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Autore: Hiram

mal di testa

LIBERA DAL MAL DI TESTA DOPO QUARANT’ANNI di Nancy Albertson

La signora S. mi era stata mandata da un agopunturista. Era passata da un medico all’altro per anni con un continuo mal di testa. L’unico momento nel quale non sentiva il mal di testa era quando era sotto anestesia generale o addormentata anche se non poteva dormire molto proprio per il dolore.

Suo marito la accompagnò alla seduta. Durante il colloquio mi spiegò che aveva avuto il mal di testa per quarant’anni. Si ricordava che era cominciato quando si stavano nascondendo dalle SS nella Germania nazista. Suo marito ed i figli erano con lei mentre stava cucinando per la famiglia su di una cucina economica in una stanza senza aerazione e all’inizio aveva pensato che fosse stato il fumo a farle venire il mal di testa.
La sua storia rivelava che la sua famiglia proveniva dalla classe aristocratica. Era abituata a vivere in palazzi, con servitù, meravigliosi abiti ed altri oggetti costosi. Mentre cucinava segretamente dava la colpa a suo marito per aver perso tutto e quando il mal di testa cominciò lei stava imprecando contro di lui.
All’inizio della seduta, era riluttante a chiudere gli occhi. Cominciò allora a respirare e rilassarsi e quando il respiro si fece connesso, allora chiuse gli occhi. La tensione crebbe nel suo viso trasformandole i lineamenti. Quando le chiesi chi sentiva il bisogno di perdonare, rispose: “Me stessa” e cominciò a piangere. Lei in quel momento si attribuiva la colpa di essere stata così dura con suo marito per tutti quegli anni. Quando le dissi che poteva perdonarsi per tutto ciò, si rilassò e respirò con facilità. Il ciclo si ripetè diverse volte con l’emergere della tensione nella faccia e nella testa, verbalizzando il perdono e poi rilassandosi con un’espressione calma.
Al termine della sessione di sedute lei aprì gli occhi e non aveva il mal di testa. Aveva paura di muoversi perchè non voleva che ricominciasse. Lentamente si mosse, si sedette e cominciò a camminare. Andò in bagno e quando ritornò cantava in tedesco. Si mise a ballare per la stanza: il mal di testa se ne era andato per sempre.
Articolo pubblicato su: Healing with Sondra Ray rivisto e adattato dall’autrice.
Nancy Albertson insegna il modo per trovare la nostra missione nella vita cominciando con il richiamare il paradigma scritto nei momenti cardinali della nostra esistenza: concepimento, gravidanza, nascita e prima infanzia. Formatrice di rebirther dal 1989, ha istruito migliaia di rebirther in tutto il mondo. E’ stata infermiera dal 1974 e la sua esperienza professionale è evoluta dalla guarigione esterna a quella interiore attraverso l’esplorazione dello scopo che la nostra anima ha per reincarnarsi. Nancy vive in Virginia (USA) con figlia e marito.
Perché meditare

Perchè meditare

Perchè meditare. La Meditazione Buddhista di Consapevolezza: Satipatthana e Vipassana

La meditazione buddhista di consapevolezza (nota anche come satipatthana o vipassana) ha radici profonde nel pensiero del Buddha. Essa rappresenta una pratica volta alla contemplazione del corpo e della mente, un mezzo per raggiungere la pace interiore, la saggezza e la compassione. Questa forma di meditazione si fonda sull’osservazione attenta e non giudicante dei propri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche nel momento presente.

Fondamenti della Meditazione: Stabilità Fisica e Mentale

Per praticare la meditazione buddhista, è fondamentale raggiungere una stabilità fisica e una calma mentale. La corretta postura del corpo è il primo passo per sviluppare una stabilità fisica che consenta di concentrarsi senza distrazioni. La calma mentale, invece, richiede più tempo e pratica. Questo processo può essere facilitato concentrandosi su un oggetto semplice come il respiro, che aiuta a ridurre le distrazioni mentali.

Perchè meditare ridona Stabilità Interiore

Un aspetto fondamentale spesso trascurato nella meditazione, specialmente nella sua diffusione in Occidente, è l’importanza di questa stabilità interna. Senza di essa, la pratica meditativa rischia di non essere efficace, perché non è solo una tecnica psicologica, ma un processo che richiede una solida preparazione interna.

Cos’è la Consapevolezza nella Meditazione?

La consapevolezza (o sati in pali) è un concetto centrale nella meditazione di consapevolezza. Si tratta di un’attenzione pura, silenziosa e non giudicante che ci permette di vivere nel momento presente. Meditare significa osservare attentamente le sensazioni fisiche, le emozioni, e i pensieri che emergono senza attaccamento o avversione.

La Contemplazione del Corpo e della Mente

Contemplare il corpo e la mente significa osservare le sensazioni fisiche e l’andamento dei pensieri ed emozioni. Le reazioni interne come l’attrazione, la repulsione e l’identificazione con l’io sono riconosciute e lasciate andare. L’osservazione di questi fenomeni ci porta gradualmente alla consapevolezza delle radici della sofferenza.

Scopi della Meditazione: Pace, Saggezza e Compassione

L’obiettivo principale della meditazione buddhista è triplice: più pace, più saggezza e più compassione. Con la pratica, vediamo come i nostri attaccamenti e le nostre avversioni siano la causa della sofferenza. Questo ci permette di vivere con maggiore serenità e comprensione, riducendo la sofferenza interiore e sviluppando una visione più profonda della realtà.

La Liberazione dalla Sofferenza

Il fine ultimo della meditazione è la liberazione dalla sofferenza. Attraverso la consapevolezza, si arriva a comprendere che le radici della sofferenza non risiedono nel mondo esterno, ma nel nostro modo di rapportarci con esso. Il distacco dall’ego e dalle aspettative mondane ci libera, portando a uno stato di spaziosità interiore.

La Connessione tra Etica e Meditazione

Una parte fondamentale della meditazione buddhista è l’integrazione con una pratica etica. La meditazione non può essere separata dall’impegno verso la non violenza e la giustizia, che sono aspetti fondamentali del percorso buddhista. Solo attraverso una pratica etica, supportata da una solida fiducia spirituale, la meditazione può fiorire e produrre i suoi frutti.

La Presa di Rifugio nel Buddha, Dharma e Sangha

Nel buddhismo, la presa di rifugio nel Buddha, nel Dharma e nel Sangha è un atto fondamentale che sostiene la pratica meditativa. Si prende rifugio nel Buddha, ossia nel potenziale di illuminazione che ogni essere umano possiede, nel Dharma, che rappresenta il cammino spirituale, e nel Sangha, la comunità di praticanti. Questo atto di fiducia va oltre la semplice adesione a un sistema di credenze: è una scelta di sradicamento dall’illusione dell’ego.

Perchè meditare: la Meditazione nella Vita Quotidiana

Quando la meditazione è vissuta come parte integrante della vita quotidiana, la consapevolezza non si limita più alla pratica formale, ma si estende a ogni aspetto della nostra esistenza. La meditazione diventa un’arte quotidiana, in cui ogni esperienza, anche la più semplice, viene vissuta con attenzione e consapevolezza.

La Consapevolezza come Mistero Spirituale

La consapevolezza, se coltivata profondamente, si trasforma in una forza che sorregge la nostra vita quotidiana e ci connette a un mistero spirituale più grande di noi. Questa dimensione trascendentale, che può essere paragonata al mistero della preghiera interiore, ci ricorda che la consapevolezza è non solo una pratica, ma un contatto diretto con una realtà benefica che ci trascende.

Conclusioni

La meditazione buddhista di consapevolezza è molto più di una semplice tecnica psicologica. È un cammino che coinvolge corpo, mente, etica e spiritualità, e che porta alla realizzazione di pace, saggezza e compassione. Con il tempo, questa pratica ci aiuta a vivere una vita più consapevole, libera dalla sofferenza che nasce dall’attaccamento e dall’avversione, e ci porta a sperimentare il mistero dell’esistenza in tutta la sua bellezza.

Rebirthing transpersonale. Usare le potenzialità del respiro per liberare l’energia, vivere meglio e rinnovarsi

Mentre da millenni nei paesi orientali la funzione della respirazione è considerata d’importanza primaria, nei paesi industrialmente avanzati i metodi di regolazione e controllo ad essa associati sono divenuti oggetto di interesse e di serie ricerche e applicazioni solo di recente.
Dopo essersi soffermato sulla centralità della respirazione e sulle origini e caratteristiche del Rebirthing (rinascita) transpersonale terapeutico, l’autore illustra il suo metodo personale, esemplifica gli ambiti d’intervento dando conto di “casi clinici”, indica i possibili traguardi: non solo la riscoperta delle potenzialità di autoregolazione del proprio respiro, ma anche un ottimale sviluppo bio-psico-spirituale con apertura a una visione cosmica della vita.

