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Autore: Hiram

Prospettive costruttiviste in PSICOANALISI a cura di GILDA BERTAN

Il grande Freud è certamente figlio del suo tempo. Anche se, in epoca positivista, egli parla di inconscio, di un’istanza, cioè, che sfugge alla ragione, la sua teoria è supportata dalla concezione positivista secondo cui esiste una “vera” conoscenza, fondata sulla corrispondenza tra il pensiero e una presunta realtà oggettiva, posta “fuori”, cui il pensiero aderisce. Lo “scontro” tuttavia quotidiano di situazioni transferali e controtransferali (all’epoca teoricamente ancora fragili e poco articolate) insinuerà un qualche dubbio sulla figura dell’analista come garante neutrale di quella presunta “verità”. Come fa notare Jorge Luis Martin Cabrè (2006) , tali preoccupazioni si rilevano, più che dai dati ufficiali, dai carteggi con i suoi allievi e collaboratori, in particolare con Ferenczi, allievo particolarmente dotato che già nel 1928, nel suo saggio “Elasticità della tecnica psicoanalitica“, introduce il concetto di “empatia”, intesa come “sentire- con” allo scopo di con-dividere per poter essere d’aiuto. Sarà poi la Klein(1946), di cui Ferenczi è stato il primo analista, a spostare il processo psicoanalitico su un piano relazionale, introducendo il concetto di identificazione proiettiva, divenuta poi, soprattutto con la successiva elaborazione di Bion, uno degli assi portanti della psicoanalisi e in particolare del modello di campo, anticipato dall’accento fortemente trasformativo con cui Bion connota il processo analitico.

Ma sarà con la “crisi” del pensiero positivista, che verrà a cadere l’utopia di una scienza indipendente dal tempo, dalla storia e dalla teoria stessa. La fisica quantistica e i suoi legami con la Gestalt, con la loro inclusione nel campo osservato dell’osservatore stesso, influenzeranno significativamente il pensiero dell’epoca.
L’epistemologia di Popper, nel dopoguerra, asseriva che la scientificità di una disciplina non dipende dall’osservazione neutra dei dati e dal metodo induttivo, perché l’osservazione non è mai neutra, ma avviene sempre all’interno di una teoria “a priori” dell’osservatore e dai suoi punti di vista Questo metteva in discussione l’assetto terapeutico psicoanalitico fondato sul paziente bisognoso di fronte all’analista neutrale e interprete non partecipante. Anche il pensiero psicoanalitico risentiva della crisi che aveva investito tutto il mondo scientifico.
Nascono così nel mondo psicoanalitico teorie che focalizzano le dinamiche interpersonali e si muovono, intrecciando riferimenti filosofici provenienti dall’ambito fenomenologico (Husserl, Heidegger, Karl Jaspers, Ludwig Binswanger, EugeneMinkowski…) dall’ambito costruttivista,
(George Kelly, George Herbert Mead, Jean Piaget, Humberto Maturana, Ernst von Glasersfeld, Francisco Varela, Heinz von Foerster, Niklas Luhmann, Paul Watzlawick, Lev Vygotskij…), e da quello ermeneutico (Hans Gadamer, Paul Ricoeur…).
L’esperienza è qui intesa come frutto di una creazione continua soggettiva e intersoggettiva, alla cui costruzione contribuiscono varie componenti interagenti fra loro, provenienti sia dal mondo interno che esterno al soggetto.
La creazione/ ricreazione dell’esperienza è continua. Presente e passato si creano e ri-creano uno sull’altro. Nel presente vive il nostro passato e, nel racconto, il passato è ricreato dal e nel presente.
Anche l’inconscio è in continua for/ rifor -mazione e rimanda costantemente alla relazione.
Attualmente, possiamo, grosso modo (modo chiaramente riduttivo e impreciso), individuare, in ambito psicoanalitico, alcuni filoni che assumono al loro interno un’ottica che si fa interprete del cambiamento del pensiero “post positivista”: l’infant research, il filone più dichiaratamente costruttivista, quello più fenomenologico e quello che si rifà alla teoria del campo:

● L’infant research, il cui esponente più noto è Daniel Stern, utilizza metodi sperimentali di laboratorio per studiare lo sviluppo del bambino, riportando poi tali risultati nell’ambito della teoria e della prassi psicoanalitica.
● L’indirizzo interrelazionale/ intersoggettivista, pur collocandosi in ambito psicoanalitico, si scosta da un’ottica pulsionale, abbracciando la teoria dell’attaccamento di Bowlby e incrociandola con i dati provenienti dall’Infant research.
● L’indirizzo fenomenologico che unisce il vertice di osservazione della fenomenologia e le sue applicazioni in ambito psicopatologico con la psicoanalisi freudiana interpretata in senso ermeneutico, in particolare attraverso il contributo di Gaetano Benedetti.
● Il modello di campo, si pone in continuità con la tradizione classica psicoanalitica accogliendo e sviluppando tutto ciò che nei vari autori (Freud, Ferenczi, Klein, Winnicott, Baranger, Bion, Meltzer …) prelude alla concezione di uno scenario terapeutico in cui coesistono una molteplicità di attori tra loro interagenti (Ferro.) e aprendosi alla ricerca neurofisiologica e neuropsicologica (Mancia…) e talora all’infant research (Stern, Emde…) e alla psicologia dell’io (Kohut)

il filo conduttore in tutti questi diversi approcci è la consapevolezza della partecipazione continua dell’analista in un processo terapeutico co-costruito e all’interno di una continua negoziazione della relazione nel qui ed ora.

L’INFANT RESEARCH

Stern (2002..) e i suoi collaboratori (Lichtenberg, Emde, Greenspan, Beebe, Lachmann, ) hanno dimostrato che l’essere umano, fin dalla nascita, è “programmato” per relazionarsi con gli altri, confutando così la tesi del “narcisismo primario di Freud” e le teorie a ciò conseguenti, come quella dell’esistenza di una fase “autistica normale” nel neonato. (Mahler)
Questa scoperta ha portato alla concezione di una psicoanalisi improntata al “relazionale” e all’”intersoggettivo”, affermando che l’intersoggettività è condizione di umanità (Stern)
Attualmente Stern parla di “present moment” e “now moment” come momenti di scambio intersoggettivo, a forte pregnanza affettiva e di riconoscimento reciproco che accadono in seduta e che si configurano, all’interno del processo terapeutico, come veri e propri motori del cambiamento, al di là dell’interpretazione.

L’INTERSOGGETTIVISMO

Nella prospettiva interrelazionale/ intersoggettivista sono confluite scuole di pensiero aventi origine da varie correnti all’interno del mondo psicoanalitico, a partire, ad esempio, dalle teorie interpersonali (Sullivan) e delle relazioni oggettuali, dalla Psicologia del Sé (Kohut.) e dai tentativi di integrare Infant research e psicoanalisi. Tutti postulano una mente intrinsecamente diadica, interazionale, interpersonale, sociale, funzionante in tal senso fin dalla nascita (rifiutando la tesi Freudiana del narcisismo primario inteso come totale indifferenziazione) e avanzano una visione del rapporto terapeutico che si fonda soprattutto sull’interazione.
Tra le più importanti si impongono:

● A) La corrente interrelazionale, elaborata da Stephen Mitchell (2000), in continuità con Sullivan e a cui appartengono anche Lewis Aron, Jessica Benjamin, Philip Bromberg, Donnel B. Stern ed altri. In questa prospettiva la mente funziona con una forte”matrice relazionale” che intesse e organizza i molteplici aspetti dell’esperienza umana lungo tutto l’arco della vita. Su un piano terapeutico ne consegue che il lavoro analitico è basato sulla possibilità di cambiamento dell’organizzazione di base del mondo relazionale dell’analizzando,, senza con ciò sminuire l’importanza dell’acquisizione di consapevolezza rispetto a deficitarie o traumatiche esperienze precoci.
● Per Mitchell Il transfert è inteso come riproduzione nel “qui e ora”, delle stesse modalità patologiche con cui l’analizzando ha affrontato o è solito affrontare specifici temi conflittuali, nella ricerca di nuove soluzioni di fronte alle caratteristiche della situazione presente.
● Mitchell considera fattori imprescindibili della prospettiva relazionale ed essenziali nel processo terapeutico, l’interazione, l’influenza reciproca bidirezionale, e la co-costruzione del significato tra paziente e analista.

● B) La corrente intersoggettivista, che, a partire da Merton Gill (1994), si sviluppa poi con Robert Storolow (1992), George Atwood (1992), Donna Orange(1997) ed altri. Lascio la parola all’IPPA, l’Istituto di Psicologia Psicoanalitica di Brescia che si situa in quest’ambito e che così si presenta: ” La Scuola, sin dalla sua nascita, si è segnalata e contraddistinta per una concezione della psicoterapia psicoanalitica tesa a privilegiare l’aspetto relazionale, intersoggettivo e interattivo in coerenza con le risultanze della psicologia evolutiva, dell’infant research, delle neuroscienze e delle altre discipline di confine.
La Scuola ha avuto sin dall’inizio, come suo punto di riferimento e maestro M. Gill, con cui è stata in contatto fino alla sua scomparsa. La nostra parabola teorica ha seguito la sua e, quindi, il nostro approdo al modo di pensare costruttivista ha seguito il suo.
La nostra visione costruttivista concepisce la situazione psicoterapeutica come una interazione intersoggettiva e considera l’interazione, in ogni suo aspetto, come intrinseca alla procedura.
In quest’ottica, analista ed analizzando costituiscono un cerchio intersoggettivo in quanto l’interazione diventa il veicolo della soggettività di entrambi e quindi l’oggetto da osservare, capire, interpretare, compito questo che l’analista svolge attraverso la sua posizione ‘meta’ o ‘asimmetrica’”.

L’INDIRIZZO FENOMENOLOGICO

Lascio anche in questo caso ai rappresentanti di tale indirizzo raccontarsi attraverso la presentazione della Scuola di specializzazione di Padova da loro fondata .
“Le basi storico-scientifiche dell’indirizzo sono, dunque, su un versante, la fenomenologia di Husserl e di Heidegger e le sue applicazioni in ambito psicopatologico: la fenomenologia soggettiva di Karl Jaspers, la Daseinsanalyse di Ludwig Binswanger, la fenomenologia strutturale di Eugene Minkowski e Emil von Gebsattel; sull’altro versante, la psicoanalisi freudiana interpretata in senso ermeneutico, in particolare attraverso il contributo di Gaetano Benedetti.
Il rapporto tra psicoanalisi e fenomenologia ha una significativa origine storica nella figura di Franz Brentano che ebbe come allievi sia Freud che Husserl. Affrontato sul piano teorico fin dalla nascita dei due indirizzi (ad esempio da Fink, allievo di Husserl e nel carteggio Freud-Binswanger), tale rapporto si è sviluppato ed è stato facilitato dall’evolversi delle concezioni scientifiche e culturali.
In accordo con i più recenti studi epistemologici sulle strutture e sui sistemi complessi, la psicoanalisi post-freudiana si è allontanata dalle basi naturalistiche dell’impianto teorico e ha modificato l’impostazione classica del setting psicoanalitico, riconoscendo il ruolo dell’osservatore nello studio dei fenomeni e la rilevanza del significato e dello stile personale insito in ogni manifestazione psicopatologica. Alcuni sviluppi della psicoanalisi (si pensi a Bion, Racamier, Matte Blanco, Resnik, Rosenfeld, Segal, Searles) hanno rinnovato l’interesse per l’epistemologia e sottolineato l’importanza dell’intersoggettività e del linguaggio sia nella teoria che nella psicoterapia.
L’orientamento inaugurato dagli psicopatologi e dagli psichiatri fenomenologi, d’altra parte, ha contribuito a trasformare in modo radicale l’idea di cura psicologica, delineando, come dice Borgna (1973), le “fondazioni antropologiche della psicoterapia”. Riconoscendo, infatti, e tematizzando la differenza essenziale tra metodo naturalistico e metodo fenomenologico, la psichiatria di Binswanger, Minkowski, von Gebsattel, Tellenbach, Straus ha consentito di vedere la reificazione della persona implicita nell’atteggiamento delle scienze naturali e ha posto le premesse per un’alternativa scientifica alla psicopatologia e alla psicoterapia tradizionali. In questa prospettiva il fenomeno “malattia mentale” viene compreso in una dimensione antropologica e relazionale come esperienza umana dotata di senso, con una sua fondazione e una sua articolazione di significato.
Sul piano epistemologico e teorico il terreno d’incontro tra la psicologia del profondo (intesa nell’ottica di Benedetti) e la fenomenologia è costituito dal comune rifiuto del naturalismo e dalla centralità della nozione di intenzionalità. Tali premesse aprono immediatamente l’orizzonte della psicopatologia e della psicoterapia verso il rapporto intersoggettivo inteso come essenziale con-esserci.
Sul piano psicoterapeutico, psicoanalisi e fenomenologia condividono la scelta di rivolgersi al vissuto (e non al comportamento) del soggetto e il rilievo dato all’incontro umano, inteso in senso dialogico, producendo una rilettura della nozione freudiana di transfert e del contro-transfert che ha lo stesso senso del Mit-Dasein fenomenologico (cfr. Blankenburg, 1983).
Da queste premesse derivano comunanze metodologiche, come l’impiego della narrazione, dell’ascolto, del silenzio, dell’intuizione, dell’empatia, dell’interpretazione interattiva”.

IL MODELLO DI CAMPO

Non è facile delineare un vero e proprio “modello di campo”, in quanto all’interno di questo vertice di osservazione, mutuato dalla fisica, il dibattito è vivace. Nella psicoanalisi italiana il modello di campo si sviluppa in un crocevia dove si incrociano, oltre ai criteri costruttivisti già citati della fisica quantistica, le concettualizzazioni dei coniugi Baranger(1961), la teoria della mente di Bion e un clima culturale sia italiano che proveniente da oltreoceano che sempre di più mette in luce la natura costruttiva e relazionale di quanto avviene in analisi. L’idea, concettualizzata dai Baranger, propone la coppia paziente-terapeuta inglobata in un campo da essa stessa creato che li rende complementari e coinvolti nello stesso processo dinamico, campo in cui si dispiegano numerose fantasie inconsce latenti provenienti da entrambi i membri della coppia al lavoro (“fantasie bi-personali”). D’altra parte, anche Bion, indipendentemente dai Baranger, formulava l’ipotesi di un continuo interscambio tra analista-paziente di fantasie inconsce prodotte da continue identificazioni proiettive. L’elaborazione di Bion(1962) del concetto di identificazione proiettiva, toglieva, infatti, quelle caratteristiche “negative” con cui M. Klein (1946) aveva connotato questo suo importante concetto, rendendolo uno “strumento” di lavoro della coppia analista-paziente. Ecco quindi che l’intreccio di questi due vertici (quello dei Baranger e quello di Bion) hanno fatto lievitare pensieri e tensioni verso la teoria del “campo” anche se, come spesso accade per le nuove idee, abbiamo una gamma di sfumature difficili da sintetizzare. E così, mentre per alcuni autori il campo è solo una metafora riferita agli aspetti relazionali del “luogo” analitico per altri, invece, il modello di campo nasce proprio “dalla necessità di ampliare il punto di vista relazionale, senza perdere di vista la prospettiva storica e le sedimentazioni teoriche che mantengono la profondità e le caratteristiche proprie dell’esperienza psicoanalitica” . Diciamo, tuttavia, che alcuni punti sono senz’altro chiari e comuni ai vari autori:
• vertice osservativo che tiene conto dell’inconscio
• inclusione dell’analista all’interno del campo “osservato”
• critica alla rigidità dell’interpretazione diretta della fantasia inconscia
• l’interpretazione è co-costruita nel qui ed ora del campo, a partire dai “personaggi” co-narrati che hanno preso forma al suo interno e che hanno portato a delle nuove co-costruzioni di senso e alla nascita di nuovi pensieri co-pensati
• il campo come uno spazio-tempo che si attiva e si trasforma in base al funzionamento mentale della coppia paziente- analista e al cui interno si realizzano operazioni trasformative.

