Passa al contenuto principale

Autore: Hiram

Costruire un Sangha

Il Sangha è la nostra forza e la nostra sicurezza. Quando abbiamo un Sangha e siamo in grado di vivere in armonia con tutti siamo sicuri che la nostra aspirazione non verrà erosa dalle difficoltà della nostra vita quotidiana. Quando pratichiamo con un gruppo di amici dobbiamo imparare a diventare come una goccia d’acqua che scorre lungo un fiume. Se la goccia decidesse di farsi strada da sola verrebbe asciugata dal sole in pochi istanti, ma dal momento che si unisce al fiume non c’è alcun dubbio che prima o poi arriverà al mare. Il Sangha protegge e nutre la nostra aspirazione a vivere una vita felice ed in accordo con i nostri ideali. In un vero Sangha possiamo sempre trovare sostegno, fratellanza e sorellanza e questa atmosfera di calma ed amicizia ci sostiene e ci aiuta a scorrere lontano.

Per creare un Sangha basta un gruppo di due o tre amici. Possiamo riunirci per una o due ore semplicemente per andare a fare una camminata all’aperto, o per bere una tazza di tè assieme in tranquillità e consapevolezza. Tutto quello di cui abbiamo bisogno per costruire un Sangha è il desiderio di migliorare la nostra vita, di trasformare le nostre difficoltà, e di trovare sostegno in un gruppo di amici. Magari le prime volte non parteciperanno un gran numero di persone, nonostante questo man mano che la nostra pratica diventa più solida e più gioiosa, scopriremo che nel mondo ci sono più persone interessate di quante non avremmo mai immaginato. Tutti amano la pace e la felicità, ma purtroppo molto spesso confondiamo queste due cose con tipi di svaghi divertimenti che ci portano a distruggere il nostro corpo e la nostra mente. Quando pratichiamo con un gruppo di amici, scopriamo che per vivere felici non abbiamo bisogno di bere alcohol o di assumere alcun tipo di droga perché la felicità non è semplicemente un’insieme di sostanze chimiche nel nostro sangue. La felicità è una capacità che possiamo addestrarci a produrre ad ogni istante della nostra vita quotidiana. Mentre beviamo un tè con il nostro Sangha, o mentre camminiamo assieme nel parco, non stiamo facendo nulla di speciale. Eppure grazie all’energia della consapevolezza ogni cosa che facciamo ci può portare gioia e pace. L’energia collettiva del Sangha ci aiuta a compiere ogni azione in consapevolezza. Quando delle persone sono determinate a vivere nel momento presente, grazie alla loro aspirazione collettiva si sostengono gli uni gli altri.

I Sangha nella tradizione di Thich Nhat Hanh si basano dulle linee guida dei Cinque Addetramenti alla Consapevolezza. Questi cinque addestramenti non sono un credo o una dottrina, sono solo uno strumento per creare pace ed armonia e per difendere la nostra vita e il nostro Sangha da azioni che potrebbero creare molta sofferenza. Se siamo Buddhisti i Cinque addestramenti ci renderanno dei Buddhisti migliori. Se siamo cristiani, musulmani o comunisti, i cinque addestramenti ci renderanno dei cristiani, musulmani o dei comunisti migliori. Lo spirito della pratica di Plum Village e di Thich Nhat Hanh è la non discriminazione e l’accettazione delle differenze di ognuno.

Se vorrete creare un Sangha nella vostra città potrete usare le pratiche che sono presentate su questo sito internet come un’ispirazione e come una guida. Ad esempio prima di praticare la meditazione seduta o camminata potrete leggere ad alta voce il testo che troverete sotto la sezione insegnamenti. Quando vi sentirete più sicuri potrete smettere di leggere questi testi e semplicemente domandare a qualcuno di condividere qualche parola d’ispirazione prima di iniziare a praticare assieme.
Fonte: http://it.wkup.org

Carattere Orale

Il Carattere Orale

L’allattamento e lo sviluppo del carattere orale

Durante l’allattamento, il neonato si apre e si protende verso il seno della madre, in un movimento che parte dal centro del corpo e si diffonde attraverso torace, braccia, gola, bocca e occhi. Questo comportamento non è solo fisico: rappresenta il modo in cui il bambino riceve amore, nutrimento e sostegno emotivo.

(Alexander Lowen, La depressione e il corpo, Astrolabio, Roma, 1980, cap. I° – pag. 176)

Cos’è il carattere orale

Il carattere orale nasce nei primi due anni di vita, quando bocca e occhi sono i principali strumenti di relazione con il mondo. In questa fase, il bambino comunica principalmente attraverso il pianto, il sorriso, le espressioni facciali e il movimento. Il contatto con la madre e la risposta ai bisogni fisici ed emotivi sono fondamentali per sviluppare autonomia e sicurezza.

