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Autore: Hiram

PRATICARE PER INGENTILIRSI di Corrado Pensa

Il duro e il tenero
Qualche tempo fa mi è capitato di incontrare un gruppo di persone che non vedevo da circa trent’anni. Ciò che mi ha colpito di più è stato l’indurimento che si notava in loro rispetto a quando erano più giovani. Questo irrigidimento si manifestava in modi diversi per ciascun individuo. In un caso era soprattutto amarezza, in un altro prevaleva l’auto-compatimento, mentre una terza persona mostrava segni evidenti di quella che la psicologia definisce rabbia cronica. L’episodio mi ha portato a riflettere sul fatto che la pratica della meditazione va in direzione opposta, nella direzione di una progressiva apertura, elasticità e ingentilimento.

Non voglio dire che se uno non pratica, inevitabilmente finirà per indurirsi col passare degli anni. Posso pensare a individui che, senza alcuna pratica, col tempo si sono ammorbiditi. Tuttavia, mi pare che la tendenza a indurirsi sia piuttosto frequente. Forse è parte del samsara, ma se non ci prendiamo cura di noi stessi percorrendo una via spirituale, facendo qualche tipo di lavoro interiore, è molto probabile che nel corso degli anni dovremo fare i conti con questo indurimento.

Se pensiamo a tutti gli elementi che costituiscono la pratica, vediamo che essi sono fatti per renderci più morbidi, più gentili, più duttili. La metta, la gentilezza amorevole è una pratica di intenerimento; l’equanimità, la consapevolezza, la compassione e la saggezza possono aprirci e scioglierci fino all’impensabile. E tutto ciò è il contrario del processo di indurimento.

La relazione con lo spiacevole
Un’area cruciale ove convogliare la nostra energia di praticanti è la relazione con lo spiacevole. Tale relazione, attraverso la pratica, deve cambiare in modo radicale. La base più importante perché ciò accada è, ovviamente, sviluppare interesse a lavorare con i fatti spiacevoli delle nostre vite. Senza un simile interesse, senza un simile combustibile, non potremo lavorare con lo spiacevole. Al contrario, continueremo a evitarlo con cura e quindi ad aumentare la sofferenza.

Un maestro di Vedanta lo ha detto splendidamente:
Apprezzate tutto, sole e pioggia, salute e malattia. Questo è un approccio rivoluzionario al lato doloroso della vita. Non dite più: “È terribile”. Dite piuttosto: “È molto interessante”. Cancellate proprio dal vostro vocabolario l’espressione “è terribile”, e dite piuttosto: “È interessante e molto prezioso, perché mi farà progredire e mi aiuterà a portare la mia esistenza alla pienezza della vita umana”. E questo svilupperà naturalmente saggezza 1.

Egli continua spiegando che un momento fondamentale nella sua vita fu quando disse a se stesso:
Ho passato quarant’anni della mia vita nel buio, perché non capivo questo punto. E ora, presto, che una situazione difficile possa presentarsi, per farmi mettere immediatamente in pratica quel che ho capito, prima che me lo dimentichi 2.
Naturalmente l’interesse non riguarda la sofferenza o la spiacevolezza, ma piuttosto il lavorare con la sofferenza e con lo spiacevole. Interesse, gentilezza, rispetto, tenerezza: appartengono tutti alla stessa famiglia.

I nostri itinerari educativi per lo più non contemplano alcun addestramento per fare questo tipo di lavoro, il che è una delle ragioni per cui il sangha, la comunità dei praticanti, è tanto importante. Altrimenti ci ritroviamo del tutto isolati in un’impresa così essenziale.

Supponiamo di essere preoccupati. Possiamo osservare gentilmente la preoccupazione? Possiamo essere rispettosamente attenti a una preoccupazione? Stiamo parlando di uno di quei sentimenti dei quali vogliamo solo sbarazzarci e nei confronti dei quali proviamo soprattutto avversione. Inoltre abbiamo la tendenza a identificarci con essi. Ed è impossibile contemplare qualcosa in cui siamo totalmente identificati. Si tratta del classico rapporto sbagliato con lo spiacevole. Attraverso la pratica, tuttavia, possiamo vederlo meglio. E più lo vediamo, più sviluppiamo interesse a lavorarci, fino al punto in cui ci accorgiamo che, in realtà, non c’è alternativa. Quale sarebbe infatti l’alternativa? Soffrire! Anzi, soffrire di più. Allora, rendendoci conto di tutto ciò, la motivazione e l’interesse aumentano e questa è la nostra fortuna, il nostro buon karma. Senza un simile interesse, infatti, non è possibile affrontare le afflizioni mentali (o kilesa), data la loro potenza. Abbiamo perciò bisogno della forza dell’interesse che, come si è detto, appartiene alla stessa famiglia della tenerezza e del rispetto.

Risvegliare la consapevolezza e mantenerla
Nella tradizione meditativa della vipassana si considerano due momenti nell’applicazione dell’attenzione: vitakka e vicara. Vitakka significa connettere, collegare la consapevolezza con l’oggetto, per esempio con il respiro. E vicara significa mantenere la consapevolezza sul respiro. Nel primo momento c’è il connettere, e poi c’è il mantenere: connettere, mantenere, connettere, mantenere. Ora la stessa cosa avviene quando lavoriamo con le situazioni spiacevoli. Primo, dobbiamo risvegliarci a osservare tali situazioni con interesse e gentilezza.
Secondo, dobbiamo imparare a rimanere svegli, rimanere rispettosi, rimanere interessati. A volte diciamo: “Oh sì, ero consapevole. Quando è successo questo fatto, sì, avevo la presenza mentale”. Ma ciò che vogliamo dire veramente è che abbiamo avuto un lampo di consapevolezza. Benissimo. Molto meglio di niente; enormemente meglio di niente. Ma era solo un lampo, solo la connessione, non era il mantenere. Era solo vitakka, ma non vicara.

Perciò, risvegliandoci e imparando pazientemente, un anno dopo l’altro, a rimanere svegli, a rimanere interessati, a rimanere gentili, a rimanere morbidi, a rimanere teneri, cominceremo a riuscire, tra alti e bassi. In fondo questo è il modo in cui impariamo le cose, compresa la meditazione. Se ci pensiamo, vediamo che quello che succede è: consapevolezza, accettazione, più consapevolezza. Ossia diventiamo più consapevoli della sofferenza che è implicita nell’avere una relazione sbagliata con lo spiacevole, sofferenza prodotta dall’identificazione. Avendo maggiore consapevolezza, diventiamo più propensi all’accettazione dello spiacevole, perché abbiamo visto quanto è doloroso indurirsi e resistere.