Tra gli autori italiani ricordiamo Francesco Corrao (1986), profondo conoscitore e studioso del pensiero di Bion che introdusse il suo modello di campo ( mutuandolo, con precisione, dopo una scrupolosa ricerca epistemologica, dalla teoria quantistica dei campi) alla metà degli anni 80. La sua ricerca era tesa a trovare un modello (quello di rete risultava incompleto per lo scopo) che si prestasse a spiegare psicoanaliticamente i movimenti gruppali.
Altri autori come C. Neri, G. di Chiara(1997), D. Chianese(1997) ed altri, avvertono l’importanza di superare il concetto di interazione, spostandosi più verso l’intersoggettività e quindi verso quelle “aree terze” che questa mette inevitabilmente in evidenza.
Per altri ancora un’ottica di campo all’interno dell’istituzione può porsi come “campo” che ricongiunge nella visione pluridimensionale dell’équipe degli operatori gli elementi frammentati e scissi nella “mente – campo” del paziente (Correale (2006), Boccanegra (1997).
Riolo (1997) conduce un’analisi che, come Corrao, si rifà puntualmente alla fisica e alle sue attuali evoluzioni, le quali, superando il dualismo tra energia e materia e tra campi e oggetti, approdano all’ipotesi secondo cui ciò che ad un livello di osservazione appare come realtà indipendente (particelle, singoli elementi del campo), in realtà è determinato dalla diversa intensità dei punti del campo e dalle diverse configurazioni delle sue linee di forza. Assumere questa nuova configurazione di campo come riferimento concettuale per il campo psicoanalitico, induce Riolo ad accentuare al suo interno gli aspetti costruttivisti e creatori di nuovi elementi e di nuovo senso, cioè gli aspetti trasformazionali, anziché le differenze dei singoli elementi (transfert, controtransfert…. che non hanno realtà indipendente da quella del campo) con evidenti ricadute sul piano teorico della teoria psicoanalitica stessa e a sottolineare ancora, qualora ce ne fosse bisogno, come il concetto di campo non possa risolversi in quello di relazione, ma lo superi di gran lunga.
Grande attenzione viene quindi posta alle trasformazioni nel campo che Riolo sostiene veicolate dalle componenti affettivo/cognitive/emotive che, come onde, producono cambiamenti nel processo analitico.
Anche Gaburri (1997) sembra intendere il campo analitico come un “luogo” fortemente connotato dagli eventi emotivi che agiscono sulla realtà fattuale, trasformandola. Egli denomina tale fenomeno come “campo emozionale” (Gaburri 1997).
Per F. Borgogno (1997) il campo è anche il luogo di una paziente e sofferente attesa, un campo che si “ammala” e “parla” del disagio “portato” dai personaggi che vi entrano (familiari, figure significative…), facendosi transitare da emozioni che diventando “vivibili”, potranno poi divenire “pensabili”

Anche per Antonino Ferro (1992;1996;1999;2000;2002;2003;2006;2007), Bezoari (1991) e Barale (1992) il campo è fortemente connotato in senso emotivo; esso è uno spazio-tempo che diviene contenitore di “intense turbolenze emotive”, dove avvengono trasformazioni dell’intera situazione analitica. In tale spazio-tempo si dispiegano narrazioni che introducono personaggi testimoni del funzionamento della coppia analista-paziente e che in un gioco continuo di contenuto/contenitore creano la possibilità di accedere a pensieri nuovi, prima impensabili.
Le prese di posizione più radicali nell’ambito del modello di campo, le ultime citate, conducono ad una “rivoluzione” di tutti gli elementi psicoanalitici e delle loro variegate denominazioni; come afferma Corrao “se utilizziamo il concetto di campo non c’è bisogno di pensare allo spazio intermedio tra interno ed esterno, perché nel campo, visto che tutti i punti possono essere utilizzabili, ci possono essere [simultaneamente] interni, esterni, intermedi … perché è omnicomprensivo” E ancora c’è da chiedersi, quale pregnanza possono ancora avere concetti come quello di transfert, controtransfert, setting, se tutto nel campo è in movimento e se ciò che vogliamo ottenere in un processo analitico è certamente in direzione della trasformazione e non della fissità degli elementi?
All’interno di questa “corrente” tutta italiana collocherei due autori d’oltre oceano che mi sembrano piuttosto vicini ad essa: Ogden (1994) per il suo originale sviluppo del pensiero di Bion e per la sua formulazione del “terzo analitico” e Renik (2007) per la sua attenzione alla non neutralità dell’analista e il forte accento intersoggettivista che assegna all’incontro psicoterapico, pur collocandosi in continuità con la tradizione psicoanalitica.

BIBLIOGRAFIA

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Tratto da http://www.psicoterapia.name/Prospettive_costruttiviste_in_PSICOANALISI.htm

I risultati dell’Infant Research e la terapia psicoanalitica degli adulti di Carlo Rodini

In un campione di oltre cento macachi sono stati identificati i portatori di un corredo favorevole al ricambio della serotonina cerebrale e i portatori di un gene sfavorevole con conseguente deficit di produzione di essa (la serotonina è un neurotrasmettitore correlato con i comportamenti aggressivi e autolesivi anche negli uomini; su di essa agiscono i farmaci ISRS, inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina). Al termine dello svezzamento sia i portatori del gene sfavorevole che i sani sono stati posti, e per sei mesi, in due condizioni differenti, metà sono rimasti con la madre e l’altra metà aveva contatti solo coi propri pari. Finiti i sei mesi, il campione che era stato separato dalla madre aveva valori diversificati di concentrazione dei metaboliti della serotonina (acido 5-idrossi-indolacetico) nel liquor cefalorachidiano: come era da aspettarsi era molto bassa nei macachi con gene sfavorevole, mentre era elevata in quelli sani. Il campione che era stato allevato dalla madre non aveva concentrazioni differenti: sorprendentemente sia i piccoli con gene sfavorevole che i sani si erano uniformati: sembra una prova clamorosa delle interazioni geni/ambiente nella modulazione dei neurotrasmettitori.
Questo esperimento di Bennett, Lesch, Heils et al. (in preparazione), citato da Suomi (Suomi, 1999), è uno dei tanti che supporta l’importanza dell’orientamento relazionale, comune forse a tutti noi.
Le neuroscienze umane ed animali ci aprono la strada, ma ci chiamano anche in causa. Come deve essere questa relazione per cambiare e sviluppare al meglio il nostro cervello? La risposta sta nel voler bene, ma sappiamo anche quanto i genitori sono coinvolti nel voler bene ai propri figli e ciononostante questo non ha impedito che siano cresciuti con problemi. Che fare allora?

I contributi dell’Infant Research possono fornire indicazioni. Traccerò giocoforza densamente i seguenti punti:
1 – farò una premessa sui cambiamenti metodologici che avviarono questo filone di studi,
2 – descriverò gli sviluppi metodologici e teorici successivi,
3 – illustrerò qualche ricerca sulla relazione diadica pertinente alla domanda che ci siamo fatti,
4 – concluderò con i campi che si aprono.

1 – Premessa sul rinnovamento metodologico.

A mio avviso le conoscenze sul bambino hanno un potenziale che cambia il mondo, perché influiscono sulle nostre concezioni educative e sulla nostra visione dell’uomo.
Dopo una prima rivoluzione sulle conoscenze del bambino avvenuta con Freud, dagli anni ’70 si è prodotto una conoscenza dello sviluppo del bambino senza precedenti, favorita secondo Daniel Stern (Stern, 1985) da due cambiamenti nei metodi sperimentali.
Il primo è stato su come farci le domande; il chiedersi se il neonato odora, sente, vuole, pensa comporta il trovare un modo per “chiederglielo”. Per esempio MacFarlane (MacFarlane, 1975) ha utilizzato il girare la testa per “chiedere” a neonati di tre giorni se odorano e se sanno distinguere l’odore del latte della mamma ponendo a un lato della testa dei tamponi impregnati dell’odore del seno della madre e all’altro lato della testa dei tamponi impregnati dell’odore del seno di altre donne che allattavano. In modo significativo i neonati giravano la testa verso il tampone della mamma, cioè ci hanno risposto indirettamente che sanno distinguere l’odore del latte materno.
Il secondo è stato nello sfruttare l’osservazione di Wolff (Wolff, 1966) che i bambini non sono solo impegnati dal dormire, mangiare, piangere, ma fin dalla nascita durante la veglia stanno a tratti in uno stato detto di inattività vigile: una condizione ideale per scopi di ricerca sperimentale perché il neonato non è distratto da altro.
Queste procedure hanno ampliato le nostre conoscenze su abilità insospettate dei bambini.
Fin dalla prima mezz’ora di vita troviamo competenze sorprendenti. Riporto le parole di Sander (Sander, 2000) per illustrare questa ricerca bellissima (pag. 12):
“Una drammatica dimostrazione di quanto noi non conosciamo di questo iniziale periodo è la scoperta e l’indagine dei ricercatori svedesi dello strisciare del neonato per raggiungere e cominciare a succhiare il seno della madre eseguito interamente da solo (Widstrom et al., 1987). Se adagiato pelle contro pelle sull’addome della madre e più sotto al seno e per un breve tempo dopo la nascita, il neonato rimane serenamente in uno stato vigile per 20-30 minuti, poi inizia una sequenza, uniforme nel campione, che comincia con lo schioccare delle labbra e poi con il perdere la bava dalla bocca. Come il bambino si muove in avanti verso il seno non lavato, la sua testa si gira da una parte all’altra, fa rimbalzare il suo naso sul seno della madre spostandosi verso il capezzolo, apre abbondantemente la bocca quando si trova strofinandolo in modo che l’areola diviene gonfia, tira dentro profondamente il capezzolo in una posizione che è ottimale per iniziare la poppata. Se il neonato comincia questa poppata entro la mezz’ora dopo la nascita, avviene una secrezione di ossitocina che determina una vasocostrizione nella madre, questo controlla l’emorragia postpartum e riduce il dolore. La secrezione di ossitocina, così stimolata, avviene dentro la matrice intercellulare del cervello, tanto che le iniezioni di ossitocina da sole non producono gli stessi effetti.
E’ inutile dire che l’effetto sulla madre dello sperimentare la competenza innata del suo bambino è assai profonda. E’ tale da comunicare quanto è vero che il suo bambino è un essere agente che sa iniziare la propria autoregolazione e la propria auto-organizzazione – un elemento cruciale nell’iniziare il processo di differenziazione che sarà negoziato nei mesi a venire”.
L’elenco delle capacità neonatali documentate è ormai noto. Per dirne qualcuna, si sa che sanno apprendere già dalla vita intrauterina, sanno individuare i caratteri di una superfice anche se l’hanno solo toccata, sanno distinguere la voce, l’odore, il volto della loro mamma, sanno discriminare se stessi dagli altri riconoscendo le proprie vocalizzazioni ecc. Per i curiosi segnalo, oltre al libro di Stern, un articolo di Beatrice Beebe (Beebe, Lachmann, & Jaffe, 1997), pubblicato su Ricerca Psicoanalitica, un’ottima rivista italiana.
In sintesi è stato un fiorire straordinario di scoperte che hanno fornito una mole di dati su cui bisognava anche fare ordine, un contributo che partì da Louis Sander.

2 – Gli sviluppi metodologici e teorici successivi.

Gerald Stechler (Stechler, 2000) ha descritto il momento del primo di questi sviluppi (siamo negli anni sessanta alla Boston University School of Medicine, Stechler collaborava con Louis Sander ed entrambi erano psicoanalisti):
“La nostra ricerca longitudinale sul primo sviluppo del bambino ci condusse a creare una revisione del modello psicoanalitico. Lou (Sander) era profondamente colpito dai dettagli intimi del coinvolgimento interattivo momento per momento tra madre e bambino (corsivo mio). Il senso di una formazione e regolazione reciproca risaltava come il motivo dominante attraverso cui capire e semplificare la complessità preoccupante dei dati che erano catalogati. La sua lettura debordava dalla psicoanalisi portandolo verso i teorici della teoria dei sistemi generali biologici e verso gli etologi evoluzionisti che fornivano il solo rilevante modello per il materiale che si stava osservando.
La sua genialità proveniva dalla sua intuizione che c’era un ordine sottostante alla combinazione del potente svolgimento del programma evolutivo del bambino e dei modi interattivi introdotti dalle costruzioni della madre nel divenire del bambino. Egli sapeva che le risposte non erano nella letteratura disponibile e che doveva resistere alle pressioni interne ed esterne di infilare a stento tutto il materiale dentro l’esistente teoria psicoanalitica.
Attraverso un attento e creativo approccio a questo problema, egli costruì il cuore del suo durevole contributo allo sviluppo umano e alla psicoanalisi. Il modello della sequenza della vicenda interattiva (Sander, 1962) descriveva, organizzava e dava coerenza teorica alla massa di disparate osservazioni e interviste che aveva raccolto.” (pag. 76-77).
Ricordiamoci che in quel periodo dominava la Psicologia dell’Io e negli USA apparivano i primi scritti di Kohut, mentre in Europa era presente anche la teoria delle relazioni oggettuali. Quando Stechler allude a Sander che doveva resistere alle pressioni esterne, credo alludesse a questo contesto culturale.
Il concetto di oggetto e quello di sé allora in elaborazione avevano posto il problema delle loro rappresentazioni mentali come rappresentazioni del sé e dell’oggetto. Questi concetti erano sviluppati su ipotesi che nascevano dall’osservazione nella pratica clinica con adulti e bambini. Venivano fatte inferenze sui processi di sviluppo del sé e dell’oggetto dalla nascita, ma i bambini in trattamento erano di età superiore a quella dei processi mentali che venivano ipotizzati ed inoltre erano bambini di un campione clinico. La rappresentazione mentale poi era identificata con la rappresentazione simbolica, non c’erano conoscenze sulle rappresentazioni presimboliche, salvo l’intuizione di Freud di processo primario, costrutto da chiarire. Le teorie e le applicazioni cliniche di quelle scuole, quindi, si sono sviluppate sulle conoscenze di allora, conoscenze che, da parte non solo della psicoanalisi, ma anche dei vari ambiti della psicologia, erano orientate, come paradigma scientifico, a vedere i fenomeni delle attività mentali in se stesse e a pensare il bambino come essere che subisce l’influenza ambientale, cioè senza essere interattivo. Per esempio il sorriso era visto prevalentemente come risposta.
Negli anni settanta, invece, si fece una svolta. I ricercatori non si limitarono a campioni clinici, ampliarono l’oggetto di studio ai processi normali, introdussero metodologie osservative nuove e studiarono i bambini direttamente nelle loro reali età dalla nascita. Questo fu il movimento dell’Infant Research a cui Sander fornì il primo modello interpretativo.
Sander (Sander, 1977; Sander, 1985, 1995) ha descritto il ruolo chiave dell’autoregolazione nello scambio diadico sostenendo che il bambino non è attivato dalla madre, ma da una primaria attività endogena, che deve coordinarsi con quella materna, ossia il bambino, in armonia con una delle funzioni base del cervello di scoprire e ordinare le informazioni, ha una motivazione intrinseca a ciò, è automotivato a scoprire le regolarità, a generare aspettative ed agire in base ad esse.
Da quando egli concettualizzò in termini di sistema diadico il rapporto madre-bambino, si sono inventati metodi per osservare la relazione simultanea dei due partners nella regolazione del rapporto interpersonale, inaugurando così un nuovo paradigma scientifico, quello in cui anche il bambino è interattivo. Il concetto di relazioni oggettuali, o la concezione interpersonale di Sullivan, che pure prendevano in considerazione la relazione, non prevedevano il concetto di co-costruzione della relazione insito invece nel sistema diadico bidirezionale di cui stiamo parlando.
Un secondo sviluppo di questo decennio è lo spostamento da una teoria dei sistemi, introdotta nell’Infant Research da Sander, verso una sua nuova versione che ha le fonti soprattutto in Thelen E., Smith L. (1994), e Fogel A., (1992a, b , 1993).
Nei modelli di sistemi, come in Sander, ogni interazione è cocostruita, ma in termini di gamma di autoregolazione e di aspettative stabilite in precedenza. I processi interni sono quindi organizzati da autoregolazione e da regolazione interattiva. Quì c’è una incomprensione potenziale con i modelli “relational” quando significano “essere schiavi dell’ambiente”, ossia che l’altro determina il nostro comportamento.
Questa teoria, fondandosi su come il cervello percepisce (Fogel, 1992a, 1992b; Freeman, 1994; Thelen & Smith, 1994; Tononi, Sporns, & Edelman, 1994), ossia su come le connessioni nervose dipendono dall’esperienza di ognuno (Schore, 1994) modifica qualcosa sulla rappresentazione.
Un esempio viene dalla ricerca su come il cervello di un coniglio crea una mappa dell’odore di segatura (Freeman, 1987). Il bulbo olfattorio aveva 60 punti di registrazione EEG e l’identità dell’odore era trovato nel modello di ampiezza dell’EEG da ogni punto di registrazione. Per lo scopo dello studio, il coniglio fu poi esposto all’odore di una banana e ancora all’odore della segatura. Si scoprì che la mappa dell’odore di segatura era cambiata in funzione dell’odore di banana interposto. La ricerca mostra che la mappatura è continuamente riassemblata a causa dei nuovi dati, che l’esperienza interviene su questo processo e quindi che la mente è intrinsecamente relazionale.
La rappresentazione mentale è vista ormai da molti studiosi come un “processo” e non un dato fisso (Beebe & Stern, 1977) (Beebe & Lachmann, 1988, 1998; Beebe & Lachmann, 1994) (Fogel 1992a, b) (Stern, 1985) (Stern, 1994) (Piaget, 1937), ma nella prospettiva di Thelen E. e Smith L. (1994), più che processo, è un continuo riaggiornamento in funzione del contesto e del compito. Questi aggiornamenti suggeriscono che la rappresentazione deve essere riconcettualizzata come processo che cambia in continuazione e che il paradigma di bidirezionalità e cocostruzione deve includere questa idea di riassemblamento e di organizzazione emergente per mettere in evidenza la qualità continuamente trasformazionale.
Un modello dei sistemi usa assunzioni costruttiviste della percezione e della rappresentazione. Invece di considerare le rappresentazioni come copia dell’ambiente, che è una visione positivista con corrispondenza uno-a-uno di percezione e realtà, il costruttivismo sostiene che non ci sono puri eventi sensoriali, perché noi vi includiamo le nostre categorie, ad esempio il bambino ha preferenze innate, capacità autoregolative e aspettative stabilite dall’esperienza relazionale.
Un terzo sviluppo è costituito da un nuovo filone di studi. Le ricerche avviate sui processi rappresentazionali hanno portato ad accorgersi che le rappresentazioni mentali che precedono il linguaggio sono di natura diversa di quelle simboliche. Quest’ultime non cominciano ad operare dalla nascita, ma dal diciottesimo mese in poi come risultato di processi neurobiologici e di esperienze chiave che le precedono. L’attenzione è attratta oggi sia dallo studio di questi processi presimbolici che dallo studio del sistema diadico, di cui ora illustriamo qualche ricerca.