Se le risposte materne sono insufficienti o incoerenti, il bambino può sviluppare tratti del carattere orale, segnati dalla difficoltà a fidarsi degli altri e dalla sensazione di dover fare da solo.

 

L’importanza dell’allattamento al seno

L’allattamento al seno non è solo nutrimento fisico: è un momento di scambio affettivo, di contatto corporeo e di stimolazione sensoriale. La suzione favorisce movimenti respiratori fondamentali, contribuendo al benessere metabolico e alla vitalità del neonato.

Al contrario, l’allattamento con il biberon può ridurre il contatto diretto, limitando l’esperienza di sicurezza e amore. Quando i bisogni orali non sono soddisfatti, il bambino comunica la sofferenza attraverso il pianto, che se ignorato può portare a una chiusura emotiva precoce.

 

Conseguenze della deprivazione emotiva

Il bambino che incontra una madre ambivalente, ostile o depressa può sviluppare tratti del carattere orale adulto. Questi individui spesso:

  • Temono di chiedere aiuto
  • Presentano difficoltà relazionali
  • Mostrano ansia e bassa autostima

Sviluppano ipocondria o dipendenza affettiva

La mancanza di risposta ai bisogni primari crea una falsa autonomia e una costante paura di essere delusi. La respirazione può restare bloccata nel torace, il corpo può apparire accasciato e gli arti inferiori privi di sostegno stabile.

 

Il ruolo della madre e delle dinamiche familiari

La madre con problematiche orali può usare il figlio per soddisfare i propri bisogni, limitando la libertà del bambino e favorendo adattamento e accondiscendenza. Questa dinamica può portare a difficoltà emotive e relazionali anche in età adulta.

Le esperienze di deprivazione e ambivalenza vissute nella prima infanzia influenzano profondamente la capacità di fidarsi, di chiedere aiuto e di godere delle relazioni affettive.

 

Terapia e percorso di guarigione

La terapia bioenergetica aiuta la persona orale a elaborare le ferite infantili. Un terapeuta empatico offre sicurezza senza essere sopraffatto dalla richiesta continua. Il percorso terapeutico prevede:

  • Contatto con la rabbia repressa
  • Recupero della vitalità corporea
  • Riconoscimento dei bisogni autentici
  • Integrazione delle esperienze infantili traumatiche
  • In questo modo, è possibile vivere relazioni più autentiche, sviluppare autonomia emotiva e riappropriarsi della gioia di vivere.

Il carattere masochista di Cosimo Aruta

Dalla genesi della psicoanalisi freudiana il masochismo indica due tipologie di comportamento nelle relazioni sociali. La prima è il masochismo sessuale, una parafilia dove il dolore e l’umiliazione sono desiderati perché consentono di sciogliere le tensioni del corpo che impediscono il fluire dell’energia ai genitali e ottenere l’eccitazione, sia psichica, sia fisica. La seconda situazione indica una più pervasiva tendenza a esprimere un’ampia gamma di comportamenti auto frustranti nella vita sociale, emotiva e lavorativa. Nel 1924 Freud lo ha definito masochismo morale e Reich nel 1941 lo ha ribattezzato masochismo sociale.

Il masochismo sessuale
Il masochismo sessuale secondo Edmund Bergler trova la sua origine nella megalomania infantile. Il bambino si considera al centro dell’universo reagisce energicamente alle frustrazioni. Tuttavia, il suo sistema muscolare non è ancora sufficientemente sviluppato per consentirgli di esprimere tanta furia attraverso la sua aggressività; la sua reazione si manifesta con il pianto, con grida di rabbia, a volte sputando o pestando i piedi per terra. La reazione dei genitori è spesso intrisa di rabbia e raggiunge il bambino con punizioni e frustrazioni. In questo conflitto il bambino non è in grado di vincere, la sua aggressività, non potendo esprimersi all’esterno, si rivolge all’interno, creando una condizione di masochismo psichico. Il masochista è una persona che sembra provare piacere nell’essere percosso o umiliato durante l’attività sessuale. Wilhelm Reich dimostrò che il masochista non cerca il dolore e l’umiliazione, ma l’eccitazione sessuale. Il piacere nel masochista non trae origine dalle percosse e dalle umiliazioni, ma dall’eccitazione sessuale, che succede alle percosse e/o alle umiliazioni.
Il meccanismo psichico classico che crea questa strana associazione fra piacere e dolore può essere semplicemente espresso in questi termini: “Se mi percuoti, riconosci la mia natura sessualmente perversa e per punirmi non mi castri ma ti limiti a picchiarmi”.
La punizione che il masochista cerca è sempre intesa in sostituzione del castigo più temuto: la castrazione.