Spontaneamente, quindi, dalla comprensione nasce l’accettazione o il lasciar andare. E dall’accettazione a sua volta nasce la capacità di maggiore consapevolezza in una situazione difficile. È come un circolo virtuoso. L’essere stati in una posizione di accettazione ci rende più motivati a risvegliare la nostra consapevolezza, perché accettazione e consapevolezza sono due dimensioni molto vicine.

Nel processo di irrigidimento succede l’opposto. Dalla mancanza di consapevolezza di tutta la sofferenza che creiamo derivano paura e non accettazione, il che riduce ulteriormente la consapevolezza. Si tratta di effetti ‘a palla di neve’ in due direzioni opposte. Una porta a più condizionamento, l’altra porta al decondizionamento.

La libertà dell’accettazione
Per esempio, supponiamo di avere contemplato gentilmente e rispettosamente la nostra impazienza il più possibile. E abbiamo visto tutta la sofferenza che creiamo, mentre siamo intenti a dare la colpa a qualcos’altro. Un giorno, finito il lavoro, aspettiamo un autobus che ci porti a casa. Immaginiamo che l’autobus sia in ritardo, forse molto in ritardo, e forse non è la prima volta. Quello che potrebbe accadere, con nostra sorpresa e sollievo e diletto, è di ritrovarci a dire un sì pieno al fatto che l’autobus è in ritardo. Non che la cosa ci faccia piacere, ma ci troviamo ad accettare pienamente il fatto che l’autobus sia in ritardo. E in tal modo gustiamo un senso di libertà. Naturalmente non ci piace la cosa, ma siamo in grado di dire sì alla realtà, e la realtà è che l’autobus è in ritardo. Non dovrebbe esserlo, ma lo è.

L’autobus che arriva puntuale esiste ora solo nella nostra immaginazione. La realtà è che l’autobus è in ritardo, quindi noi semplicemente siamo tutt’uno con la realtà. Non ci spacchiamo in due con un rammarico pieno di tensione e risentimento. Semplicemente abbracciamo la realtà così com’è. E questo può essere come un grido interiore di libertà, questa capacità di dire sì alla realtà così com’è.

Possiamo ampliare lo scenario, questa sequenza di eventi quotidiani. Infatti può capitare che quando l’autobus finalmente arriva sia incredibilmente pieno. E a stento riusciamo a entrare. Ancora, possiamo dire un sì totale a questo fatto? Sapete, un autobus semivuoto è, di nuovo, solo nella nostra immaginazione. L’autobus è incredibilmente pieno, e questo è la realtà. Il senso di spaziosità e libertà che possiamo sperimentare è proporzionale alla nostra capacità di dire di sì alla situazione, a una situazione relativamente difficile. Simultanea-mente stiamo dicendo no alla prigione della nostra reattività: ecco il gusto della libertà. Una volta tanto non ci stiamo condannando alla sofferenza, alla sofferenza non necessaria, come facciamo abitualmente. E forse, quando finalmente arriviamo a casa, abbiamo appena messo un piede sulla porta che qualcuno ci dice qualcosa di spiacevole; è possibile!

Ma se siamo riusciti a tenere la finestra aperta finora, non ci siamo contratti e abbiamo detto sì al primo evento e sì al secondo, allora non saremo amaramente induriti. E forse possiamo dire un terzo sì, con nostra completa gioia. Il che non significa, naturalmente, che non diremo niente se pensiamo che invece sia necessario farlo, ossia che non diremo ciò che riteniamo giusto, ma la grande differenza è che la nostra risposta verrà dalla pace, invece che dalla reattività. Saremo perciò anche più convincenti, oltre che più in pace.

È ben possibile educarci in un simile modo. Ed è la ragione per cui pratichiamo. Tre piccoli incidenti come questi possono essere utili per educarci a una maggiore duttilità. Ma gli stessi incidenti, non accompagnati dalla pratica, facilmente sono destinati ad avere l’effetto opposto.

Ora c’è una trappola insidiosa quando ci accostiamo a questo tema. E la trappola è questa: le piccole cose – l’autobus e così via – possono sembrarci situazioni troppo comuni, troppo poco importanti. Noi, invece, vogliamo imparare ad affrontare situazioni veramente difficili. Supponete però che abbiamo appena iniziato a studiare l’inglese. Dopo poco tempo diciamo: “Ma io voglio leggere Shakespeare. Non voglio fare gli esercizi di grammatica. Non voglio perdere tempo a tradurre queste frasette brevi e piuttosto stupide”. Sappiamo tutti che questa è un’assurdità, che abbiamo bisogno di questo lavoro di base se vogliamo leggere Shakespeare. In termini di pratica, l’esercizio fondamentale è, in primo luogo, la meditazione seduta. In termini Zen, la pratica di base sviluppa quello che in giapponese si chiama jiriki, termine che designa quella energia che deriva da anni di pratica seduta. Essa si traduce in fiducia, in motivazione, nella capacità di praticare e di vivere.

In secondo luogo è necessario esercitarsi con tutta la varietà di piccoli incidenti che avvengono durante il giorno. È una pratica enormemente importante. Pensiamo a ciò che avviene spesso in un tempo molto breve. Ci svegliamo al mattino, per esempio, e in breve abbiamo già accumulato un certo numero di no, un certo numero di irrigidimenti. La prima cosa che pensiamo è che non abbiamo terminato un lavoro la sera prima. Non ci piace la cosa e non ci piace nemmeno il fatto che sia brutto tempo. Inoltre non ci piace l’idea che dovremmo andare alla banca che è molto lontana dal nostro posto di lavoro, e così via. Ognuna di queste reazioni potrebbe essere un luogo per esercitarci, potrebbe essere un invito a rilassarci invece di contrarci. E nel caso in cui ci contraiamo, ci è offerta allora un’occasione per contemplare la contrazione e per infondere un po’ di tenerezza dentro la contrazione.

Ma questo lavoro ha bisogno di spazio interno, e parecchio spazio può venire dalla pratica seduta. Abbiamo un sentimento così angusto riguardo al tempo nella nostra società che spesso perdiamo molte occasioni di praticare per il semplice fatto che è sempre tardi. In un ritiro forse ci rilassiamo, finalmente, ma poi torniamo a casa ed è di nuovo sempre tardi. Anche il modo in cui parliamo è indice di questa mentalità. “Farò un salto per un secondo…” perdiamo perfino il senso dell’umorismo. È come se fossimo costantemente inseguiti da qualcosa o qualcuno.