3 – Illustrazione di ricerche sulla relazione diadica pertinente alla domanda che ci siamo fatti.

Il campo della microanalisi dell’interazione vis-à-vis madre-bambino iniziò negli anni ’70 (Brazelton, Kozlowski, & Main, 1974) (Lewis & Rosenblum, 1974) (Stern, 1971) (Trevarthen, 1974) ed abbiamo visto che in quegli anni si andava modificando il paradigma dall’influenzamento “a una via” (il genitore plasma il bambino) a quello bidirezionale. I ricercatori, inebriati dalle crescenti possibilità di documentare questo cambiamento, pensavano che la regolazione bidirezionale in se stessa era una garanzia di un processo evolutivo ottimale.
Ma le cose non stavano così. Per esempio le ricerche di Tronick (Tronick, Als, Adamson, Wise, & Brazelton, 1978), rimaste famose col nome di esperimenti del volto immobile (still face paradigm), ci fecero conoscere inaspettatamente che le regolazioni sintoniche madre-bambino di 3-4 mesi sono normalmente solo il 30%. Come mai? Vedremo fra poco.
Beatrice Beebe e colleghi (Beebe et al., 1997) hanno studiato il rispecchiamento facciale della diade (facial mirroring studies), in cui vengono codificati gli scambi tipo espressione accigliata, labbra serrate, bocca che si apre, sorriso aperto ecc. filmando con 24 fotogrammi al secondo.
La scoperta più particolare sta nell’osservazione della rapidità eccezionale in cui avvengono gli scambi, poichè l’evento più breve osservato era di 1/6 di secondo, cosa rilevabile solo dai fotogrammi. L’influenzamento sembra pressochè simultaneo. Come è possibile? E’ possibile perché, come è stato verificato (Haith, Hazan, & Goodman, 1988), il bambino a tre mesi e mezzo è capace di elaborare anticipatamente l’informazione visiva creando una continua previsione spazio-temporale delle sequenze, ossia risponde ad un evento non solo in quanto discreto, ma anche in quanto elemento di una serie prevedibile.
Inoltre sappiamo dagli studi sulla percezione (Gregory, 1998) che noi non vediamo semplicemente con l’informazione dell’occhio, ma col cervello, il quale interpreta lo stimolo visivo calcolando la sua probabilità di attendibilità in varie maniere, come è risultato dallo studio sulle illusioni ottiche.
Quindi fin dalla nostra infanzia noi elaboriamo lo scambio in tempi quasi simultanei, usando la vista, ma non ci accorgiamo di questa rapidità, anche coi nostri pazienti.
Con le ricerche di Tronick e della Beebe ci troviamo di fronte a fatti non immediatamente intuitivi: da un lato la sintonizzazione è inferiore al previsto, dall’altro la rapidità degli scambi è invece superiore. Per il primo quesito abbiamo delle risposte dalle ricerche sul ritmo vocale, per il secondo dobbiamo ricorrere al più recente filone degli studi sulle rappresentazioni presimboliche.
Beatrice Beebe e colleghi (Beebe et al., 2000) hanno studiato la relazione di 82 diadi attraverso il coordinamento del ritmo vocale (riguarda l’interruzione, la turnazione, il tasso di parlata, il cambiamento della pausa tra i turni, la sua durata ecc.). Le diadi erano formate da madre-bambino, straniero-bambino, madre- straniero e furono valutate in due periodi di età del bambino, a quattro e a dodici mesi e in due contesti, a casa ed in laboratorio.
Fra i vari risultati, il ritmo del dialogo preverbale è sorprendentemente simile a quello verbale adulto, impariamo prima il ritmo e poi arriviamo all’uso della parola che sarà scandita su un ritmo di emozioni appreso nella relazione delle reciproche negoziazioni.
Un secondo dato si riferisce al contesto. Le sue variazioni di incremento di novità (da madre/bambino in casa a straniero/bambino in laboratorio) si correlavano in modo lineare a variazioni che intensificavano la reciproca influenza. Ciò si può interpretare come un indice del grado di sforzo per rendere prevedibile l’interazione, più grande è l’incertezza data dalla novità, più grande la necessità di renderla predicibile, anche con lo stesso partner. La relazione in generale, quindi, non ha uno stile costante, ma è dipendente da un contesto, cosa che implica distinzioni fra i costrutti che noi trattiamo come fissi.
Un terzo dato è illuminato dal mettere in correlazione i gradi di coordinamento vocale con gli stili di attaccamento a dodici mesi (Ainsworth, Blehar, Waters, & Wall, 1978) (Maine & Salomon, 1990) (B, sicuro con madre sicura, A, insicuro-evitante con madre distaccata, C, insicuro-resistente con madre irretita, D, disorganizzato con madre probabilmente traumatizzata). Si è dimostrato, contrariamente all’idea che elevato coordinamento sia indice di diadi in buona relazione, come si sarebbe indotti a credere, che i più alti gradi di coordinamento vocale a quattro mesi predicono invece gli attaccamenti più insicuri e i più bassi gradi predicono gli evitanti, mentre i sicuri si posizionano nei gradi intermedi. I risultati bassi sono interpretati come relativa inibizione del coinvolgimento, quelli alti come eccesso di autocontrollo, mentre i bambini sicuri hanno possibilità di iniziative non sintonizzate con una madre che le permette senza intransigenze o intrusioni ingiustificate. Noi costruiamo ritmi come modi per definire emozioni, modi di “essere con”, modi di fare esperienze di relazione, che nell’insieme sono modelli di aspettative di coordinamento del ritmo.
Questi dati spingono ora ad una revisione del modello di mutua regolazione.
Pensare che la regolazione bidirezionale in se stessa era una garanzia di un processo ottimale non è sufficiente. Anche la ricerca sul ritmo vocale con bambini di 4 mesi avrebbe predetto che una reale presenza di bidirezionalità nella diade sarebbe stata indice di attaccamento sicuro.
Non l’influenza reciproca, ma il grado di coordinazione (o di influenza) è predittivo dell’attaccamento a 12 mesi. La mutua regolazione, quindi, può essere eccessiva o inibita ed è ottimale solo nei gradi intermedi, la patologia sta nella perdita di flessibilità.
A questo punto possiamo riesaminare l’interrogativo sul 30% di regolazioni positive e sulla domanda iniziale su come deve essere questa relazione per cambiare e sviluppare al meglio il nostro cervello che aveva già una risposta nel voler bene. Le regolazioni positive sono poche perché il rapporto madre sicura e bambino sicuro include una buona percentuale di regolazioni negative (che sono “riparate” nel giro di due secondi) e il voler bene pure. E’ il cronico eccesso di sintonia o di sua cronica carenza la fonte in cui cercare il disturbo.
Adesso sembra quasi ovvio, eppure è un tema abbastanza dibattuto.
Per rispondere alla rapidità e alla quasi simultaneità degli scambi servono informazioni dagli studi sulle rappresentazioni presimboliche.

4 – Alcune considerazioni sui campi che si aprono.

Detto sinteticamente c’è una distinzione fra livello rappresentazionale simbolico (discreto, categoriale, dichiarativo) e livello di percezione-azione (non simbolico, continuo, implicito, procedurale). Molta letteratura evidenzia la capacità di rappresentare presimboliche sequenze di azioni associate ad emozioni (Emde, Biringen, Clyman, & Oppenheim, 1991) (Fagen, Morrongiello, Rovee-Collier, & Gekoski, 1984) (Meltzoff, 1985) (Meltzoff & Gopnik, 1993) (Shields & Rovee-Collier, 1992) (Stern, 1985) (Stern, 1994). La memoria procedurale si riferisce a sequenze di azioni codificate presimbolicamente, diventano automatiche con la ripetizione e influenzano i processi organizzativi alla guida del comportamento. I due sistemi, l’implicito e l’esplicito, sono potenzialmente dissociabili. Negli adulti le memorie procedurali sono libere di contenuto, ossia implicano più l’apprendimento di processi che di informazioni (Grigsby & Hartlaub, 1994).
Contrariamente alla visione tradizionale che considera le rappresentazioni simboliche alla guida del comportamento sociale, la prospettiva del livello di percezione-azione o procedurale sostiene che il controllo del comportamento sociale è fuori della consapevolezza, poggia sulla relazione organismo-ambiente, che ha insita l’informazione sufficiente a strutturare l’azione (Fogel, 1992b) (Fogel, 1993) (Newtson, 1990).
Ciò è compatibile con la teoria dei sistemi non lineari. Piuttosto che vedere l’informazione come una realtà non psicologica finché non è rappresentata, si considera che l’azione contiene una informazione come una oggettiva proprietà. L’azione è vista come un sistema dinamico, come prodotto dell’interazione organismo-ambiente, continuamente riorganizzata e altamente rispondente al contesto. Il comportamento sociale è regolato a livello di percezione-azione in una frazione di secondo. Questa rapidità e densità di informazione non permette un controllo centrale cognitivo (Newtson, 1990). Così diventa più comprensibile la rapidità degli scambi.
Tuttavia, l’informazione del livello di percezione-azione, di cui un esempio è il ritmo vocale, può essere rappresentato simbolicamente e così potrebbero integrarsi i due livelli che si influenzano reciprocamente (Beebe & Lachmann, 1998).
I membri del Process of Change Study Group di Boston (Stern et al., 1998), Stanley Greenspan (Greenspan, 1997) e Wilma Bucci (Bucci, 1997) hanno proposto dei livelli dei processi mentali presimbolici ed hanno elaborato stimolanti applicazioni cliniche che vedono nella lotta per la simbolizzazione uno degli scopi della psicoanalisi.
Grazie per l’attenzione.

Bibliografia
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La vita psichica prenatale: breve rassegna sullo sviluppo psichico del bambino prima della nascita

L’interesse per le fasi della vita che precedono la nascita ha avuto negli ultimi anni grande diffusione; la precocità e compiutezza delle competenze sensoriali e percettive fetali e la complessità delle attività esibite ha portato l’attenzione sull’insieme di esperienze che il bambino vive nel periodo prenatale e su come ciò possa costituire il nucleo fondamentale dell’esperienza psichica ed emozionale dell’individuo, costituendosi come base per lo sviluppo successivo.

Dopo un primo genere di approccio basato su teorie e ricostruzioni soprattutto di stampo psicoanalitico, il grande impulso ricevuto dalle ricerche sulla vita prenatale è stato indubbiamente dovuto all’avvento delle tecniche ad ultrasuoni che hanno consentito l’osservazione in tempo reale dell’attività spontanea fetale e delle sue reazioni alle più diverse stimolazioni. Studi longitudinali di osservazione su casi singoli tramite ecografia [1, 2] hanno consentito di evidenziare le relazioni tra età gestazionale e le complesse caratteristiche dell’attività fetale. Considerevole, a questo proposito, è il lavoro descrittivo svolto da Ianniruberto e Tajani [3] riguardo l’evoluzione e classificazione dei movimenti fetali durante tutto il corso della gestazione in un esteso campione di soggetti. Studi di impianto prettamente sperimentale hanno, inoltre, consentito di stabilire delle precise relazioni tra l’attività esibita dal feto, il tipo di stimolazione esterna somministrata e l’età gestazionale [4, 5]. Tutto quanto si è potuto sperimentalmente comprovare depone a favore della precoce e attiva presenza di un nucleo esperienziale, emozionale e psichico prenatale e, dunque, della continuità tra vita psichica pre- e postnatale.

Anche l’osservazione dei bambini nati prematuri costituisce una notevole fonte di informazioni sulla vita prenatale. La conoscenza delle caratteristiche evolutive del bambino prematuro ha consentito di datare con maggiore precisione il grado di sviluppo degli organi fetali ed ha obbiettivato la presenza di elaborate capacità percettive e di primitive organizzazioni comportamentali a partire dalla venticinquesima settimana di vita. L’osservazione del comportamento del bambino prematuro ha messo in evidenza secondo alcuni autori la presenza di una primordiale forma di autorganizzazione: Bottos e Tonin, per esempio, parlano della “…esistenza di una organizzazione in grado di discriminare, attraverso la propria struttura, ciò che è significativo per essa da ciò che non lo è” [6]. Peraltro alcuni studiosi [7], sulla scorta delle competenze psicofisiologiche evidenziate nel feto e delle sue capacità di rispondere anche a stimolazioni intra- ed extrauterine con valenza emotiva, cominciano a parlare di stati dell’Io prenatale: “·durante la gestazione il feto è continuamente interessato da flussi esperienziali che danno consistenza al suo Io; le stimolazioni, le emozioni, il rapporto con il mondo intrauterino ed esterno sono delle forze dinamiche coinvolte nel processo di origine e maturazione psichica”.

In un precedente lavoro [8] è stato preso in esame lo sviluppo del sistema nervoso prenatale e degli apparati sensoriali e percettivi in relazione all’insorgere dell’attività psichica prenatale. Attraverso gli apporti multidisciplinari della neuroanatomia comparata, della psicofisiologia clinica, della psicologia sperimentale unitamente agli studi di tipo osservativo, ecografico e neonatale, è possibile ricostruire un’immagine abbastanza completa del bambino e della sua vita psicoemotiva fin dai primordi.

Questo lavoro si propone di esaminare la pluralità degli studi in questo ambito e descrivere le evidenze sperimentali che rivelano la precoce manifestazione di insospettate attività percettive, motorie, esplorative e comunicative del feto. La presenza della vita psichica fetale, in relazione a quanto si sta scoprendo riguardo allo sviluppo psicoemotivo del bambino in queste fasi precoci, viene considerata parallelamente alla comunicazione gestante-feto e alla formazione del legame madre-bambino prima della nascita; in questo senso il vissuto genitoriale di coppia viene preso in esame specialmente in ambito preventivo.

Lo sviluppo sensoriale e motorio prenatale.

Nella specie umana la maturazione di tutti gli apparati sensoriali si svolge quasi completamente nell’utero [8, 9, 10]. La sequenza nello sviluppo degli apparati sensoriali prevede che divenga funzionale per primo il sistema della sensibilità cutanea, successivamente il sistema vestibolare, il sistema uditivo e infine il sistema visivo; l’attività motoria spontanea si manifesta a partire dalla sesta settimana di gestazione [3]. La sensibilità cutanea rappresenta dunque evolutivamente il primo canale dell’esperienza e della comunicazione nell’uomo [11]. A otto settimane si evidenzia la prima forma di sensibilità cutanea; progressivamente, ad una ad una, manifestano sensibilità tutte quelle aree che nell’adulto presentano maggior numero e varietà di recettori. A trentadue settimane tutto il corpo mostra reazioni agli stimoli tattili. Gli organi gustativi sono maturi alla quattordicesima settimana e si può vedere come il feto aumenti o diminuisca l’inghiottimento del liquido amniotico in relazione alla presenza in questo di sostanze zuccherine o amare. Alla nascita le preferenze gustative sono già molto nette. La più recente scoperta riguarda le capacità olfattive fetali: l’apparato olfattivo si sviluppa tra le undici e le quindici settimane [12, 13] e câè motivo di pensare che i recettori vengano stimolati dall’aroma delle sostanze presenti nel liquido amniotico visto che è possibile evidenziare nelle prime ore dopo la nascita un riconoscimento degli stimoli olfattivi sperimentati in utero [14]. Ciò spiega, tra l’altro, come i bambini appena nati possano essere attratti dall’odore del latte materno benché non ne abbiano avuto precedente esperienza. Per quanto riguarda l’apparato uditivo, la coclea è già formata a otto settimane e i recettori cominciano a differenziarsi alle dieci settimane [15]. L’ambiente uterino è di per sé ricco di rumori provenienti dai funzionamenti fisiologici del corpo materno ed esercita solo una modesta funzione di schermo rispetto agli stimoli sonori e, un poco più intensa, rispetto a quelli luminosi provenienti dall’esterno. Reazioni a stimoli tra i 250 e i 500 Hz, che si manifestano come alterazioni nella frequenza cardiaca e nell’attività motoria, si registrano già a sedici settimane di gestazione, mentre a ventiquattro settimane le capacità del sistema uditivo sono paragonabili a quelle dell’età adulta. Poche settimane dopo è possibile evidenziare sperimentalmente capacità di discriminazione tra stimoli con diverse caratteristiche sonore e risposte di “habituation” sonora [16]. Alla nascita l’apparato visivo è sviluppato a tal punto da consentire la messa a fuoco di oggetti posti davanti al viso del neonato alla distanza di venti centimetri; appena nati i bambini mostrano, peraltro, padronanza di complesse componenti della funzione visiva [17]. Fino alla ventiseiesima settimana di gestazione le palpebre non si dischiudono, ma il feto sembra essere comunque in grado di localizzare gli stimoli visivi anche in precedenza e mostra di reagire con accelerazioni della frequenza cardiaca a fasci di luce proiettati sull’addome materno; nei bambini nati prematuri si rilevano potenziali evocati visivi a trenta settimane e abilità visive alla trentunesima settimana; inoltre l’attenzione visiva testata alle trentaquattro settimane non differisce da quella dei bambini di quaranta settimane [18].