Zen e Sessualità di Vajra Karuna

Sin dall’inizio, il buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti sul desiderio, che se desideriamo e non otteniamo l’oggetto del nostro desiderio, sperimentiamo l’infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò che vogliamo, all’inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo ansiosi quando ci aggrappiamo all’oggetto del desiderio. E quando lo perdiamo (come è inevitabile, data l’impermanenza), sperimentiamo un’infelicità ancora maggiore.

Qual è il rapporto tra la sessualità di una persona e la sua pratica? Lo zen insegna che ogni cosa è parte di un essere universale, interconnesso e interdipendente. Questo essere è perfetto e completo in quanto tale. Inoltre, secondo lo zen tutti condividiamo questa perfezione, qui e ora. Se accetto ciò, devo ritenere che il mio valore è completo e incondizionato. “Incondizionato” vuol dire senza alcun “se” (condizione).

Il mio valore non dipende dal fatto che mia mamma lo riconosce, gli altri mi approvano, non mi arrabbio, non ho desideri sessuali né, tanto più, inclinazioni sessuali atipiche ecc. Il mio valore non dipende da ciò che dico e nemmeno da ciò che faccio. A prescindere da tutto il resto, il mio essere fondamentale è già il Buddha (l’illuminato). La mia pratica serve a risvegliarmi a questo.

In altre parole, “praticare” vuol dire realizzare la mia integrità presente e la natura non-duale del Buddha, quindi liberarmi dall’autoalienazione o da quel doloroso dualismo chiamato samsara. Per praticare in modo costruttivo, occorre coinvolgere tutto il proprio essere. Se ho un rapporto negativo o mi sento alienato dalla mia sessualità, non sto dando tutto me stesso alla pratica, tanto meno sto accettando il mio valore incondizionato di Buddha.

Nella ricerca della verità, l’importante non è con chi sto facendo o meno l’amore, ma se riconosco sempre il valore incondizionato mio e del mio partner. L’accettazione incondizionata rappresenta l’amore e la morale perfetti.

La tradizione zen affronta la sessualità all’interno della più vasta categoria dell’indulgenza sensuale. La regola generale è evitare l’abuso della sensualità; ciò include sia l’indulgenza eccessiva sia la mortificazione estrema dei sensi. La maggior parte della gente vive negli estremi. Diventiamo obesi perché mangiamo troppo, ci ammaliamo per il cibo troppo nutriente, abbreviamo la vita con l’alcol, la droga e il tabacco, ci assordiamo con la musica a tutto volume, intorpidiamo la mente con divertimenti stupidi e spesso ci stressiamo con lavori che odiamo per poterci vestire secondo l’ultima moda, guidare una nuova automobile e avere la casa più bella dell’isolato.

Facciamo tutto questo, insegna lo zen, perché pensiamo che così il nostro valore o la nostra autenticità aumenteranno; crediamo che queste cose cancelleranno il fatto (di cui ci rendiamo appena conto) che nulla, soprattutto noi stessi, è eterno; riteniamo che se riusciremo a tenere il corpo e la mente abbastanza occupati, non dovremo affrontare la sofferenza della vecchiaia, della malattia e della morte.

D’altra parte, anche privare il corpo e la mente di cose necessarie per conservare la salute o la consapevolezza è un abuso dei sensi. Sia l’edonismo che il masochismo possono essere violazioni della Via di Mezzo.

Comprendere davvero che possediamo già il valore incondizionato della buddità vuol dire riconoscere che il nostro bisogno e desiderio (o passione) più essenziale è già completamente appagato. In tal modo, tutti gli altri desideri vengono riconosciuti come meramente ausiliari e quindi dovremmo riuscire a parteciparvi senza attaccamenti.

Tuttavia, troppo spesso questo insegnamento secondo cui è possibile godere delle passioni restando illuminati è stato frainteso o volutamente distorto nella dottrina secondo cui le passioni e i desideri sono in se stessi l’illuminazione. Tale distorsione è chiamata “zen del gatto selvatico” o del “gatto folle”, ed è garantito che alla fine condurrà all’aumento delle nostre sofferenze.

Il grande errore dell’edonismo è che spesso è molto selettivo. Generalmente, l’edonismo conferisce al sesso uno status sacro, negando che tutte le altre funzioni del corpo siano ugualmente venerabili. Lo zen sostiene che esse sono tutte ugualmente sacre, e quindi nessuna andrebbe considerata in maniera diversa dal normale. La vita può essere adorata come un tutto, ma assegnare al sesso un valore più alto del dovuto è tipico di una falsa spiritualità. Inoltre, la maggior parte dell’edonismo culturale nasce come reazione al puritanesimo sociale o individuale, che provoca sensi di colpa o di vergogna collegati al sesso.

Una spiritualità fondata su una simile reazione è poco sana. Una delle ragioni per cui lo zen si è mantenuto fedele alla tradizione monastica è stata la necessità di contrastare le tendenze del “gatto selvatico”, che portano all’ulteriore illusione secondo cui io sono le mie passioni condizionate, anziché l’incondizionata natura del Buddha al di là di esse. Un’esperienza di illuminazione è un lungo e profondo sollievo dalle nostre sofferenze; l’edonismo, al massimo, non è che un’anestesia superficiale e molto temporanea del dolore.

A proposito della sessualità, la regola buddista tradizionale impone che un laico eviti i rapporti sessuali con i minori, con chi è sposato o fidanzato con un’altra persona e con chi è stato condannato al carcere o ricoverato in una clinica mentale. A parte ciò, la sessualità dei laici è affare loro. Ciò che lo zen chiede è esaminare attentamente le nostre relazioni alla luce degli insegnamenti sulla sofferenza e l’impermanenza. Il sesso può essere facilmente utilizzato per aumentare la sofferenza.

Sin dall’inizio, il buddismo ha sottolineato, nei suoi insegnamenti sul desiderio, che se desideriamo e non otteniamo l’oggetto del nostro desiderio, sperimentiamo l’infelicità. Se desideriamo e otteniamo ciò che vogliamo, all’inizio sperimentiamo la gioia, ma poi diventiamo ansiosi quando ci aggrappiamo all’oggetto del desiderio. E quando lo perdiamo (come è inevitabile, data l’impermanenza), sperimentiamo un’infelicità ancora maggiore. Non è il sesso a provocare il dolore, ma il nostro attaccamento. Solo se sappiamo perdere e ottenere in modo equanime, siamo in pace con la nostra sessualità. Lo zen ci chiede di tenere sempre a mente questo.

La promiscuità è un’altra attività che lo zen ci chiede di considerare attentamente. Stiamo cercando di instaurare una relazione, anche solo per una notte, o vogliamo evitare di impegnarci in un’altra? La nostra attività è una ricerca genuina del giusto partner o è un tentativo camuffato di usare l’altro per sentirci più completi, senza però preoccuparci minimamente dei suoi bisogni?

La prostituzione, in sé, non è condannata nello zen. Quello che una persona fa con il suo corpo è affare suo. Ma ciò che è condannato è lo sfruttamento o il danno inflitto a un’altra persona, anche se quest’ultima è apparentemente consenziente. La compassione verso gli altri non va abbandonata per amore dei desideri sessuali.

Lo zen non dà giudizi morali nemmeno sul sesso finalizzato al piacere, anziché alla riproduzione. Né fa distinzioni tra l’omosessualità e l’eterosessualità, o tra la sessualità cosiddetta naturale e quella innaturale. Perché dovrebbe, quando il suo scopo è provocare una consapevolezza non-duale, quindi priva di giudizio, del Sé, all’interno del quale tutte le distinzioni succitate sono prive di senso?

Lo zen riconosce che la vita laica, in generale, e la sessualità in particolare, possono spesso interferire con il raggiungimento di questo obiettivo: ecco perché incoraggia una stile di vita monastico per coloro che desiderano fare del raggiungimento di tale obiettivo un’attività a tempo pieno. Ma lo zen riconosce anche che la decisione di abbandonare la vita laicale non è pratica e nemmeno necessaria per la maggior parte delle persone. Quindi, lo zen afferma che la nostra relazione sessuale, qualunque essa sia, deve basarsi totalmente sull’amore e il sostegno reciproco.

Rev. Vajra è un insegnante di Zen Dharma all’International Buddhist Meditation Center, www.ibmc.info, per gentile concessione.
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini.
Copyright per l’edizione italiana Innernet.