L’attaccamento all’avversione è attaccamento alla sofferenza
Forse siamo molto diligenti nel meditare ogni mattina, ma appena la seduta è finita, entriamo in questo folle ritmo mentale, in questa forma di sofferenza. Fondamentalmente, chiudiamo la porta alla consapevolezza per il resto della giornata. È come se le dicessimo: “Arrivederci alla prossima seduta”. E questo è un grosso ostacolo per il lavoro di cui parliamo, il lavoro di diventare più duttili.

Poiché la tua mente è abituata a indugiare nella negatività anche se accade qualcosa di piccolo, per esempio una piccola agitazione, tu immediatamente l’afferri, e a causa del tuo attaccamento, la trasformi in qualcosa di molto più grande. In tal modo permetti a un fatto irrilevante di portare molta infelicità nella tua vita. Tendi a dare la colpa della tua infelicità a qualcosa di esterno, ma in effetti tu stesso hai creato questa sofferenza perché sei attratto dalla sofferenza 3.
Sentendo questo forse potremmo protestare, dire: “No, non è vero! Io non sono attratto dalla sofferenza”. Ma che dire dell’attrazione per l’avversione? Anche questa è attrazione per la sofferenza e non dovremmo avere difficoltà a metterci in contatto con essa dentro di noi! A volte siamo molto bravi nel praticare e ricordare il Dharma in situazioni positive o neutrali, il che è un bel passo avanti. Perciò ora c’è un nuovo importante elemento nelle nostre vite, dato che ci ricordiamo del Dharma quando la situazione è buona o neutrale. Senonché quando la situazione diventa difficile, non c’è verso! È come se continuassimo a fare qualcosa che ci fa sentire sicuri, ma evitassimo ciò che ci sembra rischioso. In un certo senso, è come se continuassimo ad andare al liceo e non entrassimo mai all’università perché ci sentiamo sicuri al liceo. Una delle ragioni di ciò è che siamo attratti dalle ruminazioni negative. C’è una sorta di eccitazione nel sentirci indignati, nel sentirci furiosi, nell’alimentare quel fuoco dentro di noi. E non vogliamo lasciarla andare. Sentiamo che la consapevolezza mette in pericolo questo piacere piuttosto discutibile, e perciò evitiamo con cura la consapevolezza. Il fatto è che non vogliamo deporre la nostra dipendenza mentale dalla collera, dall’irritazione, dall’avversione e da tutto ciò che la nostra mente è solita dire quando divampano queste emozioni. Ci pare di ricavare una qualche energia da tutto ciò, e non vogliamo lasciarla andare.

Penso che il punto cruciale sia l’auto-importanza, l’importanza data a se stessi. Quando parliamo di io-mio, parliamo di auto-importanza. Se ci critichiamo, se abbiamo un’autostima molto scarsa, anche questa è auto-importanza. Affoghiamo letteralmente nell’auto-importanza. Se diciamo auto-importanza, magari pensiamo solo al fatto di vantarsi o simili. Ma l’auto-importanza è una dimensione molto più vasta, e comprende tante forme di autoriferimento. Perciò eccitarci nella nostra avversione è auto-importanza. Letteralmente, è come se ci sentissimo più importanti se siamo arrabbiati. A volte è come se non volessimo perderci nemmeno un’occasione per arrabbiarci.

Tuttavia più vediamo che l’attaccamento all’avversione è una grande fonte di sofferenza, più è probabile che la nostra auto-importanza comincerà a ridursi. E allora entreremo in contatto con qualcosa di completamente diverso che potremmo chiamare dignità fondamentale, la dignità di un essere umano, di un essere vivente. E questo non ha niente a che fare con l’io-mio; è qualcosa di molto più basilare, più calmo, più semplice. Non abbiamo bisogno di ubriacarci di avversione una volta che siamo entrati in contatto con questa dignità fondamentale; a questo punto non abbiamo più bisogno di droghe.

Quando cominciamo a sperimentare un po’ di questa dignità fondamentale, allora il lavoro interiore diventa più facile: la possibilità di accettare, la possibilità di ingentilirci, diventa più accessibile, perché non siamo più ubriachi di auto-importanza. Non abbiamo bisogno di tutti questi espedienti, siano essi rabbia o attaccamento. A misura che riusciamo a cambiare la nostra relazione con lo spiacevole, la tenerezza che è in noi — tenerezza che è sia amore sia intelligenza — aumenta. E questa è decisamente una buona cosa.

1. A. Desjardins, Toward the fullnes of life, Putney and Brattleboro, 1990, p. 29.
2. Ivi.
3. Gyatrul Rinpoche, Ancient Wisdom, New York 1933, p. 33; trad. ital. Un’antica sapienza, Ubaldini, Roma.

Tratto da “Buddhism Now”, vol. IX, Maggio 1997. Traduzione dall’Inglese a cura di Franca Zucalli.

CORRADO PENSA
uno dei più apprezzati maestri di meditazione attualmente in attività. E’ insegnante guida dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) di Roma e conduce ritiri in Europa e negli Stati Uniti, dove è insegnante senior dell’Insight Meditation Society (Barre, Usa), uno dei più importanti centri al mondo per la pratica meditativa di scuola buddhista. Già docente ordinario di Religioni e Filosofie dell’India all’università La Sapienza di Roma, è stato anche psicoterapeuta junghiano.

MEDITAZIONE E ANSIA di Corrado Pensa

UN’ANSIA PARTICOLARE
Nel volume di Mark Epstein Pensieri senza pensatore leggiamo:

Gli psicologi Daniel Brown e Jack Engler hanno fatto uno studio su un gruppo di praticanti esperti e hanno scoperto che chi medita è ansioso esattamente quanto chiunque altro. Tra i soggetti da loro osservati non hanno riscontrato un allentamento del conflitto interno, ma soltanto un atteggiamento ‘marcatamente privo di difese nel vivere tali conflitti’ 1.

Vorrei fare qualche annotazione riguardo al rapporto tra meditazione ed ansia prendendo le mosse dal brano appena citato.
A parte il carattere molto relativo, per definizione, di esperimenti del genere (quanto ci autorizza un gruppo di meditanti a trarre conclusioni generali sulla meditazione?), mi sembra, tuttavia, che anche questo gruppo di meditanti esperti ed ansiosi ha mostrato una caratteristica interessante e poco frequente e cioè il fatto che l’ansia fosse accompagnata da una certa accettazione, da una non-contrazione. Tale caratteristica non ricorre tra le caratteristiche tipiche degli stati ansiosi, dato che essa, in qualche modo, si pone agli antipodi dell’ansia. Non vedo, infatti, quanto nutrimento e quanto incoraggiamento possano venire a un’ansia che è tenuta in mano con un atteggiamento così abbandonato, così ‘marcatamente privo di difese’. Ciò significa che la perentoria affermazione che ‘chi medita è ansioso esattamente quanto chiunque altro’ è parecchio ridimensionata dall’osservazione successiva, niente affatto marginale, sulla non-difensività. Però, facilmente, l’unica cosa che resterà in mente a un buon numero di lettori è solo la conclusione perentoria, a tutto discapito della verità.