La prima forma di movimento rilevabile all’ecografia è la ritmica attività cardiaca che si evidenzia intorno alle tre settimane di gestazione (molte parti dell’organo cardiaco sono, comunque, ancora in fase di maturazione). A sei settimane è possibile vedere le prime forme di attività motoria [3]: movimenti aggraziati di allungamento e rotazione del capo, delle braccia e delle gambe. A dieci settimane le mani vengono portate al capo, al viso e alla bocca, che presenta già movimenti di apertura, chiusura e inghiottimento. A quindici settimane tutto il repertorio di movimenti che si ritrovano nel feto a termine è presente; si evidenziano movimenti della mandibola, movimenti respiratori e movimenti combinati degli arti dove le mani sono continuamente portate ad interagire con le altre parti del corpo e con il cordone ombelicale. L’attività motoria si manifesta inizialmente in forma spontanea come fenomeno endogeno, a carattere ciclico ma contemporaneamente rappresenta l’espressione di caratteristiche soggettive del feto [19]. Dopo le dieci-quindici settimane le variazioni dell’attività motoria fetale evidenziano una forma di reazione a stimolazioni provenienti dal mondo esterno o dal corpo materno. Più avanti nella gestazione il feto comincia ad esplorare l’ambiente uterino: sembra cercare il contatto con la placenta e rispondere a stimolazioni tattili provenienti dall’esterno. Eâ importante sottolineare che, in queste fasi, i sistemi sensoriali e percettivi lavorano sinergicamente; ciò si rivela nelle primitive organizzazioni comportamentali e nelle attività esibite dal feto e permette di affermare la presenza di una continuità esperienziale fetale.

L’attività onirica è già riscontrabile alle ventitré settimane, quando si evidenziano chiari segni comportamentali di sonno R.E.M.; nei bambini prematuri di trenta settimane il sonno R.E.M. occupa quasi il 100% del tempo di sonno, diminuendo poi fino al 50%, come è tipico dei bambini a termine [18]. Sembra che i bambini in utero quando sognano esibiscano fenomeni comportamentali simili a quelli degli adulti [20].

Apprendimento e memoria nel feto.

Dagli studi sulla percezione uditiva fetale sono derivate le ipotesi iniziali riguardo alle prime forme di processi cognitivi individuabili a livello prenatale. Si è detto che la capacità di discriminazione tra suoni diversi è già presente a ventisette settimane [16]. Nello stesso periodo compare la risposta di “habituation” [8], che si manifesta come un progressivo decremento della risposta fetale a stimoli sonori identici presentati ripetutamente in un certo intervallo di tempo; per le diverse modalità con le quali si declina questa reazione [21] si può cogliere in essa la presenza di processi cognitivi di tipo attentivo e mnemonico (è bene precisare che quando si parla di processi cognitivi nel feto ci si riferisce a processi di tipo implicito, cioè a quel genere di attività cognitiva che avviene in assenza di coscienza e che è dimostrabile, anche negli adulti, attraverso la rilevazione di variazioni nei parametri psicofisiologici relative alla presenza, o somministrazione sperimentale, di determinate stimolazioni). Il fenomeno di “habituation” è stato molto studiato e, attualmente, gli studiosi sono concordi nel ritenere che in esso si possa riconoscere la primordiale forma di plasticità comportamentale e dunque di apprendimento. Peraltro, studi basati sul condizionamento classico avevano già in precedenza dimostrato le possibilità di apprendimento fetale [22].

Scorrendo la letteratura del settore ci si avvede di come siano stati numerosi gli studi rivolti alle capacità di apprendimento fetale e alla familiarizzazione del bambino con determinati stimoli caratteristici dell’esperienza intrauterina. Le reazioni dei bambini, a poche ore dalla nascita, al suono del battito cardiaco dimostrano che questo stimolo è per loro, in assoluto, il preferito tra gli stimoli sonori [23, 24]; essi sono inoltre in grado di discriminare, mostrando unâulteriore preferenza, il battito cardiaco della propria madre da quello delle mamme degli altri neonati [25].

In esperimenti assai noti Anthony De Casper ha potuto dimostrare come nelle prime ore dopo la nascita i neonati mostrino di riconoscere e preferire la voce della propria madre rispetto a quella di altre donne e rispetto alla voce paterna [8, 26, 27]. Eâ evidente che una tale preferenza non può essersi sviluppata nelle poche ore di vita extrauterina trascorse dalla nascita, ma deve essersi stabilita nei periodi precedenti. Non è stato solo il riconoscimento di stimoli isolati che si è riscontrato nei neonati testati nelle prime ore dopo la nascita: il risultato sorprendente di un ulteriore esperimento di De Casper fu che i neonati possono discriminare tra due diverse favole per bambini e mostrare preferenza per quella che la mamma aveva raccontato loro, tutti i giorni per dieci minuti (secondo la consegna sperimentale), nell’ultimo trimestre di gravidanza [28]. Sembra chiaro, a questo punto, che gli elementi di base del linguaggio siano appresi tramite l’esposizione sonora prenatale, e infatti lo spettrogramma sonoro del pianto dei prematuri di ventisette settimane contiene già le caratteristiche vocali specifiche della voce materna. Si è visto inoltre che i neonati dirigono preferibilmente la loro attenzione verso persone che parlano la lingua dei propri genitori piuttosto che verso persone che si rivolgono loro in unâaltra lingua. Analogamente, un altro originale esperimento, svolto dal Prof. Hepper dell’Università di Belfast, ha rivelato che un brano musicale udito tutti i giorni negli ultimi tre mesi di gestazione viene riconosciuto dai neonati; infatti, bambini, le cui madri in gravidanza seguivano quotidianamente una nota “soap opera”, mostravano risposte di orientamento attentivo al comparire della colonna sonora della trasmissione stessa [29]. Lo stesso autore ha potuto anche dimostrare che esistono delle differenze sessuali a livello dello sviluppo fetale: le femmine osservate in ecografia mostrano un numero di movimenti della bocca (che coinvolgono gli organi fonoarticolatori) significativamente superiore ai maschi della stessa età gestazionale [30]. Se dall’esame di tutti questi studi compaiono evidenze di riconoscimento e apprendimento fetale rispetto agli stimoli e alle esperienze sperimentate durante il periodo intrauterino, possiamo veramente chiederci quanto il feto entri in comunicazione con la gestante e l’ambiente che circonda la diade e come profondamente ne sia influenzato nel suo sviluppo.

Ancora più strabilianti sono i risultati ottenuti da alcuni studiosi e operatori del settore prenatale, che hanno messo a punto dei programmi di stimolazione fetale e comunicazione tra genitori e nascituro. Di questo settore applicativo si è già parlato estesamente in un precedente lavoro [8]; si tratta di programmi differenziati che utilizzano una stimolazione tattile e uditiva (vocale e musicale) di tipo sistematico per favorire l’utilizzo da parte del feto delle sue abilità sensoriali e percettive. L’idea di base è che incentivare le esperienze sensoriali del feto ne promuova lo sviluppo somatopsichico. Questa ipotesi è sostenuta da studi di derivazione neuroembriologica [8, 9, 33, 34, 35] secondo i quali il sistema nervoso in formazione si avvantaggerebbe molto da una stimolazione appropriata, ricavandone uno sviluppo più ricco e precoce. Rilievi longitudinali su campioni di bambini che hanno partecipato a tali programmi, documentano, di fatto, effetti positivi che si manifestano in una precocità nello sviluppo fisico e psicologico e in una interazione genitore-bambino positiva e ricca [32]. Un fatto sorprendente che si è potuto constatare in diversi casi è che dopo ripetute esperienze il feto è in grado di mostrare una precisa attenzione e responsività nei giochi tattili con i genitori, per esempio rispondendo con un pari numero di calcetti ad un certo numero di piccoli colpi delle dita sull’addome materno, oppure, seguendo con i suoi arti, sulla parete interna dell’utero, il percorso del dito del genitore sull’addome materno. Viene dunque posta particolare enfasi sull’importanza di avviare una precoce comunicazione tra genitori e feto [31, 36], utilizzando, nei momenti quotidiani riservati all’interazione tra i genitori e il bambino in utero, varie modalità comunicative sensoriali e affettive, anche nell’ottica di una promozione della precoce formazione del legame affettivo genitori-bambino.

L’insieme degli studi e delle osservazioni “in vivo” conferma dunque nei fatti la vivace presenza sensoriale, psichica, emozionale del feto fin dalle prime fasi della gravidanza. La spinta interattiva e comunicativa che si può rintracciare nell’ultimo trimestre di gravidanza chiarisce meglio quanto importante sia nello sviluppo somatopsichico fetale l’attenzione e il coinvolgimento affettivo genitoriale. Se si tiene conto di quanto detto fino ad ora, non è più possibile ignorare quanto l’ambiente esterno ed il feto entrino in contatto tra loro direttamente e attraverso lo stretto rapporto feto-gestante (con le sue emozioni e i suoi vissuti influenzati dalla relazione con il partner e i famigliari nonché dal tipo di vita che essa conduce) e quanto, inoltre, le esperienze vissute nel periodo fetale siano influenti e rintracciabili nello sviluppo successivo.

La comunicazione gestante-feto.

Quando si parla di comunicazione gestante-feto non bisogna dimenticare che, oltre ad avere un legame “speciale” con il bambino, la gestante rappresenta il “medium” di tutti gli elementi dell’ambiente fisico e psicologico che circonda la diade.

Alcuni studi hanno verificato che il feto è influenzato da intensi turbamenti degli stati emotivi materni e manifesta questo restando per alcune ore successive all’evento disturbante in uno stato di agitazione motoria; se la situazione di stress materno persiste nel tempo, l’eccitazione motoria fetale diventa un tratto stabile riflettendosi nel basso peso alla nascita [37]. A livello dell’ambiente, il ruolo maggiormente patogeno verso il benessere del feto sembra sia assunto dalla presenza prolungata di elementi stressanti che comportino una continua minaccia per la sicurezza emotiva della madre, tensioni continue ed imprevedibili sulle quali essa sente di avere poche o nulle possibilità di controllo; a questo proposito particolare peso sembrano avere le tensioni coniugali [38, 39]. Alla luce di questi elementi riveste dunque notevole importanza il clima emotivo e famigliare in cui gestante e feto sono inseriti. Particolarmente interessante mi pare, quindi, il porre l’attenzione sulla formazione del legame tra il bambino in utero ed i suoi genitori. Si può infatti considerare che la precoce presa di coscienza della presenza del bambino come individuo da parte dei genitori possa agire sui vissuti e sulle rappresentazioni che essi hanno di se stessi nel nuovo ruolo genitoriale e sulle fantasie rispetto al bambino in arrivo. Questa sorta di mobilizzazione interiore nei genitori può predisporre unâarea di evoluzione verso nuovi ruoli ed equilibri nell’assetto famigliare, e favorire il crearsi di uno spazio psichico di attesa e di accoglimento per il nascituro, con ampia ricaduta sul piano della promozione di uno sviluppo psicoemotivo equilibrato del bambino stesso.

Relativamente ai vissuti della gestante ed alla influenza che possono esercitare sul benessere fetale attraverso la comunicazione primitiva che avviene nel “dialogo” gestante-feto, l’atteggiamento della gestante verso la gravidanza è risultato essere in relazione con caratteristiche di personalità del bambino. Uno studio longitudinale svolto su 163 donne in gravidanza e, successivamente, sui loro bambini ha rilevato che la non accettazione della gravidanza e del feto da parte della madre correla con un comportamento di tipo deviante o patologico nei bambini [40, 41, 42]. Anche l’atteggiamento paterno non accettante si è visto interferire nel vissuto materno rispetto al feto e alla gravidanza stessa [43, 44]. Alcuni studiosi ritengono che il feto sia il depositario delle emozioni materne e che i soggetti caratterizzati da una solida fiducia di base e da buona autostima abbiano potuto percepirsi fin dai primordi della vita psichica come individui desiderati e amati [45].

Se, alla luce di questi vari contributi, è possibile dimostrare l’esistenza di un mondo psichico ed emotivo fetale e la presenza di un legame madre bambino prenatale, molte riflessioni possono essere fatte. In particolare, riguardo alle vicissitudini dello sviluppo psichico sano e patologico, mi sembra importante considerare l’influenza che queste fasi così arcaiche del funzionamento mentale, la cui caratteristica è quella di essere per eccellenza un funzionamento “psicosomatico” dominato e determinato da una sensorialità intensa e totalizzante, possono continuare ad esercitare nello sviluppo successivo dell’individuo e il ruolo che possono rivestire nella genesi della psicopatologia .

Da questo punto di vista i vissuti relativi alle esperienze intrauterine e all’investimento emotivo delle stesse, costituiti secondo le leggi dell’inconscio e del soma, si pongono come la base più antica e profonda nella formazione del sé.

(di Anna Della Vedova)

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Attaccamento prenatale

Le origini della relazione genitori-bambino prima della nascita: l’attaccamento prenatale

Riassunto: Il termine “attaccamento prenatale” è stato creato per definire il particolare legame che i genitori sviluppano verso il feto durante la gravidanza. Da quando Winnicott, con il concetto di “preoccupazione materna primaria”, ha descritto la rilevanza dell’investimento affettivo della gestante verso il feto, la qualità del legame prenatale gentori-bambino viene considerata particolarmente importante per il successivo sviluppo della relazione di attaccamento e per lo sviluppo psichico infantile.
Nel 1981 la Cranley ha definito il costrutto dell’”attaccamento materno-fetale” ed ha creato un strumento per misurarlo. Al momento attuale è possibile affermare che uno specifico campo di ricerca sul legame di attaccamento che i genitori sviluppano verso il bambino che attendono sta progressivamente sviluppandosi. Questo lavoro considera alcuni aspetti delle conoscenze attualmente raggiunte sullo sviluppo dell’attaccamento prenatale e le implicazioni relative ad un basso attaccamento prenatale rispetto ai rischi che ciò comporta per il feto.

Il legame di attaccamento prenatale

Negli ultimi 50 anni gli studi sullo sviluppo psichico infantile hanno documentato il ruolo fondamentale delle relazioni tra genitori e bambino. A partire dal pensiero di Winnicott (1958) e di Bowlby (1969), che con la teoria dell’attaccamento ha descritto la tendenza innata del bambino a ricercare la vicinanza, l’attenzione e le cure dell’adulto e dimostrato l’importanza della qualità del legame che il bambino sviluppa verso le figure di riferimento affettivo, le relazioni precoci tra neonati e caregivers sono considerate di straordinaria rilevanza per lo sviluppo psichico infantile.
”La ricerca sulle prime relazioni genitori-bambino ha evidenziato nei neonati insospettate competenze percettive, motorie, comportamentali e notevoli capacità di attivarsi verso le figure di accudimento in modo tale da contribuire alla co-regolazione delle interazioni (Stern, 1995; Fivaz-Depeursinge & Corboz-Warnery, 1999). Del resto gli studi sullo sviluppo fetale hanno mostrato un feto attivo, sensibile, in grado di apprendere e di interagire con gli stimoli provenienti dal corpo materno e dall’ambiente a partire dal secondo trimestre di gravidanza (Piontelli, 1992; Della Vedova & Imbasciati, 1998; Manfredi & Imbasciati, 2004; Della Vedova & Imbasciati, 2005).
Alla luce di tali evidenze, l’area dell’esperienza prenatale che si viene a creare nei primi rapporti dei genitori con il feto, divenuta di grande interesse. Ma, ci si potrebbe chiedere, quando e come comincia a svilupparsi una relazione tra genitori e bambino? Winnicott (1958), con il concetto di preoccupazione materna primaria e con le osservazioni sui primissimi stati mentali, per la prima volta mise in evidenza come la relazione genitori-bambino prenda origini nelle fasi precedenti alla nascita nell’impegno affettivo che la mente genitoriale sviluppa verso il bambino atteso. Bowlby (1969), descrisse la tendenza all’attaccamento del bambino e la necessità che in corrispondenza di questa nel genitore si sviluppi una pari tendenza e disponibilità all’attaccamento verso il bambino. Che tale disposizione parentale si origini nell’investimento emotivo che i genitori fanno verso il bambino prima della sua nascita è dimostrato dalla reazione di lutto e nei frequenti episodi depressivi riscontrabili nei genitori negli sfortunati casi in cui la gravidanza venga interrotta e il bambino non sopravviva (OLeary, 2004). In questo senso divenuta di notevole interesse l’area di studio sulle fasi prenatali dello sviluppo con particolare riferimento al rapporto che i genitori sviluppano, in un area intermedia tra fantasia e pensiero, verso il bambino atteso (Palacio Espasa, 1991; Soul, 1982; Lebovici, 1983). Negli ultimi ventanni si sviluppata una specifica area di indagine che esplora il complesso di atteggiamenti, comportamenti, rappresentazioni cognitive e fantasie che si sviluppano nella mente dei genitori nei confronti del feto, definito come attaccamento prenatale. Il costrutto dell’ attaccamento prenatale stato creato dalla Cranley (1981) per descrivere le caratteristiche del legame che i genitori sviluppano durante le fasi della gravidanza verso il bambino che attendono. Attualmente tale costrutto viene studiato nell’ipotesi che la qualità dell’investimento affettivo prenatale influisca sui processi della gravidanza, del parto, sulla successiva relazione di attaccamento genitori bambino e sullo sviluppo psichico infantile.