PRESENZA NEL QUI ED ORA di Ajahn Sumedho

Portate la vostra attenzione a questo momento, al qui ed ora. Qualsiasi cosa stiate sentendo fisicamente o emotivamente, di qualsiasi natura essa sia, questo è il modo in cui essa è. Questa conoscenza del modo in cui la cosa è si chiama consapevolezza; è il modo in cui noi facciamo esperienza dell’ora. Prestate attenzione a questo. Quando siamo pienamente coscienti, attenti al qui e ora senza attaccamento, allora non stiamo cercando di risolvere i nostri problemi, non stiamo ricordando il passato o pianificando il futuro. E se stiamo facendo queste cose allora fermiamoci e riconosciamo quello che stiamo facendo. Il non attaccamento significa che non stiamo creando niente di più nella nostra mente; siamo solo presenti. Questo significa riflettere sul modo in cui la cosa è.

Quando pensiamo, facciamo progetti, proviamo paura, facciamo previsioni, abbiamo speranze, ci aspettiamo qualcosa dal futuro, tutto questo avviene qui e ora, non è vero? Sono stati mentali che noi creiamo nel presente. Che cosa è il futuro? Che cosa è il passato? C’è soltanto l’ora, questo momento presente. Allora ci possiamo chiedere: “Che cosa è che conosce?” Noi vogliamo sempre determinare il soggetto. E’ questo il mio io reale? E’ questo il mio vero sé? Questa soggettività, questo porsi delle domande e volere trovare una identità, è anche una creazione nell’ora. Se ci affidiamo al silenzio, non c’è nessuno. Non troviamo nessuno nel suono del silenzio. Tutto il problema finisce.

Quanta concretezza ha un qualsiasi ricordo nel presente? Ha qualche essenza permanente? Il ricordo di una persona è realmente quella persona? Pensate a vostra madre, adesso. Anche se vostra madre è scomparsa tanti anni fa potete comunque pensare “madre” e le percezioni e i ricordi sorgono. Dov’è vostra madre ora, in questo momento mentre voi siete seduti qui e pensate a lei? E’ una percezione nella vostra mente. Sapere che i ricordi e le percezioni vengono create nel presente non è una critica o una negazione, si tratta semplicemente di porre i pensieri nel contesto in cui realmente sono.

Quanta sostanza
un ricordo ha
nel presente?

Spesso noi viviamo nel regno del tempo e dell’io e ci crediamo ciecamente, persi nelle nostre creazioni. Ma vedendo il Dhamma troviamo una via d’uscita da questa trappola mentale. La nostra società crede ciecamente in queste illusioni, quindi non ci possiamo aspettare molto aiuto da questa. Per esempio, a noi piace molto la storia, non è vero? “Voi sapete che il Buddha è realmente esistito. E’ un fatto storico”. E questo ce lo fa apparire reale, perché abbiamo fiducia nella storia. Ma la storia che cosa è? E’ ricordo. Se leggiamo differenti storie sullo stesso periodo di tempo, esse ci sembrano molto diverse. Io ho studiato storia coloniale britannica in India. Un resoconto scritto da uno storico britannico è molto diverso da quello scritto da uno storico indiano. Uno di loro mente? No. Probabilmente entrambi sono onorabili studiosi, ma ognuno di loro vede e ricorda le cose in modo diverso. Il ricordo è così.

E allora quando esaminiamo il nostro ricordo, osserviamo soltanto il fatto che i ricordi vanno e vengono; e quando se ne sono andati, ciò che rimane è la coscienza. La coscienza è ora. Questo è il sentiero, qui e ora, nel modo in cui è. Usate quello che sta avvenendo ora come sentiero, piuttosto che continuare con l’idea che voi siete qualcuno che viene dal passato e che ha bisogno di praticare per liberarsi da tutte le contaminazioni per raggiungere l’illuminazione in futuro. Questo è solo un io creato da voi e nel quale voi credete.

Noi soffriamo molto quando, ricordando il passato, ci sentiamo colpevoli. Ricordiamo cose che abbiamo detto o fatto, o che non avremmo dovuto fare, e stiamo molto male. O speriamo che tutto vada bene nel futuro e poi ci preoccupiamo del fatto che qualcosa possa andare storto. Ebbene le cose possono andare bene come possono andare male. O possono andare in parte bene e in parte male. Qualsiasi cosa può accadere nel futuro. Ecco perché ci preoccupiamo, non è vero? Ci piace andare dai chiromanti perché pensiamo che il futuro può essere tremendo per noi, se non lo conosciamo. Quale sarà il risultato della nostra decisione? Ho fatto la scelta giusta?

Dire “E’ così”
è solo un modo per ricordare
a se stessi
di vedere questo momento
così come è.

La sola cosa sicura del futuro – la morte del corpo – è qualcosa che cerchiamo di ignorare. Il solo pensare alla parola morte blocca la mente, non è vero? Per me è così. Non è particolarmente educato o politicamente corretto, parlare di morte in una conversazione casuale. Che cosa è la morte? Che cosa succederà quando muoio? Il non saperlo ci turba. Ma non lo sappiamo, non è vero? Noi non sappiamo cosa accadrà quando il corpo morirà. Abbiamo diverse teorie – come la reincarnazione o il premio in una rinascita migliore o la punizione in una nascita peggiore. Alcuni sostengono che una volta che si è ottenuta la nascita umana, si possa ancora rinascere come creatura inferiore. E poi c’è la scuola che dice no, una volta che si è rinati sotto forma umana non si può più rinascere come creatura inferiore. O la credenza nell’oblio – una volta che siamo morti, siamo morti. Punto e basta. Nient’altro. Finito. La verità è che nessuno lo sa veramente. Così spesso la ignoriamo o la reprimiamo.

Ma tutto questo succede nell’ora. Pensiamo al concetto della morte nel presente. Il modo in cui la parola morte influenza le nostre coscienze “è così”. Questo è sapere di non sapere nell’ora. E’ non cercare di provare alcuna teoria. E’ sapere: il respiro è così, il corpo così; lo stato d’animo, il nostro stato mentale è così. Questo significa sviluppare il sentiero. Dire “è così” è solo un modo di ricordare a se stessi di vedere questo momento così com’è, piuttosto che essere intrappolati nell’idea che dobbiamo fare qualcosa o trovare qualcosa o controllare qualcosa o liberarci di qualcosa.

Sviluppare il sentiero, coltivare bhavana, non è soltanto meditazione formale che possiamo fare solo in un determinato posto, in certe condizioni, con certi maestri. Questa è soltanto un’altra idea che ci stiamo creando nel presente. Osservate come praticate nella vostra vita quotidiana – a casa, in famiglia, al lavoro. La parola bhavana significa essere consapevoli della mente dovunque voi siate nel momento presente. Io posso darvi consigli per sviluppare la meditazione seduta – tanti minuti ogni mattina e tanti ogni sera – il che è certamente una cosa da tenere in considerazione. E’ utile acquisire una disciplina, prendersi un po’ di tempo nella vita di tutti i giorni per smettere con qualsiasi attività, qualsiasi impulso di obbligo morale, responsabilità e abitudine. Ma quello che ho trovato ad aiutarmi maggiormente è stato riflettere e fare attenzione sul qui ed ora.

Anche se andiamo
in luoghi meravigliosi
non sono poi così diversi.
E’ solo
una nostra montatura.

E’ così facile pianificare il futuro o ricordare il passato specialmente quando niente di veramente importante sta succedendo in questo momento: “In futuro ho intenzione di insegnare in un ritiro di meditazione” oppure “Il mio viaggio in Bhutan è stato una visita veramente particolare in un luogo veramente esotico dell’Himalaya.” Ma molto nella vita non è niente di speciale; è così come è. E anche andare in meravigliosi luoghi dell’Himalaya è così come è – alberi, cielo, consapevolezza; non c’è tutta questa differenza. E’ solo che noi ci costruiamo sopra. Sento anche che la gente soffre molto per le cose che ha fatto o che non avrebbe dovuto fare – errori, crimini, cose terribili dette nel passato. Le persone possono diventare ossessionate perché una volta che cominciano a ricordare i loro errori si crea tutto uno stato d’animo. Tutti i momenti colpevoli del passato possono tornare a galla e distruggere la nostra vita presente. Molte persone finiscono per rimanere bloccate in un vero insopportabile regno infernale che si sono create da sole.

Ma tutto questo succede nel presente, ed è per questo che il momento presente è la porta verso la liberazione. E’ l’ingresso al “Senza Morte”. Risvegliarsi a questo non vuol dire sopprimere, negare, rimuovere, difendere, giustificare, condannare; è quello che è, prestare attenzione al ricordo. “Questo è un ricordo.” è una affermazione corretta. Non è una rimozione del pensiero, ma non lo si sta più considerando con attaccamento personale. I ricordi, se visti chiaramente, non hanno essenza. Si dissolvono nell’aria sottile.