Le tre afflizioni e l’ansia
Comunque, esperimenti a parte, a me pare che sia legittimo chiedersi questo: un cammino interiore che si ripromette di trascendere o quanto meno di attenuare l’attaccamento, l’avversione e l’ignoranza può lasciare intatta l’ansia? Sarebbe una contraddizione in termini. Se l’ansia è intatta, ciò può voler dire soltanto che ugualmente immutate sono le tre ‘afflizioni’ summenzionate. Infatti dire le tre afflizioni significa dire l’io-mio e la sua forza. E io-mio vuol dire, tra l’altro, tutta l’insicurezza e la paura (ossia l’ansia) generata dalla continua identificazione con reazioni, emozioni, aspettative, etc.
Come è noto, la meditazione di consapevolezza si occupa primariamente di questa ‘coazione all’identificazione’. Allora, come è immaginabile praticare la consapevolezza meditativa seriamente e per lunghi anni, raccogliere buon frutto su vari fronti eccetto che sul fronte dell’ansia? Naturalmente se la motivazione alla pratica è labile o male orientata, se la pratica stessa è un fatto occasionale e saltuario e per giunta priva di supervisione da parte di insegnanti esperti, nessuno si stupirà (nemmeno lo stesso meditante) se non si vedono frutti di alcun genere. E può ben darsi che la ragione principale di questa stasi e di questa confusione sia proprio un insieme di conflitti ansiosi nel quale il meditante è invischiato. A questo punto, come Epstein variamente suggerisce, una buona psicoterapia potrà essere provvidenziale nello sbloccare tali conflitti e nel mettere in grado la persona di intraprendere un rinnovato cammino meditativo.

IL FONDAMENTO DELLA STABILITÀ MENTALE
Fatte queste precisazioni e ricordando ancora una volta, per scrupolo, che la meditazione è controindicata nei casi di ansia grave (laddove la psicoterapia è sovente lo strumento più indicato), mi pare che convenga ora interrogarci su quale debba essere il giusto atteggiamento del meditante quanto a forme di ansia ‘ordinarie’.
Intanto è opportuno tenere presente che la meditazione, al pari della psicoterapia, non è un ansiolitico. Al contrario entrambe in certe fasi, allorché emerge materiale rimosso, tendono a generare ansia. Perciò se imbocchiamo la via del Dharma dobbiamo mettere in conto il fatto che incontreremo ansie nuove oltre a quelle antiche. Quale che sia il livello di ansia nel meditante, mi sembra assolutamente cruciale sottolineare per prima cosa questo: tentare un’esplorazione diretta dell’ansia sin dal principio di un tragitto meditativo avrà come risultato più probabile solo un aumento dell’ansia, con l’inevitabile confusione e scoraggiamento che ciò comporterà.
Invece prima di affrontare l’esplorazione diretta dell’ansia e, in generale, di stati emotivi, occorrerà anzitutto ‘farsi le ossa’ addestrando l’attenzione a sostare su oggetti non conturbanti, quali, ad esempio, le sensazioni del respiro o altre sensazioni fisiche semplici. Infatti, una disciplinata pratica meditativa di calma concentrata su oggetti semplici sviluppa, col tempo, una relativa stabilità mentale.
Quanto alla stabilità che sopravviene dopo vari anni di pratica per la maggior parte dei meditanti, essa, se da un lato è lungi da una condizione di ferma equanimità, dall’altro è anche ben distante da quello stato di doloroso caos mentale che per molti vigeva prima che intraprendessero il lavoro interiore. Perciò la stabilità di cui parliamo è una vera e propria forza nuova, anche se spesso il meditante non la percepisce come tale a causa dell’effetto combinato di preconcetti circa la meditazione (del tipo: pace mentale = assenza di pensieri e di emozioni) e di una tendenza all’autosvalutazione.
Ora questa forza nuova è, in effetto, il presupposto indispensabile per poter lavorare di consapevolezza con tutto quanto è turbamento mentale. Giacché, senza quella relativa stabilità di cui stiamo parlando, noi abbiamo solo due possibilità: o essere risucchiati nel turbamento oppure fuggire dal turbamento. L’idea di non essere né risucchiati né in fuga bensì, invece, fermi e in ascolto, risulterà affascinante ma abbastanza astratta e inapplicabile. Perché ci accorgeremo ben presto che la mente non vuole guardare il turbamento o, al massimo, lo guarda impazientemente chiedendogli in continuazione di andarsene: pretendendo, in tal modo, di superare il turbamento aggiungendo altro turbamento.

CALMA CONCENTRATA E FIDUCIA; PRATICA DI METTA E DEL RIFUGIO
Invece il primo passo consiste proprio nello sviluppo di quella ‘non-difensività’ di cui scrive Epstein, ovvero la capacità di guardare l’ansia senza aggiungere ansia. Ma questo presuppone un qualcosa che ci regga, un sostegno. Il sostegno, appunto, della stabilità mentale che proviene dal tirocinio nella calma concentrata. Da notare che il cuore di questa certa forza tranquilla che si sviluppa – come si diceva – senza che nemmeno ce ne accorgiamo, ha a che fare con la fiducia. Una fiducia generica e implicita, più che una esplicita fiducia in questo o quello: la mente che negli anni ha appreso a raccogliersi ha visto che non è condannata al caos e all’angoscia e ciò in qualche misura la rassicura e la rasserena.
È opportuno specificare che qui, nel menzionare la naturale necessità di un addestramento alla calma concentrata, non ci riferiamo alla coltivazione della concentrazione come fattore isolato. Infatti la concentrazione, separata da tutte le altre virtù e qualità liberanti, non sembra avere alcuna connessione significativa con la saggezza. Basti pensare al caso ben possibile di individui dotati di una certa innata facilità alla concentrazione senza che ciò si accompagni a sostanziosi indizi di sviluppo interiore. Ci riferiamo, piuttosto, a un tirocinio sistematico di calma concentrata nel contesto di una pratica di consapevolezza.
Ciò significa che il meditante, prima di affrontare l’esplorazione diretta e ravvicinata dell’ansia, avrà già lungamente lavorato con varie forme ‘minori’ ma insidiose di ansia. Vale a dire tutta quell’ansia generata dal rapporto del meditante con la pratica meditativa. E dunque i sensi di colpa per non essersi seduto in meditazione regolarmente, gli scoraggiamenti davanti alla elusività del respiro, il confronto con altri meditanti, etc. In un contesto di meditazione vipassana il praticante è incoraggiato a guardare-contemplare tutti questi moti ansiosi sin dall’inzio, laddove in un training puramente concentrativo gli verrebbe detto di ignorarli. Inoltre, sempre nell’ambito della meditazione di consapevolezza, la guida degli insegnanti e lo studio del Dharma favoriscono la comprensione di tali dinamismi e contribuiscono in tal modo a piantare importanti semi di disidentificazione dall’ansia.
Infine una seria pratica di metta e il ricorso a una regolare presa di rifugio (ovviamente intesa in maniera non puramente formale) aiutano non poco a relativizzare l’ansia da una parte e ad alimentare la fiducia dall’altro. Poiché l’evocazione del bene di tutti gli esseri viventi (metta), insieme con lo spirito di servizio che ciò gradualmente suscita, distoglie dalla fissazione egoica e dall’inevitabile ansia che essa genera. E così pure il regolare prendere rifugio nel Dharma e dunque nella pratica di liberazione e nella liberazione stessa favorisce l’emergere di un orizzonte transegoico.