La relazione genitori-bambino prima della nascita

Ben prima che venisse formalizzato il costrutto di attaccamento prenatale, la letteratura psicoanalitica aveva preso in considerazione quanto avviene nella mente dei genitori in attesa, ritenendo che la relazione di attaccamento neo-natale cominciasse nelle fasi prenatali, originandosi nell’investimento affettivo del genitore verso il bambino atteso.
La relazione tra gestante-feto stata il primo oggetto di riflessione, con particolare riguardo alle trasformazioni corporee e psicologiche della donna nel primo rapporto con feto che si sviluppa (Deutsch, 1945; Bibring, 1959; Benedek, 1959; Pines, 1972). La prima vera descrizione del definirsi di un investimento affettivo specifico verso il bambino atteso, si deve a Winnicott (1958) che definì preoccupazione materna primaria quello speciale tipo di coinvolgimento esclusivo, e cos intenso da sembrare una forma passeggera di follia, che le madri sviluppano verso i loro bambini. L’importanza delle fasi prenatali secondo Winnicott era decisiva dal momento che riteneva che tale coinvolgimento cominciasse a formarsi quando una donna apprende di essere incinta. Egli osserva inoltre come la preoccupazione materna primaria si sviluppasse in entrambi i genitori (Winnicott, 1969) attraverso un focalizzarsi dell’attenzione, dei pensieri e delle fantasie verso ogni cosa riguardante il bambino in via di sviluppo ed escludendo in gran parte il resto.
L’area di studio che si occupa processi psicologici che avvengono negli individui che si apprestano a divenire genitori ha evidenziato particolari dinamiche della psiche genitoriale attraverso le quali si forma una rappresentazione mentale del bambino atteso (Palacio Espasa, 1991). Si visto che, in condizioni normali, nella mente dei genitori in attesa si verifica una vera e propria fioritura di pensieri, emozioni, sentimenti, fantasie, desideri e idealizzazioni verso il bambino che si sta sviluppando. Attraverso tale rappresentazione mentale, definita rappresentazione del “bambino immaginato (Soul, 1982; Lebovici, 1983), i genitori cominciano a prendere contatto e a formare un legame con l’immagine di un bambino che comprende aspetti di fantasia e di proiezione misti ad aspetti reali dovuti all’interazione che comincia a verificarsi con il feto. La qualità del legame che i genitori sviluppano verso il feto, come evidenziato dalla teoria dell’attaccamento, è inoltre condizionata dalle esperienze affettive vissute dai genitori stessi nella famiglia di origine. La rappresentazione mentale delle prime relazioni vissute dall’individuo, descritta da Bowlby nel concetto di modello operativo interno (1969), si dimostra infatti influente sul tipo di legame di attaccamento che i genitori saranno in grado di formare con il loro bambino (Fonagy & Target, 2001).

L’attaccamento prenatale e gli strumenti di misura dell’attaccamento prenatale

Negli ultimi vent’anni l’attaccamento dei genitori verso il feto stato studiato in modo sempre pi preciso e sistematico fino ad arrivare alla definizione del costrutto dell’attaccamento prenatale e di un’area specifica di studio. Negli anni 70 cominciarono le prime ricerche qualitative sulle rappresentazioni e fantasie che la donna in gravidanza sviluppa verso il feto. In uno dei primi studi Lumley (1972) indaga il formarsi dell’immagine mentale del feto lungo il corso della gravidanza intervistando trenta primipare. Emersero due aspetti: il primo fu che con il progredire della gravidanza il feto viene pensato progressivamente sempre pi come persona, il secondo che le madri stabiliscono precocemente un legame di attaccamento con il feto. Nello stesso periodo il rapporto madre-feto stato studiato dalla Rubin (1975) che descrisse “i compiti fondamentali della gravidanza come un impegno particolare della donna verso il feto nel: 1) realizzare un passaggio sicuro attraverso le fasi della gravidanza fino al parto, 2) assicurarsi che il bambino sia accettato dalle persone significative della famiglia, 3) sviluppare un legame affettivo verso il feto, 4) essere in grado di fare dono di s al bambino.
In uno studio qualitativo che indagava per la prima volta il legame di attaccamento madre-feto in un gruppo di diciannove primipare, Leifer (1977) risconta un dato interessante e in un certo senso nuovo: una certa percentuale di donne manifestava un basso investimento affettivo rispetto al feto. Nel suo campione, infatti, un quarto delle donne manifestava basso attaccamento al feto e, le stesse, a sei mesi di distanza dal parto evidenziavano il persistere di un basso attaccamento verso i bambini. Con l’avanzare delle ricerche sembrava dunque evidenziarsi come la qualità del legame di attaccamento prenatale potesse essere rilevante e acquisire una certa validità prognostica rispetto alle successive relazioni madre-neonato. Nel 1981 Mecca Cranley, una studiosa particolarmente interessata al rapporto gestante-feto, definì per la prima volta il costrutto dell’attaccamento materno-fetale come “la misura in cui la donna manifesta comportamenti che rappresentano interazione e coinvolgimento affettivo verso il bambino che attende“. Attualmente in letteratura esistono tre strumenti che misurano il costrutto dell’attaccamento prenatale rispettivamente: MFAS di Cranley (1981), MAEAS di Condon (1993), PAI di Muller (1993). Si tratta di scale tipo Likert costituite da una serie di affermazioni, a cui i soggetti assegnano un punteggio su dimensioni di accordo o frequenza, che rilevano la presenza di comportamenti, atteggiamenti, emozioni e affetti come indicatori del formarsi di rappresentazioni cognitive del bambino che si sta sviluppando e di un investimento affettivo dei genitori verso il feto. (Della Vedova, in stampa).

Gli studi sull’attaccamento prenatale

Grazie all’utilizzo delle scale di misura dell’attaccamento prenatale l’area dei vissuti genitoriali verso il bambino atteso comincia ad essere indagata sistematicamente. Ad oggi molte ricerche sono state svolte e si conosce meglio il ruolo di alcuni fattori sullo sviluppo dell’attaccamento prenatale, anche se, per il momento, la maggior parte delle ricerche ha esplorato l’attaccamento materno fetale mentre l’attaccamento paterno-fetale risulta ancora poco indagato.
Lo studio longitudinale dell’attaccamento materno-fetale lungo il primo, secondo e terzo trimestre di gravidanza, ha evidenziato un andamento tipico per cui le donne risultano divenire progressivamente pi attaccate ai loro bambini man mano che la gravidanza procede (Laxton-Kane & Slade, 2002; Cannella, 2005). Indipendentemente dallet materna, la maggior parte delle donne manifesta un aumento dell’attaccamento a partire dal secondo trimestre, in particolare l’incremento si collega alla percezione dei primi movimenti fetali. E interessante il dato, ripetutamente confermato nelle ricerche, per cui le donne pi sensibili ai movimenti fetali sono anche le stesse che ottengono i maggiori punteggi nell’attaccamento verso il feto (Heidrich & Cranley, 1989). Come previsto dalla letteratura psicoanalitica, l’attaccamento materno non sembra dipendere dalla percezione fisica del feto, ma essere legato un coinvolgimento psicologico che si diparte dal concepimento, come si potuto evidenziare in uno studio su donne che si sottoponevano a diagnosi prenatale in cui si riscontrata la presenza di attaccamento prenatale materno a dieci settimane di gestazione (Caccia et all. 1991). Per quanto riguarda lo sviluppo dell’attaccamento paterno-fetale in un recente studio italiano (Righetti et al., 2005) emerso che, diversamente dall’attaccamento materno-fetale che si incrementa con il progredire della gravidanza, nella popolazione maschile l’attaccamento al feto si sviluppa nel primo trimestre e poi si mantiene ad un livello costante fino alla fine della gravidanza.
In una lettura psicoanalitica relazionale della salute mentale dell’individuo, si considera di grande importanza il ruolo dei fattori di sostegno affettivo, emotivo e concreto presenti nel contesto di vita della gestante. Questo aspetto confermato da diverse ricerche in cui alcuni fattori del contesto psicosociale risultano correlati con l’attaccamento materno-fetale (Cranley, 1981; Condon & Corkindale,1997). La presenza di relazioni affettive adeguate si rivelata importante per lo sviluppo del legame di attaccamento prenatale; in un campione di gestanti adolescenti, per esempio, si è potuto riscontrare come una buona relazione con la propria madre fosse correlata con la possibilità delle giovani gestanti di sviluppare un adeguato legame di attaccamento verso il feto (Wayland & Tate, 1993; Bloom, 1995). Allo stesso modo, il clima famigliare, ove le relazioni siano connotate da capacità di empatia e sostegno tra famigliari, risulta positivamente correlato con l’attaccamento delle gestanti al feto (Fuller e al. 1993; Wilson et al. 2000).

I fattori correlati ad un basso attaccamento prenatale e loro implicazioni

Riprendendo la concezione di preoccupazione materna primaria (Winnicott, 1958), se si considera lo sviluppo nella psiche genitoriale di un’area di attenzione, cure, pensiero, emozioni, sentimenti e fantasie verso il feto, come base della futura relazione di attaccamento tra genitori e bambino, diviene allora importante esaminare quali fattori possono essere correlati allo sviluppo di un basso attaccamento genitoriale verso il feto e le sue eventuali conseguenze.
Numerosi studi hanno cercato di chiarire quale impatto possono avere sullo sviluppo del legame di attaccamento prenatale aspetti quali: fattori legati alla psicopatologia dei genitori, come sintomi depressivi, disturbi della personalità, dipendenze patologiche; fattori legati al contesto psicosociale e affettivo, come basso sostegno sociale, isolamento e violenza famigliare; fattori legati a precedenti aborti o morte perinatale (per una rassegna Laxton-Kane & Slade, 2002; Cannella, 2005; Della Vedova, in stampa).
Si potrebbe pensare che uno stato depressivo determini un basso attaccamento materno ma i risultati sono discordanti: in uno studio su 238 gestanti Condon & Corkindale (1997) hanno riscontrato una correlazione inversa tra sintomi depressivi e punteggio globale dell’attaccamento materno fetale, mentre Honjo e collaboratori (1993), in uno studio su 216 donne tra i tre e i sei mesi di gestazione, non hanno potuto riscontrare alcuna associazione tra sintomi depressivi e attaccamento materno-fetale. Altri studi hanno evidenziato addirittura un andamento opposto, Priel & Besser, (1999), in uno studio su 73 donne nell’ultimo trimestre di gestazione e nelle prime otto settimane post-partum, hanno riscontrato come un alto attaccamento materno-fetale fosse associato a sintomi depressivi.
Rispetto agli stati d’ansia o di stress materno, da alcuni studi emerge il dato che siano predittivi di un basso attaccamento materno-fetale (Gaffney, 1986; Cranley,1981) ma altri studi non hanno rilevato questo andamento (Cannella, 2005). Gli aspetti di devianza e i disturbi della personalità genitoriale sembrano essere maggiormente correlati con un basso sviluppo dell’attaccamento prenatale. Uno studio su un campione di donne devianti, inviate dai servizi sociali per una valutazione psicologica delle capacità genitoriali, ha evidenziato in questi soggetti una diffusa presenza di disturbi della personalità e parallelamente un attaccamento verso il feto notevolmente pi basso rispetto alla popolazione normale: su quaranta donne solo due avevano un attaccamento adeguato al feto e molte affermavano di provare insofferenza e aggressività verso il feto (Pollok & Percy, 1999). L’aspetto più allarmante rispetto a quanto rilevato in questo campione di gestanti, che provenivano da una situazione sociale svantaggiata e da ambienti spesso connotati da violenza e isolamento sociale, fu che molte affermarono di provare insofferenza e rabbia verso il feto, alcune ammisero che avrebbero desiderato punire il feto e che sentivano che in futuro avrebbero spesso potuto perdere il controllo con il bambino (Pollok & Percy, 1999). Anche gli studi su gestanti tossicodipendenti hanno evidenziato bassi livelli di attaccamento al feto (Mikhail et al. 1995). Ma l’aspetto pi preoccupante, riscontrato in studi recenti, stato che, ove ci fosse la tendenza all’uso di sostanze durante la gravidanza, la capacità materna di sviluppare un attaccamento post-natale al bambino risultava diminuita (Quinlivan & Evans, 2005). Questi dati in un certo senso non stupiscono, dal momento che l’abuso di sostanze in gravidanza evidenzia una difficoltà materna a tenere conto del benessere del feto. Cos risulta infatti da uno studio sugli atteggiamenti verso la salute, propria e del feto, nelle gestanti (Lindgren et al. 2001) che ha evidenziato come l’attenzione alle cure prenatali e agli aspetti di tutela verso la salute del feto correli positivamente con alti livelli di attaccamento materno-fetale.
Un fattore notoriamente legato alla difficoltà per i genitori di instaurare un adeguato legame di attaccamento con il bambino che attendono riguarda esperienze precedenti di aborti o morte perinatale. L’esperienza di avere investito emotivamente in un legame che si spezza bruscamente con la perdita del bambino, lascia i genitori in una situazione di perdita e lutto che non sempre riesce ad essere pensata dai genitori stessi e riconosciuta dal contesto affettivo di appartenenza. Come evidenziato dalla clinica e dalla ricerca (OLeary, 2004) il lutto per la perdita di un bambino atteso lascia le sue tracce per anni e necessita di una lunga elaborazione mentale. In assenza di ci il lutto, non solo non risolto dall’arrivo di un altro bambino ma rischia di complicare la relazione tra i genitori e il bambino in arrivo. Per questo sarebbe necessario che, genitori che hanno vissuto perdite di questo genere, possano ricevere dalle strutture preposte alla nascita un sostegno psicologico per affrontare adeguatamente il corso di una nuova gravidanza. A riprova di quanto emerge dalla clinica, in uno studio su gestanti con esperienze di aborti, Armstrong & Hulti (1998) hanno riscontrato un minore livello di attaccamento materno-fetale nelle gestanti che avevano perso un bambino rispetto al gruppo di controllo.
I risultati di questi studi sottolineano l’impatto dei fattori psicologici e psicopatologici, non solo della gestante ma anche del contesto famigliare in cui essa vive, sulle possibilit di sviluppo di un adeguato attaccamento materno-fetale. I sintomi depressivi non sembrano essere sempre correlati a basso attaccamento, mentre alcune problematiche di personalità sembrano determinare un basso attaccamento materno fetale. In particolare dati come quelli che emergono da questi studi ribadiscono l’importanza di sostenere gestanti con problematiche psicologiche, la necessità di interventi di sostegno ove le relazioni nella coppia o il contesto affettivo di riferimento siano carenti o connotati da violenza, e la rilevanza del sostegno alle coppie che si accingono ad una nuova gravidanza dopo avere perso un bambino.

I fattori correlati all’attaccamento post-natale e programmi di intervento

Un ambito di grande interesse riguarda lo studio delle ricadute che la qualità e le caratteristiche dell’attaccamento materno fetale possono avere rispetto allo sviluppo successivo della relazione di attaccamento. Vi sono infatti sempre maggiori evidenze di come la qualità dell’attaccamento prenatale, in particolare l’attaccamento materno-fetale, si mantenga nella successiva relazione con il neonato, ed opinione condivisa tra gli studiosi che una buona relazione madre-neonato e padre-neonato costituisca una condizione di base per la prevenzione dei disagi dello sviluppo psicofisico del bambino.
In uno studio longitudinale, il legame gestante-feto (Siddiqui & Hagglof, 2000) si dimostrato correlato al tipo di relazione madre-bambino a dodici settimane di et. Durante le osservazioni delle interazioni madre-bambino, le madri che avevano fatto registrare alti punteggi alle scale dell’attaccamento materno-fetale, si rapportavano al loro bambino in modo pi ricco e coinvolgente delle madri con basso attaccamento materno-fetale, facendo registrare un maggior numero di sguardi e di interazioni con il bambino. Quello che pare emergere da questi studi che un attaccamento prenatale caratterizzato da alti punteggi sia prevalentemente associato ad una migliore qualità della successiva relazione madre-bambino.
Diversamente, l’attaccamento post-natale può essere minato da situazioni di contesto che causino malessere psicologico nella gestante, come l’assenza di supporto emotivo-affettivo nell’ambiente famigliare o la presenza di violenza nell’ambiente domestico. In uno studio longitudinale, in cui venivano monitorate gestanti esposte a violenza nell’ambiente famigliare (Quinlivan & Evans, 2005) e il temperamento dei loro bambini dopo la nascita, si visto che, nelle gestanti esposte a violenza, l’attaccamento post-natale ai bambini risultava significativamente pi basso rispetto a quello delle gestanti del gruppo di controllo. L’osservazione successiva dei bambini ha inoltre evidenziato come i figli delle donne esposte a violenza avessero una probabilità doppia di essere classificati difficili rispetto ai bambini del gruppo di controllo. In queste situazioni particolarmente critiche la possibilità di predisporre programmi di intervento a sostegno delle gestanti che vivono in ambienti domestici connotati da violenza o socialmente deprivati si dimostrata un elemento prognostico positivo per l’evoluzione della gravidanza e per lo sviluppo del bambino (Quinlivan & Evans, 2005).
L’aumento delle conoscenze sulle modalità di sviluppo del legame prenatale ha dunque permesso di strutturare programmi di intervento a sostegno dello sviluppo dell’attaccamento materno-fetale attraverso quei fattori che sono risultati a questo positivamente correlati. Si è infatti potuto constatare che l’attaccamento verso il feto può essere incrementato favorendo nelle madri un aumento della consapevolezza dell’esistenza del feto (Koniak-Griffin & Verzemnieks, 1991). In alcuni studi si ottenuto un incremento dell’attaccamento al feto attraverso appositi programmi educativi semplicemente mirati all’aumento delle conoscenze dei genitori rispetto allo sviluppo fetale o ad incrementare la percezione materna del feto. In uno studio (Mikhail et al., 1991) si richiedeva ad alcune gestanti del campione di contare i movimenti fetali per alcuni giorni. Ad un primo gruppo di gestanti si richiedeva di contare i movimenti fetali secondo il metodo Sadovsky, ad un secondo gruppo di contare secondo il metodo Kardoff e ad un terzo gruppo, gruppo di controllo, non veniva data alcuna consegna. Il confronto successivo evidenzi che le madri di entrambi i gruppi che avevano contato i movimenti fetali raggiungevano punteggi di attaccamento significativamente maggiori rispetto al gruppo di controllo, come se di fatto un aumento della consapevolezza dell’esistenza autonoma del feto si correlasse ad un aumento dell’attaccamento.
Questo interessante dato e i contributi della ricerca qui brevemente esaminati, sembrano confermare gli assunti del costrutto dell’attaccamento materno-fetale per cui, un’attenzione al feto, evidenziata dal desiderio di conoscenza e curiosità unitamente a una preoccupazione tesa alla protezione del benessere fetale, sarebbe indice del formarsi di un area di pensiero verso il feto e di un investimento affettivo dei genitori verso il bambino atteso.