Provate a ricordare una vostra colpa e mantenete il ricordo deliberatamente. Pensate a qualche cosa di terribile che avete fatto in passato, e poi stabilite di tenerlo nella vostra coscienza per cinque minuti. Cercando di continuare a pensarci, scoprirete quanto è difficile da trattenere. Ma quando quello stesso ricordo sorge e voi gli opponete resistenza, ci sguazzate dentro o ci credete, allora può accompagnarvi per tutta la giornata. Tutta una vita può essere riempita di colpe e rimorsi.

Ogni volta che sei
consapevole di ciò
che stai pensando
stai diventando
un esperto.

Così soltanto nel risveglio, vedendo la cosa così com’è, c’è un rifugio. Ogni volta che siete consapevoli di quello che state pensando – non critici, anche se state pensando a qualcosa di veramente brutto o spiacevole – state diventando degli esperti. Questo è ciò in cui potete avere fiducia. Mentre sviluppate questo, acquisite più fiducia. La vostra consapevolezza diventerà una forza più grande delle vostre emozioni, delle vostre contaminazioni, delle paure e dei desideri. All’inizio ci può sembrare che emozioni e desideri siano più forti, che la semplice consapevolezza sia impossibile. Si possono avere soltanto pochi brevi momenti di consapevolezza e poi si torna di nuovo nella tempesta che imperversa. Può sembrare senza speranza, ma non lo è. Più la si mette alla prova, la si investiga, si dà fiducia a questa consapevolezza, più diventa stabile. Gli apparenti poteri invincibili delle qualità emotive, delle ossessioni e delle abitudini, perderanno quel senso di essere la forza più grande. Troverete che la vostra vera forza è nella consapevolezza, non nel controllo dell’oceano, delle onde, dei cicloni e degli tsunami e di tutto il resto che comunque è impossibile per voi controllare. E’ solo nell’avere fede in questo punto – qui ed ora – che si realizza la liberazione.

Dire “è così” significa solo ricordare a se stessi di vedere questo momento così com’è. Anche andare in posti meravigliosi non è poi così differente. E’ solo la costruzione che ci facciamo sopra, rimuovendo, difendendo, giustificando o condannando; è quello che è: un ricordo. “Questo è un ricordo.” è una affermazione onesta. Non è una rimozione del pensiero. E’ che non lo sta considerando con attaccamento. I ricordi, se visti chiaramente, non hanno essenza. Si dissolvono nell’aria sottile.

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2006. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Traduzione di Gabriella De Franchis.
Fonte web: http://santacittarama.altervista.org/qui_e_ora.htm
Luang Por Sumedho è nato a Seattle, Washington. Nel 1966 si è recato in Thailandia per praticare la meditazione e non molto tempo dopo ha preso l’ordinazione come monaco. Si è messo al seguito di Luang Por Chah e vi è rimasto per dieci anni. Nel 1977 ha accompagnato Luang Por Chah in Inghilterra ed ha aiutato alla creazione del Monastero di Chithurst e poi di Amaravati, dove è attualmente residente.

PRATICARE PER INGENTILIRSI di Corrado Pensa

Il duro e il tenero
Qualche tempo fa mi è capitato di incontrare un gruppo di persone che non vedevo da circa trent’anni. Ciò che mi ha colpito di più è stato l’indurimento che si notava in loro rispetto a quando erano più giovani. Questo irrigidimento si manifestava in modi diversi per ciascun individuo. In un caso era soprattutto amarezza, in un altro prevaleva l’auto-compatimento, mentre una terza persona mostrava segni evidenti di quella che la psicologia definisce rabbia cronica. L’episodio mi ha portato a riflettere sul fatto che la pratica della meditazione va in direzione opposta, nella direzione di una progressiva apertura, elasticità e ingentilimento.

Non voglio dire che se uno non pratica, inevitabilmente finirà per indurirsi col passare degli anni. Posso pensare a individui che, senza alcuna pratica, col tempo si sono ammorbiditi. Tuttavia, mi pare che la tendenza a indurirsi sia piuttosto frequente. Forse è parte del samsara, ma se non ci prendiamo cura di noi stessi percorrendo una via spirituale, facendo qualche tipo di lavoro interiore, è molto probabile che nel corso degli anni dovremo fare i conti con questo indurimento.

Se pensiamo a tutti gli elementi che costituiscono la pratica, vediamo che essi sono fatti per renderci più morbidi, più gentili, più duttili. La metta, la gentilezza amorevole è una pratica di intenerimento; l’equanimità, la consapevolezza, la compassione e la saggezza possono aprirci e scioglierci fino all’impensabile. E tutto ciò è il contrario del processo di indurimento.

La relazione con lo spiacevole
Un’area cruciale ove convogliare la nostra energia di praticanti è la relazione con lo spiacevole. Tale relazione, attraverso la pratica, deve cambiare in modo radicale. La base più importante perché ciò accada è, ovviamente, sviluppare interesse a lavorare con i fatti spiacevoli delle nostre vite. Senza un simile interesse, senza un simile combustibile, non potremo lavorare con lo spiacevole. Al contrario, continueremo a evitarlo con cura e quindi ad aumentare la sofferenza.

Un maestro di Vedanta lo ha detto splendidamente:
Apprezzate tutto, sole e pioggia, salute e malattia. Questo è un approccio rivoluzionario al lato doloroso della vita. Non dite più: “È terribile”. Dite piuttosto: “È molto interessante”. Cancellate proprio dal vostro vocabolario l’espressione “è terribile”, e dite piuttosto: “È interessante e molto prezioso, perché mi farà progredire e mi aiuterà a portare la mia esistenza alla pienezza della vita umana”. E questo svilupperà naturalmente saggezza 1.

Egli continua spiegando che un momento fondamentale nella sua vita fu quando disse a se stesso:
Ho passato quarant’anni della mia vita nel buio, perché non capivo questo punto. E ora, presto, che una situazione difficile possa presentarsi, per farmi mettere immediatamente in pratica quel che ho capito, prima che me lo dimentichi 2.
Naturalmente l’interesse non riguarda la sofferenza o la spiacevolezza, ma piuttosto il lavorare con la sofferenza e con lo spiacevole. Interesse, gentilezza, rispetto, tenerezza: appartengono tutti alla stessa famiglia.

I nostri itinerari educativi per lo più non contemplano alcun addestramento per fare questo tipo di lavoro, il che è una delle ragioni per cui il sangha, la comunità dei praticanti, è tanto importante. Altrimenti ci ritroviamo del tutto isolati in un’impresa così essenziale.

Supponiamo di essere preoccupati. Possiamo osservare gentilmente la preoccupazione? Possiamo essere rispettosamente attenti a una preoccupazione? Stiamo parlando di uno di quei sentimenti dei quali vogliamo solo sbarazzarci e nei confronti dei quali proviamo soprattutto avversione. Inoltre abbiamo la tendenza a identificarci con essi. Ed è impossibile contemplare qualcosa in cui siamo totalmente identificati. Si tratta del classico rapporto sbagliato con lo spiacevole. Attraverso la pratica, tuttavia, possiamo vederlo meglio. E più lo vediamo, più sviluppiamo interesse a lavorarci, fino al punto in cui ci accorgiamo che, in realtà, non c’è alternativa. Quale sarebbe infatti l’alternativa? Soffrire! Anzi, soffrire di più. Allora, rendendoci conto di tutto ciò, la motivazione e l’interesse aumentano e questa è la nostra fortuna, il nostro buon karma. Senza un simile interesse, infatti, non è possibile affrontare le afflizioni mentali (o kilesa), data la loro potenza. Abbiamo perciò bisogno della forza dell’interesse che, come si è detto, appartiene alla stessa famiglia della tenerezza e del rispetto.

Risvegliare la consapevolezza e mantenerla
Nella tradizione meditativa della vipassana si considerano due momenti nell’applicazione dell’attenzione: vitakka e vicara. Vitakka significa connettere, collegare la consapevolezza con l’oggetto, per esempio con il respiro. E vicara significa mantenere la consapevolezza sul respiro. Nel primo momento c’è il connettere, e poi c’è il mantenere: connettere, mantenere, connettere, mantenere. Ora la stessa cosa avviene quando lavoriamo con le situazioni spiacevoli. Primo, dobbiamo risvegliarci a osservare tali situazioni con interesse e gentilezza.
Secondo, dobbiamo imparare a rimanere svegli, rimanere rispettosi, rimanere interessati. A volte diciamo: “Oh sì, ero consapevole. Quando è successo questo fatto, sì, avevo la presenza mentale”. Ma ciò che vogliamo dire veramente è che abbiamo avuto un lampo di consapevolezza. Benissimo. Molto meglio di niente; enormemente meglio di niente. Ma era solo un lampo, solo la connessione, non era il mantenere. Era solo vitakka, ma non vicara.