OSSERVARE SENZA AVVERSIONE, OSSERVARE CON INTERESSE
Riepilogando: il presupposto per una fruttuosa contemplazione esplorativa dell’ansia (così come di qualsiasi disagio interiore) è quella relativa stabilità mentale non priva di fiducia che risulta da un tirocinio prolungato di calma concentrata in un contesto di meditazione di consapevolezza. Diamo inoltre per scontato che in tale contesto siano naturalmente presenti la pratica di metta e dei rifugi, la supervisione degli insegnanti, lo studio/ascolto del Dharma e un certo spirito di servizio.
Abbiamo visto come tale presupposto renda possibile il primo passo dell’esplorazione (che per certi versi è il passo fondamentale), ossia la possibilità di osservare senza avversione l’ansia. Da notare che allorché questa possibilità comincia a manifestarsi in modo non episodico ciò già comporta una diminuzione dell’ansia. Ancor di più se da una osservazione senza avversione approdiamo a una osservazione animata da interesse. In proposito, non è forse superfluo annotare che il fatto di essere già in grado di lavorare in questo modo non implica che non sia talora necessario – se l’ansia è forte o se noi siamo stanchi – abbandonare il lavoro della osservazione diretta e arroccarsi, piuttosto, su una pratica semplice di pacificazione mentale, ivi inclusa la meditazione camminata.

LAVORARE CON L’ANSIA
Ma vediamo ora più da presso la pratica rivolta in modo diretto all’ansia. Anzitutto un consiglio pratico: il più possibile non lasciarsi sfuggire i molteplici episodi quotidiani di ansia, anche minima. Poiché questi episodi di ‘piccola ansia’ sono un eccellente terreno di pratica, soprattutto quando cominciamo a sviluppare un vero e proprio talento nel coglierli e metterli nella luce della consapevolezza. Il percepire sempre più chiaramente che ad ogni intervento di pratica sull’ansia corrisponde un seme di equanimità è un forte e naturale incentivo a perseguire questa modalità di lavoro interiore. Anche perché ci rendiamo conto che senza un buon allenamento a lavorare con i piccoli turbamenti non è possibile lavorare con quelli grandi. Per compiere questo lavoro riguardo alle piccole ansie quotidiane è necessario imparare a riconoscerle come tali, il che è meno elementare di quanto sembri. Infatti le ‘ansiette’ possono essere diventate così abituali da essersi mimetizzate da normalità.
Un altro consiglio pratico, che è anche un invito a scendere a un livello più profondo di consapevolezza: nel riconoscere piccoli stati ansiosi, impariamo a percepire il potere del riconoscimento, quanto a dire il potere della consapevolezza. Vedremo così che già nel momento del riconoscimento, netto e chiaro, per il solo fatto del riconoscimento comincia a instaurarsi un cambiamento di relazione con l’ansia.
Nel lungo termine l’effetto di questa pratica di osservazione via via più pronta, sollecita e interessata degli stati ansiosi sarà quello di ritrovarci meno identificati con detti stati. E una minore identificazione porta con sé un miglioramento della nostra vista interiore. Cominciamo a vedere, per esempio, quanto è stretto e familiare il rapporto con la nostra ansia, piccola o grande che sia. Un po’ come se si trattasse di un parente insopportabile dal quale, tuttavia, non intediamo congedarci per alcun motivo. Perché sarà insopportabile ma, appunto, è troppo familiare, è troppo un pezzo di noi per rinunciarci. Che ne sarà di noi – è come se dicessimo – senza il consueto pullulare di immagini-pensieri ansiosi in reazione a questo e quello?
Senza pensare al poderoso e, insieme, abituale e quotidiano rinforzo che all’ansia individuale giunge dalla società in cui viviamo: i mezzi di comunicazione, i ritmi di lavoro, il traffico etc. Sicché, oltre a essere una dimensione così intima, l’ansia è anche una dimensione condivisa dalla maggioranza delle persone. Il che le aggiunge, si potrebbe dire, il tocco finale di ‘naturalezza’. Sarà dunque naturale credere con tutto il cuore all’ansia, mentre ci parrà illusorio e astratto anche il solo ipotizzare dentro di noi una zona franca di pace vera.
Questa prima disidentificazione dall’ansia e la relativa maggior comprensione dell’ansia che ne consegue alimenta un moto non occasionale di samvega, ossia una riluttanza salutare, un rifiuto silenzioso a vivere sotto il segno dell’ansia mescolato con un acuìto desiderio di praticare. Ciò porta, in progresso di tempo, a un ulteriore raffinamento della comprensione. In termini classici buddhisti, le tre caratteristiche universali (impermanenza, dolorosità, impersonalità) cominciano a profilarsi con evidenza crescente anche riguardo all’ansia. Anzitutto la specifica dolorosità dell’ansia. Diversamente da ciò che facilmente tendiamo a credere e cioè che l’ansia sia la risposta inevitabile a situazioni di dolore attuale o potenziale, vediamo che l’ansia è già dolore, dolore sicuro davanti a sofferenze talora solo ipotetiche, dolore mentale accuratamente fabbricato. E così pure, insieme alla dolorosità, prende a manifestarsi il carattere costantemente cangiante (anicca) e fondamentalmente condizionato (anatta) dell’ansia.
Il toccare con mano che questi tre aspetti connotano anche l’ansia ci mette in una posizione di accresciuta libertà nei confronti dell’ansia stessa. E ciò – va da sé – rende più forte la nostra presa di rifugio nella pratica per la liberazione. Liberazione che, significativamente, è stata definita “il totale e completo rilassamento di tutte le tensioni: fisiche, emotive e mentali” 2.