MASOCHISTA CLASSICO E MASOCHISTA PSICHICO.
La differenza tra il masochista classico dal masochista psichico riguarda la modalità per ottenere le sofferenze. Nel masochista psichico è l’umiliazione , non il dolore delle percosse, a procurare lo stimolo necessario per lo sfogo dell’eccitazione sessuale. Il meccanismo, tuttavia è lo stesso: “Se tu mi umili e mi degradi, riconosci il mio tipo di sessualità e mi punisci per essa senza castrarmi”.
In entrambi i casi, l’essenza del problema masochistico è l’incapacità di esprimere l’impulso sessuale fuorché in condizioni di umiliazione, degradazione e dolore, condizioni in cui l’individuo perde il rispetto di se stesso. Il masochismo può essere definito come la condizione psichica in cui l’individuo ha perso il rispetto di sé. Esso è quindi legato a forti sentimenti d’inferiorità compensati da un atteggiamento interiore di superiorità. Infatti, il masochista non prova attraverso le percosse o/le umiliazioni un dispiacere, ma prova il piacere della distensione che, per paura, può provare solo in quelle forme. Ogni caso di masochismo, la situazione ha radici nel disprezzo mostrato dai genitori per la personalità del bambino. Il masochista non ha orgoglio semplicemente perché non ha mai avuto la possibilità di sviluppare un senso d’orgoglio di sé e del proprio corpo. La sessualità non può essere disgiunta dal corpo, né il corpo dalla personalità. Il masochismo infantile è evitabile se i genitori sono capaci di risolvere i propri problemi salvaguardando reciprocamente rispetto e dignità. Le liti feroci tra i genitori esondanti dal conflitto di coppia per investire l’intero universo familiare, agite in modo aperto, oppure in modo sotterraneo, o con entrambe le modalità alternatamente, e le conseguenti svalutazioni, umiliazioni che la coppia genitoriale si reca l’un l’altro, costituiscono un modello che il bambino oggettualizza come sua dinamica relazionale espressiva, ma anche protettiva nei confronti della temuta castrazione, tipica del suo comportamento sessuale.

Il rispetto di sé è l’unica qualità che distingue la sessualità matura dalla sofisticazione sessuale. (Alexander Lowen, Amore e Orgasmo, Feltrinelli, Milano, 1997, cap. VI° – pag. 112).

Il masochismo sociale
Il masochismo sociale è una pervasiva tendenza ad esprimere un’ampia gamma di comportamenti auto-frustranti nella vita sociale, emotiva e lavorativa. Uno stile di vita. Un problema esistenziale di base in rapporto all’autodeterminazione e all’autocontrollo. Può coesistere o meno con il masochismo sessuale.
Il masochista percepisce come piacere ciò che dall’individuo normale viene percepito come dispiacere. Freud aveva scoperto che sadismo e masochismo formavano una coppia antitetica. Poi, aveva scoperto che esisteva il sadismo orale, anale, fallico, che si esprimeva come mordere, calpestare, perforare. Il sadismo quindi, nasceva come reazione distruttiva contro la frustrazione della pulsione.
In questa concezione il masochismo è una formazione secondaria che consiste nel volgere contro se stesso la distruttività sadica. Ma Freud, abbandona poi tutto questo ribaltando la sua prima concettualizzazione teorica e affermando l’esistenza di una tendenza biologica primaria all’autodistruzione, ossia la pulsione di morte (thanatos) antagonista dell’eros.
Reich, con lo studio e le ricerche sul carattere masochista, trova una risposta diversa, che confuta la teoria della pulsione di morte. Non esiste una pulsione primaria autodistruttiva. Il masochista segue, anche se in modo apparentemente distruttivo, e quindi incomprensibile, il principio del piacere.

Il masochismo e i suoi modelli di autodifesa

Il masochismo può essere considerato un carattere trasversale come il narcisismo, sono entrambe strutture caratteriali che hanno rinunciato al proprio sé per modellarsi alle esigenze degli altri.
Tuttavia, il narcisismo ed il masochismo presentano profonde differenze tra loro:
Nel narcisismo si osserva un iper-adattamento allo scopo di modellarsi e fondersi alle aspettative degli altri. Quando la “fusione” porta a termine il suo obiettivo: “ora sono come tu mi vuoi”, il narcisista perde il proprio sé corporeo e smette di sentire la sua autenticità e, di conseguenza, non percepisce il profondo dolore per questa perdita. Nel masochismo, struttura caratteriale più evoluta rispetto il narcisismo, tutto il “pantano” è autenticamente sofferto ed il corpo sente il conflitto, ma senza riuscire a trovare una via d’uscita. Molti comportamenti conseguenti sono orientati nel tentativo di uscire da questa situazione.