Perciò, risvegliandoci e imparando pazientemente, un anno dopo l’altro, a rimanere svegli, a rimanere interessati, a rimanere gentili, a rimanere morbidi, a rimanere teneri, cominceremo a riuscire, tra alti e bassi. In fondo questo è il modo in cui impariamo le cose, compresa la meditazione. Se ci pensiamo, vediamo che quello che succede è: consapevolezza, accettazione, più consapevolezza. Ossia diventiamo più consapevoli della sofferenza che è implicita nell’avere una relazione sbagliata con lo spiacevole, sofferenza prodotta dall’identificazione. Avendo maggiore consapevolezza, diventiamo più propensi all’accettazione dello spiacevole, perché abbiamo visto quanto è doloroso indurirsi e resistere.

Spontaneamente, quindi, dalla comprensione nasce l’accettazione o il lasciar andare. E dall’accettazione a sua volta nasce la capacità di maggiore consapevolezza in una situazione difficile. È come un circolo virtuoso. L’essere stati in una posizione di accettazione ci rende più motivati a risvegliare la nostra consapevolezza, perché accettazione e consapevolezza sono due dimensioni molto vicine.

Nel processo di irrigidimento succede l’opposto. Dalla mancanza di consapevolezza di tutta la sofferenza che creiamo derivano paura e non accettazione, il che riduce ulteriormente la consapevolezza. Si tratta di effetti ‘a palla di neve’ in due direzioni opposte. Una porta a più condizionamento, l’altra porta al decondizionamento.

La libertà dell’accettazione
Per esempio, supponiamo di avere contemplato gentilmente e rispettosamente la nostra impazienza il più possibile. E abbiamo visto tutta la sofferenza che creiamo, mentre siamo intenti a dare la colpa a qualcos’altro. Un giorno, finito il lavoro, aspettiamo un autobus che ci porti a casa. Immaginiamo che l’autobus sia in ritardo, forse molto in ritardo, e forse non è la prima volta. Quello che potrebbe accadere, con nostra sorpresa e sollievo e diletto, è di ritrovarci a dire un sì pieno al fatto che l’autobus è in ritardo. Non che la cosa ci faccia piacere, ma ci troviamo ad accettare pienamente il fatto che l’autobus sia in ritardo. E in tal modo gustiamo un senso di libertà. Naturalmente non ci piace la cosa, ma siamo in grado di dire sì alla realtà, e la realtà è che l’autobus è in ritardo. Non dovrebbe esserlo, ma lo è.

L’autobus che arriva puntuale esiste ora solo nella nostra immaginazione. La realtà è che l’autobus è in ritardo, quindi noi semplicemente siamo tutt’uno con la realtà. Non ci spacchiamo in due con un rammarico pieno di tensione e risentimento. Semplicemente abbracciamo la realtà così com’è. E questo può essere come un grido interiore di libertà, questa capacità di dire sì alla realtà così com’è.

Possiamo ampliare lo scenario, questa sequenza di eventi quotidiani. Infatti può capitare che quando l’autobus finalmente arriva sia incredibilmente pieno. E a stento riusciamo a entrare. Ancora, possiamo dire un sì totale a questo fatto? Sapete, un autobus semivuoto è, di nuovo, solo nella nostra immaginazione. L’autobus è incredibilmente pieno, e questo è la realtà. Il senso di spaziosità e libertà che possiamo sperimentare è proporzionale alla nostra capacità di dire di sì alla situazione, a una situazione relativamente difficile. Simultanea-mente stiamo dicendo no alla prigione della nostra reattività: ecco il gusto della libertà. Una volta tanto non ci stiamo condannando alla sofferenza, alla sofferenza non necessaria, come facciamo abitualmente. E forse, quando finalmente arriviamo a casa, abbiamo appena messo un piede sulla porta che qualcuno ci dice qualcosa di spiacevole; è possibile!

Ma se siamo riusciti a tenere la finestra aperta finora, non ci siamo contratti e abbiamo detto sì al primo evento e sì al secondo, allora non saremo amaramente induriti. E forse possiamo dire un terzo sì, con nostra completa gioia. Il che non significa, naturalmente, che non diremo niente se pensiamo che invece sia necessario farlo, ossia che non diremo ciò che riteniamo giusto, ma la grande differenza è che la nostra risposta verrà dalla pace, invece che dalla reattività. Saremo perciò anche più convincenti, oltre che più in pace.

È ben possibile educarci in un simile modo. Ed è la ragione per cui pratichiamo. Tre piccoli incidenti come questi possono essere utili per educarci a una maggiore duttilità. Ma gli stessi incidenti, non accompagnati dalla pratica, facilmente sono destinati ad avere l’effetto opposto.

Ora c’è una trappola insidiosa quando ci accostiamo a questo tema. E la trappola è questa: le piccole cose – l’autobus e così via – possono sembrarci situazioni troppo comuni, troppo poco importanti. Noi, invece, vogliamo imparare ad affrontare situazioni veramente difficili. Supponete però che abbiamo appena iniziato a studiare l’inglese. Dopo poco tempo diciamo: “Ma io voglio leggere Shakespeare. Non voglio fare gli esercizi di grammatica. Non voglio perdere tempo a tradurre queste frasette brevi e piuttosto stupide”. Sappiamo tutti che questa è un’assurdità, che abbiamo bisogno di questo lavoro di base se vogliamo leggere Shakespeare. In termini di pratica, l’esercizio fondamentale è, in primo luogo, la meditazione seduta. In termini Zen, la pratica di base sviluppa quello che in giapponese si chiama jiriki, termine che designa quella energia che deriva da anni di pratica seduta. Essa si traduce in fiducia, in motivazione, nella capacità di praticare e di vivere.

In secondo luogo è necessario esercitarsi con tutta la varietà di piccoli incidenti che avvengono durante il giorno. È una pratica enormemente importante. Pensiamo a ciò che avviene spesso in un tempo molto breve. Ci svegliamo al mattino, per esempio, e in breve abbiamo già accumulato un certo numero di no, un certo numero di irrigidimenti. La prima cosa che pensiamo è che non abbiamo terminato un lavoro la sera prima. Non ci piace la cosa e non ci piace nemmeno il fatto che sia brutto tempo. Inoltre non ci piace l’idea che dovremmo andare alla banca che è molto lontana dal nostro posto di lavoro, e così via. Ognuna di queste reazioni potrebbe essere un luogo per esercitarci, potrebbe essere un invito a rilassarci invece di contrarci. E nel caso in cui ci contraiamo, ci è offerta allora un’occasione per contemplare la contrazione e per infondere un po’ di tenerezza dentro la contrazione.

Ma questo lavoro ha bisogno di spazio interno, e parecchio spazio può venire dalla pratica seduta. Abbiamo un sentimento così angusto riguardo al tempo nella nostra società che spesso perdiamo molte occasioni di praticare per il semplice fatto che è sempre tardi. In un ritiro forse ci rilassiamo, finalmente, ma poi torniamo a casa ed è di nuovo sempre tardi. Anche il modo in cui parliamo è indice di questa mentalità. “Farò un salto per un secondo…” perdiamo perfino il senso dell’umorismo. È come se fossimo costantemente inseguiti da qualcosa o qualcuno.

L’attaccamento all’avversione è attaccamento alla sofferenza
Forse siamo molto diligenti nel meditare ogni mattina, ma appena la seduta è finita, entriamo in questo folle ritmo mentale, in questa forma di sofferenza. Fondamentalmente, chiudiamo la porta alla consapevolezza per il resto della giornata. È come se le dicessimo: “Arrivederci alla prossima seduta”. E questo è un grosso ostacolo per il lavoro di cui parliamo, il lavoro di diventare più duttili.

