma venne ipotizzato e poi studiato il contesto comunicativo e i modelli di interazione ripetitivi all’interno del nucleo familiare. La schizofrenia potrebbe derivare dall’effetto della continua esposizione a doppi legami sin dalla tenera età e dalla conseguente incapacità di discriminazione fra tipi logici.

Questa “abitudine mentale” sarebbe dunque il risultato dei contesti di apprendimento nei primi anni della vita del bambino.

Facciamo un esempio chirificatore: Una madre comunica a parole il proprio amore per il figlio mentre a livello analogico (non-verbale) trasmette alcuni segnali di rifiuto, ansia, paura. A quel punto il bambino potrebbe riconoscere il messaggio di rifiuto, ma tale interpretazione lo porterebbe a pensare qualcosa di profondamente doloroso: “mia madre è cattiva”, “mia madre non mi vuole bene”. Poiché il bambino dipende per la propria sopravvivenza dal sostegno fisico e psichico dei propri genitori non può far altro che accettare ciò che la madre asserisce e ritenere di essere lui il “cattivo” per aver avvertito questa incongruenza e per aver dubitato dell’amore della propria madre. Ma anche se avesse preso per buone le manifestazioni d’affetto della madre, il figlio avrebbe comunque “perso”, poiché ella si sarebbe tirata indietro. E se in seguito il figlio si fosse ritratto a sua volta — per rispettare la risposta della madre — avrebbe ricevuto una punizione del tipo “Ma come, non mi vuoi più bene?”. Se invece avesse cercato di commentare la situazione sarebbe stato squalificato con risposte del tipo “non è assolutamente vero…” oppure “come puoi pensare cose così brutte sulla tua mamma”.

Come rende esplicito questo esempio, non è sufficiente — per porre l’interlocutore in una situazione di doppio legame — la sola incongruenza tra i messaggi. La semplice presenza di ambiguità o contraddizione non dà luogo a un paradosso poiché occorre che ci sia un vero e proprio legame di esclusività e assolutezza fra le parti e una impossibilità a risolvere la situazione (indecidibilità). Nel doppio legame patogeno comunque si risponda si “perde”:

“Un giovane che si era rimesso abbastanza bene da un episodio acuto di schizofrenia ricevette in ospedale la visita della madre. Era contento di vederla e istintivamente le passò il braccio intorno alle spalle, al che la madre si irrigidì. Egli ritirò il braccio e la madre allora gli chiese: “Non mi vuoi più bene?”. Il ragazzo arrossì, ed ella disse: “Caro, non devi imbarazzarti così facilmente e aver paura dei tuoi sentimenti.” Il paziente riuscì a stare con lei solo pochi minuti ancora e, dopo che se ne fu andata aggredì un infermiere e fu quindi sottoposto a una doccia fredda.” (Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, John Weakland, Verso una teoria della schizofrenia, 1967, in Carlos E. Sluzki, Donald C. Ransom, Il doppio legame, Astrolabio, Roma 1979,p. 34)

Un altro esempio tipico di doppio legame è il cambiamento che una parte cerca di indurre sull’altra con frasi del tipo “Devi cambiare” a cui segue una serie di ingiunzioni a livelli differenti (come per esempio una serie di regole condivise a livello di collusione inconscia) secondo le quali sarebbe terribile se si cambiasse (“non cambiare”). Se poi il cambiamento ha effettivamente luogo la parte in causa viene punita oppure squlificata (“non sei cambiato per niente, eri molto meglio prima”).

Le condizioni necessarie sono:

  1. Due o più persone
  2. Esperienza ripetuta
  3. Una ingiunzione negativa primaria: “Non fare così o io ti punirò” oppure “Se non fai così io ti punirò”
  4. Una seconda ingiunzione secondaria in conflitto con la prima a un livello più astratto e rinforzata, come la prima, da punizioni e da segnali che minacciano la sopravvivenza: “Non considerare questo come una punizione” – “non dubitare del mio amore” etc…
  5. Un’ingiunzione terziaria negativa che proibisce alla vittima di abbandonare il campo: “Non lasciarmi, altrimenti sei dannato”
  6. Infine, la serie completa di questi ingredienti non è più necessaria quando la vittima ha imparato a percepire il suo universo in termini di doppio legame. Può essere allora sufficiente una parte qualsiasi di una successione di doppio legame a scatenare panico o rabbia.

(Gregory Bateson, Don D. Jackson, Jay Haley, John Weakland, Verso una teoria della schizofrenia, 1956.)

Per quanto riguarda il punto 5. ricordo che “se la situazione di doppio legame si determina tra adulti, non è tanto l’emittente ad impedire al ricevente di sottrarsi agli effetti patogeni della comunicazione tramite l’ingiunzione negativa terziaria, quanto piuttosto è il ricevente stesso ad attribuire alla comunicazione un valore assoluto, interpretando il messaggio in forma totalizzante” (Camillo Loriedo, Angelo Picardi, Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell’attaccamento, Franco Angeli, Milano 2000, p. 99)

L’ingiunzione resta paradossale sono fino a che si ritiene assolutamente necessario risolverla decidendo se è vera o falsa. Ma fortunatamente esistono anche dei doppi legami terapeutici dove non c’è alternativa alla vittoria.

 

Prescrizioni metaforiche e paradossali

Le direttive di Erickson però erano particolari spesso metaforiche e paradossali.

1. Per esempio Erickson a un alcolizzato disse: “Guardi. Ciò che le suggerisco le sembrerà strano, ma vada al Giardino Botanico. Là si fermi a guardare i cactus e mediti che i cactus riescono a sopravvivere tre anni senza acqua, senza pioggia.”

2. In un caso di frigidità Erickson potrebbe spingere la cliente a immaginarsi in tutti i particolari il modo in cui scongelerebbe il frigo.

Tra l’altro quando il cliente descrive il problema in modo indiretto e metaforico è come se producesse un sogno che può essere interpretato e che può dare informazioni utili:

“… egli esamina attentamente il modo in cui lei affronterà questo lavoro, partendo dallo scompartimento superiore, da quello inferiore, o magari dal mezzo; che cosa tirerà fuori prima, che cosa dopo; quanto ghiaccio si può essere formato col tempo; in che punto lo strato è più spesso; quante cose dimenticate troverà negli angoli più riposti, che già da tempo avrebbe dovuto buttar via; qual è il modo migliore di effettuare lo sgelamento vero e proprio; se nel far questo eventualmente emergeranno dei ricordi e dei pensieri che non hanno niente a che fare con il lavoro in questione; come infine rimetterà tutto a posto di nuovo, che cosa vale la pena di conservare, eccetera.” (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 66)

3. Una tecnica che Erickson spesso usava per coniugi con difficoltà sessuali era parlare apparentemente di qualcos’altro per esempio il modo in cui cenano, così facendo si aggirerà la resistenza conscia e dal racconto si avranno ulteriori elementi rispetto al problema in questione: il marito potrà dire “a volte a mia moglie piace prendere degli aperitivi prima di cenare e cominciare il pasto lentamente mentre a me piace tuffarmi subito sul piatto di carne e patate”. Si potranno fare anche dei commenti – senza fare intendere le implicazioni sessuali – del tipo “a certi mariti piace complimentarsi con la loro moglie su quanto il cibo sia gradevole, altri non notano niente e di conseguenza le mogli si stufano e non fanno alcun sforzo”. Il terapeuta può dare un compito a casa: “i due dovranno scegliere una sera e insieme preparare una cena piacevole; dovranno dimostrare attenzione per le rispettive preferenze di gusto, la moglie dovrà cercare di stimolare l’appetito del marito che, a sua volta, dovrà fare quanto è in suo potere per farle piacere”. (Jay Haley, La terapia del problem-solving, Nuova Italia Scientifica, 1985 Roma, p. 69)

4. C’è una figlia irriverente e aggressiva nei confronti della madre. La madre nel tentativo di risolvere il problema chiama in causa il padre che invece si rivela particolarmente indulgente nei confronti della figlia quasi l’appoggiasse. L’intervento proposto da Watzlawick è: “Abbiamo appurato che in questi casi una strategia molto utile è quella di dire al padre (in presenza della madre) che potrebbe ristabilire la pace in famiglia senza troppe difficoltà se fosse disposto a compiere un gesto piuttosto strano, e precisamente mettere la mano in tasca, tirar fuori una monetina e darla alla figlia ogni volta che è arrogante con la madre. È un gesto che va compiuto in silenzio come se fosse la cosa più naturale del mondo; se poi la figlia insistesse per sapere il significato di quel gesto, il padre dovrebbe limitarsi a risponderle: “Mi viene da darti una monetina”. (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 130)

Con questa prescrizione si crea confusione nella figlia, si interrompe il pattern e si comunica a livello simbolico disoccultando il gioco che si era istaurato tra padre e figlia: così facendo diventa impossibile continuare a giocare al gioco ingenuamente come prima.

 

L’uso di queste tecniche così come la prescrizione di rituali sono ormai in uso in varie forme di terapia e con Jung si è riscoperta la potenza del simbolo.

I terapeuti del Centro di Milano a questo proposito dicono che il rituale “conduce alla sostituzione di un rito malsano (come, ad esempio, il sintomo anoressico) ed epistemologicamente errato mediante uno sano ed epistemologicamente corretto.

Il rituale comporta una prescrizione comportamentale che conduce inaspettatamente al cambiamento (tramite per esempio doppi legami) e al contempo consiste di una parte specificatamente analogica: una sorta di messaggio per l’inconscio.

A questo proposito Alejandro Jodorowsky fondatore nel 1962 del teatro “panico” con Fernando Arrabal e Roland Topor (e regista di film come “El topo” e “La montagna incantata”) ha inventato una forma di terapia che egli chiama psicomagia che riprende molti temi dell’approccio Ericksoniano ma che si sviluppa a partire dall’incontro con una guaritrice messicana chiamata Pachita.

Rispetto a questa esperienza scrive: “Non oserei dire che le manipolazioni di Pachita fossero vere e proprie operazioni; ma non posso neppure dire che non lo fossero… E, alla fine, sono arrivato alla conclusione che non ha importanza. Le domande di questo genere ci preoccupano perché crediamo in un mondo “obiettivo”. […] Comunque sia, non si può non riconoscere che Pachita fosse geniale. Se il suo era teatro, che grande attrice! Se era illusionismo, quella donna è stata la più grande illusionista di tutti i tempi! E che psicologa… […] Grazie a lei ho capito che tutti – o quasi tutti –, siamo bambini, a volte adolescenti. […] dal momento in cui sentivi le sue mani tra le tue, quella vecchia donna in cui sentivi le sue mani tra le tue, quella vecchia donna ti appariva nella veste della Madre Universale e non potevi più resisterle. […] Ma dopo il contatto, la mia resistenza si è sciolta come neve al sole. Pachita sapeva che in ogni adulto, perfino in quello più sicuro di sé, dorme un bambino desideroso di amore. […] Osservando Pachita, ho scoperto che, quando si finge un’operazione, il corpo umano reagisce come se fosse sottoposto a un intervento autentico. Se ti comunico che ti aprirò il ventre per estirparti un pezzo di fegato, se ti obbligo a sdraiarti su un tavolo e riproduco esattamente i suoni, gli odori e le manipolazioni, se senti il coltello sulla pelle, se vedi uscire il sangue, se hai la sensazione che le mie mani si rigirino nelle tue viscere ed estraggano qualcosa, sarai “operato”. Il corpo umano accetta in modo diretto e ingenuo il linguaggio simbolico, come accade per i bambini. […] Quindi, verità o menzogna, poco importa. Se c’è imbroglio, è un imbroglio sacro… […] Era il modo di utilizzare il linguaggio degli oggetti e il vocabolario simbolico, al fine di produrre determinati effetti sul prossimo; in poche parole, come rivolgersi direttamente all’inconscio tramite il suo linguaggio, fosse attraverso le parole, gli oggetti o le azioni. Questo è ciò che ho imparato da Pachita. […]”

La ricerca di Jodorowsky che lo porterà alla sua psicomagia si sviluppa ulteriormente con il suo interesse per la poesia, il teatro e l’esoterismo: “Ho letto centinaia di libri sul tema per tentare di estrarre elementi universali degni di essere utilizzati in modo cosciente nella pratica. […] Un’altra pratica universale è quella è quella della purificazione, le abluzioni rituali. […] Anch’io suggerisco a molti che vengono da me di farsi dei bagni e di praticare un particolare cerimoniale di abluzione, perché so che questo atto, all’apparenza insulso, influirà notevolmente sulla psiche e conferirà loro una diversa predisposizione d’animo. Se qualcuno ha paura di andare a parlare dalla propria madre, gli raccomando prima dell’incontro, di sciacquarsi la bocca sette volte e di riempirsi le tasche di lavanda. Questi dettagli sono sufficienti perché la situazione venga affrontata in modo diverso. […] Anche gli stregoni ittiti mi hanno aiutato a scoprire i concetti di sostituzione e di identificazione […] Secondo un testo antico, “si legherà un oggetto alla mano e al piede destro dell’offeritore, poi lo si slegherà e vi si legherà un topo, mentre l’officiante recita: ‘Io ti ho estirpato il male e l’ho legato a questo topo’: e allora il topo verrà liberato”. Così Pachita estirpava il male per trasferirlo su una pianta, un albero o un cactus […]” Ma la prescrizione di un atto psicomagico non è cosa da prendersi alla leggera né una serie di rituali preconfezionati bensì il frutto della raccolta di materiale e informazioni sul cliente anche tramite la divinazione con i tarocchi e le risposte non verbali del cliente: “Ho imparato questo principio da Mijamoto Misachi, famoso guerriero giapponese praticante di Kendo […] Prima del combattimento, dice, bisogna recarsi sul campo all’alba e fare un minuzioso sopralluogo. […] la familiarizzazione con il terreno psicoaffettivo della persona mi pareva un requisito indispensabile per la prescrizione di qualsiasi atto psicomagico.” La cosa curiosa è che non si possono prevedere completamente gli effetti di un atto psicomagico e neppure i vari ostacoli che si possono creare nell’attuarlo ma questa imprevedibilità va accolta come un elemento fondamentale per la riuscita.