Conclusioni

In questa breve rassegna sono stati presi in considerazione alcuni contributi teorici e di ricerca sull’area delle relazioni fantasmatiche e dell’investimento emotivo che i genitori sviluppano verso il bambino prima della nascita. Considerando paradigmatica la concezione di preoccupazione materna primaria (Winnicott, 1958), stata descritta la genesi prenatale di un legame particolare tra genitori e feto che può essere definito attaccamento prenatale. Attraverso l’esame della letteratura scientifica del settore, si proposto che la qualità del legame di attaccamento prenatale possa grandemente influire sulle relazioni successive tra genitori e bambino e sul tipo di attaccamento che il bambino svilupperà. Poiché questi elementi sono correlati allo sviluppo psichico e somatico del bambino l’importanza della qualità dell’attaccamento prenatale diviene sempre pi rilevante, cos come le possibilità di poterne monitorare e favorire uno sviluppo adeguato anche attraverso programmi di prevenzione primaria.

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*Anna Della Vedova
Position : researcher
Università degli Studi di Brescia.
Cattedra di Psicologia Generale, Facoltà di Medicina e Chirurgia
Viale Europa, 11, 25123 Brescia
030-3717276 fax 030-3717207
e-mail dellaved@med.unibs.it

Bambini Stressati fin dalla nascita

Tra gli studiosi delle origini e dello sviluppo delle strutture mentali, verso l’ottimalità piuttosto che verso la patologia, del bimbo e poi dell’adulto, esiste ormai da molti lustri una convergenza nell’affermare che la qualità delle strutture interne della personalità, e l’intelligenza stessa, dipendono da quanto si è strutturato nelle interazioni precoci del bimbo con i suoi caregivers. Quanto più precoci esse saranno state, tanto più incisive saranno, e decisiva la loro strutturazione per come poi si strutturerà lo sviluppo nelle successive esperienze; quanto migliori, tanto più è probabile che l’individuo si sviluppi bene, cosicché da adulto sia in grado di fronteggiare situazioni difficili, stressanti, senza scompensarsi.

Le prime esperienze servono a imparare come si imparerà, ovvero, per dirla con Bion, come si apprenderà dall’esperienza (Bion, 1962). In queste strutturazioni precoci, tanto si è parlato di “cure materne” e delle relative carenze come causa di psicopatologia: un po’ meno si è discusso in cosa esattamente esse consistano, e cioè della loro qualità, rispetto ad una loro efficacia di buon sviluppo piuttosto che come pregiudiziale iatrogena per la futura persona.

Tra gli studiosi che si sono occupati di questo aspetto, c’è una relativa concordanza nell’avere individuato la chiave del problema non semplicemente nella quantità di presenza dei caregivers con il bimbo, ma nella qualità di questa presenza, cioè nella partecipazione dei caregivers alle nascenti capacità mentali del bimbo: queste dovrebbero essere cogenerate in un dialogo non verbale che implica una particolare capacità di comunicare da parte dei genitori, nelle interazioni col bimbo, in modo che egli possa costruire le sue prime strutture mentali. Questo “dialogo” non verbale, non distaccato né intrusivo, avviene spontaneamente se i caregivers possiedono queste capacità e ovviamente se possono rimanere col bimbo per tempi sufficienti e con piena attenzione, in modo che il di lui pensiero si sviluppi nell’essenza affettiva della relazione.

Si è parlato di intelligenza emotiva, (Greenspan, 1981, 1997; Goleman, 1995) o intelligenza del cuore (Greenspan, Benderly, 1998). Notevoli studiosi di neuroscenze hanno confermato (Schore, 2003a, b) come la maturazione cerebrale (in particolare del cervello destro) dipenda dalla qualità delle interazioni coi caregivers.

Si tratta della “affect regulation”, oggetto di tante ricerche sperimentali (Schore, 2003a, b) psicologiche e neuropsicologiche, che si stabilisce tra madre e neonato/bimbo, e che agisce soprattutto in epoca preverbale, strutturando la funzionalità psichica e le reti neurali del bimbo, con particolare riguardo alle funzioni emotivo-affettive (quelle che più tardi potranno essere chiamate carattere, o personalità, o stili di vita, stili di attaccamento, disposizioni relazionali, o anche temperamento) e alla qualità strutturale della sua regolazione psicosomatica.

Tale regolazione dipende dalla struttura psichica materna e avviene attraverso la comunicazione non verbale spontanea (interazioni comprese) che intercorre tra il caregiver e il bimbo: questi apprende le modalità strutturate e strutturanti della madre nella misura in cui vi è una sintonizzazione (Stern, 1977; 1987) dei messaggi che viaggiano sui media non verbali. Un tale apprendimento è funzionale per un ottimo sviluppo del bimbo nella misura in cui c’è sintonizzazione dei messaggi e nella misura in cui la madre ha una buona struttura mentale da trasmettere e per trasmettere in modo sintonico; oltrechè, ovviamente, voglia e tempo di essere vicino al bimbo in modo che la trasmissione abbia adeguato spazio. Tale apprendimento può però al contrario essere disfunzionale (iatrogeno, patologizzante) nella misura in cui manca la sintonizzazione (affect disregulation), vuoi a causa della struttura psichica materna, vuoi della discontinuità di spazi e tempi sufficienti perché la comunicazione possa avere luogo.

Una tale regolazione avviene fin da prima della nascita, in epoca fetale: particolarmente studiato è stato lo stile di attaccamento prenatale della madre e lo stile di attaccamento del neonato e del bimbo (Imbasciati, Dabrassi, Cena, 2007; Della Vedova, Dabrassi, Imbasciati, 2007; Della Vedova, Tomasoni, Imbasciati, 2006) ed ancor prima è stata studiata la regolazione psicosomatica dei parametri fisiologici corporei da parte della madre sul piccolo (Hofer, 1978, 1981; Taylor, 1987). La letteratura psicoanalitica ha finemente concettualizzato il processo di sintonizzazione in relazione alla descrizione della capacità di rêvérie materna. Questa consiste nella capacità (automatica e acquisita dal caregiver quando a sua volta era piccolo nella relazione coi propri caregivers), di una comprensione emotiva empatica nei confronti dei vissuti del bimbo, attuata mediante modalità psichiche simili a quelle del sogno (donde il nome: rêvé, rêvérie, usato anche nella letteratura anglosassone) e nella immediatamente successiva capacità materna di restituire al bimbo un messaggio al livello in cui egli lo possa recepire e “capire”; cioè possa apprendere (Fonagy, 2001; Fonagy, Target, 2001). Sulla scorta della teorizzazione bioniana (Bion, 1962; 1963; 1965; 1967; 1970; Imbasciati, 2008b), la capacità di rêvérie viene descritta come possibilità della mente materna di accogliere le identificazioni proiettive espulse dal bimbo (oggetti cattivi) e di metabolizzare restituendogli messaggi pensabili. La madre insegna a pensare al suo bimbo. Ha così luogo l’apprendimento del neonato e del bimbo in epoca preverbale, quale fondamento da cui dipenderà la qualità di ogni suo successivo apprendimento e pertanto la costruzione della sua mente (Imbasciati, 2006a, b).

Con tali premesse dobbiamo considerare ciò che con etichetta sbrigativa (malintesa da chi non è sufficientemente documentato) viene chiamato “cure materne”. Il dialogo che costituisce le “cure materne”, per essere fruttuoso, cioè perché il bimbo ne apprenda, deve essere vero dialogo tra due soggetti che si intendono a vicenda, ossia tra due sistemi mentali, forniti di possibilità di codifica e corrispondente decodifica di messaggi, che possano davvero comunicare. La comunicazione interattiva e non verbale di una madre può non essere “compresa”, cioè decodificata in modo adeguato, se non si situa al livello di sviluppo in cui in quel momento il sistema del bimbo può funzionare: occorre pertanto che la madre abbia la capacità di riconoscere il livello funzionale della mente del bimbo; è questa la capacità di rêvérie.

Di conseguenza ella avrà anche la possibilità (se le circostanze ambientali lo permettono) di emettere messaggi a livello corrispondente o poco più elevato ma comunque tali da essere “compresi”, ossia acquisiti, dal bimbo, nonché congrui ai messaggi emessi dal bimbo, e non dissintonici. Così si struttura, anzi si “costruisce” la base mentale dalla quale dipenderà la qualità di ogni futuro apprendimento del bimbo e quindi lo sviluppo della mente del futuro individuo. Perché un caregiver possa essere veicolo efficace di tale sviluppo occorre, sì, che sia adeguatamente presente nella cura del bimbo, ma questo non è sufficiente. Ci può essere una madre che è sempre col suo bimbo, con ogni sua attenzione sempre a lui rivolta e che pure non ha una sintonizzazione (non ha la capacità di rêvérie) che operi una affect regulation funzionale al buon sviluppo. Spesso i caregivers che vogliono intenzionalmente comunicare, talora perché razionalmente sanno che così si dovrebbe fare, sono proprio quelli che non riescono a sintonizzare; ma solo a intrudere e disorganizzare il bimbo con messaggi niente affatto congrui a quelli che il bimbo ha emesso e che la madre non ha compreso: la comunicazione sintonizzante, dialogica quindi, è spontanea: “viene”, perché l’intelligenza emotiva (per usare il concetto di Greenspan: 1997) del caregiver la emette automaticamente.

L’importanza della qualità delle cure materne (anche quelle di un padre) ha così un enorme rilievo per il futuro individuo: per la sua strutturazione psicosomatica, o meglio per la di qualità, della struttura che regolerà lo sviluppo del corpo e la costruzione della mente, nel bene e nel male, nella ottimalità piuttosto che nelle varie disfunzionalità, fino a quelle che chiamiamo patologie. In particolare avverrà che una buona costruzione mentale produrrà un individuo che avrà una buona struttura per assicurare a sua volta ai propri figli un buon sviluppo. Viceversa in una dimensione negativa. Possono così accadere circuiti transgenerazionali viziosi o virtuosi: si potranno generare figli sempre migliori, e persone sempre migliori, oppure individui sempre peggiori. Si tratta allora di visioni futurologiche della massima importanza.

Al centro del circuito progressivo transgenerazionale, vizioso o virtuoso, della costruzione della mente, sta dunque la possibilità che in tale costruzione venga ad essere diminuita, oppure incrementata, la capacità di vivere le proprie emozioni e quindi comprendere quelle altrui; l’inverso cioè dell’alessitimia.

Gran parte di questi studi sono partiti dalle ricerche sulle situazioni psicopatologiche, sia dei bimbi che di adulti, rilevando nel loro passato relazioni affettive a carattere patogeno. In tal modo si sono sensibilizzate le Organizzazioni che si occupano di prevenzione e di promozione della Salute (O.M.S.) a provvedere cure psicosociali per i bimbi piccoli e i loro genitori. Tale sensibilizzazione non è stata però ad oggi sufficiente ad organizzare servizi adeguati alle necessità effettive di genitori e bimbi, né tanto meno a raggiungere gli obbiettivi indispensabili.
Lo stile di vita attuale, piuttosto frenetico, e le necessità economiche lavorative condizionano i genitori alla fretta, favorendo l’uso di tecnologie sostitutive dell’attenzione che essi dovrebbero al bimbo: giocattoli, televisione, videogiochi e via dicendo. Il bimbo viene così privato dell’attenzione viva con una persona, interazione riconosciuta come essenziale perché le cosiddette cure materne siano positive. Anzi spesso il bimbo è oberato di giochi, giocattoli, iniziative, distrazioni in modo che quivi sia occupato e non “dia fastidio”, anziché in interazioni coi genitori. Ma soprattutto lo stile di vita attuale, non semplicemente sottrae il caregiver al bimbo, ma induce nei genitori disattenzione emotiva verso quella compartecipazione affettiva intelligente e oculatamente dosata che è vitale per lo sviluppo del bimbo.
Potremmo dire che il bambino è stressato: e lo sarà più grandicello immesso in sequenze continue di scuola, sport, giochi organizzati e via dicendo. L’etichetta stressato è però generica e riduzionista. In realtà questo bimbo è deprivato dell’alimento psichico essenziale ad un buon sviluppo della sua mente. Quali futuri individui avremo se questa tendenza sociale si accrescerà? E quale società? O meglio, quale Umanità?
Gli studi suaccennati mostrano una peculiarità dello sviluppo psichico del bambino così cresciuto, che, anche in assenza di psicopatologie rilevate, produce un difetto nella sua struttura mentale. La mente di questo futuro individuo, deprivata della capacità dell’intelligenza emotiva, svilupperà tendenze alessitimiche (Imbasciati, Dabrassi, Cena, 2007; Imbasciati, Margiotta, 2008; Imbasciati, 2008), ovvero sarà poco capace (se non incapace) di interagire con gli altri con quelle modalità relazionali (e con quel tipo di comunicazione non verbale) che legge i propri affetti (a-lexis-tymos) e quelli degli altri e che di conseguenza può “toccare” le loro (e le proprie) strutture profonde di personalità. Sono proprio queste le modalità che occorrono per accudire un bimbo. Il nostro futuro individuo non ne sarà capace: non potrà dare a suo figlio quel che i propri genitori non gli hanno dato. Come dunque si svilupperanno i suoi figli?

L’interrogativo su una futura società, o umanità, diventa allora preoccupante: il bimbo stressato, meglio diciamo deprivato, produrrà a sua volta bambini altrettanto e forse più privi di quella parte di intelligenza indispensabile non solo per le buone relazioni con gli altri, ma anche come base di garanzia contro i disordini psicopatologici; un individuo sempre più vulnerabile di fronte allo stress – qui è vero stress – che la società attuale gli imporrà. Tale vulnerabilità potrà avere conseguenze imprevedibili. E oltretutto si produrranno figli sempre più incapaci di allevare i propri figli.
Si delinea allora un effetto cascata, in un progressivo circuito vizioso transgenerazionale. Quale umanità si prepara? Possiamo invertire la tendenza?

Si impone allora la massima attenzione, a provvedere qualcosa per la salute mentale di questi bimbi, che è la nostra salute e il futuro della nostra civiltà. A provvedere, ora, i genitori dei sussidi possibili perché possano meglio (o meno peggio) curare i loro bimbi.

Discende da qui un rilievo per una fondazione di una Psicologia Clinica Perinatale. Da alcuni anni studiosi anche italiani si occupano di vita psichica prenatale, di sviluppo mentale del neonato, e di organizzazione dei reparti ospedalieri di neonatologia, ma una più completa Psicologia Clinica perinatale, che inquadri non solo come fronteggiare le emergenze per evitare guai peggiori, ma di assistere psicologicamente tutti i genitori per promuovere una migliore salute mentale dei futuri individui, deve essere ancora assimilata negli ambienti sanitari. Occorre d’altra parte che questi siano politicamente sollecitati a diventare permeabili ai contributi di altre discipline “umane”, quelle psicologiche e sociologiche in primis. La cosa non è facile, visto anche quali sforzi il progresso tecnologico sta imponendo ai medici. Ma è pur necessaria una “umanizzazione” della medicina (Imbasciati, 1998; 1999; 2000), perché questa non resti soltanto asettico e tecnico rimedio alla patologia: usando l’operato degli psicologi clinici soltanto per rimediare ai guai quando si manifestano e non per promuovere la Salute per prevenirli.

Bibliografia

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I Tre Punti da Ricordare

Un nuovo potente protocollo per insegnare i 5 elementi di Vivation®

Il nostro scopo facendo Vivation® è sperimentare quanto più amore possibile in ogni momento. Vivation® è un metodo specifico per integrare ogni esperienza umana in amore. E’ una “meditazione in azione” che deve essere imparata da chi la usa regolarmente.

Ho sviluppato i Cinque Elementi di Vivation® nel 1979, come base per insegnare alla gente l’abilità di provocare integrazione per s stessi a livello di sensazione. I Cinque Elementi sono l’essenza e la definizione di Vivation®. Formano la base per la nostra conoscenza di come funziona Vivation®. Sono i componenti dell’abilità in s .

L’unico modo veramente efficace per insegnare alla gente a fare Vivation® è guidarli attraverso esercizi esperienziali che isolino le abilità implicate. E’ inadeguato parlare soltanto di Vivation anche se i Cinque Elementi sono spiegati con molta eloquenza. La stessa cosa è vera in praticamente qualunque cosa in cui insegni a qualcuno come fare qualcosa. Non puoi insegnare a qualcuno a suonare il piano, parlare spagnolo o guidare un’automobile parlando semplicemente di queste attività. Devi guidarlo attraverso esercizi esperienziali, fornirgli delle soluzioni e ulteriori istruzioni così come si rende necessario per sviluppare la capacità del tuo studente. Il successo o il fallimento di un Vivation Professional sta nella sua abilità ad insegnare i Cinque Elementi a nuovi clienti che si mostrano con stupefacenti retroterra, personalità ed abilità.