1. M. Epstein, Pensieri senza un pensatore, Roma, Ubaldini 1996, p. 122.

2. Nella sua opera A. Desjardins cita di frequente questa definizione della liberazione che il suo maestro Swami Prajñanpad amava proporre. Cfr. p. es. Alla ricerca del Sé, Roma, Mediterranee 1992, p. 137.


CORRADO PENSA
Uno dei più apprezzati maestri di meditazione attualmente in attività. E’ insegnante guida dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) di Roma e conduce ritiri in Europa e negli Stati Uniti, dove è insegnante senior dell’Insight Meditation Society (Barre, Usa), uno dei più importanti centri al mondo per la pratica meditativa di scuola buddhista. Già docente ordinario di Religioni e Filosofie dell’India all’università La Sapienza di Roma, è stato anche psicoterapeuta junghiano.

OSHO Chakra Sounds Meditation™

Questa meditazione usa suoni vocali per aprire e armonizzare i chakra o centri energetici, portandovi allo stesso tempo consapevolezza. Può condurti in un profondo, quieto, silenzio interiore, attraverso i tuoi suoni vocali, o semplicemente ascoltando la musica e sentendo i suoni dentro di te.
La meditazione può essere fatta in qualsiasi momento della giornata.
Tutti i chakra sono situati nel profondo, piuttosto che sulla superficie del corpo. La seguente “mappa” viene utilizzata per indicare le loro posizioni approssimative:
   1. chakra di base: il centro sessuale, bacino inferiore
   2. chakra sacrale: appena sotto l’ombelico
   3. chakra del plesso solare: sopra l’ombelico, sotto lo sterno
   4. chakra del cuore: il centro del torace
   5.chakra della gola: la gola
   6. chakra del terzo occhio: tra le sopracciglia
   7. chakra della corona: parte superiore della testa
Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Chakra Sounds Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.
Istruzioni:
La meditazione dura un’ora e ha due fasi. La meditazione termina quando senti tre colpi di gong. I tuoi occhi rimangono chiusi per tutto il tempo.
Primo stadio: 45 minuti
Puoi stare in piedi, comodamente seduto o, anche sdraiato, mantieni la schiena dritta e il corpo sciolto. Respira nella pancia piuttosto che nel petto. I suoni vanno fatti con la bocca aperta e la mascella rilassata, mantenendo la bocca aperta tutto il tempo.
Chiudi gli occhi e ascolta la musica; inizia con il primo chakra e, se lo desideri, inizia a emettere dei suoni – in un singolo tono o variando il tono. Mentre ascolti il ​​suono della musica o i suoni che stai producendo, senti i suoni che pulsano proprio nel centro del chakra. Se necessario all’inizio puoi usare la tua immaginazione, e poi sentire le vibrazioni interne di quel chakra.
Sentirai che la musica si muove verso una tonalità più alta – ora ascolta e senti i suoni nel secondo chakra e continua a emettere suoni se lo desideri. Questo processo continua fino al settimo chakra. Con ogni chakra successivo, lascia che i suoni diventino più acuti.
Dopo aver raggiunto il settimo chakra, i suoni scenderanno progressivamente attraverso tutti i chakra, uno alla volta. Sentendo il tono discendere, ascolta ed emetti i suoni in ciascun chakra. Senti che il tuo corpo diventa vuoto come un flauto di bambù, e lascia che i suoni risuonino dall’alto verso il basso.
Alla fine della sequenza, e prima che inizi la successiva sentirai una pausa. L’intera sequenza verso l’alto e verso il basso viene ripetuto tre volte.
Secondo stadio: 15 minuti
Siedi o sdraiati in silenzio. Osserva tutto ciò che accade dentro – rilassato, senza alcun giudizio, rimanendo un testimone.
N.B.
Istruzioni più dettagliate per questa meditazione sono date in Meditation: The First and Last Freedom, di Osho.

Puoi scaricare la musica per questa meditazione qui

OSHO Chakra Breathing Meditation™

Questa meditazione attiva usa la respirazione profonda e rapida e il movimento del corpo per aprire e portare consapevolezza, vitalità e silenzio a ciascuno dei sette chakra e quindi nella tua vita.
La musica e le campane supportano energeticamente il processo e segnalano l’inizio di ogni fase. La meditazione viene eseguita a stomaco vuoto.

Tutti i chakra sono situati nel profondo, piuttosto che sulla superficie del corpo. La seguente “mappa” viene utilizzata per indicare le loro posizioni approssimative:
1. chakra di base: il centro sessuale, bacino inferiore
2. chakra sacrale: appena sotto l’ombelico
3. chakra del plesso solare: sopra l’ombelico, sotto lo sterno
4. chakra del cuore: il centro del torace
5. chakra della gola: la gola
6. chakra del terzo occhio: tra le sopracciglia
7. chakra della corona: parte superiore della testa

Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Chakra Breathing Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.

Istruzioni:
La meditazione dura un’ora e ha due fasi. La meditazione termina quando senti tre colpi di gong. I tuoi occhi rimangono chiusi durante la meditazione.

Primo stadio: 45 minuti
Stai con i piedi un po’ divaricati, il corpo sciolto e rilassato. Con la bocca aperta respira profondamente e rapidamente nel primo chakra, con la stessa enfasi sull’inspirazione e sull’espirazione. Mantieni la tua attenzione nell’area pelvica, dove si trova il primo chakra. Respira con un ritmo  gradevole per te e prendi consapevolezza delle emozioni e delle sensazioni del chakra.
Ogni volta che senti una campanella, sposta lo stesso respiro profondo e rapido al chakra successivo, lasciando che il respiro diventi più rapido e più sottile. Prendeti circa il doppio dei respiri nel settimo chakra rispetto al primo.
Puoi muoverti, scuoterti, ruotare o muovere il corpo e le mani come ti senti, ma i tuoi piedi rimangono sullo stesso posto. Dopo aver messo in movimento la respirazione e il corpo, il movimento diventerà continuo e senza sforzo. La tua consapevolezza rimane principalmente con le sensazioni dei chakra.
Dopo aver respirato nel settimo chakra, sentirai tre campanelle. Ora lascia che il respiro e la consapevolezza si trasformino e scendano giù attraverso ogni chakra, il respiro che rallenta da chakra a chakra. Hai circa due minuti per tornare al primo chakra. Lascia che l’intero spettro dei chakra, dall’alto verso il basso, si mescoli in un arcobaleno di energia.