In ogni caso la persona si deve assoggettare alle direttive del terapeuta e seguire passo per passo il rituale prescritto. Anche il transfert ha chiramente un elemento fondamentale in queste pratiche che altrimenti non sarebbero “magiche”: “Non so se avete mai assistito a un incontro di aikido: arriva il maestro e, grazie al ki, sembra diventare invisibile. Non lo è, perché di fronte a una persona che non sia suo discepolo non ha potere: è necessario u ntrasfert. Vale a dire, trasferiamo a certi archetipi forze che custodiamo dentro di noi, e in virtù di tale trasferimento, rendiamo quella persona un maestro, un guru, un essere dotato di una forza immensa.”

 

Prescrizioni paradossali

Il primo passo della terapia parte dal comportamento che viene presentato.

Nel caso della donna che voleva suicidarsi la prima mossa di Erickson fu quella di dimostrare empatia dicendole che sì, era stata trattata tanto male e quindi era logico che lei pensasse al suicidio e nessuno poteva darle addosso per questo. Dopo aver ottenuto rapidamente la sua fiducia con questa manovra, Erickson passò alla fase di ‘guida’, nella quale suggerì che sarebbe stata una dannata vergogna morire e lasciare i suoi soldi a quei bastardi che l’avevano trattata così male.

L’interpretazione positiva del comportamento è intimamente connessa con la possibile alterazione dello stesso. Spesso l’interpretazione positiva rappresenta per il cliente la ragione logica per seguire una direttiva altrimenti illogica.

Selvini, Palazzoli, Boscolo, Cecchin e Prata usano dichiararsi alleati della famiglia e approvano il comportamento dei loro membri, in particolare di quelli che hanno sempre fatto da capro espiatorio, rendendoli gli eroi della famiglia; per esempio: “Attirando l’attenzione su di sé, Giovanni ha protetto tutta la famiglia, e specialmente suo padre e sua madre, dal dover guardare se stessi e il loro comportamento”.
Questa tecnica che consiste nel connnotare positivamente il sintomo e nel prescriverlo è altamente confusiva.

Rapport e paradosso fissano l’attenzione. Il paradosso il particolare comporta un depotenziamento degli schemi cognitivi attuali e avvia una ricerca inconscia: Gli ordini paradossali sospendono la normale attività logica retta da regole e la mente cosciente rimane per qualche momento sovraccaricata dall’illogica logica della comunicazione paradossale.

Così si può dire che l’impiego del paradosso dà accesso a un nuovo quadro di riferimento, mentre la metafora permette l’associazione a esperienze della vita della persona che sinora sono rimaste inutilizzate.

Scrive Lankton: noi consideriamo il paradosso come la grande porta d’accesso a un cambiamento di second’ordine. […] Per noi il paradosso è parte centrale dell’approccio di base, consistente nell’accettare qualsiasi cosa il cliente stia già facendo, nell’utilizzare e/o prescrivere il comportamento messo in atto e poi nell’operare un leggero cambiamento tale da far associare il cliente a quelle risorse interne e così tramutare il ‘problema’ in un ‘alleato’.”

Dopo il ricalco e la confusione del paradosso si passa alla guida che comporta una alterazione della strategia usata dal cliente per affrontare il sintomo e che concorre a mantenerlo. Questo cambiamento può essere effettuato su vari parametri: il tempo, lo spazio o l’intensità.

 

Vediamo per esempio alcuni casi di prescrizioni paradossali.

Doppio legame terapeutico: qualsiasi cosa il cliente faccia va verso la guarigione, è implicato perciò un paradosso. L’interruzione dello schema avviene per sovraccarico:

  1. Un giovane ha due problemi: non riesce a scrivere e a uscire con le donne. Il terapeuta gli ingiunge che se non fosse stato in grado di scrivere sei pagine a settimana la settimana successiva avrebbe dovuto chiedere degli appuntamenti a giovani donne. Piuttosto che chiedere a una donna un’appuntamento il giovane si mise di buzzo buono e scrisse. In tal modo si adopera un sintomo per curare l’altro.
  2. “Vuole venire a capo del problema già questa settimana o quella successiva?”
  3. Con un paziente che evita qualsiasi situazione rischiosa: “Bisogna dire al paziente che un modo serio e probabilmente efficace di risolvere il suo problema ci sarebbe, ma perché non pensi che si tratti di uno dei tanti consigli che gil sono stati dati e che certamente rifiuterebbe, non è possibile parlarne se prima non promette di fare tutto quello che gli si chiede per quanto difficile, incoerente o irragionevole possa sembrargli.” (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, , p. 159).
    Se rifiuta accetta il rischio perde l’”occasione” (quindi accetta un altro rischio) e dichiara implicitamente che il problema non è poi così urgente. Se accetta comincia a correre il rischio dell’ignoto e prende comunque una forma di iniziativa
  4. Una paziente che partecipa a una terapia di gruppo non riusciva a dire di no, aveva l’idea che ciò sarebbe stato legato a conseguenze catastrofiche. Pare che quando era bambina si fosse rifiutata di rimanere a casa con il padre e quando ritornò lo trovò morto. Fu quindi prescritto il sintomo: “dica di no a tutti i presenti uno per uno”.
    Essa si rifiutò quasi come presa dal panico: “No, mi è assolutamente impossibile dire ‘no’ alle altre persone!” Il terapeuta continuò a insistere e le si rifiutò. Dopo alcuni minuti le fece presente che stava dicendo di no e che nulla di male era accaduto.

 

Nei casi resistenti si può dare una direttiva paradossale del tipo: dire al cliente di fare una cosa quando invece si vuole che egli non agisca come suggerito. In tal caso il cambiamento deriva da un atto di ribellione nei confronti del terapeuta.

Questo metodo si basa su una comunicazione isomorfa a quella del cliente: il più delle volte il cliente dice di voler cambiare rimanendo lo stesso. Ciò vuol dire che il cliente ha raggiunto – malgrado la sua sofferenza – una stabilità e il terapeuta sospingendolo verso il nuovo e quindi verso l’istabilità produce una reazione di rifiuto, sfida o resistenza.

Per affrontare casi di questo genere la tattica paradossale si può riassumere in “utilizzazione della resistenza” o “incoraggiamento del sintomo” in questa categoria sono da inserire tutti gli interventi di terapia provocativa “alla Farelly”.

Erickson davanti al rifiuto di magiare le verdure da parte di uno dei figli cominciò a proibire alla moglie di servirgli le verdure asserendo che era ancora troppo piccolo per poterle mangiare.

Si noterà che questi interventi consistono in una reductio ab absurdum del sintomo con interruzione dello schema per giro a vuoto:

1. “[…] una famiglia può presentarsi con il problema di un bambino che non vuole andare a scuola. Il terapeuta – nel contesto del suo lavoro (che consiste nell’aiutare il bambino a tornare a frequentare) – può parlare con la famiglia dei motivi per cui il ragazzo dovrebbe andare a scuola. Potrà suggerire, poi, che potrebbe essere meglio che il ragazzo stia a casa e potrà offrire a giustificazione di questa sua teoria varie ragioni a seconda del tipo di famiglia: potrà dire che forse gli altri componenti sarebbero tristi se il ragazzo andasse a scuola come gli altri e che perciò è meglio che rimanga a casa. […] Quando il metodo ha successo, i componenti della famiglia ragiungono lo scopo per provare al terapeuta che sono bravi come gli altri: cambiano “spontaneamente”. Il terapeuta dovrà accettare il mutamento quando questo avviene e lasciare che la famiglia manifesti la non grande opinione di lui nel dimostrargli che ha sbagliato. Se vuole assicurarsi che il cambiamento continui, potrà dire loro che forse si è trattato solo di un fatto temporaneo e che ci sarà una ricaduta; la famiglia, allora, continuerà a cambiare per provargli che ha torto.

Parlando di temporaneità del cambiamento, egli previene le ricadute, ma può fare lo stesso proprio favorendole; questo metodo può evitare che esse di verifichino. Il terapeuta potrà dire alla famiglia: “vedo che siete cambiati e che avete superato il problema, ma credo che questo sia accaduto troppo velocemente; vorrei che aveste una ricaduta e quindi, per questa settimana, cercate di comportarvi come facevate prima” […] Quando chiederà di tornare alla situazione originale, essi comunque resisteranno, per non avere ricadute, cosa in cui consiste lo scopo del terapeuta” (Jay Haley, La terapia del problem-solving, Nuova Italia Scientifica, 1985 Roma, pp. 71-72)

Normalmente il paziente resistente propone una relazione simmetrica. Con queste tecniche si fa perdere forza alla persona che si oppone dando una valutazione positiva del comportamento e quindi lo si prescrive. In questo modo si sovverte l’equilibrio del sistema disfunzionale interrompendo l’escalation simmetrica. È un po’ come se avesse fatto perdere l’equilibrio all’avversario usando la sua stessa forza.

1. In un ospedale psichiatrico c’era una ragazzina che quando aveva le crisi si divertiva a strappare l’intonaco dalle pareti e spesso picchiava le infermieri e le strappava i vestiti. Un giorno arrivò la chiamata. “Ruth si è scatenata di nuovo”. Ruth aveva asportato tutto l’intonaco dalle pareti. Erickson arrivò e prese a strappare le lenzuola e le diede una mano a distruggere il letto e a spaccare le finestre. Poi le suggerri “Ruth, avanti stacchiamo dal muro quella valvola del termosifone e strappiamo via la tubazione”. Poi Milton disse “Qui non possiamo fare più niente. Andiamo nell’altra stanza!” E ruth cominciò a sentirsi meno sicura :”È sicuro di dover fare così, dottor Erickson?”. Mentre attraversavano il corridoio passava un’infermiera e Milton le strappò i vestiti a questo punto Ruth reagì e andò a prendere le lenzuola per comprirla. Aveva inteso la gravità del suo comportamento vedendolo, Erickson si era infiltrato nella sua realtà folle per rovinargliela.

2. Per pazienti affette da vomiting (mangiano parecchio e poi vomitano perché ciò le dà piacere) si può procedere in questo modo:

Ai genitori si prescrive un intervento paradossale. Il genitore che di solito interviene maggiormente con le tentate soluzioni deve andare a comperare un po’ di cibi per la figlia. Tutte le mattine dovrà andare a chiedere: “Cosa vuoi oggi da mangiare e vomitare? e si fa dare il menu, una volta comprato tutto quanto è stato richiesto disporrà i cibi in bella vista sul tavolo del salotto con un biglietto: “Roba da mangiare e vomitare per…” (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 201)

Così facendo si toglie alla ragazza il gusto della trasgressione. Prima il cibo veniva nascosto o si doveva mangiare di nascosto e poi vomitare ora si è incoraggiati a farlo.

3. Ai genitori della paziente anoressica si insegna non solo la congiura del silenzio che interrompe la serie di soluzioni disfunzionali ma anche a intervenire nel contesto con strategie paradossali e provocatorie:

“Di qui in avanti voglio che lei si impegni ad attuare una sorta di operazione di squalifica del problema di sua figlia, quindi per esempio smetta di apparecchiare per lei, smetta di dirle di venire a tavola, smetta di interessarsi di quello che mangia. Anzi, di qui a quando la rivedo, voglio che tutti i giorni ricordi almeno tre volte a sua figlia, al mattino, dopo pranzo e alla sera: ‘stai attenta a quello che mangi, perché potrebbe farti male. Se aumenti troppo alla svelta potresti spaventarti!’ Quindi lei, la mattina, dopopranzo, alla sera, dovrà dire questa formula a sua figlia: “mi raccomando: sei stata attenta a quello che mangi? Che se poi aumenti troppo alla svelta poi ti spaventi!” (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 82-83)

Così facendo si tolgono alla persona i benefici secondari che ricavava dal controllare gli altri con in suo sintomo. Il sintomo perde il significato precedente collocandolo all’interno di un contesto completamente diverso:

1. “Filippo, un bambino di cinque anni, da circa tre mesi è diventato ingestibile per via di una particolare e bizzarra, quanto inarrestabile, compulsione, ripetitiva e frequente, a sputare addosso agli altri bambini della scuola, e anche alle maestre. […] La strategia consisteva nel dichiarare al bambino che si erano accorte della presenza in una scuola vicina di un altro bambino che come lui era molto bravo a sputare. La cosa le aveva meravigliate e incuriosite al punto di organizzare una sfida tra i due bambini per stabilire chi fosse il più bravo, e quindi da quel momento si aspettavano un serio allenamento in grado diportare lui e la scuola alla vittoria. Dovevano precisare che si rendevano disponibili a essere le allenatrici di questo training particolare, e che da subito avrebbero cominciato a organizzare le cose. Avrebbero quindi dovuto portare Filippo in una stanza della scuola, e qui, dopo aver disegnato un bersaglio su un grande foglio bianco, avrebbero dovuto sistemare il bambino a una certa distanza e incoraggiarlo a sputare, segnando su di un foglio i punteggi conseguiti a ogni sputo. L’allenamento si sarebbe dovuto verificare ogni giorno per tre volte durante l’arco di tutta la permanenza della scuola, per circa quindici minuti ogni volta. Tutti gli altri bambini presenti avrebbero dovuto applaudire o fischiare a seconda del successo nel colpire il bersaglio. (Andrea fiorenza, Bambini e ragazzi difficili, Ponte Alle Grazie, 2000 Milano, 93-94)

2. Posizione down per casi resistenti. Piuttosto che continuare a lottare dichiarate la resa: “Da un terapeuta ci si aspetta un risultato, un cambiamento positivo. Tutto sta a indicare che il suo stato si aggrava ed è possibile che io ne sia responsabile. Poiché non posso sopportare l’idea di peggiorare la sua condizione, è mio dovere consigliarle di consultare un terapeuta più competente di me. La potrò rivedere solo se starà meglio.”
Da notare il doppio legame finale.