Oggi uso due protocolli molto diversi per insegnare i Cinque Elementi:

  • Passo attraverso i Cinque Elementi uno per uno, conducendo il Viver attraverso esercizi esperienziali relativi ad ogni elemento, aggiungendo se necessario dei particolari. Negli ultimi anni di solito ho insegnato i Cinque Elementi in ordine inverso, dal Quinto al Primo, perch così è più facile capire come usare il respiro.
  • Insegno i Tre Punti da Ricordare. Ho cominciato a sviluppare i Tre Punti all’inizio del 90, durante una seduta privata che necessitava di traduzione in italiano nella Repubblica di San Marino. Dopo due anni di sperimentazione, Lans Peterson ed io abbiamo cominciato ad insegnare i Tre Punti da Ricordare come un sistema di addestramento compiuto in s stesso durante il nostro tour europeo nella primavera del 92. I Tre Punti da Ricordare possono essere insegnanti soltanto mediante esercizi esperienziali.

Quando insegno alle persone a fare Vivation®, scelgo l’uno o l’altro di questi due protocolli, a seconda delle circostanze. Scopo di questo articolo è di presentare i Tre Punti da Ricordare e spiegare la relazione tra i due metodi di insegnamento.

La differenza principale fra i protocolli è questa: ognuno dei Cinque Elementi rappresenta un sostanziale corpo di conoscenza. Ogni elemento richiederebbe almeno un giorno pieno di seminario per essere insegnato con assoluta serietà. Mentre una conoscenza così accurata dei Cinque Elementi ha un immenso valore pratico, rappresenta troppo materiale da tenere a mente mentre si fa effettivamente Vivation®. I Tre Punti da Ricordare invece non sono corpi di conoscenza. Sono semplici cose pratiche che il Viver fa all’interno di s durante la seduta per produrre risultati ottimali. Un importante beneficio che deriva dall’usare i Tre Punti da Ricordare è la loro semplicità e facilità d’uso.

Quando una sensazione “negativa” è esplorata in dettaglio e amata nella sua totalità, si trasforma – l’energia rimane ma la negatività scompare. La trasformazione percorre una strada del genere: la collera, quando è amata si converte in determinazione; la tristezza, esplorata e goduta, diventa gratitudine; la paura, quando è sentita in dettaglio e abbracciata come energia positiva, si converte in presenza e stato di all’erta.

Quando tutte le sensazioni vengono permesse ed apprezzate, l’esperienza della loro energia è esperienza di amore incondizionato. Non possiamo amare incondizionatamente fintanto che non ci piacciamo. Cercare di amare a condizione che nessuno faccia qualcosa per attivare emozioni indesiderate non è affatto amore ma un tipo di contrattazione.

Il processo di guarigione non giunge cercando di provare gratitudine quando affiora la tristezza, o cercando di sperimentare determinazione quando proviamo collera. Significa permettere la tristezza e la collera – totalmente.

Permetterci di provare le nostre emozioni non significa che le mettiamo in atto infuriandoci o saltando addosso alla gente. La guarigione emozionale non giunge mediante l’espressione di ogni emozione, anche se l’espressione appropriata dell’emozione – condividere noi stessi così come siamo – è essenziale per delle relazioni salutari. Ogni guarigione emozionale deriva dall’abbracciare la realtà. Ogni decisione di giudicare negativamente qualcosa – insistere che qualcosa dovrebbe essere diverso da come è realmente – ci allontana dalla realtà. Abbracciando le nostre sensazioni su qualcosa, esattamente come sono, ci portiamo di un passo più vicini al nostro obiettivo, totale consapevolezza e totale amore.

Dato che il condizionamento a non gioire delle nostre sensazioni è così forte, e dato che abbiamo opposto così tante cattive abitudini per mantenere soppresse le nostre sensazioni, la maggior parte di noi trova inutile imparare di nuovo il modo di godere le nostre sensazioni. La capacità concentrata di godere tutte le sensazioni nel corpo è chiamata Vivation. I Vivation Professionals sono persone addestrate a facilitare un processo specifico per pulire mente, corpo e spirito dal condizionamento negativo. Vivation ci permette di abbracciare le sensazioni ai più profondi livelli all’interno di noi stessi.

Una seduta di Vivation è per l’anima ciò che per il corpo è fare un bagno. In una seduta tipica, impari l’abilità per rimanere facilmente sulle sensazioni per un periodo di tempo esteso, e per trovare piacere quando sembra che ci sia disagio. L’applicazione di queste abilità permette alla tua mente di riposare, mentre il tuo corpo si occupa della seduta. Fare una seduta di Vivation è essere dotato di magici poteri di guarigione e poi proseguire una missione di guarigione nella profondità del tuo essere. L’assistente di Vivation sta con te tutto il tempo facendo Vivation e guidando la seduta con saggezza acquisita dall’avere fatto prima molti viaggi del genere.

I Tre Punti da Ricordare non possono essere compresi soltanto dai loro nomi, come d’altro lato i Cinque Elementi. In questo breve articolo farò soltanto una breve introduzione ad ognuno. Per essere afferrati bene devono essere definiti bene, dimostrati, provati e ridefiniti; ed è per questa ragione che insegnamo Vivation attraverso seminari e non attraverso corsi per corrispondenza.

“Esplorare i cambiamenti sottili” significa che focalizzi la tua attenzione su qualunque sensazione sia più forte nel tuo corpo, concentrandoti continuamente sui cambiamenti sottili che avvengono in essa di momento in momento. Tutto ciò che non hai mai percepito cambia continuamente in modi sottili. Un beneficio di grande importanza nel focalizzare l’attenzione su questo durante Vivation è che ti fa rimanere in tempo presente.

“Inspirare attraverso la sensazione più forte” significa che fingi di immettere ogni respiro nel corpo direttamente attraverso la pelle ed i tessuti in cui senti una sensazione maggiore. Tra gli altri benefici questo rende molto più facile coordinare il respiro con la sensazione.

“Godere questo momento il più possibile” non è una riaffermazione del Quarto Elemento. Il suo scopo principale invero è sostenere il Terzo Elemento. Se tu trai intenzionalmente il maggior piacere che riesci a trarre dal momento presente, allora qualunque cosa ti impedisca di godere il momento presente infinitamente contrasterà in modo netto.

Ognuno dei Tre Punti da Ricordare contribuisce alla seduta del Viver in molti modi importanti, molti di più dei singoli dettagli che ho sottolineato sopra per ognuno di essi. Usato bene, ognuno dei Tre Punti da Ricordare mantiene il Viver in tutti e Cinque gli Elementi. I tre usati insieme producono i risultati migliori, e sono facili da mantenere durante una seduta. Ho cesellato i Tre Punti da Ricordare per sostenere soprattutto il Terzo Elemento che è l’elemento con cui la stragrande maggioranza delle persone ha bisogno di essere aiutata.

Per raffrontare i due protocolli:

I Cinque Elementi portano con s una straordinaria profondità e ampiezza di comprensione. Non soltanto insegnano una “modalità di vita integrativa”. Chiunque vuole approfondire Vivation, e certamente vuole condividere Vivation con gli altri, ha bisogno di sviluppare una comprensione eccellente dei Cinque Elementi.

Se usati come preparazione per la prima seduta tuttavia, i Cinque Elementi possono costituire un materiale mentale eccessivo da tenere in mente per quello che è essenzialmente un processo fisico. Molte persone hanno bisogno di sperimentare una seduta di Vivation prima di poter ricevere così tanto significato dai Cinque Elementi.

I Tre Punti da Ricordare hanno i vantaggi della semplicità e del garantire praticamente che un neofita abbia delle esperienze eccellenti la prima volta che prova Vivation. I Tre Punti abbreviano di molto la presentazione iniziale dell’abilità di Vivation. Tuttavia i Tre Punti non danno al nuovo Viver alcuna ragione del perch fa queste tre cose o di come funziona Vivation.

Indipendentemente da quanto profondamente hai sviluppato la tua comprensione dei Cinque Elementi, ti suggerisco ancora di usare i Tre Punti da Ricordare come qualcosa da fare realmente durante la seduta. Anche nelle mie sedute personali usare i Tre Punti da Ricordare costituisce una differenza notevole. Sto più presente che mai nel mio corpo e le mie integrazioni sono più rapide. In particolare i Tre Punti da Ricordare hanno migliorato grandemente la mia Vivation in Action.

Nelle sedute private, trovo che sia meglio insegnare ai nuovi clienti i Tre Punti da Ricordare all’inizio della loro prima seduta. Comincio ad andare nei dettagli dei Cinque Elementi nelle sedute successive, adattando la presentazione ai bisogni individuali del cliente specifico. Con clienti che hanno già esperienza, che hanno già familiarità con i Cinque Elementi, trovo che insegnare loro i Tre Punti provoca un miglioramento ovvio e immediato nelle loro sedute. Ovviamente i miei nuovi clienti leggono i primi 12 capitoli di “VIVATION, The Science of Enjoying All of Your Life”, prima di venire a fare la prima seduta, in modo da farsi un’idea di ciò che intraprendono.

Nei seminari che durano un week-end cerco di alternare in ogni città l’insegnamento dei Tre Punti da Ricordare a quello dei Cinque Elementi. Nei tranings professionali li insegno entrambi. Nei seminari serali che comprendono una seduta di Vivation, insegno i Tre Punti per via della loro semplicità e cito soltanto i Cinque Elementi per indirizzare i partecipanti verso una comprensione più approfondita. Nei seminari serali che non includono delle sedute spiego i Cinque Elementi, perch portano con s una comprensione migliore di come funziona Vivation.

Nota per i Vivation Professionals: raccomando fortemente di cominciare a sperimentare subito i Tre Punti da Ricordare nelle vostre sedute personali. Tuttavia vi suggerisco di insegnare i Tre Punti da Ricordare soltanto quando sarete esperti nell’usarli da soli, e vi sarà chiaro come ognuno dei Tre punti, in s , mantiene un Viver in tutti e Cinque gli Elementi. E’ meglio che impariate questo metodo di insegnamento o direttamente da me o da qualcuno che abbiamo addestrato di recente, prima di affidarvi ad esso per insegnare Vivation ai vostri clienti. Nel frattempo continuate ad usare qualunque protocollo preferite per insegnare i Cinque Elementi.

Considero i Tre Punti da Ricordare il più importante approfondimento della metodologia di Vivation da quando l’ho inventata nel 1979. Rendono il processo molto più facile da insegnare e molto più potente. Chi li usa fa delle sedute migliori. Per certe persone i Tre Punti da Ricordare costituiscono la differenza tra fare delle sedute uniformemente soddisfacenti e non essere assolutamente capaci a fare Vivation. Inoltre i Tre Punti fanno si che un Vivation Professional possa dare al pubblico delle brevi presentazioni introduttive più efficaci.

E’ ideale per ogni studente di Vivation impararle entrambe. Usare i Tre Punti da Ricordare durante le sedute e usare i Cinque Elementi per maggiore profondità e comprensione. I Cinque Elementi, presentati nell’una o nell’altra forma, forniscono una guida profonda e duratura per vivere una vita d’amore in continua espansione.

(copyright by Jim Leonard)

Chi è Jim Leonard

Jim Leonard è nato nel 1955 a San Bernardino, California.
All’età di 8 anni ha iniziato la sua ricerca – che dura tutt’ora – sui metodi di sviluppo della persona a partire dallo Hatha Yoga. Ha compiuto gli studi religiosi presso l’Università della California a Riverside.
Nel 1979 gli anni dedicati alla ricerca ed alla auto-sperimentazione hanno avuto il loro sbocco naturale nello sviluppo del processo di Vivation, con lo scopo di ricercare la pratica della felicità, muovendo i primi passi dalle esperienze di estasi realizzate con lo Yoga, il Rebirthing (Rinascita) e la meditazione.

Un periodo intensissimo di due mesi di lavoro su s stesso, con il metodo della respirazione veloce e completa, lo ha aiutato a sviluppare i Cinque Elementi di Vivation: alla fine di questo periodo la sua respirazione si è normalizzata e ha trovato in s stesso l’estasi e la guarigione emotiva.

Nel 1980 è stato ordinato Healing Minister della Chiesa Ortodossa Orientale (rito Malabar) e comandato dal vescovo Harold Freeman ad insegnare Vivation in tutto il mondo in obbedienza alla sua missione di “healer” (guaritore).

Fino ad oggi ha personalmente condotto più di 40.000 sessioni di Vivation in 20 paesi.

UNA TRANQUILLA RIVOLUZIONE DEL CUORE di Jim Leonard

La libertà è preziosa. Tu ed io siamo fortunati perchè siamo capaci a prendere per vera la nostra libertà la maggior parte del nostro tempo. Il nostro governo di solito non sembra intrufolarsi troppo pesantemente nelle nostre vite. Guerre, povertà e malattia generalmente ci risparmiano. Capi e coniugi raramente si spingono troppo oltre nell’imporci la loro volontà, e poi di solito un grugnito è sufficiente a ristabilire l’equilibrio. Non pensiamo spesso a difendere la nostra libertà, eppure stiamo pronti a difenderci nel caso che la nostra libertà venisse minacciata.
La libertà è preziosa. Tu ed io siamo fortunati perchè siamo capaci a prendere per vera la nostra libertà la maggior parte del nostro tempo. Il nostro governo di solito non sembra intrufolarsi troppo pesantemente nelle nostre vite. Guerre, povertà e malattia generalmente ci risparmiano. Capi e coniugi raramente si spingono troppo oltre nell’imporci la loro volontà, e poi di solito un grugnito è sufficiente a ristabilire l’equilibrio. Non pensiamo spesso a difendere la nostra libertà, eppure stiamo pronti a difenderci nel caso che la nostra libertà venisse minacciata.
Un momento del genere è ora su di noi. Dobbiamo prendere una decisione definitiva, o tutto ciò che abbiamo caro può essere perduto. Una forza sinistra è cresciuta e abbiamo raggiunto il punto di svolta. E’ ora di dire: “Ora basta“.
E’ necessaria una rivoluzione. Ma non una rivoluzione di bombe e cannoni. Non servono a niente in questa ribellione.
E’ giunta l’ora di prendere posizione contro il condizionamento negativo con cui siamo stati bombardati nelle nostre vite. Che lo ammettiamo o no, questo condizionamento è penetrato profondamente in noi, influenzando le nostre menti ed i nostri spiriti, corrompendo le nostre relazioni e la nostra auto-espressione.
Il condizionamento negativo viene in molte forme. Televisione e film ci programmano a credere che la violenza risolve i problemi. La pubblicità ci bombarda costantemente col messaggio che invecchiare è qualcosa di vergognoso, qualcosa di cui avere paura, a cui resistere e da cui nascondersi. Per secoli le religioni ci hanno chiesto di inibire la nostra energia sessuale, con la minaccia di dannazione eterna per tenerci in riga. I nostri politici hanno redatto delle leggi assurdamente complicate dettagliando delle sanzioni sempre maggiori se noi non ci allineavamo con la linea di giusta condotta. Anche i nostri genitori benpensanti hanno usato ricompense e punizioni per farci conformare.
Siamo giunti a credere che praticamente tutti vogliono qualcosa da noi, mentre siamo costantemente manipolati attraverso paure, senso di colpa, collera e disagio. Talvolta l’intenzione che sta al di là del controllo è onorevole, come per esempio le leggi contro la guida in stato di ubriachezza. Altre volte avarizia, egoismo e predominio sono la radice. Altre volte quando la gente, la società, il governo cercano di controllarci, lo fanno stimolando in noi una sensazione sgradevole e utilizzandola poi come leva. Questo costante condizionamento negativo riduce la nostra capacità a rilassarci, avere fiducia nella vita ed amare incondizionatamente. Diventiamo incapaci di esprimere creativamente nel mondo la nostra unicità.
A causa della moderna tecnologia il nostro bisogno di porre rimedio a questo problema è divenuto urgente. La tecnologia non solo dà alle persone manipolative la possibilità di un maggior accesso a noi, ma moltiplica anche i difetti di un massiccio cumulo di negatività nella società. Se non facciamo qualcosa di efficace riguardo al problema del condizionamento negativo, la guerra che ne deriva e la degradazione ambientale possono portare alla rovina il nostro pianeta.
Non vinceremo questa battaglia esercitando controllo sulle reti televisive e sulla pubblicità (e comunque solo una parte del nostro condizionamento negativo viene da esse). Quando cerchiamo di controllare gli altri aumentiamo il problema. Benchè sia sicuramente una buona idea sostenere le riforme libertarie e ridurre la violenza in televisione, ciò di cui abbiamo veramente bisogno è un cambiamento ad un livello più sottile.
Dobbiamo riconoscere che i nostri problemi, in fin dei conti, non derivano da genitori abusivi, da pubblicità ipnotiche in televisione o da altra gente, indipendentemente da ciò che fanno. Solo il fatto che istituzioni ed individui stanno cercando di controllarci, non significa che dobbiamo continuare nello stesso modo.
Ogni forma di condizionamento manipolativo opera convincendoci che non possiamo essere felici o degni d’amore se non quando si verificano delle condizioni artificiali. La pubblicità vuole che noi crediamo che non saremo felici se non compreremo un’automobile più bella, un deodorante più profumato o il paio di jeans più “trendy”. Il governo ed i media collaborano nel ridurre la nostra solidarietà nei confronti degli stranieri, quando pensano che questo sia un espediente politico per prepararci alla guerra.
Siamo condizionati a non amare la vita tranne che in determinate circostanze. Per esempio, la maggior parte di noi ha imparato che va bene godere delle sensazioni di successo ma non va bene godere delle sensazioni di “fallimento”. Quando eravamo piccoli facevamo semplicemente ciò che ci piaceva, e ci piaceva ciò che facevamo. Ma, per controllarci, le persone ci hanno insegnato a non amarci se non incontravamo determinati standard esterni sulla strada del successo. Abbiamo imparato ad amare le nostre sensazioni solo quando le figure di autorità approvavano.
La resistenza non è la risposta. Odiare coloro che cercano di controllarci aumenta solo il nostro odio. Proprio questo odio può essere sfruttato per controllarci ulteriormente.
Infatti, c’è soltanto un modo efficace per liberarci dagli effetti di tutto questo condizionamento negativo: dobbiamo scegliere l’amore. In special modo dobbiamo scegliere di amare quelle persone, situazioni e sensazioni che ora non amiamo. Dobbiamo rivendicare la nostra abilità naturale ad amarci incondizionatamente ed a godere la vita senza riserve.
Per esempio, una volta che siamo giunti a godere la sensazione di senso di colpa, a godere l’energia dei nostri corpi qualunque essa sia, anche quando prende la forma di senso di colpa, da quel momento in poi nessuno potrà più usare il senso di colpa per manipolarci.
La vita è un miracolo. Esistere, avere sempre un momento presente è stupefacente. Troppo raramente ci soffermiamo a riflettere su questo. Non abbiamo bisogno di nessuna circostanza speciale per sperimentare la nostra esistenza come miracolosa. L’estasi nell’esistenza in sé è a disposizione di ognuno in ogni momento, indipendentemente dalle circostanze o dalle situazioni. E’ venuto il tempo, per noi di pretendere il nostro diritto che deriva dalla nascita di amore ogni momento della nostra vita, liberi dai limiti del condizionamento negativo.
Per reinstaurare la nostra abilità a godere e ad amare ogni aspetto della vita, dobbiamo trascendere le nostre menti personali. La mente si basa sulla dualità. Cercare di usare la mente per superare il condizionamento dualistico è come cercare di ridurre la radiazione nucleare piantando alberi di potere nucleare. Usare dei trucchi mentali migliori non impedirà alle nostre menti di ingannarci. Ciò di cui abbiamo bisogno è di incrementare la messa a fuoco che mettiamo nelle nostre sensazioni e nei nostri cuori.
Fortunatamente, c’è un modo eccellente per liberarci dal residuo psico-spirituale di tutto questo condizionamento negativo: focalizzare in dettaglio le nostre sensazioni e goderle semplicemente il più possibile.