Poiché la tua mente è abituata a indugiare nella negatività anche se accade qualcosa di piccolo, per esempio una piccola agitazione, tu immediatamente l’afferri, e a causa del tuo attaccamento, la trasformi in qualcosa di molto più grande. In tal modo permetti a un fatto irrilevante di portare molta infelicità nella tua vita. Tendi a dare la colpa della tua infelicità a qualcosa di esterno, ma in effetti tu stesso hai creato questa sofferenza perché sei attratto dalla sofferenza 3.
Sentendo questo forse potremmo protestare, dire: “No, non è vero! Io non sono attratto dalla sofferenza”. Ma che dire dell’attrazione per l’avversione? Anche questa è attrazione per la sofferenza e non dovremmo avere difficoltà a metterci in contatto con essa dentro di noi! A volte siamo molto bravi nel praticare e ricordare il Dharma in situazioni positive o neutrali, il che è un bel passo avanti. Perciò ora c’è un nuovo importante elemento nelle nostre vite, dato che ci ricordiamo del Dharma quando la situazione è buona o neutrale. Senonché quando la situazione diventa difficile, non c’è verso! È come se continuassimo a fare qualcosa che ci fa sentire sicuri, ma evitassimo ciò che ci sembra rischioso. In un certo senso, è come se continuassimo ad andare al liceo e non entrassimo mai all’università perché ci sentiamo sicuri al liceo. Una delle ragioni di ciò è che siamo attratti dalle ruminazioni negative. C’è una sorta di eccitazione nel sentirci indignati, nel sentirci furiosi, nell’alimentare quel fuoco dentro di noi. E non vogliamo lasciarla andare. Sentiamo che la consapevolezza mette in pericolo questo piacere piuttosto discutibile, e perciò evitiamo con cura la consapevolezza. Il fatto è che non vogliamo deporre la nostra dipendenza mentale dalla collera, dall’irritazione, dall’avversione e da tutto ciò che la nostra mente è solita dire quando divampano queste emozioni. Ci pare di ricavare una qualche energia da tutto ciò, e non vogliamo lasciarla andare.

Penso che il punto cruciale sia l’auto-importanza, l’importanza data a se stessi. Quando parliamo di io-mio, parliamo di auto-importanza. Se ci critichiamo, se abbiamo un’autostima molto scarsa, anche questa è auto-importanza. Affoghiamo letteralmente nell’auto-importanza. Se diciamo auto-importanza, magari pensiamo solo al fatto di vantarsi o simili. Ma l’auto-importanza è una dimensione molto più vasta, e comprende tante forme di autoriferimento. Perciò eccitarci nella nostra avversione è auto-importanza. Letteralmente, è come se ci sentissimo più importanti se siamo arrabbiati. A volte è come se non volessimo perderci nemmeno un’occasione per arrabbiarci.

Tuttavia più vediamo che l’attaccamento all’avversione è una grande fonte di sofferenza, più è probabile che la nostra auto-importanza comincerà a ridursi. E allora entreremo in contatto con qualcosa di completamente diverso che potremmo chiamare dignità fondamentale, la dignità di un essere umano, di un essere vivente. E questo non ha niente a che fare con l’io-mio; è qualcosa di molto più basilare, più calmo, più semplice. Non abbiamo bisogno di ubriacarci di avversione una volta che siamo entrati in contatto con questa dignità fondamentale; a questo punto non abbiamo più bisogno di droghe.

Quando cominciamo a sperimentare un po’ di questa dignità fondamentale, allora il lavoro interiore diventa più facile: la possibilità di accettare, la possibilità di ingentilirci, diventa più accessibile, perché non siamo più ubriachi di auto-importanza. Non abbiamo bisogno di tutti questi espedienti, siano essi rabbia o attaccamento. A misura che riusciamo a cambiare la nostra relazione con lo spiacevole, la tenerezza che è in noi — tenerezza che è sia amore sia intelligenza — aumenta. E questa è decisamente una buona cosa.

1. A. Desjardins, Toward the fullnes of life, Putney and Brattleboro, 1990, p. 29.
2. Ivi.
3. Gyatrul Rinpoche, Ancient Wisdom, New York 1933, p. 33; trad. ital. Un’antica sapienza, Ubaldini, Roma.

Tratto da “Buddhism Now”, vol. IX, Maggio 1997. Traduzione dall’Inglese a cura di Franca Zucalli.

CORRADO PENSA
uno dei più apprezzati maestri di meditazione attualmente in attività. E’ insegnante guida dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) di Roma e conduce ritiri in Europa e negli Stati Uniti, dove è insegnante senior dell’Insight Meditation Society (Barre, Usa), uno dei più importanti centri al mondo per la pratica meditativa di scuola buddhista. Già docente ordinario di Religioni e Filosofie dell’India all’università La Sapienza di Roma, è stato anche psicoterapeuta junghiano.

MEDITAZIONE E ANSIA di Corrado Pensa

UN’ANSIA PARTICOLARE
Nel volume di Mark Epstein Pensieri senza pensatore leggiamo:

Gli psicologi Daniel Brown e Jack Engler hanno fatto uno studio su un gruppo di praticanti esperti e hanno scoperto che chi medita è ansioso esattamente quanto chiunque altro. Tra i soggetti da loro osservati non hanno riscontrato un allentamento del conflitto interno, ma soltanto un atteggiamento ‘marcatamente privo di difese nel vivere tali conflitti’ 1.

Vorrei fare qualche annotazione riguardo al rapporto tra meditazione ed ansia prendendo le mosse dal brano appena citato.
A parte il carattere molto relativo, per definizione, di esperimenti del genere (quanto ci autorizza un gruppo di meditanti a trarre conclusioni generali sulla meditazione?), mi sembra, tuttavia, che anche questo gruppo di meditanti esperti ed ansiosi ha mostrato una caratteristica interessante e poco frequente e cioè il fatto che l’ansia fosse accompagnata da una certa accettazione, da una non-contrazione. Tale caratteristica non ricorre tra le caratteristiche tipiche degli stati ansiosi, dato che essa, in qualche modo, si pone agli antipodi dell’ansia. Non vedo, infatti, quanto nutrimento e quanto incoraggiamento possano venire a un’ansia che è tenuta in mano con un atteggiamento così abbandonato, così ‘marcatamente privo di difese’. Ciò significa che la perentoria affermazione che ‘chi medita è ansioso esattamente quanto chiunque altro’ è parecchio ridimensionata dall’osservazione successiva, niente affatto marginale, sulla non-difensività. Però, facilmente, l’unica cosa che resterà in mente a un buon numero di lettori è solo la conclusione perentoria, a tutto discapito della verità.

Le tre afflizioni e l’ansia
Comunque, esperimenti a parte, a me pare che sia legittimo chiedersi questo: un cammino interiore che si ripromette di trascendere o quanto meno di attenuare l’attaccamento, l’avversione e l’ignoranza può lasciare intatta l’ansia? Sarebbe una contraddizione in termini. Se l’ansia è intatta, ciò può voler dire soltanto che ugualmente immutate sono le tre ‘afflizioni’ summenzionate. Infatti dire le tre afflizioni significa dire l’io-mio e la sua forza. E io-mio vuol dire, tra l’altro, tutta l’insicurezza e la paura (ossia l’ansia) generata dalla continua identificazione con reazioni, emozioni, aspettative, etc.
Come è noto, la meditazione di consapevolezza si occupa primariamente di questa ‘coazione all’identificazione’. Allora, come è immaginabile praticare la consapevolezza meditativa seriamente e per lunghi anni, raccogliere buon frutto su vari fronti eccetto che sul fronte dell’ansia? Naturalmente se la motivazione alla pratica è labile o male orientata, se la pratica stessa è un fatto occasionale e saltuario e per giunta priva di supervisione da parte di insegnanti esperti, nessuno si stupirà (nemmeno lo stesso meditante) se non si vedono frutti di alcun genere. E può ben darsi che la ragione principale di questa stasi e di questa confusione sia proprio un insieme di conflitti ansiosi nel quale il meditante è invischiato. A questo punto, come Epstein variamente suggerisce, una buona psicoterapia potrà essere provvidenziale nello sbloccare tali conflitti e nel mettere in grado la persona di intraprendere un rinnovato cammino meditativo.