3. Sempre per casi resistenti che hanno “sconfitto” altri terapeuti:

“È un discorso che io non dovrei fare. Perché tu dirai: ma che medico è uno che viene a raccontarmi queste cose? Ma dato che siamo a quattr’occhi bisogna che una volta tanto ti dica chiaramente come la penso. Non è la testa tua che va curata ma la mia. Tu sei uno che si è sistemato e molta gente ci metterebbe la firma per fare la vita che fai tu. Io, alla mattina, quando mi sveglio, so che m’aspetta una giornata dove possono andar storte novantanove cose su cento; so che dovrò lavorare dieci ore tra preoccupazioni, responsabilità e problemi di vario genere. Quando ti svegli tu, se non ti va non devi neanche alzarti. Niente incertezze, niente impevisti, tre pasti serviti di tutto punto, il golf al pomeriggio e il cinema alla sera. A pagare le spese d’ospedale ci pensano i genitori, e quando loro non ci saranno più ci penserà lo Stato. Mi spieghi perché dovresti cambiare vita? Per vivere come me? Per fare queste cose affannose che non servono a niente?” (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 140)

Con questa mossa si costringe il cliente fuori dallo schema di riferimento e quindi fuori dal gioco che aveva giocato finora: tutte le persone gli dicevano perché sarebbe dovuto cambiare e si erano prodigati in consigli dettati dal buon senso.

In questo caso una mossa paradossale consiste nella domanda: “Perché mai dovresti cambiare?”. Per i casi fortemente reattivi e competitivi ci si può anche presentare nel modo più autoritario e pessimistico possibile sostenendo che la terapia è inutile, che il cliente è un caso disperato, che è meglio lasciar perdere e che ci si gioca la propria reputazione scommettendo sul fallimento del paziente. A questo punto il gioco è cambiato ora è il terapeuta a dire che la terapia è inutile e al paziente rimangono due alternative o rinunciare al gioco “psicoterapia”oppure giocare e sconfiggere il terapeuta guarendo.

Si tratta di un intervento molto forte che non va bene per tutti i clienti.

 

Terapia provocativa

Nella terapia provocativa il compito del terapeuta sarà quello di sfidare il cliente senza disdegnare lo humour. Per esempio nel caso di un depresso che intende suicidarsi: “Il terapeuta metterà in atto vari scenari: il ‘dopo’, la messa o il servizio funebre, il discorso commemorativo (che si risolve in un fiasco, col prete che cerca disperatamente di trovare qualcosa di buono da dire sullo ‘scomparso’ e miseramente e comicamente non vi riesce), i benefici del ‘lungo sonno’, l’arrivo all’inferno del paziente defunto, il trattamento della famiglia dopo il suicidio ecc…” (Frank Farrelly, La terapia provocativa, Astrolabio, 1984 Roma)

Il più delle volte il cliente per dimostrare che il terapeuta si sbaglia mette in atto tutta una serie di comportamenti adattativi e protesta contro le affermazioni esagerate del terapeuta sul suo conto.

L’intervento paradossale può consistere quindi in una reductio ad absurdum del sintomo provocando il cliente con critiche che portano al loro estremo logico le affermazioni del paziente esagerandole: “Se provocato dal terapeuta (in modo umoristico, pieno di tatto, e all’interno del suo quadro di riferimento), il cliente tenderà a spostarsi nella direzione opposta a quella che è stata la definizione data dal terapeuta del cliente” (Frank Farrelly, La terapia provocativa, Astrolabio, 1984 Roma, p. 59).

Visto che il cliente negherà comunque le interpretazioni puntuali del terapeuta disconfermandole, tanto vale anticiparlo proponendo una serie di interpretazioni esagerate che saranno rifiutate e che lo spingano all’azione per dimostrare al terapeuta che si sbaglia.

Oppure si può incoraggiare il comportamento disfunzionale proponendo tutta una serie di ragioni plausibili perché il cliente continui nel suo comportamento patologico: “il terapeuta incarna il ruolo di Satana, tenta e spinge il cliente a continuare a ‘peccare’, a continuare a con ‘buone’ e plausibili ragioni il suo comportamento deviante e patologico” (Frank Farrelly, La terapia provocativa, Astrolabio, 1984 Roma, p. 62)

• Reductio ad absurdum: Di fronte a un cliente depresso il terapeuta esordisce dicendo che in effetti il mondo fa veramente schifo e che non ce la fa più sentire sempre i malanni della gente, non riesce più dormire perché si rende conto che hanno perfettamente ragione, tutto va rotoli e comincia a piangere… la seduta finisce con il paziente che fa coraggio al terapeuta e cerca di consolarlo dicendo che non è poi così triste la vita.

• Incoraggiare il sintomo: il cliente arriva in seduta e comincia a disperarsi, il terapeuta risponde con una frase del tipo: “Effettivamente penso che lei sia proprio un caso disperato…..” A quel punto il cliente può reagire protestando e cercando di spiegare che non intendeva dire quello, che in realtà non è poi così vero, che il terapeuta si sta sbagliando.

Ci sono poi molti altri modi per accrescere la tensione e la motivazione al cambiamento.
– Per esempio l’incoraggiare una risposta per poi frustrarla;
– la tecnica della “porta in faccia”=avanzare una richiesta gravosa e dopo aver ottenuto il rifiuto, avanzare la richiesta minore, quella effettivamente desiderata;
– regola del contraccambio o debito= “Lei non ha eseguito il compito che avevamo concordato nella scorsa seduta. Per questa volta ci passerò sopra, però nei prossimi giorni dovrà…. e si assegna un altro compito.”;
– la strategia della “scatola vuota”= si chiede al paziente – prima di proporre la prescrizione comportamentale e dopo aver accresciuto la tensione emotiva – se è pronto a fare qualsiasi cosa per risolvere il problema. Mantenere un mistero intorno alla soluzione prospettata.
– Principio di coerenza con se stessi= “una persona intelligente e sensibile come lei non dovrebbe….”
– Piede nella porta=indurre il paziente ad assumersi un piccolo e apparentemente innocuo impegno e, quindi, aumentarne gradualmente l’entità
– Colpo basso=Presentare una richiesta dissimulandone i “costi” reali, per poi aumentarli quando il paziente ha già iniziato ad eseguirla e non può più tirarsi indietro

 

Un altro esempio di intervento “provocativo”, questa volta su una paziente anoressica che ha già messo fuori combattimento molti medici:

Non capisco perché sia venuta da me. Lei è perfettamente felice e gode di una vita confortevole! Ha la fortuna di potere assaporare il fascino di scrittori meravigliosi, e non tutti possono condividere un godimento così raffinato. Rimanendo così magra, ha il piacere di avere i suoi genitori ai suoi ordini. Lei ha il potere, lo conservi!

Grazie alla sua magrezza, nessuno si accorge che ha due seni che potrebbero gonfiare la sua camicetta qui, a destra, e là, a sinistra. Nessuno si accorge che ha le natiche e le cosce, perciò nessun uomo la può seguire con lo sguardo quando cammina per strada. Non ha bisogno di servirsi della vagina: l’ha negata a tal punto che nessuna grossa verga dura la può penetrare! bisogna mettere in chiaro chi comanda, e lei l’ha fatto! Che scocciatura essere sedotta da un uomo, avere delle grosse mani sul proprio corpo, delle grosse mani che passano fra le cosce per risalire alla clitoride e accarezzarla! Che scocciatura! No signorina conservi la sua anoressia! Le voglio far risparmiare la sofferenza di una terapia. E poi sono ammirato davanti al suo professionismo. Lei ha vent’anni di pratica di anoressia, mentre io che cosa ne so? So solo quello che ho letto su due o tre libri e quello che mi hanno raccontato alcuni pazienti, mentre lei, signorina…!

No, decisamente, non riesco a trovare un motivo valido per iniziare una terapia. Ci rifletta sopra e, se fra tre settimane sarà riuscita trovarne uno, mi telefoni; ma la cosa più ragionevole è lasciar perdere. Non cambi niente perché altrimenti dovrebbe rinunciare a Proust, al potere assoluto che esercita sui suoi genitori, e soprattutto dovrebbe diventare femminile e appetibile sessualmente. Voglio risparmiarle la seccatura di una vita sessuale, con tutto il piacere che comporta.” (Dominique Megglé, Psicoterapie brevi, Red Edizioni, 1998, p. 137)

In questo intervento si possono notare per esempio la comunicazione a doppio livello da una parte (digitale) si ammira la cliente mentre dall’altra la si critica (analogico). Il tono crudo e sgarbato oltre all’intervento paradossale (non cambi!) creano confusione che consente di disseminare qua e là delle immagini sessuali insinuando l’idea del piacere: “la seccatura di una vita sessuale con tutto il piacere che comporta”.

Prescrizione del sintomo. La prescrizione del sintomo è utile anche per chi non è ostile al terapeuta, quindi non si da risalto all’aspetto di sfida terapeuta-cliente. In questa categoria sono da inserirsi tutti gli interventi paradossali tipo worst fantasy. In altre parole interventi il cui scopo è bloccare e cambiare le tentate soluzioni finora adottate.

Il terapeuta richiede espressamente la stabilità (“ok ti puoi tenere il sintomo”) ma introduce all’interno della strategia adottata dal cliente un cambiamento “significativo” prendendo così controllo del sintomo.

1. A un cliente ossessivo si può dire “Ogni volta che di qui alla prossima seduta lei esegue un rituale, se lo esegue una volta lo esegua cinque volte, né una volta di più, né una volta di meno; può non farlo; ma se lo fa una volta lo fa cinque volte, né una volta di più, né una volta di meno.” Oppure se la ossessione consiste nella ripetizione di formule mentali ci si può impossessare del sintomo trasformandolo in questo modo: “Da qui alla prossima volta che ci vedremo, ogni qual volta le viene da ripetere una delle sue formule la ripete a rovescio, tutte le ripetizioni che di solito fa, a rovescio.” (Giorgio Nardone, Psicosoluzioni, BUR, Milano 1998, pp. 56-59)

2. A una persona grassa che voleva dimagrire, dopo averle chieso di promettere di fare tutto ciò che egli gli dirà di fare, Erickson disse: “Il suo peso attuale è di 80 chili. Voglio che lei acquisti dieci chili, e quando peserà 90 chili, sulla bilancia, potrà iniziare a calare.”

3. Per coloro che hanno paura di parlare in pubblico un semplice stratagemma è manifestare apertamente la propria difficoltà piuttosto che nasconderla e tentare di controllarla: “Cari colleghi, vi prego di scusarmi in anticipo se durante questa mia presentazione potrà capitare che io arrossisca, cominci a sudare o perda il filo del discorso, perché sapete sono veramente emozionato”.

4. Una volta che il cambiamento si avvia si può pensare che la cosa migliore sia entusiasmarsi subito e incoraggiare il cliente a ulteriori miglioramenti.

Non sempre però questa mossa si rivela efficace, in molti casi è utile invece dire “Non aver fretta”, “go slow!” con un discorso di questo tipo:

“Siamo andati piuttosto di corsa. Piano, non aver fretta. quando impariamo a guidare un’auto o la moto ci piglia un po’ la mano e se non stiamo attenti e andiamo troppo forte alla prima curva brutta si va fuori strada. Piano. Adesso bisogna andare piano, rallentare. OK?” (Giorgio Nardone, Paura, panico, fobie, Ponte Alle Grazie, 1999 Milano, p. 181)

A questo primo intervento di norma segue anche la prescrizione della ricaduta: “In tal caso gli si può dire che una ricaduta non solo è inevitabile ma anzi desiderabile, perché gli consentirà di capire molto meglio la natura del suo problema e quindi dovrebbe fare il possibile per provocarla, preferibilmente prima della prossima seduta. Dentro tale schema (che è quello tipico del paradosso “Sii spontaneo”) è chiaro che non può verificarsi che uno di questi due eventi: o il paziente ricade (e in tal caso l’evento viene ristrutturato come la prova che egli sa dominarsi fino al punto di provocare intenzionalmente una ricaduta) oppure non ricade (dimostrando si sapersi dominare fino al punto di evitare intenzionalmente una ricaduta).” (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 141)

 

Spostamento del sintomo

In ipnoterapia lo spostamento del sintomo è spesso usato per trattare i dolori fisici. Si usano suggestioni del tipo: “il suo dolore scenderà lentamente dal fianco passando per il ginocchio sinistro fino al piede sinistro” (spostamento nello spazio) oppure per creare un’anestesia la sensibilità può essere fatta passare temporaneamente su una parte del corpo che non è interessata dall’intervento.

1. Chiedere al paziente di avere la sua crisi (depressiva, ansiosa, fobica, bulimica) a una determinata ora per un certo periodo di tempo – concerne anche uno spostamento del sintomo oltre alla sua prescrizione, è come dire “Il suo dolore si concentrerà dalle 8 alle 9 di lunedì, mercoledì e venerdì sera” (spostamento nel tempo). (vedi Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 102)

2. A un uomo che non riusciva ad avere una erezione Milton disse: “Ho detto a Mildred che deve andar a letto con lei ogni sera. Le ho detto di rifiutare qualsiasi suo tentativo di baciarla, di toccarle il seno, i genitali, il corpo. Si deve rifiutare totalmente. E voglio che ciò avvenga per tre mesi. Poi torneremo e discuteremo la situazione.” Ciò cambiò lo schema di riferimento ora era la moglie che rendeva impossibile l’atto sessuale.

3. Rispetto a un paziente ossessivo si può chiedere al fine di spostare l’attenzione dalle sue seghe mentali al ragionare intorno alle possibili funzioni positive del suo rimuginare e dei suoi rituali. Insomma c’è un ruolo positivo nel sintomo che occorre scoprire. Così facendo si svia l’attenzione anche dai vari tentativi di inibire il sintomo che in realtà lo amplificano.