Dopo questa sequenza, rimani in silenzio per un momento, quindi avvia la sequenza successiva. Completerai tre sequenze complete verso l’alto e verso il basso.

Secondo stadio: 15 minuti
Dopo la terza sequenza di respirazione, siediti rilassato e in silenzio. Resta testimone di ciò che sta accadendo all’interno, senza giudizio.

Nota
Istruzioni più dettagliate per questa meditazione sono date in Meditation: The First and Last Freedom, di Osho.

Puoi scaricare la musica per questa meditazione qui

OSHO Prayer Meditation™

In questa meditazione puoi sperimentare la preghiera come un fenomeno energetico, non una devozione a Dio ma una fusione, un’apertura. Questa fusione con l’energia è preghiera. Ti cambia. Una nuova élan, una nuova vita inizierà a penetrarti.
È meglio fare la meditazione di notte, in una stanza buia, e andare a dormire subito dopo; oppure può essere fatta al mattino, ma deve essere seguita da quindici minuti di riposo. Questo riposo è necessario, altrimenti ti sentirai ubriaco, stordito.

Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Prayer Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.

Istruzioni:
Uno stadio con cicli di due parti: circa 20 minuti
Inginocchiati, sollevato sulle ginocchia con gli occhi chiusi. Alza entrambe le braccia verso il cielo, i palmi delle mani in alto, con la testa verso il cielo, sentendo solo l’esistenza che scorre in te. Mentre l’energia o il prana scorre lungo le tue braccia sentirai un lieve tremore. Sii come una foglia in una brezza, trema – abbandonati, favorisci questa sensazione. Quindi lascia che tutto il tuo corpo vibri di energia e lasciati trasportare da qualsiasi cosa accada.
Dopo 2-3 minuti o ogni volta che ti senti completamente riempito, chinati a terra, appoggiando la fronte a terra. Diventa semplicemente un veicolo per consentire all’energia divina di unirsi a quella della terra.
Sentiti di nuovo fluire con la terra. Terra e cielo, sopra e sotto, yin e yang, maschio e femmina – fluisci, fonditi, abbandonati completamente. Tu non sei più. Diventi un’unità, ti sciogli.

Queste due fasi dovrebbero essere ripetute altre sei volte in modo che ciascuno dei chakra o centri energetici possa sbloccarsi. Si possono ripetere più di sette volte, ma se ne fai di meno ti sentirai irrequieto e incapace di dormire.

 

Osho spiega questa meditazione:
Al mattino ti sentirai più fresco di quanto non ti sia mai sentito in passato, più vivo che mai! Ti sentirai pervaso da uno slancio e da una vitalità nuovi, e per tutto il giorno avvertirai la presenza di un’energia diversa, una nuova vibrazione. Un nuovo canto colmerà il tuo cuore, i tuoi passi avranno una nuova danza.

Questa fusione con l’energia è preghiera. Ti cambia. E quando cambi, l’intera esistenza cambia perché con il tuo atteggiamento, l’intera esistenza cambia per te. Non che l’esistenza stia cambiando – l’esistenza rimane la stessa – ma ora stai fluendo con essa, non c’è antagonismo. Non c’è lotta, nessuna lotta; ti sei arreso ad essa.”

Puoi scaricare la musica per questa meditazione qui

OSHO Whirling Meditation®

Il whirling è un’antica tecnica sufi. Mentre tutto il tuo corpo sta girando su se stesso diventi consapevole del tuo essere, l’osservatore che è nel centro e che non si muove. Impari ad essere un osservatore disidentificato al centro del ciclone.
Il Whirling viene praticato al meglio a stomaco vuoto e indossando abiti comodi.

Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Whirling Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.

Istruzioni:
La meditazione dura un’ora e ha due fasi, il whirling e il rilassamento. La meditazione termina quando senti tre colpi di gong.

Primo stadio: 45 minuti
Il Whirling viene fatto girando su se stessi sul posto in senso anti-orario, con il braccio destro in alto, il palmo rivolto verso l’alto ed il braccio sinistro in basso, il palmo rivolto verso il basso. Continua a girare su te stesso proprio come fa un bambino. Le persone che si sentono a disagio a girare in senso anti-orario, possono cambiare e girare in senso orario, cambiando anche la posizione delle braccia. Lascia che il corpo sia rilassato e tieni gli occhi aperti ma non focalizzati, in modo che le immagini si confondano e possano fluire. Resta in silenzio. Per i primi 15 minuti gira lentamente. Poi aumenta gradualmente la velocità fino a che il girare prenda il sopravvento facendoti diventare un vortice d’energia – la periferia è una tempesta in movimento, al centro il testimone silenzioso e immobile.
Quando girerai così velocemente da non poter restare in piedi, il corpo cadrà da solo. Fai in modo da non essere tu a prendere la decisione e non cercare di “organizzare” la caduta in anticipo; se il tuo corpo è rilassato cadrai dolcemente e la terra assorbirà la tua energia. Una volta che sei caduto per terra, rimani là, questo è il momento in cui inizia la seconda parte della meditazione.

Secondo stadio: 15 minuti
Se non sei ancora caduto quando la musica finisce, permetti al corpo di cadere per terra. Girati immediatamente sullo stomaco, in modo che l’ombelico sia a contatto con la terra, ascolta il tuo corpo fondersi con la terra, come un bambino piccolo nel grembo materno. Se ti senti a disagio in questa posizione puoi sdraiarti sulla schiena.

 

N.B.
Alcune persone possono provare nausea durante il whirling, ma questa sensazione dovrebbe scomparire entro due o tre giorni. Interrompere la meditazione solo se questa sensazione persiste.

 

Suggerimenti di Osho per il primo stadio di questa meditazione:
“Questo whirling, sufi whirling, è una delle tecniche più antiche, una delle più potenti. È così profondo che anche una singola esperienza può renderti totalmente diverso. Devi roteare con gli occhi aperti, proprio come i bambini piccoli continuano a girare su se stessi, come se il tuo essere interiore sia diventato un centro e tutto il tuo corpo sia diventato una ruota che si muove, un tornio da vasaio in movimento. Sei al centro, ma l’intero corpo si sta muovendo.
Diventa un mulinello, un mulinello di energia, completamente perso in esso: non cercare di essere un testimone, non sforzarti di osservare. Non provare a vedere; sii il vortice, diventa il whirling.
All’inizio potresti non essere in grado di resistere così a lungo, ma ricorda una cosa: non fermarti da solo, non fermare il vortice. Se ritieni che sia impossibile, il corpo cadrà automaticamente, ma non ti fermare. Se cadi nel mezzo [del primo stadio] non c’è problema; il processo è completo. Ma non prendere in giro te stesso, non ingannarti. Non pensare che ora sei stanco, quindi è meglio smettere. No, non prendere una decisione da parte tua. Se sei stanco, come puoi andare avanti? Cadrai automaticamente. Quindi non ti fermare; lascia che il turbine stesso arrivi a un punto in cui cadi.”