IL FONDAMENTO DELLA STABILITÀ MENTALE
Fatte queste precisazioni e ricordando ancora una volta, per scrupolo, che la meditazione è controindicata nei casi di ansia grave (laddove la psicoterapia è sovente lo strumento più indicato), mi pare che convenga ora interrogarci su quale debba essere il giusto atteggiamento del meditante quanto a forme di ansia ‘ordinarie’.
Intanto è opportuno tenere presente che la meditazione, al pari della psicoterapia, non è un ansiolitico. Al contrario entrambe in certe fasi, allorché emerge materiale rimosso, tendono a generare ansia. Perciò se imbocchiamo la via del Dharma dobbiamo mettere in conto il fatto che incontreremo ansie nuove oltre a quelle antiche. Quale che sia il livello di ansia nel meditante, mi sembra assolutamente cruciale sottolineare per prima cosa questo: tentare un’esplorazione diretta dell’ansia sin dal principio di un tragitto meditativo avrà come risultato più probabile solo un aumento dell’ansia, con l’inevitabile confusione e scoraggiamento che ciò comporterà.
Invece prima di affrontare l’esplorazione diretta dell’ansia e, in generale, di stati emotivi, occorrerà anzitutto ‘farsi le ossa’ addestrando l’attenzione a sostare su oggetti non conturbanti, quali, ad esempio, le sensazioni del respiro o altre sensazioni fisiche semplici. Infatti, una disciplinata pratica meditativa di calma concentrata su oggetti semplici sviluppa, col tempo, una relativa stabilità mentale.
Quanto alla stabilità che sopravviene dopo vari anni di pratica per la maggior parte dei meditanti, essa, se da un lato è lungi da una condizione di ferma equanimità, dall’altro è anche ben distante da quello stato di doloroso caos mentale che per molti vigeva prima che intraprendessero il lavoro interiore. Perciò la stabilità di cui parliamo è una vera e propria forza nuova, anche se spesso il meditante non la percepisce come tale a causa dell’effetto combinato di preconcetti circa la meditazione (del tipo: pace mentale = assenza di pensieri e di emozioni) e di una tendenza all’autosvalutazione.
Ora questa forza nuova è, in effetto, il presupposto indispensabile per poter lavorare di consapevolezza con tutto quanto è turbamento mentale. Giacché, senza quella relativa stabilità di cui stiamo parlando, noi abbiamo solo due possibilità: o essere risucchiati nel turbamento oppure fuggire dal turbamento. L’idea di non essere né risucchiati né in fuga bensì, invece, fermi e in ascolto, risulterà affascinante ma abbastanza astratta e inapplicabile. Perché ci accorgeremo ben presto che la mente non vuole guardare il turbamento o, al massimo, lo guarda impazientemente chiedendogli in continuazione di andarsene: pretendendo, in tal modo, di superare il turbamento aggiungendo altro turbamento.

CALMA CONCENTRATA E FIDUCIA; PRATICA DI METTA E DEL RIFUGIO
Invece il primo passo consiste proprio nello sviluppo di quella ‘non-difensività’ di cui scrive Epstein, ovvero la capacità di guardare l’ansia senza aggiungere ansia. Ma questo presuppone un qualcosa che ci regga, un sostegno. Il sostegno, appunto, della stabilità mentale che proviene dal tirocinio nella calma concentrata. Da notare che il cuore di questa certa forza tranquilla che si sviluppa – come si diceva – senza che nemmeno ce ne accorgiamo, ha a che fare con la fiducia. Una fiducia generica e implicita, più che una esplicita fiducia in questo o quello: la mente che negli anni ha appreso a raccogliersi ha visto che non è condannata al caos e all’angoscia e ciò in qualche misura la rassicura e la rasserena.
È opportuno specificare che qui, nel menzionare la naturale necessità di un addestramento alla calma concentrata, non ci riferiamo alla coltivazione della concentrazione come fattore isolato. Infatti la concentrazione, separata da tutte le altre virtù e qualità liberanti, non sembra avere alcuna connessione significativa con la saggezza. Basti pensare al caso ben possibile di individui dotati di una certa innata facilità alla concentrazione senza che ciò si accompagni a sostanziosi indizi di sviluppo interiore. Ci riferiamo, piuttosto, a un tirocinio sistematico di calma concentrata nel contesto di una pratica di consapevolezza.
Ciò significa che il meditante, prima di affrontare l’esplorazione diretta e ravvicinata dell’ansia, avrà già lungamente lavorato con varie forme ‘minori’ ma insidiose di ansia. Vale a dire tutta quell’ansia generata dal rapporto del meditante con la pratica meditativa. E dunque i sensi di colpa per non essersi seduto in meditazione regolarmente, gli scoraggiamenti davanti alla elusività del respiro, il confronto con altri meditanti, etc. In un contesto di meditazione vipassana il praticante è incoraggiato a guardare-contemplare tutti questi moti ansiosi sin dall’inzio, laddove in un training puramente concentrativo gli verrebbe detto di ignorarli. Inoltre, sempre nell’ambito della meditazione di consapevolezza, la guida degli insegnanti e lo studio del Dharma favoriscono la comprensione di tali dinamismi e contribuiscono in tal modo a piantare importanti semi di disidentificazione dall’ansia.
Infine una seria pratica di metta e il ricorso a una regolare presa di rifugio (ovviamente intesa in maniera non puramente formale) aiutano non poco a relativizzare l’ansia da una parte e ad alimentare la fiducia dall’altro. Poiché l’evocazione del bene di tutti gli esseri viventi (metta), insieme con lo spirito di servizio che ciò gradualmente suscita, distoglie dalla fissazione egoica e dall’inevitabile ansia che essa genera. E così pure il regolare prendere rifugio nel Dharma e dunque nella pratica di liberazione e nella liberazione stessa favorisce l’emergere di un orizzonte transegoico.

OSSERVARE SENZA AVVERSIONE, OSSERVARE CON INTERESSE
Riepilogando: il presupposto per una fruttuosa contemplazione esplorativa dell’ansia (così come di qualsiasi disagio interiore) è quella relativa stabilità mentale non priva di fiducia che risulta da un tirocinio prolungato di calma concentrata in un contesto di meditazione di consapevolezza. Diamo inoltre per scontato che in tale contesto siano naturalmente presenti la pratica di metta e dei rifugi, la supervisione degli insegnanti, lo studio/ascolto del Dharma e un certo spirito di servizio.
Abbiamo visto come tale presupposto renda possibile il primo passo dell’esplorazione (che per certi versi è il passo fondamentale), ossia la possibilità di osservare senza avversione l’ansia. Da notare che allorché questa possibilità comincia a manifestarsi in modo non episodico ciò già comporta una diminuzione dell’ansia. Ancor di più se da una osservazione senza avversione approdiamo a una osservazione animata da interesse. In proposito, non è forse superfluo annotare che il fatto di essere già in grado di lavorare in questo modo non implica che non sia talora necessario – se l’ansia è forte o se noi siamo stanchi – abbandonare il lavoro della osservazione diretta e arroccarsi, piuttosto, su una pratica semplice di pacificazione mentale, ivi inclusa la meditazione camminata.

LAVORARE CON L’ANSIA
Ma vediamo ora più da presso la pratica rivolta in modo diretto all’ansia. Anzitutto un consiglio pratico: il più possibile non lasciarsi sfuggire i molteplici episodi quotidiani di ansia, anche minima. Poiché questi episodi di ‘piccola ansia’ sono un eccellente terreno di pratica, soprattutto quando cominciamo a sviluppare un vero e proprio talento nel coglierli e metterli nella luce della consapevolezza. Il percepire sempre più chiaramente che ad ogni intervento di pratica sull’ansia corrisponde un seme di equanimità è un forte e naturale incentivo a perseguire questa modalità di lavoro interiore. Anche perché ci rendiamo conto che senza un buon allenamento a lavorare con i piccoli turbamenti non è possibile lavorare con quelli grandi. Per compiere questo lavoro riguardo alle piccole ansie quotidiane è necessario imparare a riconoscerle come tali, il che è meno elementare di quanto sembri. Infatti le ‘ansiette’ possono essere diventate così abituali da essersi mimetizzate da normalità.
Un altro consiglio pratico, che è anche un invito a scendere a un livello più profondo di consapevolezza: nel riconoscere piccoli stati ansiosi, impariamo a percepire il potere del riconoscimento, quanto a dire il potere della consapevolezza. Vedremo così che già nel momento del riconoscimento, netto e chiaro, per il solo fatto del riconoscimento comincia a instaurarsi un cambiamento di relazione con l’ansia.
Nel lungo termine l’effetto di questa pratica di osservazione via via più pronta, sollecita e interessata degli stati ansiosi sarà quello di ritrovarci meno identificati con detti stati. E una minore identificazione porta con sé un miglioramento della nostra vista interiore. Cominciamo a vedere, per esempio, quanto è stretto e familiare il rapporto con la nostra ansia, piccola o grande che sia. Un po’ come se si trattasse di un parente insopportabile dal quale, tuttavia, non intediamo congedarci per alcun motivo. Perché sarà insopportabile ma, appunto, è troppo familiare, è troppo un pezzo di noi per rinunciarci. Che ne sarà di noi – è come se dicessimo – senza il consueto pullulare di immagini-pensieri ansiosi in reazione a questo e quello?
Senza pensare al poderoso e, insieme, abituale e quotidiano rinforzo che all’ansia individuale giunge dalla società in cui viviamo: i mezzi di comunicazione, i ritmi di lavoro, il traffico etc. Sicché, oltre a essere una dimensione così intima, l’ansia è anche una dimensione condivisa dalla maggioranza delle persone. Il che le aggiunge, si potrebbe dire, il tocco finale di ‘naturalezza’. Sarà dunque naturale credere con tutto il cuore all’ansia, mentre ci parrà illusorio e astratto anche il solo ipotizzare dentro di noi una zona franca di pace vera.
Questa prima disidentificazione dall’ansia e la relativa maggior comprensione dell’ansia che ne consegue alimenta un moto non occasionale di samvega, ossia una riluttanza salutare, un rifiuto silenzioso a vivere sotto il segno dell’ansia mescolato con un acuìto desiderio di praticare. Ciò porta, in progresso di tempo, a un ulteriore raffinamento della comprensione. In termini classici buddhisti, le tre caratteristiche universali (impermanenza, dolorosità, impersonalità) cominciano a profilarsi con evidenza crescente anche riguardo all’ansia. Anzitutto la specifica dolorosità dell’ansia. Diversamente da ciò che facilmente tendiamo a credere e cioè che l’ansia sia la risposta inevitabile a situazioni di dolore attuale o potenziale, vediamo che l’ansia è già dolore, dolore sicuro davanti a sofferenze talora solo ipotetiche, dolore mentale accuratamente fabbricato. E così pure, insieme alla dolorosità, prende a manifestarsi il carattere costantemente cangiante (anicca) e fondamentalmente condizionato (anatta) dell’ansia.
Il toccare con mano che questi tre aspetti connotano anche l’ansia ci mette in una posizione di accresciuta libertà nei confronti dell’ansia stessa. E ciò – va da sé – rende più forte la nostra presa di rifugio nella pratica per la liberazione. Liberazione che, significativamente, è stata definita “il totale e completo rilassamento di tutte le tensioni: fisiche, emotive e mentali” 2.