4. Per pazienti affette da vomiting e che sono collaborative si può procedere in questo modo:

Bene, allora da qui alla prossima volta io son ben lungi dal chiederti di sforzarti di non mangiare e vomitare, tanto non ci riesci, fallo tutte le volte che ne senti il desiderio. Da ora alla prossima seduta tu mangerai.., mangerai, mangerai come ti piace tanto fare. Quando avrai finito di mangiare, nel momento nel quale di solito devi andare a vomitare, ti fermerai, prenderai una sveglia, fisserai la suoneria a mezz’ora dopo e, per mezz’ora aspetterai senza fare nulla, senza mettere nient’altro in bocca, solido o liquido che sia. Quando suonerà la sveglia correrai a vomiterai, né un minuto prima, né un minuto dopo.” (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 203)

Gradualmente questi tempi verranno allargati, aumentando l’intervallo del tempo il vomito da piacevole diventa faticoso e sgradevole.

Si noti che con lo spostamento del sintomo si da sempre questa doppia comunicazione intorno alla coppia stabilità/cambiamento che consente di ottenere la collaborazione del paziente e di cominciare a prendere il controllo del sintomo. Come al solito i piccoli passi sono sempre i più proficui, una richiesta troppo drastrica scoraggia e attiva le resistenze del paziente.

Con pazienti meno motivate al cambiamento si può porsi in un atteggiamento di sfida del tipo. “Se vuoi godere di più occorre aspettare” oppure chiedere di ridurre gli attacchi di vomito con un discorso del tipo: “Ah si, ti piace così tanto mangiare, però secondo me tu ti dai le arie di essere una vera trasgressiva ma non lo sai mica fare. Anzi, ti dirò di più, secondo me non riesci a godertela abbastanza. Se vuoi io ti posso insegnare a godertela di più, perché tu mangi a caso, quello che trovi… Proprio come in una performance erotica non credi che quello che conta di più sia la qualità dei coiti piuttosto che la quantità? Quindi chi te lo fa fare di mangiare e vomitare 3, 5 volte al giorno? Io credo che siano solo poche le volte veramente soddisfacenti. Perché non selezioniamo insieme come è più bello farlo, quali sono i cibi che ti danno più gusto, qual è il modo di farlo che ti piace di più, in che luogo ti piace di più, a che ora ti piace di più? Hai mai provato a selezionare? Io propongo una volta al giorno fatta veramente bene.” (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 205)

Notate la ristrutturazione che fa uso degli schemi mentali della paziente per “catturarla”.

 

Solcare il mare all’insaputa del cielo (misdirection)

Si tratta di manovre suggestive che permettono di distrarre l’attenzione lontano dagli schemi rigidi e disfunzionali. Potremo dire che costituiscono anche una sorta di interruzione dello schema per diversione.

1. Un classico esempio di tale stratagemma è la prescrizione di un diario di bordo sul quale annotare accuratamente data, luogo, ora, persone presenti, sensazioni in successione, etc. per ogni crisi di panico o fobia. Il paziente pensa che si tratti di una raccolta di informazioni per il terapeuta, in realtà è una manovra tesa alla distrazione dell’attenzione sul compito.

2. Altra tecnica (la prescrizione dell’antropologo):

“Nei prossimi giorni io voglio che lei, quando va fuori, faccia quello che di solito fa un antropologo quando va a studiare una particolare cultura. Egli osserva attentamente il modo di comportarsi delle persone, come si muovono, come parlano, i modi di agire, ecc. e sulla base di tali osservazioni cerca di capire tali persone e le regole che governano il loro comportamento, la loro società, la loro cultura. Voglio che lei si sforzi di capire, dal loro modo di agire, che tipo di persone sono. Sono convinto che con la sua sensibilità e capacità di attenzione, scoprirà cose interessanti di cui mi parlerà alla prossima seduta.”

3. Per i pazienti ossessivi può essere utile, nella fase di conclusione della terapia, quando, malgrado i miglioramenti ottenuti, costoro mantengono un’inclinazione ossessiva nella loro analisi della realtà, dare una prescrizione chiamata “la formula magica”:

In concomitanza di ogni sega mentale si deve scrivere 5 volte su un quaderno apposito la frase: “Think little and learn by doing!”. Tale compito viene assegnato senza spiegare il significato della frase se la persona non sa l’inglese se la può far tradurre. Questo compito è anche una sorta di doppio legame perché la persona per evitare di scrivere questa roba che la fa sentire stupida finisce col smettere di farsi seghe mentali. Se invece continua a farsi seghe mentali il solo atto di scrivere 5 volte la frase costringe a interromperle e ha anche una funzione ironica nei confronti del sintomo.

4. Per pazienti affetti da agorafobia:

“Da qui alla prossima seduta lei eseguirà alla lettera ciò che sto per chiedere, sabato alle ore 10,00 lei si preparerà di tutto punto per uscire, andrà alla porta della sua casa, prima di aprire farà un’altra piroetta. Dopo di che aprirà la porta, uscirà, chiuderà la porta, farà un’altra piroetta, dopo di che scenderà le scale, arriverà al portone del palazzo, farà un’altra piroetta, lo aprirà e uscirà, dopo di che farà un’altra piroetta e si incamminerà verso il centro. Lei andrà al mercato ortofrutticolo e cercherà la mela più grossa, più rossa e più matura che le sarà possibile trovare. Comprerà solo quella mela e me la porterà qui al mio studio. Consideri che io sarò occupato quindi lei busserà alla porta del mio ufficio, io verrò ad aprire, lei mi lascerà la mela che io mi mangerò per colazione e ci vedremo al prossimo appuntamento.” (Giorgio Nardone, Paura, panico, fobie, Ponte Alle Grazie, 1999 Milano, pp. 65-66)

Tra le due suggestioni: uscirà, si incamminerà …. e porterà la mela nello studio poi ci rivedremo al prossimo appuntamento; viene dato un compito indipendente che per essere eseguito presuppone l’essere usciti di casa. Questo compito focalizza l’attenzione su qualcosa d’altro così come le varie “prescrizioni magiche” del tipo fare una piroetta.

 

Residuo irrisolto

1. Questa tecnica è costituita da una ristrutturazione ed è basata sul concetto del “residuo irrisolto” concetto in uso nella terapia ipnotica per evitare le recidive:

“Voglio che conservi una parte del suo problema, diciamo il 10%, quando sarà terminata la terapia. Le chiedo di fare attenzione a mantenere il 10% del problema irrisolto, per ricordo. Altrimenti in futuro non sarebbe capace di ricordarsi che l’ha risolto, e non voglio privarla di un ricordo del genere”.

2. Una tecnica efficace per mantenere i risultati raggiunti in coloro che sono riusciti ad avere un rapporto col cibo equilibrato è “il piccolo disordine che mantiene l’ordine”: “Dietro ogni limite ci sta la trasgressione, più ti dai un limite rigido, più sarai portata a trasgredirlo. Se tu invece costruisci un ordine che contempli il disordine non hai più bisogno di trasgredire, perché un piccolo disordine ti evita un grande disordine […] Bisogna concedersi qualcosa: se te lo concedi potrai rinunciarvi; se non te lo concedi sarà irrinunciabile” (p. 84)

Ristrutturazione: Se con alcune tecniche precedenti si dava al cliente una falsa illusione di alternativa, nella ristrutturazione si cambia attraverso un intervento paradossale la visione del mondo del cliente perché si renda conto che ci sono altre alternative di livello logico superiore alla dicotomia nel quale è impelagato o al significato attribuito all’evento. Ribaltando o cambiando il significato dell’evento cambia anche la risposta ad esso. Il racconto proposto da paziente non viene rifiutato a priori bensì arricchito con altri elementi fino alla sua trasformazione.

1. “Un padre trascinò letteralmente sua figlia da me tenendole un braccio piegato dietro la schiena, la fece sedere con uno strattone e ringhiò: “Siediti”.

“C’è qualcosa che non?”, chiesi.

“Questa ragazza è una puttanella!”,

“Non mi serve una puttana; perché me l’ha portata?”.

Ecco un’interruzione degna di questo nome. Questo genere di battuta iniziale è la mia preferita; con una battuta del genere, si può veramente mandare uno in cortocircuito. Se subito dopo gli si rivolge una qualsiasi domanda, non riuscirà mai più a tornare là da dove era partito.

“No, no! non è questo quello che volevo dire…”

“Chi è questa ragazza?”.

“Mia figlia”

“Lei ha costretto sua figlia a prostituirsi!!!”

“No no! Lei non capisce…”

“E l’ha portata qui, da me! Che schifo!”

“No, no, no! Ha capito male!”

Quest’uomo che era entrato urlando e ringhiando, adesso mi sta supplicando di capirlo. Ha completamente cambiato prospettiva: ora non assale più la figlia, ma si sta difendendo. Nel frattempo, sua figlia, in silenzio, si sta facendo matte risate.

“Bhe mi spieghi la situazione allora”

‘Ecco, il fatto è che penso che le succederanno cose orribili”

“Certo, se le insegna quella professione ha perfettamente ragione!”

“No, non, vede, è che…”

“Beh che cosa vuole che io faccia, allora? Cos’è che vuole”.

Lui allora comincia a spiegarmi che cosa voleva. Quando ha finito, dico: “Lei l’ha portata qui tenendole un braccio piegato dietro la schiena, e l’ha sballottata qua e là. Questo è esattamente il modo in cui vengono trattate le prostitute; ecco cosa le sta insegnando a fare”.

“Beh, io voglio costringerla a …”

“Oh, costringerla”… insegnarle che gli uomini controllano le donne sbattacchiandole qua e là, comandandole a bacchetta, storcendo loro un braccio dietro la schiena e costringendole a fare cose che non vogliono fare. È così che fanno i protettori. Le resta soltanto da chiederle i soldi in cambio”

“No, io non sto facendo questo. È che lei va a letto col suo ragazzo”.

“Si è fatta pagare?”

“No”.

“Lo ama?”

“È troppo giovane per poter amare”

“Forse che non amava lei, suo padre, già da piccolissima?”. Ecco che prende forma l’immagine di lei piccolissima, seduta sulle ginocchia del babbo. Con un’immagine del genere si può mettere nel sacco qualsiasi vecchio brontolone.

“Mi permetta di farle una domanda. Guardi sua figlia… Non vuole che riesca a provare il sentimento dell’amore, e che viva il comportamento sessuale come una cosa piacevole? La morale di oggi non è più quella di una volta, e lei non è costretto a farsela piacere. Ma le piacerebbe forse se l’unico modo in cui sua figlia imparasse ad avere rapporti con gli uomini fosse lo stesso che ha avuto cone lei quando l’ha fatta entrare in questa stanza qualche minuta fa? E che aspettasse i venticinque anni per sposare qualcuno che la picchiasse, la sbattacchiasse, la maltrattasse e la costringesse a fare cose che non vuol fare?”.

“Ma potrebbe commettere uno sbaglio, e questo potrebbe farle del male”.

“È possibilissimo. Può senz’altro darsi che tra due anni quel tizio la pianti in asso e se ne vada. E quando starà male e si sentirà sola… non avrà nessuno a cui rivolgersi, perché odierà suo padre con tutta se stessa. Se venisse da lei, si sentirebbe rispondere: ‘Te l’avevo detto’”.

“Anche se a quel punto riuscisse da sola ad andarsene per trovare qualcun altro con cui istaurare un vero rapporto, una volta che avesse dei figli suoi, i suoi nipoti, non verrebbe mai a farglieli vedere. Perché rammenterebbe quel che lei le ha fatto, e non vorrebbe che dei bambini imparassero cose del genere…”.

A questo punto non sa più cosa pensare, e allora è il momento di colpire duro. Lo guardi diritto negli occhi, e gli dici: “Non è forse più importante che sua figlia impari ad avere dei rapporti d’amore… oppure dovrebbe imparare a far propria la moralità del primo uomo capace di costringerla a fare ciò che lui vuole? I protettori fanno proprio questo”.

Provate a trovare una via d’uscita. Non ce ne sono. Il suo cervello non aveva più modo di tornare indietro per fare ciò che faceva prima. Non poteva comportarsi come un protettore. […] potrebbe per esempio insegnare a sua figlia qual è il modo in cui un uomo deve comportarsi nei confronti di una donna. Perché allora, se l’esperienza che sua figlia vive con quel tizio non va bene, lei ne resterà insoddisfatta. Deve fare in modo che stia meglio con loro che con quel tizio che le ronza intorno.” (Richard Bandler, Usare il cervello per cambiare, Astrolabio, 1986 Roma, p. 64)

 

2. “un interno di dodici anni faceva di tutto per disturbare la lezione chiacchierando continuamente e comportandosi in modo indisciplinato. Disolito per punizione veniva mandato nella sua camera e, siccome si rifiutava di rimanervi, vi veniva chiuso dentro a chiave. Da alcuni giorni aveva cominciato a picchiare contro la porta chiusa con pugni e calci, anche per ore, finché non lo si faceva uscire. Esortazioni e minaccie rimanevano senza risultato. Come ultima ratio, ai sorveglianti non rimaneva che la cella di isolamento in cantina. Ma il ragazzo riuscì a continuare anche lì con i suoi colpi udibili in tutto il palazzo. […] Il mio collega lo interpretò come problema di interazione fra gli interni della casa e il persona le di sorveglianza e cambiò da cima a fondo il significato che la situazione aveva per il ragazzo proponendo un gioco ai suoi compagni: tutti dovevano cercare di indovinare per quanto tempo il punito avrebbe continuato a battere. Il premio per la valutazione più vicina al vero sarebbe stato una bottiglia di Coca Cola. […] Uno dei ragazzi sgattaiolò fuori dalla classe, corse fino alla finestra della cella d’isolamento e gridò: “Per piacere, va’ avanti a battere ancora per sette minuti, così vinco una bottiglia di Coca Cola.” I colpi smisero” (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 120)

 

3. “È anche possibile comunicare delle ristrutturazioni in modo indiretto, quasi casuale e apparentemente non intenzionale. Una volta Erickson fu consultato dalla madre di una quattordicenne che, pensando che i suoi piedi fossero troppo grandi, si isolava sempre di più standosene quasi sempre a casa, andando malvolentieri a scuola e evitando le amiche. Come si può facilmente immaginare, tutti cercavano di convincerla che i suoi piedi erano normali e che l’idea che fossero troppo grandi era unicamente frutto della sua fantasia. Nell’interazionefra la ragazza e le persone che la circondavano si era così creato e saldamente stabilito il solito gioco senza fine. Quanto più i discorsi che gli altri le rivolgevano erano animati da buone intenzioni, tanto più lei si intestardiva nell’idea delle deformità dei suoi piedi. Erickson si mise d’accordo con la madre di andarla a trovare a casa sua con lo scopo apparente di un esame medico alla madre stessa. Nel corso dell’esame pregò la ragazza di portargli una salvietta, di mettersi in piedi dietro di lui e di tenersi pronta a dargliela. Poco dopo fece un passo indietro e “per errore” le pestò con violenza i piedi. La ragazza lanciò un’esclamazione di dolore, al che lui si voltò e disse con voce adirata: “Se tu lasciassi crescere quei tuoi piedi abbastanza perché un uomo li possa vedere, questo non accadrebbe”. (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 121)

 

4. Per una paziente di Erickson il sesso era un’attività dolorosa e spiacevole. Essa si sentiva una nullità poiché da quando aveva 6 anni fino a 17 anni era stata molestata sessualmente dal padre.