Puoi scaricare la musica per questa meditazione qui

OSHO Gourishankar Meditation™

Osho dice che se nel primo stadio la respirazione viene fatta correttamente, l’anidride carbonica che si forma nel sangue ti farà sentire così in alto come se fossi sulla cima del Gourishankar (Monte Everest). Questo “picco” va mantenuto anche negli stadi seguenti, sia nel guardare in modo sfocato, sia nel “Latihan” di movimenti delicati e spontanei, che nella presenza silenziosa dello star fermi.

Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Gourishankar Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.

Istruzioni:
La meditazione dura un’ora e ha quattro fasi. La meditazione termina quando sentri tre colpi di gong.

Primo stadio: 15 minuti
Siediti con gli occhi chiusi. Inspira profondamente attraverso il naso, riempi i polmoni. Trattieni il respiro il più a lungo possibile; quindi espira dolcemente attraverso la bocca, e mantieni i polmoni vuoti il più a lungo possibile. Continua questo ciclo di respirazioni per tutta la prima fase.

Secondo stadio: 15 minuti
Ritorna ad una respirazione normale e con sguardo dolce e sfocato, guarda una luce blu lampeggiante o la fiamma di una candela. Rimani immobile.

Terzo stadio: 15 minuti
Con gli occhi chiusi, alzati in piedi e lascia il tuo corpo morbido e ricettivo. Le energie sottili faranno si che il corpo si muova al di fuori del tuo normale controllo. Permetti al Latihan di accadere. Non fare il movimento: lascia che il movimento accada, dolcemente e con grazia.

Quarto stadio: 15 minuti
Sdraiati con gli occhi chiusi, in silenzio ed immobile.

Nota 1:
Coloro che hanno un disturbo neurologico come l’epilessia non dovrebbero mai usare una luce stroboscopica o lampeggiante per questa meditazione. Possono invece fare il secondo stadio con gli occhi bendati.

Nota 2:
La musica nel secondo stadio di questa meditazione ha una sequenza ritmica che è sette volte il normale battito cardiaco. Se possibile, il lampeggiante dovrebbe essere una luce strobo sincronizzata, con una frequenza di 490 al minuto. Se non è disponibile una luce stroboscopica, si può usare una candela.

 

Puoi scaricare la musica per questa meditazione  qui

OSHO Devavani Meditation™

In questa meditazione una lingua che non si conosce, in modo quieto e carezzevole si muove e parla attraverso il meditatore che diventa un vaso vuoto, un canale, un tramite.
Questa tecnica rilassa profondamente la mente e crea una pace interiore. Può essere praticata in qualsiasi momento del giorno; se fatta come ultima attività della sera, genera anche un sonno profondo.

Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Devavani Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.

Istruzioni:
La meditazione dura un’ora ed è composta da quattro stadi. La meditazione termina con tre colpi di gong.
Tieni gli occhi chiusi per tutto il tempo.

Primo stadio: 15 minuti
Siedi tranquillo e ascolta la musica.

Secondo stadio: 15 minuti
Inizia a emettere suoni senza senso, ad esempio: “La la la…” e continua fino a quando cominceranno ad affiorare suoni simili a parole sconosciute. Questi suoni devono giungere dalla parte del cervello con cui non hai familiarità, usata da bambini prima di apprendere il linguaggio. Fa’ in modo di avere un’intonazione dolce, come se stessi conversando; senza piangere o gridare, ridere o urlare.

Terzo stadio: 15 minuti
Alzati in piedi e continua questo tipo di linguaggio sconosciuto, permettendo al tuo corpo di muoversi dolcemente in armonia con i suoni. Se il tuo corpo è rilassato, le energie sottili creeranno un Latihan – un movimento spontaneo e non strutturato, fuori dal tuo controllo.

Quarto stadio: 15 minuti
Sdraiati, rimani in silenzio e immobile.

 

Una commento di Osho su questa meditazione:
Quando l’inconscio parla, l’inconscio non conosce una lingua. È un metodo molto antico: “parlare in lingue”. È un metodo meraviglioso, uno dei più profondi per penetrare nell’inconscio.”

 

Puoi scaricare la musica per questa meditazione  qui

OSHO Nataraj Meditation ®

Nataraj è l’energia della danza. Si tratta della danza come una meditazione, in cui tutte le divisioni interiori scompaiono e rimane una consapevolezza sottile e rilassata.

Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Nataraj Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vai a fondo pagina.

Istruzioni:
La meditazione dura 65 minuti ed è divisa in tre fasi.

Primo stadio: 40 minuti
Con gli occhi chiusi, danza come se fossi posseduto. Lascia che il tuo inconscio prenda il sopravvento completamente. Non controllare i tuoi movimenti e non essere un testimone che osserva ciò che sta accadendo. Sii soltanto totale nella danza.

Secondo stadio: 20 minuti
Tenendo gli occhi chiusi, sdraiati immediatamente. Rimani in silenzio e immobile.

Terzo stadio: 5 minuti
Celebra danzando, divertiti e gioisci

 

Alcuni suggerimenti di Osho per questa meditazione
“Dimentica colui che danza, il centro dell’ego, diventa la danza. Quella è la meditazione. Danza così intensamente da dimenticare completamente che “tu” stai danzando e comincia a sentire che sei la danza. Ogni divisione deve scomparire, allora diventa meditazione. Se esiste ancora una divisione, si tratta solo di un esercizio: buono, salutare, ma non si può dire che sia spirituale. È una semplice danza. La danza di per sé è una cosa salutare: nei suoi limiti, è ottima. Alla fine ti sentirai fresco e ringiovanito; ma non è ancora meditazione. Colui che danza deve arrivare a scomparire, finché rimane solo la danza.
Non restare in disparte, non essere un osservatore – partecipa!
E sii giocoso. Ricordati sempre questa parola: “Gioco”. Per me è fondamentale.”

“La danza è una delle meditazioni più profonde possibili, per la semplice ragione che quando la danza raggiunge il suo culmine il danzatore scompare. C’è solo la danza, non c’è nessuno che danza.”

“Allora c’è una consapevolezza che non è della mente e non dell’ego. In effetti quella consapevolezza non può essere praticata; qualcos’altro deve essere fatto come preparazione e quella consapevolezza arriva a te. Devi solo diventare disponibile per questo.”

Puoi scaricare la musica per questa meditazione qui

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