Quando una sensazione negativa è esplorata in dettaglio ed amata nella sua totalità, si trasforma: l’energia rimane, ma la negatività scompare. La trasformazione percorre una strada del genere:

 

  • la collera, quando è amata, si converte in determinazione;
  • la tristezza, esplorata e goduta, diventa gratitudine;
  • la paura, quando è sentita in dettaglio ed abbracciata come energia positiva, si converte in presenza e stato di all’erta.
Quando tutte le sensazioni vengono permesse ed apprezzate, l’esperienza della loro energia è esperienza di amore incondizionato. Non possiamo amare incondizionatamente fintanto che non ci piacciamo. Cercare di amare a condizione che nessuno faccia qualcosa per attivare emozioni indesiderate non è affatto amore, ma un tipo di contrattazione.
Il processo di guarigione non giunge cercando di provare gratitudine quando affiora la tristezza, o cercando di sperimentare determinazione quando proviamo collera. Significa permettere la tristezza e la collera, totalmente.
Permetterci di provare le nostre emozioni non significa metterle in atto infuriandoci e saltando addosso alla gente. La guarigione emozionale non giunge mediante l’espressione di ogni emozione, anche se l’espressione appropriata dell’emozione (condividere Noi stessi così come siamo) è essenziale per delle relazioni salutari. Ogni guarigione emozionale deriva dall’abbracciare la realtà. Ogni decisione di giudicare negativamente qualcosa (insistere che qualcosa dovrebbe essere diversa dal modo in cui è realmente) ci allontana dalla realtà. Abbracciando le nostre sensazioni su qualcosa, esattamente come sono, ci portiamo di un passo più vicini al nostro obiettivo, totale consapevolezza e totale amore.
Dato che il condizionamento a non gioire delle nostre sensazioni è così forte, e dato che abbiamo opposto così tante cattive abitudini per mantenere soppresse le nostre sensazioni, la maggior parte di noi trova inutile imparare di nuovo il modo per godere le nostre sensazioni. La capacità concentrata di godere tutte le sensazioni del corpo è chiamata Vivation. I Vivation Professionals sono persone addestrate a facilitare un processo specifico per pulire la mente, il corpo e lo spirito dal condizionamento negativo. Vivation ci permette di abbracciare le sensazioni ai più profondi livelli all’interno di noi stessi.
Una seduta di Vivation è per l’anima ciò che per il corpo è fare il bagno. In una seduta tipica, impari l’abilità per rimanere facilmente sulle sensazioni per un periodo di tempo esteso, e per trovare piacere quando sembra che ci sia disagio. L’applicazione di queste abilità permette alla tua mente di riposare, mentre il tuo corpo si occupa della seduta. Fare una seduta di Vivation è essere dotato di magici poteri di guarigione e poi proseguire una missione di guarigione nella profondità del tuo essere. L’assistente di Vivation sta con te tutto il tempo facendo Vivation e guidando la seduta con la saggezza acquisita dall’avere fatto prima molti viaggi del genere.
Ho sviluppato il processo di Vivation nel 1979, da allora ho guidato personalmente più di 30.000 persone attraverso le sedute di Vivation, ed ho condotto seminari e formazioni professionali in 20 paesi. Il mio primo libro Vivation – The Science of Enjoying All of Your Life, scritto nel 1983 con Phil Laut, è un best-seller che ha venduto più di 100.000 copie ed è disponibile in otto lingue.
Tutti i Vivation Professionals ed Io, siamo impegnati nel fare sedute di Vivation di alta qualità e seminari in tutto il mondo. Ti invitiamo ad unirti a noi in questa tranquilla rivoluzione del cuore.

(tit.orig.: “A quiet Revolution of the Heart” – copyright by
Jim Leonard)

L’abilità di Vivation è una forma di meditazione ideata da Jim Leonard nel 1979.
Vivation è un marchio registrato.
Solo gli Associated Vivation Professionals (AVP) in possesso della licenza sono autorizzati ad usare il termine Vivation nella propria pubblicità.

Tratto da http://www.vivation.it/

IL TUO CORPO E’ IL TUO GURU di Jim Leonard

La tua mente non è la parte più intelligente di te. Quando fai una seduta di Vivation® hai bisogno di tenere alla larga la tua mente (si è meritata una piccola vacanza!) e permettere che sia il tuo corpo ad occuparsi della seduta. Puoi venire a fare la tua seduta di Vivation con un obiettivo specifico in mente. Ma poi tu e il tuo Vivation Professional avete bisogno di capire come far sì che sia il corpo ad mantenere il controllo della seduta.

Indipendentemente dal tuo obiettivo ultimo, il tuo primo obiettivo è do sviluppare abbastanza abilità in Vivation da farti delle eccellenti sedute. Il ruolo del Vive Pro è analogo a quello del maestro di golf. Il maestro di golf insegna gli elementi base ai principianti e aiuta quelli più esperti a migliorare la loro tecnica. Il Vive Pro insegna ai principianti di Vivation come focalizzarsi sulle proprie sensazioni per periodi prolungati di tempo e come ricevere il massimo beneficio da ogni sensazione. Nel golf il primo obiettivo è sviluppare un movimento efficace. In Vivation il primo obiettivo è sviluppare la “leadership del corpo”.
Leadership del corpo significa permettere che il corpo presenti sensazioni sorprendenti, permettendo alle sensazioni di seguire il loro corso attraverso il corpo completamente rilassato. La leadership del corpo avviene quando fai molta attenzione ai dettagli nelle sensazioni senza cercare di controllarle in nessun modo. Concentri la tua piena attenzione sul senso cinestesico e permetti alla mente di staccare. Quando ti arrendi alla leadership del corpo, le tue sensazioni ti guidano in un viaggio di guarigione dentro di te.
Vivation è più efficiente dei metodi mentali proprio perchè il corpo guida la seduta. I risultati nella vita sono creati almeno altrettanto dalla mente inconscia che dalla intenzione consapevole. La mente conscia non sa che cosa contiene la mente inconscia, ma le sensazioni nel corpo ti permettono sempre un accesso diretto all’inconscio. Questa è la ragione per cui è così importante dare al corpo il pieno controllo della seduta.
L’importanza della leadership del corpo può essere illustrata da un esempio: immagina che un venditore voglia fare delle sedute di Vivation con l’obiettivo di aumentare il suo reddito. Potrebbe aver già deciso che ciò di cui ha bisogno sono migliori “tecniche di chiusura”, e si aspetta che Vivation lo faccia sentire più a suo agio nell’usare queste tecniche. Potrebbe non rendersi conto che qualcosa di emozionale nella sua mente inconscia sta inibendo le sue vendite molto più di qualsiasi cosa di natura tecnica.
Se il nostro venditore cercherà di guidare con la mente la seduta, creerà immagini mentali e pensieri riguardo alla chiusura delle vendite. Vivation è un processo senza controindicazioni, e il nostro venditore otterrà una qualche integrazione in questo modo. Le sue vendite potrebbero perfino aumentare. Ma nel momento in cui diverrà più abile in Vivation e si arrenderà alla leadership del corpo, integrerà emozioni molto più profonde. Ed allora le sue vendite decolleranno davvero!
Durante una seduta di Vivation correttamente guidata dal corpo, egli potrebbe cominciare a sentirsi irritabile. Esplorando i sottili dettagli all’interno della sensazione di irritazione, scopre memorie di suo padre. Permettendo alla sensazione di seguire il suo corso, prova un profondo cambiamento. Nuovi sentimenti di compassione per suo padre compaiono improvvisamente, e si rilassa profondamente.
Avendo integrato queste sensazioni, si trova ad essere più paziente con i suoi clienti. Non si sente più nervoso quando essi cercano di decidersi. Dice naturalmente le cose giuste per chiudere ogni vendita, perchè è più sensibile all’individualità di ogni cliente. Vivation ha aumentato il suo reddito molto più di quanto avrebbe potuto farlo qualsiasi tecnica di chiusura!
L’integrazione nella sua seduta ha cambiato permanentemente i suoi risultati con i clienti. Il problema si è rivelato non essere relativo alle tecniche di chiusura, come aveva sospettato. Il problema reale riguardava la sua impazienza, ansietà e irritabilità, che aveva rimosso dalla sua consapevolezza per anni. Se avesse diretto la seduta con la mente non avrebbe mai scoperto cosa veramente causava il suo problema. Permettendo al corpo di guidare la seduta, non solo ha scoperto cosa causava il problema, ma l’ha guarito permanentemente.
Funziona allo stesso modo con ogni tipo di problema e ogni tipo di obiettivo. Vivation risolve i conflitti profondi che limitano il successo. Una lista parziale di aree in cui Vivation è stato applicato con successo include: denaro, sesso, relazioni, creatività, salute, dolore cronico, fobie, disturbi da stress in conseguenza di un trauma, dipendenze, abusi infantili, disturbi riguardanti l’alimentazione, angoscia, morte e immortalità.
Sviluppare la leadership del corpo è lo stesso che sviluppare l’abilità con i Cinque Elementi di Vivation. Man mano che il tuo Vivation Professional continua a darti esercizi e suggerimenti per migliorare la tua abilità con i Cinque Elementi, avrai maggiore leadership del corpo nelle tue sedute.
Per capire la leadership del corpo bisogna affrontare due punti essenziali:
  1. Ogni problema che stai cercando di risolvere è perpetuato dall’evitare abitualmente una emo-zione. Integrare quella emozione elimina il problema alla fonte.
  2. Hai già accesso diretto all’emozione che hai bisogno di integrare. La sensazione è nel tuo corpo tutto il tempo. Di fatto, probabilmente si presenta e richiama la tua attenzione molte volte al giorno. Tutto ciò di cui hai bisogno è sentirla nei dettagli e arrenderti ad essa. Le abilità che impari dal tuo Vivation Professional rendono tutto questo processo facile e dolce.
A volte qualcuno mi chiede: “Come posso fare affinchè il mio corpo faccia emergere le sensazioni su cui voglio lavorare ?”. La risposta è: Non devi farlo ! Il tuo corpo sa già tutto ciò di cui hai bisogno e desìderi più di quanto lo sappia la tua mente conscia. Il tuo corpo fa già emergere le sensazioni tutte le volte che non ti senti a tuo agio con esse. Tutto quello che devi fare è dare attenzione alla sensazione più prominente e permettere al corpo di attingere ad essa.
La seduta di Vivation può essere chiamata un sogno a livello di sensazioni. Allo stesso modo in cui non devi fare nulla per assicurarti di avere “il sogno giusto” di notte, così non devi fare nulla per assicurarti che “le sensazioni giuste” emergano durante la seduta di Vivation.
Il risultato prodotto da Vivation è chiamato “integrazione”. Spiegherò l’integrazione con un’analogia. Qualcuno chiese ad un grande yogi: “Che cosa dunque possiamo mangiare?”. La sua risposta fu: “Il problema non è cosa puoi mangiare, ma cosa puoi digerire!”. Integrazione significa digerire le tue esperienze di vita. Ogni volta che sperimenti disagio è perchè non hai digerito qualche esperienza. L’esperienza continuerà a disturbarti finchè non l’avrai digerita. Il motivo per cui non l’hai digerita prima d’ora è che hai sviluppato l’abitudine di reprimere la sensazione ogni qualvolta emerge, rimandandola ad un altro giorno.
In Vivation il tuo corpo ti presenta dolcemente la sensazione che hai maggiormente bisogno di digerire. Quindi ti rilassi e ti arrendi, permettendo al tuo corpo di digerire l’esperienza. Quando integri un’esperienza, ricevi completamente ciò che c’è in essa di utile e lasci andare completamente la lotta e lo spreco
Il tuo Vivation Professional ti aiuta a diventare esperto a integrare. Nelle prime sedute impari ad integrare le sensazioni prodotte dal tuo corpo mentre stai comodamente sdraiato. Scoprirai che il tuo corpo produce continuamente onde di energia emotiva, perfino quando stai semplicemente riposando. Dopo poche sedute saprai di essere bravo a fare Vivation, pronto a farlo in ogni circostanza!
Con la pratica puoi imparare a fare Vivation mentre sei contemporaneamente occupato in altre attività. Man mano che progredisci attraverso una serie di sedute con il tuo Vivation Professional, lui o lei potranno guidarti attraverso delle “Esperienze sul Campo di Vivation in Action”. Queste sono sedute di Vivation nelle quali fai Vivation mentre stai facendo qualcos’altro, così che potrai integrare le sensazioni prodotte dall’attività. Ci sono infinite possibilità di Esperienze sul Campo di Vivation in Action. Eccone alcune: Vivation in acqua calda o fredda, Vivation in chiesa, Vivation su un otto volante, Vivation mentre si fa conversazione in un bar per singles….
Per illustrare un punto molto importante riguardo alla leadership del corpo, useremo l’esempio di andare in qualche posto elevato ma sicuro per fare Vivation e integrare la paura dell’altezza. Una cosa è andare in un posto elevato e fare Vivation nelle sensazioni che si attivano lì. Mentre è completamente diverso stare seduto al suolo e far finta di essere in un posto elevato cercando di fare Vivation nelle sensazioni che ti aspetti possano emergere. La differenza è che le sensazioni che emergono nella situazione reale non sono le stesse che ti aspetteresti. Le sensazioni che cerchi di attivare consapevolmente non possono sorprenderti. Se il tuo corpo non ti sta sorprendendo con le sensazioni che emergono, vuol dire che hai bisogno di maggior leadership del corpo.
Oltre alle tecniche avanzate di Vivation, puoi anche fare alcune cose, prima e dopo le sedute di Vivation, che ti aiuteranno ad applicare Vivation ai tuoi obiettivi specifici. Ecco alcuni suggerimenti:
  • Ogni giorno intraprendi qualche forma di azione diretta, anche se piccola, per andare verso il tuo obiettivo. Per esempio, identifica un comportamento che contribuisce al problema e fai un programma per fare il contrario. Per il tuo processo di Vivation, intraprendere azioni dirette è importante soprattutto per le emozioni stimolate dall’azione.
  • Usare affermazioni prima (ma non durante) la seduta di Vivation dà buoni risultati. Le affermazioni attivano sensazioni riferite al tuo obiettivo. Ma lascia perdere le affermazioni durante la seduta, e dai tutta l’attenzione alle sensazioni. Il corpo conosce sensazioni importanti che la mente non può raggiungere. Durante la seduta di Vivation ogni attività mentale incluse le affermazioni e il parlare, interferiscono con il lasciare che il corpo guidi la seduta.
  • Se cerchi di eliminare qualche compulsione o dipendenza, Vivation funziona molto bene insieme a Programmi in 12 Passi come quello degli Alcolisti Anonimi.
  • Mentre lavori su un problema o un obiettivo specifico, aumenta il tuo Vivation quotidiano e aumenta la frequenza delle tue sedute assistite.
Rilassati. Con Vivation® non hai bisogno di impegnarti di più. Il tuo corpo guiderà la tua seduta e produrrà per te eccellenti risultati. Ora puoi fare l’esperienza che il tuo più saggio maestro, il tuo più grande guaritore, sei tu.
(copyright by Jim Leonard, 1994)
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