Erickson disse: “Questa è una triste storia, e la cosa veramente triste è … che lei è una stupida! Lei mi viene a dire che è spaventata da un pene eretto, gagliardo, duro e ciò è stupido! Lei sa di avere una vagina; io lo so. Una vagina è capace di prendere il pene più grosso, più gagliardo, più vigoroso che ci sia e trasformarlo in un misero cindolino. E la sua vagina può provare il maligno piacere di ridurlo a un misero cindolino.”

 

5. Un paziente fobico che si fa aiutare dai parenti anche per fare due passi fuori casa in realtà si sta ingabbiando sempre più, il sostegno sociale da parte dei parenti funziona come una “tentata soluzione” che mantiene e aggrava il problema. La prima mossa da fare in questo caso è una ristrutturazione che utilizzi la paura del paziente contro il disturbo fobico:

“Bene, vorrei passare ad una prima riflessione che la invito a fare durante la prossima settimana. Io vorrei che lei pensasse che ogniqualvolta lei chiede aiuto e lo riceve, riceve contemporaneamente due messaggi: uno, evidente è “ti voglio bene, ti proteggo”. Il secondo, meno evidente, ma più sottile e più forte è “io ti aiuto perché da solo non puoi farcela”. A lungo andare il secondo di questi messaggi contribuisce non solo a far persistere, ma a far aggravare i suoi sintomi di paura. In quanto tale conferma funziona come un vero e proprio rinforzo ed incentivo alla sua sintomatologia. Però badi bene, io non le sto chiedendo di non chiedere più aiuto perché lei ora non è in grado di non chiedere aiuto. Le sto chiedendo soltanto di pensare che ogniqualvolta chiede aiuto e lo riceve contribuisce a far persistere e a far aggravare i suoi problemi. Però mi raccomando non si sforzi di riuscire a non chiedere aiuto poiché non è in grado di non chiedere aiuto.

(Giorgio Nardone, Paura, panico, fobie, Ponte Alle Grazie, 1999 Milano, p.110)

(notate l’uso ripetuto delle negazioni)

6. Per le bulimiche che mostrano una moralità rigida ci si può avvalere di una ristrutturazione che provocatoriamente colleghi l’abbuffarsi al sesso sfrenato. Ci si propone così di mettere il sintomo bulimico contro il sistema di valori e principi morali della persona:

“Io voglio che lei cominci a pensare che quando mangia e non ne può fare a meno, in realtà è come se facesse un’altra cosa… Una cosa che lei fa nella maniera più trasgressiva, più perversa… Provi a immaginare che quando mangia in realtà sta facendo un’altra cosa, ma non le dico cosa, ci arrivi da sola…”. Una volta che la persona coglie il nesso il terapeuta propone la “fantasia dell’incontenibile sessualità”:

“Allora io voglio che da qui alla prossima volta lei eviti di sforzarsi di non mangiare, tanto lo farebbe comunque, però ogni volta che lo fa pensi che è come se lei si svegliasse la mattina in preda a un raptus sessuale incontenibile, uscisse per strada e il primo uomo che incontra, bello o brutto non importa – tanto a lei interessa solo il sesso – lo prende e lo spinge dentro a un portone e consuma il rapporto sessuale più perverso, più trasgressivo ma più gustoso possibile, fino proprio al massimo piacere… Poi, appena finito, esce di lì e si sente in colpa, sporca, e sta male tutto il giorno. Ma la mattina dopo si risveglia e ha la stessa incontenibile pulsione: allora esce, e il primo uomo che incontra, bello o brutto che sia non importa, rifà la stessa cosa fino al massimo del piacere… e poi si sente in colpa.” (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 131)

 

7. Un raggazzo viene sospeso. La mamma va a casa e gli dice che il preside dà grande importanza alla frequenza delle lezioni che ritiene indispensabili perché uno studente non resti indietro. Lei ritiene che molto probabilmente lo ha sospeso anche per questo, per farlo bocciare. Fa inoltre notare che se fosse riuscito ad andare bene o anche meglio di quando frequentava la scuola il preside sarebbe arrossito dalla vergogna. A quel punto gli consiglia di non andare troppo bene a scuola così che il preside non debba perdere la faccia. (Change, p. 143)

In questo modo l’ostilità e l’odio verso il preside vengono incanalate in un compito costruttivo tramite una semplice ridefinizione della realtà.

 

Tecnica del “come se”

Questa tecnica parte dal presupposto che “Se vuoi vedere, occorre che tu impari ad agire” formulato da Heinz von Foerster. Come a dire che se riusciamo a mettere in atto un comportamento che è problematico o “impossibile” all’interno del nostro modello del mondo, il suo porlo in atto ha la capacità di retroagire sulla nostra realtà di second’ordine scardinandola.

In effetti, il bambino – e lo dimostra Piaget nell’opera “La costruzione del reale nel bambino” – costruisce la sua percezione della realtà a partire da attività esplorative malgrado l’idea comune che l’agire segua necessariamente al pensare.

D’altronde sono le prime esperienze disponibili all’interno del sistema familiare che costituiscono i presupposti per le inferenze disfunzionali e patogene sulla realtà circonstante. Per esempio se i genitori sono rifiutanti il bambino può inferire che si merita il rifiuto; se i genitori sono capricciosi, lunatici o particolarmente nervosi il bambino potrà sviluppare un senso di pericolo costante e divenire iper-vigile ecc. (è il fenomeno del deutoreoapaprendimento)

La tecnica del “come se” deve la sua efficacia molto probabilmente anche al fenomeno della dissonanza cognitiva. La dissonanza cognitiva è una teoria che si basa sull’assunto che “l’individuo mira alla coerenza con se stesso. Le sue opinioni e i suoi comportamenti, per esempio, tendono a comporsi in complessi intimamente coerenti.” [Festinger, A theory of cognitive dissonance, Standford University, 1957]. In altri termini quando si presenta un conflitto tra pensieri, emozioni o comportamento, quelli in conflitto tenderanno a cambiare per minimizzare la contraddizione e il disagio che ne deriva. La persona può infatti tollerare solo un certo numero di discrepanze tra questi componenti che formano la sua identità. Tenderà perciò a diminuire le cognizioni dissonanti, a rafforzare e aumentare quelle consonanti con una particolare condotta.

In altre parole si segue la tecnica di Blaise Pascal – che non era certo l’ultimo della lista in quanto a capacità persuasorie – quando consigliava a coloro che decidevano di credere – ma che avevano difficoltà a suscitare interiormente la fede – di comportarsi come se credessero già: <<andate in chiesa, inginocchiatevi, pregate, onorate i sacramenti, comportatevi come se voi credeste. La fede non tarderà ad arrivare>>.

Si potrebbe obiettare che la prescrizione “come se” ha una efficacia fittizzia poiché è basata su una finzione. A questo proposito occorre ricordare il filosofo tedesco Hans Vaihinger (1852-1933) nell’opera La filosofia del “come se” (1911) spiega come la filosofia, la religione, la scienza si fondino su finzioni che non sono provabili. È grazie alla funzione linguistica del ‘come se’ che il pensiero è capace di fingere a se stesso l’esistenza di certi enti per poi utilizzare i sistemi di pensiero creati al fine di operare pragmaticamente nel mondo.

La finzione, in quanto libera produzione della psiche, è arbitraria; ma, se utilizzata consapevolmente, ha un valore euristico-pratico notevole; pensiamo soltanto alle grandi costruzioni del pensiero come la matematica.

D’altronde gli stessi teoremi di Gödel e il costruttivismo dimostrano che le finzioni sono irrinunciabili e ineliminabili, poiché qualsiasi teoria si costruisce a partire da proposizioni che sono originate da un osservatore con i suoi presupposti e idiosincrasie. Queste teorie sono creazioni di una persona umana – che non può avere un accesso diretto a una realtà oggettiva – e quindi non possono essere difese entro il quadro della teoria medesima senza cadere in contraddizione.

La cosa curiosa ciò è che ciò che è “inesatto” può tuttavia avere validità pragmatica e quindi ciò che è utile non deve necessariamente essere “vero”.

Proprio per questo, quando una finzione “come se” ha adempiuto il suo compito può uscire tranquillamente di scena. Questo almeno è ciò che accade nella scienza.

E per chiarire meglio questo concetto Watlawick riporta un racconto particolarmente illuminante:

“Un padre ha disposto che la sua eredità vada per metà al figlio maggiore, per un terzo al secondo e per un nono al figlio minore. L’eredità consiste in 17 cammelli, e per quanto i figli, dopo la sua morte, voltino e rivoltino il problema da tutte le parti, non trovano alcuna soluzione se non quella di smembrare alcuni animali. A un certo punto, non si sa da dove, arriva un mullah, un predicatore itinerante, ed essi gli chiedono un consiglio. Questi dice: “Ecco qui – vi do il mio cammello in aggiunta ai vostri; così sono diciotto. Tu, il maggiore, ne ricevi la metà, quindi nove. – Tu, secondo, ne ricevi un terzo, e cioè sei. – A te, il minore, spetta un nono, quindi due cammelli e ne rimane uno, cioè il mio”. Così dice, sale in sella e se ne va. (Paul Watzlawick, Il codino del Barone di Münchhausen, Feltrinelli, 1989 Milano, pp. 111-112)

 

1. Fantasia del miracolo

È una tecnica che deriva da quella messa a punto da Steve de Shazer (1988):

“Questo compito è una fantasia che dovrai fare tutte le mattine, di qui a quando ci rivedremo. Voglio che tutte le mattine, mentre ti lavi, ti vesti, tu ti faccia questa concreta fantasia, una fantasia magica. Immagina che esci da questa stanza, come oggi uscirai da questa stanza, che chiudi dietro di te la porta, come oggi chiuderai la porta, e appena uscita di qui – come per miracolo – il tuo problema è scomparso, non esiste più. Cosa cambierebbe subito nella tua vita? Quali altri problemi dovresti affrontare? Fatti questa fantasia tutte le mattine, immaginando proprio che vai oltre il problema.” (Giorgio Nardone, Le prigioni del cibo, Ponte Alle Grazie, p. 77)

Tale tecnica è utile – oltre che per l’autoinganno positivo orientato alla soluzione – anche per raccogliere una serie di informazioni importanti sui vantaggi secondari o sull’ecologia del cambiamento perché si tratta di un vero e proprio pseudorientamento nel tempo.

La prefigurazione dell’obiettivo è un semplice stratagemma per orientare il comportamento del cliente in accordo con le aspettative generate, funziona un po’ come una profezia che si autodetermina (questa volta per avviare un circolo virtuoso). Consente inoltre di uscire – anche se per un attimo – dal proprio stato problema cominciando in tal modo a perturbarlo.

Può essere particolarmente utile utilizzare la formula suggestiva “quando”: “Che cosa pensate che accadrà quando riuscirà ad affrontare il suo capo?”. Il “quando” implica la certezza del cambiamento diversamente dal se: “Che cosa pensate accadrebbe se riuscisse ad affrontare il suo capo?” che trasmette un messaggio alquanto diverso.

 

2. Tecnica del come se per realizzare un cambiamento minimale volto all’attivazione dell’effetto Butterfly (Thom, 1990):

“Voglio che tu, tutti i giorni, la mattina, mentre ti lavi, ti vesti, ti prepari… ti faccia questa domanda: ‘Cosa farei oggi, nella giornata di oggi, di diverso da quello che faccio usualmente, come se pensassi che il mio problema è completamente scomparso. E fra tutte le cose che ti vengono in mente e che potresti fare, scegli la più piccola, la più minimale e la metti in pratica. La prossima volta mi porterai la lista delle cose che hai fatto.” (Le prigioni del cibo, p. 81)

 

3. Domande solution-oriented che presuppongono un cambiamento (vedi linguaggio ipnotico)

“Tra il momento in cui ha telefonato per prendere l’appuntamento e oggi, quali cambiamenti ha osservato nella sua vita?”

“Quando starà ancora meglio, da quali indizi lo capirà?”

“Fra i cambiamenti che ha osservato, quali sono quelli che le piacerebbe vedere accresciuti?”.

Alla conclusione della terapia: “Ogni mattina, quando ti lavi, ti vesti, ti prepari, pensa a come ti comporteresti se fossi sempre stata una ragazzina decisa e non fossi mai stata indecisa e poi fra tutte le cose che ti vengono in mente, scegli la più piccola ma concreta e mettila in pratica. Ogni giorno fai una cosa diversa.