1. M. Epstein, Pensieri senza un pensatore, Roma, Ubaldini 1996, p. 122.

2. Nella sua opera A. Desjardins cita di frequente questa definizione della liberazione che il suo maestro Swami Prajñanpad amava proporre. Cfr. p. es. Alla ricerca del Sé, Roma, Mediterranee 1992, p. 137.


CORRADO PENSA
Uno dei più apprezzati maestri di meditazione attualmente in attività. E’ insegnante guida dell’Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.) di Roma e conduce ritiri in Europa e negli Stati Uniti, dove è insegnante senior dell’Insight Meditation Society (Barre, Usa), uno dei più importanti centri al mondo per la pratica meditativa di scuola buddhista. Già docente ordinario di Religioni e Filosofie dell’India all’università La Sapienza di Roma, è stato anche psicoterapeuta junghiano.

OSHO Chakra Sounds Meditation™

Questa meditazione usa suoni vocali per aprire e armonizzare i chakra o centri energetici, portandovi allo stesso tempo consapevolezza. Può condurti in un profondo, quieto, silenzio interiore, attraverso i tuoi suoni vocali, o semplicemente ascoltando la musica e sentendo i suoni dentro di te.
La meditazione può essere fatta in qualsiasi momento della giornata.
Tutti i chakra sono situati nel profondo, piuttosto che sulla superficie del corpo. La seguente “mappa” viene utilizzata per indicare le loro posizioni approssimative:
   1. chakra di base: il centro sessuale, bacino inferiore
   2. chakra sacrale: appena sotto l’ombelico
   3. chakra del plesso solare: sopra l’ombelico, sotto lo sterno
   4. chakra del cuore: il centro del torace
   5.chakra della gola: la gola
   6. chakra del terzo occhio: tra le sopracciglia
   7. chakra della corona: parte superiore della testa
Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Chakra Sounds Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.
Istruzioni:
La meditazione dura un’ora e ha due fasi. La meditazione termina quando senti tre colpi di gong. I tuoi occhi rimangono chiusi per tutto il tempo.
Primo stadio: 45 minuti
Puoi stare in piedi, comodamente seduto o, anche sdraiato, mantieni la schiena dritta e il corpo sciolto. Respira nella pancia piuttosto che nel petto. I suoni vanno fatti con la bocca aperta e la mascella rilassata, mantenendo la bocca aperta tutto il tempo.
Chiudi gli occhi e ascolta la musica; inizia con il primo chakra e, se lo desideri, inizia a emettere dei suoni – in un singolo tono o variando il tono. Mentre ascolti il ​​suono della musica o i suoni che stai producendo, senti i suoni che pulsano proprio nel centro del chakra. Se necessario all’inizio puoi usare la tua immaginazione, e poi sentire le vibrazioni interne di quel chakra.
Sentirai che la musica si muove verso una tonalità più alta – ora ascolta e senti i suoni nel secondo chakra e continua a emettere suoni se lo desideri. Questo processo continua fino al settimo chakra. Con ogni chakra successivo, lascia che i suoni diventino più acuti.
Dopo aver raggiunto il settimo chakra, i suoni scenderanno progressivamente attraverso tutti i chakra, uno alla volta. Sentendo il tono discendere, ascolta ed emetti i suoni in ciascun chakra. Senti che il tuo corpo diventa vuoto come un flauto di bambù, e lascia che i suoni risuonino dall’alto verso il basso.
Alla fine della sequenza, e prima che inizi la successiva sentirai una pausa. L’intera sequenza verso l’alto e verso il basso viene ripetuto tre volte.
Secondo stadio: 15 minuti
Siedi o sdraiati in silenzio. Osserva tutto ciò che accade dentro – rilassato, senza alcun giudizio, rimanendo un testimone.
N.B.
Istruzioni più dettagliate per questa meditazione sono date in Meditation: The First and Last Freedom, di Osho.

Puoi scaricare la musica per questa meditazione qui

OSHO Chakra Breathing Meditation™

Questa meditazione attiva usa la respirazione profonda e rapida e il movimento del corpo per aprire e portare consapevolezza, vitalità e silenzio a ciascuno dei sette chakra e quindi nella tua vita.
La musica e le campane supportano energeticamente il processo e segnalano l’inizio di ogni fase. La meditazione viene eseguita a stomaco vuoto.

Tutti i chakra sono situati nel profondo, piuttosto che sulla superficie del corpo. La seguente “mappa” viene utilizzata per indicare le loro posizioni approssimative:
1. chakra di base: il centro sessuale, bacino inferiore
2. chakra sacrale: appena sotto l’ombelico
3. chakra del plesso solare: sopra l’ombelico, sotto lo sterno
4. chakra del cuore: il centro del torace
5. chakra della gola: la gola
6. chakra del terzo occhio: tra le sopracciglia
7. chakra della corona: parte superiore della testa

Questa meditazione deve essere praticata usando la musica specifica per la OSHO Chakra Breathing Meditation, che scandisce e sostiene energicamente le diverse fasi.
Per la disponibilità della musica vedi in fondo alla pagina.

Istruzioni:
La meditazione dura un’ora e ha due fasi. La meditazione termina quando senti tre colpi di gong. I tuoi occhi rimangono chiusi durante la meditazione.

Primo stadio: 45 minuti
Stai con i piedi un po’ divaricati, il corpo sciolto e rilassato. Con la bocca aperta respira profondamente e rapidamente nel primo chakra, con la stessa enfasi sull’inspirazione e sull’espirazione. Mantieni la tua attenzione nell’area pelvica, dove si trova il primo chakra. Respira con un ritmo  gradevole per te e prendi consapevolezza delle emozioni e delle sensazioni del chakra.
Ogni volta che senti una campanella, sposta lo stesso respiro profondo e rapido al chakra successivo, lasciando che il respiro diventi più rapido e più sottile. Prendeti circa il doppio dei respiri nel settimo chakra rispetto al primo.
Puoi muoverti, scuoterti, ruotare o muovere il corpo e le mani come ti senti, ma i tuoi piedi rimangono sullo stesso posto. Dopo aver messo in movimento la respirazione e il corpo, il movimento diventerà continuo e senza sforzo. La tua consapevolezza rimane principalmente con le sensazioni dei chakra.
Dopo aver respirato nel settimo chakra, sentirai tre campanelle. Ora lascia che il respiro e la consapevolezza si trasformino e scendano giù attraverso ogni chakra, il respiro che rallenta da chakra a chakra. Hai circa due minuti per tornare al primo chakra. Lascia che l’intero spettro dei chakra, dall’alto verso il basso, si mescoli in un arcobaleno di energia.

Dopo questa sequenza, rimani in silenzio per un momento, quindi avvia la sequenza successiva. Completerai tre sequenze complete verso l’alto e verso il basso.

Secondo stadio: 15 minuti
Dopo la terza sequenza di respirazione, siediti rilassato e in silenzio. Resta testimone di ciò che sta accadendo all’interno, senza giudizio.

Nota
Istruzioni più dettagliate per questa meditazione sono date in Meditation: The First and Last Freedom, di Osho.

Puoi scaricare la musica per questa meditazione qui

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