 

“Come se” nell’ipnosi

Le teniche “come se” hanno una loro origine nell’ipnosi, per esempio per far andare in trance una persona posso chiedere come sarebbe se fosse in trance e farmi descrivere in tutti i dettagli la trance fino a simulare una trance profonda. Anche Erickson in alcuni casi faceva così: “Mandare Dolly in trance era una faticaccia. Non poteva proprio entrare in trance profonda. Le impartii la suggestione che avrebbe potuto ‘imparare a entrare in trance’. […]
Così dissi al soggetto che era indispensabile che facesse finta di entrare in trance. Le dissi di aprire gli occhi e semplicemente essere in grado di veere la mia mano. Quindi le dissi che la sua visione periferica si sarebbe offuscata sempre più, fino a essere limitata solo alla mano. […] E ben presto si sentì sicura di vedere solo la mia mano, senza la scrivania, o me, o la sedia. Allora la feci uscire e poi rientrare dalla trance leggera, poi ripetere andando in trance profonda. Lei simulò più volte una trance profonda, sino a che non divenne effettivamente vera.” (La mia voce ti accompagnerà, p. 66)

Mesmer

La storia dell’ipnosi: dal mesmerismo alla psicoterapia

Gli eventi che vanno dal 1766 al 1900 circa, sono da considerarsi i precedenti storici della psicoterapia contemporanea, cioè quei precursori che hanno dato forma ai primi modelli teorici per la cura del disagio psichico senza l’apporto di farmaci.

Introduzione

Gli eventi che vanno dal 1766 al 1900 circa, sono da considerarsi i precedenti storici della psicoterapia contemporanea, cioè quei precursori che hanno dato forma ai primi modelli teorici per la cura del disagio psichico senza l’apporto di farmaci, elettroshock e forme di riabilitazione psichiatrica

Inoltre la storia dell’ipnotismo viene fatta coincidere con la storia della psicoterapia stessa. Molti autori del passato hanno dato intepretazioni al fenomeno ipnosi che tutt’oggi persistono e tendono a condizionare coloro che si avvicinano a questo strumento clinico. Per cui ho ritenuto importante raccontare questa storia al fine di mettere in luce come molte idee del passato, fraintendimenti di personaggi storici alle prese con quella che è considerata la prima forma di psicoterapia, abbiano contribuito a mantenere in voga idee e preconcetti erronei. Per esempio l’idea per cui sotto ipnosi si perda il controllo, si abbiano ricordi del passato che non si hanno in stato di veglia, che si sia in balia dell’ipnotista e molti altri.

Il concetto di magnetismo animale

Sappiamo che la Parola psicologia viene usata su testi scritti per la prima volta tra il 1511 e il 1518 da Marcus Marulus, ma che tale parola venne usata per la prima volta con un significato analogo a quelli che potremmo dargli oggi nel 1594 e nel 1597, rispettivamente da Otto CassMann e Rodolfo Goclenio.

Anche se saranno prima Christian Wolff e successivamente Immanuel Kant a sancire la nascita della psicologia come disciplina scientifica, riconoscendone la particolarità dei metodi di studio dovuti alla particolarità dell’oggetto di studio (la psiche, che non ha la forma a priori dello spazio come il corpo per la medicina).

Ciononostante non esisteranno università di psicologia fino a molto tardi nella storia. La nostra storia comincia invece nel XVIII secolo, e troviamo una facoltà di medicina che coltiva ambizioni di scientificità e credibilità alle quali non vuole rinunciare.

E’ importante menzionare i tre pilastri della medicina di allora (ed in buona parte di oggi) per comprendere quanto il mesmerismo sia stato vissuto come inconcepibile e spaventoso.

  • il malato è sede di una malattia
  • per ogni malattia è possibile identificare una causa o una serie di cause specifiche
  • tramite un’opportuna terapia basata su farmaci, diete o interventi chirurgici è possibile ristabilire il funzionamento delle diverse parti che costituiscono l’organismo

Franz Anton Mesmer fa la sua apparizione nel mondo medico viennese nel 1766 con la sua tesi dal titolo “dissertazione fisico-medica sull’influsso dei pianeti”. Il suo lavoro, profondamente influenzato da Isaac Newton e la scoperta della forza di gravità, voleva spiegare come i fenomeni organici fossero onfluenzati dagli influssi gravitazionali. In sostanza riteneva che come gli astri influenzano le cose sulla terra, le cose sulla terra influenzano l’organismo degli animali e dunque dell’uomo. Riteneva che come esistesse una gravità planetaria ne esistesse una per gli esseri viventi, gli animali appunto. Ma che a causa della sua sottigliezza fosse impalpabile.

La pratica del magnetismo, cui si dedicherà nel 1772, era gia in disuso nella medicina dell’epoca in quanto ritenuta obsoleta e vicina all’esoterismo. Qui abbiamo la prima pietra angolare di molti preconcetti e credenze sull’ipnotismo che sono trasportati fino ai giorni nostri. Infatti gia ai suoi inizi, Mesmer, sarà visto con sospetto e diffidenza dallo stesso mondo medico nel quale è stato formato in quanto si dedicherà prevalentemente a pratiche che la medicina stava gia abbandonando.

Siamo in un’epoca in cui la medicina stava costruendo a fatica la propria credibilità come scienza, rinnegando la “demonologia” e ogni altra credenza non organicista ritagliando così il suo spazio, la sua credibilità ed il diritto di esistere anno dopo anno.

Nel frattempo Anton Mesmer seguiva le applicazioni del magnetismo secondo le indicazioni di padre Hell, un personaggio illustre che si dedicò solo marginalmente alla pratica del magnetismo. Questi riteneva che fosse particolarmente efficace con persone affette da malattie dei nervi.

Nel 1773 Mesmer riuscirà a guarire la signorina Osterlin. Questa avrà una profonda crisi. La “crisi” è qualcosa di simile alle convulsioni, con o senza grida e rantoli. Molto probabilmente ciò dipende da alcuni fattori inerenti la tipologia di metodo utilizzato e la concezione di guarigione e malattia del terapeuta. In ogni caso Mesmer sarà molto impressionato da questo evento guaritore, ritenendo che la “crisi” non è altro che un’accellerazione della malattia e delle sue fasi, permettendo così la guarigione.

Quindi la guarigione non si ha ristabilendo un’equilibrio ma foverendo il corso della malattia. Altra concezione che si contrapponeva fortemente alla Facoltà di Medicina.

Mesmer in base ai risultati così ottenuti iniziò a formulare un’ipotesi molto particolare. Cominciò a ritenere che il magnetismo fosse possibile solo grazie al rapporto tra ipnotizzatore e paziente, per cui andò riducendo l’importanza dei magneti in favore della relazione specifica medico-paziente. Anche questo concetto lo mise in cattiva luce. Poichè si abbandonava l’idea della cura come medicina od altra operazione (tra cui l’uso di magneti) in favore del rapporto medico paziente in una pratica che induceva i pazienti malati di nervi (perlopiù ritenuti donne) ad avere delle crisi che in qualche modo ricordavano la perdita dei freni inibitori. A questo vanno aggiunti i 27 punti delle “memorie” di Mesmer in cui egli critica la medicina ufficiale fino ad accusare i medici di approfittare della superstizione dei loro pazienti. Tutte cose che contrapporranno Mesmer alla medicina ufficiale costringendoli ad un duro scontro.

In attesa di questo evento Mesmer cura da cecità una nuova paziente, la signorina Paradis, la quale però ritornerà cieca dopo che i suoi genitori gli impediranno di proseguire le cure di Mesmer. Questo evento farà ritenere ad Anton che la società Viennese non è pronta alle sue cure e deciderà di partire alla volta di Parigi. Sarà qui, nel 1779, che pubblicherà le memorie di cui sopra, dove accuserà la medicina ufficiale ed i medici, gettando le basi per quella che sarà la catastrofe del magnetismo.

In queste memorie sostiene, in sostanza, quattro assunti di base:

  • la malattia ha la sua origine nella distribuzione non omogenea del fluido nel corpo. Ristabilendo tale equilibrio si ottiene la guarigione
  • l’universo è riempito da questo fluido sottile che forma una connessione tra l’uomo e la terra
  • il fluido può essere incanalato e immagazzinato
  • è possibile produrre nel paziente le famose crisi che hanno valore terapeutico

Ovviamente tutti e 4 gli assunti, i pilastri della sua teoria, sono in netto e totale contrasto con molte delle verità scientifiche dell’epoca. In particolar modo con la medicina, che stava faticosamente liberandosi da credenze spiritualiste, demonologiche ed esoteriche e non apprezzava certo il passo indietro cui Mesmer aveva la pretesa di costringerla con l’idea del fluido magnetico e del magnetismo.

Parigi e la caduta di Mesmer

Non sono riuscito ad accertarmi di quando Mesmer fosse entrato a far parte della massoneria. Ciò che è certo è che egli ne faceva parte. In ogni caso era sempre stato a contatto con personaggi illustri dell’epoca, conosceva il medico di Isaac Newton e probabilmente lo stesso Newton, da cui alcuni autori ritengono abbia plagiato più idee per giustificare il suo magnetismo. Sicuramente era una persona dal carisma notevole, ammaliante e convincente. Sicuramente aveva contribuito a fondare o fondato direttamente la società dell’armonia (una società massonica) di cui facevano parte aristocratici e nobili. Era conosciuto per fama alla corte di Re Luigi XVI ed alla Casa Bianca grazie a persone vicine al presidente americano che per motivi di ambasceria, studio e relazioni diplomatiche stavano passando un periodo della loro vita a Parigi. Anch’essi probabilmente membri della massoneria d’oltre oceano.

Ma come mai Mesmer riuscì ad ottenere tanta fama ed attenzione?

La risposta è quasi banale. Arrivato nella Parigi pre-rivoluzionaria si ritrova in un periodo di particolare fervore anti-medico, esisteva persino il “partito radicale anti-medico” o qualcosa di molto simile ad esso. La psichiatria dell’epoca cercava la stessa rivalsa scietista di cui la medicina si era resa capace, ma molte delle malattie di nervi restavano incomprensibili ed etichettate come “dovute all’immaginazione”, in quanto ancora sfuggiva la complessità della malattia mentale e del disagio psichico. Per cui in quell’esercito di malati immaginari Mesmer trovò molte persone cui proporre la sua cura e la sua neonata concezione della malattia, “ostruzione del fluido vitale”.

Si munì di una specie di botte (baquet) all’interno della quale poneva polvere di metallo e delle bacchette di ferro, legno o vetro (ogni autore le descrive in vari modi). Disponeva le sue pazienti su tavoli o distese per terra, legate o meno da una fune che li congiungeva tutti insieme per favorire la magnetizzazione. Mescolava in queste vere e proprie cerimonie (lui stesso pare che si presentasse munito di una tunica viola) nobildonne e contadine. Altra grande provocazione allo stato sociale dell’epoca che riteneva nobili e contadini su piani sociali molto differenti. Otteneva grandi crisi collettive, guarigioni apparentemente miracolose ed un crescente numero di proseliti illustri. Criticherà formalmente la Facoltà di Medicina, proporrà una vera e propria scuola di magnetizzazione con delle regole pratiche per la formazione dei magnetizzatori e la pratica della magnetizzazione.

Un suo seguace, Deslon, aveva posizioni meno anti-mediche ma non riuscì a spostare Mesmer dalle sue posizioni. Molti autori, come Watkins, Kroeger, Weitzenhoffer e molti altri parlano di un Mesmer pieno di sé. Un Narciso in cerca di gloria, fama e successo. Un uomo pieno di carisma, grande comunicatore e dalle sorprendenti doti di induzione ipnotica (all’epoca questo termine non esisteva, si chiamava magnetizzazione e Mesmer ne era il massimo esponente nel mondo occidentale) ma dallo scarso se non assente intuito scientifico. Non tutti gli autori condividono questa opinione, alcune idee di Mesmer ricordano l’insegnamento della Psicologia e della Psicoterapia anche nei tempi moderni, va detto però che nonostante le sue enormi doti la sua ricerca di gloria lo possedeva più di quanto egli possedesse la conoscenza della vera natura del magnetismo.

Su richiesta di Deslon si formarono due commissioni, nominate da Re Luigi XVI, che avrebbero giudicato l’opera di Mesmer. Di queste commissioni facevano parte Beniamino Franklin, Lvoisier e altri studiosi dell’epoca. Il destino, beffardo, volle che fosse proprio la Facoltà di Medicina a costituire tali commissioni, proprio quella Facoltà che Mesmer sembrava tanto ansioso di screditare. Nel 1784 alcuni dei massimi esponenti della scienza occidentale analizzarono i 27 punti delle memorie di Mesmer, assistettero alle magnetizzazioni e giunsero alla conclusione che non esisteva alcun fluido animale, alcun influsso proveniente dagli astri ed attribuirono all’immaginazione le guarigioni di Mesmer. Si concluse che “le magnetisme sans imagination ne produit rien, l’imagination san magnetism produit des crises”. Il magnetismo senza immaginazione non produce niente, l’immaginazione senza magnetismo produce le crisi. I tre fattori che costituivano la pratica di Mesmer furono individuati in “contatto, immaginazione e imitazione”. Questi determinavano le crisi. Bisogna anche prendere in considerazione che si riteneva che l’energia animale, una volta mobilitata con le crisi, avesse più che altro una natura sessuale e ponesse la paziente, priva di freni inibitori, alla mercé dei bassi istinti del magnetizzatore. I tabù sessuali erano molto forti e l’idea di una “relazione” curativa, proposta da Mesmer in maniera lungimirante anche se decisamente sconclusionata, era difficilmente accettabile.

A Franz Anton Mesmer capitò qualcosa di incredibile. Divenne famoso in tutto il mondo per poi essere spodestato e tacciato di ciarlataneria. Provò a reagire al responso delle commissioni ma finì per abbandonare Parigi lasciando la sua pratica ai suoi discepoli ed alla credenza popolare. Come se oggi un uomo porponesse una cura che lo rende famoso nel mondo, una cura che si contrappone totalmente alle credenze scietifiche che possediamo e viene giudicato da una commissione dell’ONU, la quale giustifica la sua opera “frutto dell’immaginazione”. Una catastrofe che farà perdere ogni speranza di scientificità a tale pratica delegandone la sopravvivenza a saltinbanchi, teatranti di strada, menestrelli e giullari. La sorte che è toccata all’Ipnosi.

Il Marchese di Puysegur ed il sonnambulismo

A questo allievo di Mesmer, membro della Societé de l’Harmonie, dobbiamo molte cose. Ma prima facciamo alcuni chiarimenti.

In questo momento il Magnetismo di Mesmer è stato appena discreditato. Ovviamente sono molti gli allievi, alcuni importanti, pochi coloro che posiedono le capacità per comprendere il complesso fenomeno col quale si stanno confrontando. Nei decenni molti abbandoneranno l’uso del magnetismo, si disperderanno e rimarranno in pochi a proseguirne gli usi. Il discredito gettato sul magnetismo favorirà l’uso popolare di tale tecnica al fine di rendere allegro qualche spettacolo teatrale e stupire la gente. Ricordo gia da adesso che il più illustre studioso italiano del fenomeno Ipnosi, Franco Granone, apprese le prime tecniche da un teatrante di passaggio.

Puysegur usava una tecnica simile a quella di Mesmer. Non usava le bacchette o il baquet per mgnetizzare ma un’albero. Ancora era legato a questa idea per cui fosse necessario uno strumento esterno oltre il magnetizzatore per praticare tale metodo. Inoltre non amava le crisi tanto care a Mesmer e tanto spettacolari. Cercava di ridurle il più possibile. Mentre Mesmer praticava con grande teatralità e parlando pochissimo (toccava con le bacchette, i toccamenti saranno chiamati “passi” in ambito ipnotico) egli parlava molto. Notò che un suo paziente, un giovane contadino di nome Victor Race, andava in quello stato che oggi chiamiamo “sonnambulismo”. Il sonnambulismo non era totalmente sconosciuto ma assolutamente sottovalutato da Mesmer e dai suoi allievi, i quali contestarono il marchese trattandolo come un’usurpatore del maestro.

Grazie a Puysegur la parola diventa importante, strumento cardine del magnetizzatore. L’introduzione della parola pone il problema della relazione in ambito terapeutico e permetterà di scoprire molti altri fenomeni dello stato che oggi chiamiamo “trance ipnotica”. Puysegur chiamerà “sonnambulismo” il suo metodo, prendendo le distanze da Mesmer e seguaci, ma manterrà un’altrettanto feroce battaglia contro la medicina fondando una scuola che iniziava anche non medici e ponendo delle regole che ad oggi sono importanti nella pratica della psicoterapia. Per esempio un suo allievo, il conte di Reder, comprendendo che il magnetizzatore possiede idee e aspettative importanti sul paziente, sostiene che queste non devono che essere usate per il suo benessere e non per la sua manipolazione o il suo abuso. Concetti basilari nell’insegnamento della psicoterapia moderna ai nuovi psicoterapeuti!!!

I seguaci del Marchese scoprirono il fenomeno dell’ipermnesia, la glossolalia (parlare lingue sconosciute, fenomeno al quale seppero dare una spiegazione tutt’oggi ritenuta valida. Precoci apprendimenti del linguaggio lasciano tracce mnestiche che in alcuni soggetti possono portare a brevi produzioni orali in lingue che in stato di veglia non sono parlate altrettanto bene. A questa spiegazione va aggiunto che spesso queste produzioni linguistiche, a ben vedere, sono piene di errori o di parole inesistenti). L’amesia post sonnambulica (oggi post-ipnotica) che si verifica al risveglio dalla trance. Questo fenomeno era ritenuto essere una finzione da parte del soggetto e non totalmente compreso. La regressione di età, anch’essa non pubblicizzata perchè l’idea di regredire di età per guarire veniva considerata inappropriata alle concezioni dell’epoca, per cui il bambino era incompleto. Le concezioni freudiane sono lontane ancora più di un secolo e nuoceranno allo stesso Freud.

Inoltre Puysegur sposta l’accento dal fluido magnetico al rapporto tra magnetizzatore e sonnambulo ben più di quanto aveva fatto Mesmer, il che equivale al focus su cui tutta la psicoterapia o quantomeno buona parte di essa si basa tutt’oggi. La relazione terapeuta-paziente!

In quegli anni la Psichiatria andava familiarizzandosi con la sua pretesa di scientificità, certe pratiche ipnotiche erano state associate all’abuso sessuale, alla perdita totale di coscienza e al dominio di una mente su un’altra. A pratiche esoteriche ed il sonnambulismo veniva creduto fenomeno che portava con sé il dono della preveggenza. Esistevano scritti, pamphlet, spettacoli teatrali che sostituendo la via ufficiale della scienza diffondevano il magnetismo nel mondo occidentale accompagnato da quante più credenze bizzarre fosse possibile, al fine di stupire lo spettatore e trarlo in inganno.

Nuove luci e nuove ombre

Nel 1813 l’abate Faria, sacerdote di origini portoghesi che sosteneva di essere un brahamino indiano, approdò a Parigi.

Ricusò le teorie di Mesmer, sostenendone l’assurdità, attribuiva il sonnambulismo alla compiacenza del soggetto. Questa teoria è tutt’oggi sostenuta da molti scettici. Faria ebbe il merito di utlizzare terminologie meno esoteriche, di notare come vi fossero notevoli differenze nell’entrare in trance da una persona all’altra e smise ogni ritualismo in favore di procedure di induzione semplici e decisamente più sobrie rispetto a quelle di Mesmer, di cui anch’egli era allievo.

Grazie a Puysegur e Faria alcuni sostengono che la pratica del mesmerismo cominciò a prendere la forma di una psicoterapia, dove la relazione tra terapeuta e paziente appariva essere il focus del processo terapeutico.

Du Potet e Bertrand Foissac proseguirono gli studi sul sonnambulismo dopo che Faria, ingannato da un’abile attore che finse di essere sonnambulo discreditandolo pubblicamente, abbandonò Parigi.

Nel 1825 Foissac propone al mondo accademico la revisione del verdetto del 1784 contro Mesmer, nel 1831 Husson presentò un resoconto in cui illustrava le presunte verità del fenomeno. L’accademia, riporta Guglielmo Gulotta (vedi bibliografia) si pronuncerà sostenendo che “se la maggior parte dei fatti enunciati erano reali, essi distruggevano la metà delle cognizioni fisiologiche e che quindi era pericoloso difendere questi fatti per mezzo della stampa”. Nel 1840 vi sarà una nuova presa di posizione da parte dell’accademia di medicina che ricuserà il sonnambulismo in favore del buon senso, rifiutando ogni interesse di studi per quei fenomeni e decretandone così la divulgazione tra teatranti di strada che saranno per molto tempo tra i più bravi ipnotizzatori in circolazione, benché privi di interessi clinici.

La nascita dell’Ipnosi

Anche l’Inghilterra stava muovendo i suoi passi nel mondo del magnetismo. L’impero britannico aveva permesso a molti medici di conoscere queste pratiche in diverse parti del mondo, specialmente in India. Ciononostante la medicina ufficiale britannica non era ben disposta, come quella francese, al riconoscimento di una pratica come quella portata in auge da Franz Anton Mesmer, il cui nome e la cui opera erano stati ampiamente discreditati.

In Inghilterra si era sviluppato un movimento mesmerico che vedeva in John Elliotson il suo più illustre esponente. In particolar modo questi medici praticavano l’uso del magnetismo (oramai chiamato mesmerismo) in ambito chirurgico, utilizzando l’anestesia e l’analgesia ipnotica.

Va notato che non esistevano anestetici all’epoca, e che l’uso del mesmerismo permetteva di praticare operazioni importanti, persino alcune amputazioni secondo certi autori. Elliotson non revisionò mai le idee di Mesmer, la base teorica del metodo venne in qualche modo mantenuta e ciò gettò discredito su di lui e le sue pratiche.

Fu James Braid, medico di Manchester, che nel 1841 venne a contatto col mesmerismo e nel 1843 pubblicò un’opera in cui introduceva i termini di Ipnotismo, ipnosi e neuroipnosi. Sposò le idee di Puysegur e Faria per cui esisteva una certa similarità tra lo stato in cui erano indotti i soggetti magnetizzati ed il sonno. Per cui utilizzò la parola greca “Hypnos”, che vuol dire sonno, per coniare il nuovo termine che avrà in breve tempo fortuna nel mondo: Ipnosi.

James Braid fece molte intuizioni sull’Ipnosi e per queste va ricordato come uno dei personaggi cardine nella storia dell’Ipnotismo e della sua rivalutazione a livello scientifico.

Innanzi tutto si rese conto che l’eccitazione dell’immaginazione permetteva alle persone in stato di Ipnosi di reagire a tutte le “impressioni” che gli passano per la testa come fossero realtà. Ciò che stava scoprendo Braid è ciò che passerà come il concetto cardine dell’Ipnosi secondo la scuola dell’Istituto Franco Granone, cioè la capacità della persona in stato di trance di fissarsi su una sola idea (mono-ideismo). Ancora non era riuscito a comprendere del tutto il fenomeno.

Noterà che le persone in stato di trance ipnotica sono molto attente e le loro capacità attentive sono sovra-eccitate, al contrario di quanto si riteneva, cioè che le persone fossero alla mercé dell’Ipnotizzatore. Bastava un movimento più brusco o un’alito di vento perchè i suoi soggetti riemergessero dallo stato di trance ipnotica (ancora si diceva “risvegliassero”, rinforzando l’idea dell’Ipnosi come sonno). Successivamente, secondo alcuni, Braid arrivò alla concezione del moideismo di cui sopra, ma quando propose questo nome per l’Ipnosi non riscosse molto successo, poichè il primo si era gia ampiamente diffuso ed aveva sostituito i precedenti.

E’ ufficialmente nata l’Ipnosi!

La nuova vita dell’Ipnosi: Bernehim, Liebeault e Charcot

Come si è visto, e come sottolineano moltissimi autori, la storia dell’Ipnosi è caratterizzata da momenti di clamore e successivi abbadoni. Molti grandi ipnotisti del passato scoprendo questo fenomeno ne venivano ammaliati fino a diventarne capi scula o importanti esponenti. Dopodiché venivano screditati e costretti ad abbandonarne la pratica.

Purtroppo questo fenomeno ricordava molto le pratiche esoteriche e magiche, in alcuni stati (per esempio le crisi mesmeriche) assomigliava alle possessioni demoniache. La medicina e la psichiatria si erano focalizzati su filoni organicisti che rinnegavano la possibilità dei fenomeni ipnotici. Anche in tempi più recenti di quelli in cui è arrivato questo excursus storico vi saranno forti resistenze. Per esempio l’analgesia a guanto, conosciuta da chiunque pratichi ipnosi, non è suscettibile coi farmaci, poichè non rispetta la fisiologia umana. Ma mentre il farmaco deve per forza rispettare la fisiologia del corpo, l’immaginazione sappiamo bene che non ne è costretta. Quando questo sarà compreso ed accettato esisteranno gia degli ottimi analgesici ed anestetici che renderanno inutile o superfluo l’uso dell’Ipnosi in tali ambiti.

Che senso avrebbe passare del tempo con una persona che deve effettuare un’estrazione dentale quando con una punturina innocua e 5 minuti di tempo l’odontoiatra può praticarla in assenza di dolore?

Ma entriamo nel vivo di questo momento storico. Siamo nella seconda metà del XIX secolo. O meglio siamo sul finire del 1800. I nomi che dobbiamo ricordare sono sostanzialmente 3.

Jean Martin Charcot, neuropatologo della Salpetriere di Parigi. Ippolite Bernheim, professore della facoltà di medicina di Nancy, e Auguste Liebeault, medico della provincia di Nancy.

Jean Martin Charcot, operando a Parigi, conosceva senza ombra di dubbio l’Ipnosi, il magnetismo e tutte le polemiche che un secolo prima avevano portato al discredito di Mesmer. E’ sicuramente stato facile scoprire questo metodo per Charcot e lui stesso scrive che pur essendo evidente lo stato ipnotico è pur vero che certe manifestazioni sono talmente stupefacenti che solo assistendo di persona si possono ritenere reali.

Martin Charcot sosterrà che l’Ipnosi è una forma di malattia nervosa. Per l’esattezza sosterrà che è associabile quasi perfettamente all’Isteria. Che solo in questi soggetti è possibile stimolare lo stato ipnotico molto facilmente. Affermerà che pur non essendo tutti gli isterici soggetti ipnotici e pur non essendo tutti i soggetti ipnotizzabili degli isterici, l’ipnosi si innesta nell’isterico come nel tronco d’albero più adatto e propizio alla sua stimolazione.

Non negherà l’importanza della suggestione ma rimarcherà in modo preminente l’esistenza di zone ipnogene che possono stimolare lo stato ipnotico ed ideerà una teoria a 3 stati in cui lo stato catalettico (di rigidità, osservabile anche in coloro che hanno un forte shock emotivo), letargico (simile al sonno) e sonnambulico, siano di fatti 3 tipologie di ipnosi differenti con particolarità nella fenomenologia che può essere prodotta dai soggetti.

Nel 1882 Ippolyte Bernheim conoscerà Auguste Liebeault. Quest’ultimo era un medico di provincia, i suoi clienti erano perlopiù contadini e non potevano pagarsi le medicine. Così egli ricorreva sovente all’uso dell’Ipnosi per aiutarli. Bernheim, venuto a conoscenza di questo bravo medico andò a conoscerlo, e stupito dal metodo che utilizzava gli propose una collaborazione universitaria. I due, pur avendo idee che su certi aspetti divergevano, sposarono completamente le ipotesi ultime di James Braid, per cui l’ipnosi era uno stato nel quale certe idee potevano essere poste all’attenzione più agilmente e modificate, plasmate in modo da aiutare i pazienti. Specialmente Liebeault riteneva che fosse uno stato associabile al sonno, poichè il sonno poteva essere indotto in stato di ipnosi e l’ipnosi senza suggestioni sfociava spesso nel sonno. Oggi sappiamo che lo stato di trance è associato ad alcuni fattori tra cui un particolare ritmo delle onde Teta, musrabili con l’elettroencefalogramma. Ma all’epoca tali strumentazioni non erano state ancora pensate.

Charcot riteneva che l’ipnosi non fosse sonno, invece. Ritenendola uno stato patologico. Bernheim e Liebeault ritenevano invece che si trattava di uno stato normale evocabile in chiunque, che tramite suggestione senza sonno si potevano ottenere risultati simili che col sonno ipnotico, e che quest’ultimo serviva unicamente a massimizzare i risultati accumulando la concentrazione.

Inutile addentrarsi troppo nel dibattito tra le due scuole, evidenzierò alcuni aspetti importanti.

Il primo è che Charcot induceva lo stato ipnotico nelle donne isteriche (l’isteria era ritenuta una malattia prettamente femminile. Questa credenza è all’origine di molti preconcetti sul carattere femminile e la donna in genere) spiegando alla donna cosa sarebbe accaduto, cioè descrivendogli come sarebbe caduta in trance. Nel salone dove usualmente faceva le sue dimostrazioni pubbliche era presente un quadro che ritraeva in una donna in preda a convulsioni. In altre parole le donne da lui indotte in trance seguivano le suggestioni verbali e visive che egli dava loro, causando poi quel particolare modo di andare in trance che lui intepreterà come forma di isteria. Per cui Charcot in qualche modo era causa di ciò che osservava, dei suoi preconcetti e delle sue idee. Concentrato egli stesso sull’aspetto patologico della trance ipnotica sottovalutava ciò che la scuola di Nancy stava invece magistralmente scoprendo: il potere della suggestione.

Sulla credenza per cui una persona in trance è alla mercé dell’ipnotizzatore, preconcetto tutt’oggi esistente, c’è molto da dire. Charcot e allievi scrissero molto sulla pericolosità della trance e sui rischi che potevano incombere sulle donne indotte in tale stato. Ritenendo che potessero essere abusate, violentate, indotte a commettere atti moralmente deprorevoli. Eppure egli stesso, chiedendo ad una suora capace di una trance talmente intensa da poter reggere con le mani nude delle caffettiere ardenti, di sollevare la gonna all’altezza del polpaccio, ella uscì dalla trance per tirargli un sonoro schiaffo in faccia. Almeno alcuni riportano questo evento a titolo di disconferma delle stesse idee di Charcot sull’argomento.

La scuola di Nancy era fin troppo legata alla suggestione per spiegare l’ipnosi. Questo gli permise di notare come il linguaggio suggestivo potesse essere efficace anche senza indurre la trance ipnotica. Non arrivarono a queste conclusioni in maniera molto dettagliata ma in questo modo arrivarono a precedere alcune intuizioni sia di studiosi dell’Ipnosi quali Barber, sul fatto che la forte motivazione e la suggestione senza trance permettono di ottenere risultati simili all’ipnosi. Sia della scuola di Palo Alto, che sull’uso del linguaggio (e quindi anche quello suggestivo) fonderà alcuni principi base delle terapie brevi di natura sistemica.

Dall’ipnosi alla psicoterapia

E’ con Pierre Janet che nascono i fondamenti basilari della psicoterapia contemporanea. Quest’affermazione sarebbe sicuramente criticata da molti colleghi, ma ciò che è incriticabile è che mentre tutti ricordano il nome di Sigmund Freud, non molti sanno chi è Pierre Janet.

Eppure i termini di “subconscio”, “ideazione fissa”, “analisi psicologica” e la concezione della “psicologica dinamica” sono tutte quante da far risalire a Janet. A queste si aggiungono l’uso di tecniche di decondizionamento (tipica dell’odierno cognitivismo comportamentista), alcuni spunti di metodi paradossali (specifica delle terapie sistemiche), la teoria del trauma utilizzata ampiamente da Freud nella sua elaborazione della Psicanalisi.

Janet fu filosofo prima, poi psicologo e dunque medico. Questa grande conoscenza e questa vasta formazione svela tanto le sue doti intellettive quanto la sua incredibile curiosità. Trascorse i primi anni di lavoro a Le Havre, come professore di filosofia. Qui avvenivano spesso spettacoli di ipnotismo ad opera di teatranti e maghi, altrettanto spesso i giornali raccomandavano alle donne che si invaghivano di personaggi famosi di rivolgersi a Charcot per curarle dell’isteria.

In questa cittadina vicina a Parigi condusse i suoi primi esperimenti di ipnosi, scoprendo quello che all’epoca era definita “ipnosi a distanza”. Non saprei dire se l’idea di ipnotizzare a distanza qualcuno venga da questo evento storico, di certo so dire che si trattava solamente della prima volta in cui qualcuno si interessava scientificamente alla “suggestione post ipnotica”. Questa è un’atto successivo alla trance ipnotica. Viene chiesto ad una persona di fare o dire qualcosa dopo che sarà uscita dalla trance ipnotica. A volte le persone fanno questa cosa. Purtroppo l’idea di suggestione post ipnotica ha favorito senz’altro l’idea per cui sotto ipnosi si ubbidisce all’ipnotizzatore. Il fatto è che sotto ipnosi si possono fare molte cose, nessuna di queste però va contro alla persona ipnotizzata. Se una persona non vuol fare qualcosa, in altre parole, non la fa e basta.

Altro evento molto importante fu il lavoro che fece con una paziente che era gia stata ipnotizzata nel passato. All’epoca si credeva che tutto ciò che di scientifico riguardasse l’ipnosi fosse dovuto a Charcot e Bernheim.

Janet, incuriosito da questa sua paziente e da ciò che sembrava aver gia vissuto ricercò i testi scritti dai magnetizzatori del passato, scoprendo che molto di ciò che Bernheim e Charcot passavano per nuovo era in realtà gia conosciuto dai seguaci di Mesmer oltre un secolo prima.

Proseguendo i suoi studi Janet ideerà un metodo, chiamato “analisi psicologica”, che verteva alla ricostruzione della storia del disturbo. La cosa oggi è di uso comune e fa parte della pratica clinica quotidiana, ma fu Janet a metterla in pratica per la prima volta, di sicuro fu uno dei primi a farlo.

Era solito indurre i suoi pazienti sotto ipnosi. Benché le donne isteriche fossero ritenute le sole ad essere ipnotizzabili Janet visitò anche molti uomini, ed elaborò una teoria legata al trauma psicologico che costituisce la base della psicanalisi che nascerà di lì a poco. Infatti si rese conto che molte persone ricordavano cose ed eventi del loro passato. Questi ricordi, una volta ritornati in memoria, permettevano un lavoro psicoterapeutico che aiutava a ridurre l’impatto del sintomo. In un caso clinico Janet usò un metodo che è molto vicino alla desensibilizzazione sistematica, metodo principe delle terapie cognitivo-comportamentali. In altri casi i suoi interventi ricordano, embrionalmente, interventi simili a quelli paradossali tipici delle scuole sistemiche, in altri casi la sua forma terapeutica appariva una specie di precursore della psicanalisi.

Ritenne che le persone avessero delle idee fisse che in qualche modo li tormentavano. A volte erano ideazioni facilmente ricordabili, altre volte erano idee fisse subconscie. Riteneva che frammenti della personalità fossero dissociati e relegati nel subconscio e che continuassero ad influenzare, nonostante ciò, il nostro comportamento quotidiano.

Quanto appena esposto è all’incirca ciò da cui partì Sigmund Freud prima dell’invenzione del metodo Psicoanalitico. Sarà sempre negato da Freud, e Janet in una conferenza si scontrò con l’allora allievo di Freud, Carl Gustav Jung, sostenendo che la psicanalisi non fosse altre che un’approfondimento della sua idea sul trauma e criticando aspramente l’eccessiva focalizzazione freudiana sull’origine sessuale delle nevrosi. Ovviamente Jung difese Freud e la psicanalisi, il momento della fuoriuscita di Jung dal movimento psicanalitico era ancora lontano.

Una cosa che fa comprendere il genio di Janet è la sua concezione dei ricordi che riemergono sotto ipnosi. Oggi giorno è ancora radicata l’idea per cui sotto ipnosi i ricordi siano reali, veri. Janet gia sapeva che in realtà erano ricordi non necessariamente identici o simili alla realtà. A volte simboleggiavano la scena che rappresentava il trauma, altre volte erano ricostruzioni non veritiere influenzate da associazioni o altri fenomeni che poco avevano a che vedere con la realtà biografica del suo paziente. Inoltre, anticipando di molto i tempi, si concentrava moltissimo sulla vita presente dell’individuo (questo concetto sarà ripreso particolarmente da Frederick Perls, psicanalista fondatore della Terapia della Gestalt) e sull’estrema fiducia nei suoi pazienti (questo in qualche modo ricorda la Terapia Centrata sul Cliente di Carl Rogers).

A proposito della fiducia è interessante sapere che Janet parlò persino col demonio. Un suo paziente, infatti, era stato ricoverato perchè ritenuto posseduto dal demonio. Janet non contrastò mai il delirio ma lo assecondò (in questo è molto simile ad alcune tecniche paradossali usate nelle terapie sistemiche) parlando con satana in persona. Riuscì ad arrivare dal dialogo con satana ai profondi sensi di colpa e rancori di questa persona, curandola.

Da qui in poi la storia di Janet prenderà un corso suo proprio. Siamo all’incirca tra il 1890 ed il 1910. Purtroppo questo illustre studioso incontrerà vari ostacoli che in qualche modo non permetteranno alla sua opera di diventare famosa nel mondo, e le sue fantastiche innovazioni ed intuizioni rimarranno a lungo nello sfondo del panorama psicoterapico che andrà creandosi in quegli anni.

Sarà Sigmund Freud a porre la pietra più importante per la costruzione della psicoterapia contemporanea. Sarà il primo a creare un metodo di cura basato sul dialogo e dotato di una teoria plausibile per il contesto storico di riferimento ed un metodo clinico ben definito.

Il dott.Freud conobbe Charcot e ne fu allievo. I primi soldi li guadagnò grazie all’uso dell’Ipnosi e per studiarla entrò in contatto con i più famosi ipnotisti dell’epoca. Le sue posizioni sull’ipnotismo erano una via di mezzo tra quelle del suo maestro e di Bernehim, col quale collaborò per qualche settimana. L’idea iniziale di Freud era molto simile a quella di Janet, e considerando la fama di Janet (era chiamato “Il Maestro”) non poteva che essere così. Insieme a Joseph Breurer conduceva esperimenti di ipnotismo in cui, indotta la trance ipnotica, richiamava alla memoria eventuali ricordi traumatici all’origine del disturbo. Egli riteneva che favorendo il ricordo di eventi traumatici fosse possibile guarire il paziente. Una seduta con una paziente, Anna O. (il suo vero nome è Bertha Poppenheim) indusse Freud ad abbandonare l’ipnosi in favore di quello strumento che diverrà la psiconalisi. Uscendo dalla trance pare che questa paziente avesse abbracciato o baciato Breurer, causando ovviamente un gran turbamento nel medico (si pensi al contesto storico dell’epoca ed al pregiudizio per cui le pazienti ipnotizzate sono in balia dei bassi istinti dell’ipnotizzatore) e inducendo a trovare delle modificazioni al metodo utilizzato.

Fu questo spostamento a fornire propellente per la creazione della psicanalisi. Freud era allievo di Charcot, estremamente legato all’uso dell’ipnosi. Inoltre, benché Charcot conoscesse l’operato di Janet, il suo modo di usare l’ipnosi per la cura dei pazienti rimase meno sofisticato ed acuto. Freud, pur conoscendo Janet, era stato allievo del grande Martin Charcot e quando tornò a Vienna questa figura era ancora mitizzata dal giovane padre della psicanalisi. Probabilmente fu questo a far si che trovasse inadeguato il metodo di Charcot spostandosi su quello che sarà, successivamente, l’analisi del transfert e dei sogni.

Storicamente si fa risalire all’abbandono dell’ipnosi, da parte di Freud, la nascita della psicanalisi, che di fatti costituisce la prima forma di psicoterapia contemporanea. Da quanto scritto può apparire che Freud abbia plagiato Janet, ma voglio render emerito anche a medico viennese di quella che sarà l’idea centrale della psicoterapia fino ai giorni nostri.

La psicanalisi Freudiana si basava sul concetto di transfert. In altre parole il paziente tende a vedere nell’analista una persona affettivamente importante del suo passato. In genere il padre o la madre. Tende inoltre a mantenere dei comportamenti ed attegiamenti nei confronti dell’analista come se questi in qualche modo fosse realmente questa figura importante del passato del paziente.

Ovviamente anche le correnti psicanalitiche più contemporanee hanno abbandonato questa idea di terapia in favore di qualcosa più complesso ed elaborato, ciò che conta è che fu Freud a rendere la “relazione” l’aspetto centrale della cura e della terapia. Ogni forma di psicoterapia, sia essa sistemica, gestaltica, integrata o comportamentale, prevede una modalità di relazione e di relazionarsi col paziente all’interno della quale mettere in atto le tecniche terapeutiche.

E’ così che ufficialmente nasce la prima forma di psicoterapia: la psicanalisi

 

(a cura di Massimo Giusti)

Bibliografia

Henri F. Ellenberger: La scoperta dell’inconscio, Vol. I-II, Bollati Boringhieri, 1976
Franco Granone:Trattato di Ipnosi, Vol I-II, UTET, 1980
Guglielmo Gulotta: Ipnosi, giuffré editore, 1980
Milton Erickson, a cura di Ernest L. Rossi: Opere, Vol I-II-III-IV, Casa Editrice Astrolabio, 1984
Arreed Barabasz e John Watkins, Hypnotherapeutic Techniques, Brunner Routledge, 2004
William Kroeger: Clinical and experimental hypnosis, Lippincott Williams and Wilkins, 2007
André Weitzenhoffer: The Practice of Hyopnotism, 1989

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