Il masochista cerca il dolore per il piacere; l’unica via d’uscita dal suo pantano è la liberazione esplosiva della sua rabbia e della sua aggressività ingabbiata. Dal punto di vista energetico il carattere masochista possiede una enorme carica energetica che non nasce dalla deprivazione. Al contrario, nel masochista è il troppo che diventa problematico: troppo contatto, troppo nutrimento, troppo amore.
Successivamente, per lui diventa difficile ribellarsi a chi lo ha così ben nutrito, non può opporsi al seno buono che lo ha allattato. Questa situazione genera il pantano masochistico.
IL MASOCHISTA CREA IL SUO PANTANO PERCHE’ E’ IMPRIGIONATO DALLA GRATITUDINE.

Eziologia (ricerca delle cause del masochismo)
Anche se episodi di volizione nel bambino siano riscontrabili nel primo anno di vita, solo quando la locomozione eretta è automatizzata e le prime capacità di parola si associano ad un pensiero, nel fanciullo emerge con chiarezza il bisogno di determinare la sua specifica espressione del sé e di opporsi alla volontà degli adulti.
Con lo sviluppo della locomozione, della manipolazione degli oggetti, della memoria e del linguaggio, il bambino acquisisce una crescente opportunità di azione libera e indipendente dagli adulti. Questa evoluzione incrementa il potenziale di conflitto tra i suoi desideri di indipendenza, collegati soprattutto alla sua naturale curiosità e i desideri delle figure accuditrici, specialmente quando esse confondono il desiderio di esplorazione con una sorta di perversa tendenza ad esporsi ai pericoli, che spesso suscita nell’adulto ansia e livore. L’adulto si convince che ogni azione repressiva sarà attuata per il bene del bambino e questa giustificazione autorizzerà ogni eccesso orientato verso la repressione.
I genitori sono autoritari e inclini a controllare eccessivamente il bambino. Sono piuttosto invadenti e non rispettano i dovuti confini. Questa costante situazione di sopraffazione induce il fanciullo ad adattarsi, sopraffacendo i suoi stessi impulsi aggressivi, ostili e vendicativi. Allo scopo di non perdere il contatto e ricevere il sostegno indispensabile per la sua crescita, il bambino sviluppa una personalità compiacente e servile, con frequenti tratti passivo-aggressivi che sfuggono alla sua consapevolezza.
Per comprendere il masochista occorre ricordare tutte le volte in cui siamo stati picchiati o sgridati ingiustamente, senza la minima possibilità di opposizione.
La rabbia impotente e introiettata, sperimentata in quelle situazioni, ha molto in comune con la rabbia inconscia che l’individuo masochista cova: “reprimo la rabbia, ma mi vendicherò!”. E’ l’imperativo che descrive il sentimento del demone masochista. All’origine, la disparità di potere fu gigantesca, non c’è stata altra via di fuga se non l’auto-frustrazione, a difesa dell’orgoglio con una modalità perversa. L’auto-sabotaggio, agito senza coscienza, rappresenta nel masochista l’atto di aggressione che potrà in seguito negare con facilità. Ricorrendo ai rimproveri e alle punizioni, facendo appello all’amore del bambino per la madre e minacciandolo di privarlo dell’amore materno se non obbedisce, si determina uno stato di confusione:
I suoi sentimenti di tenerezza sono collegati al blocco della sua aggressività, l’aggressività bloccata impedisce la tenerezza.

 

  • DIRITTO NEGATO: di affermazione e di indipendenza.
  • IDEALE DELL’IO: io sono un bravo bambino, sarò come tu mi vuoi.
  • ILLUSIONE DELL’IO: Se sarò bravo sarò amato, se oserò ribellarmi o impormi tu mi umilierai e mi allontanerai (negazione dell’assertività).

 

Gli studi di Stern (1985) affermano che a 24 mesi di età il bambino inizia a pensare, rappresentare per simboli e articolare il linguaggio in modo diverso, più evoluto dalla precedente semplice capacità d’uso di alcune parole. Diversi ricercatori hanno osservato che, sempre a due anni, il bambino inizia ad evidenziare la tendenza a soddisfare le richieste degli altri ed una significativa tendenza alla condiscendenza. (Stephen M. Johnson, Stili Caratteriali, Edizioni Crisalide, Spigno Saturnia (LT), 2004, pag. 228). E’ possibile affermare che l’adattamento masochistico non avviene che dopo i due anni, condizionato da un forte conflitto di volontà perché il bambino accetti il doloroso compromesso del modello auto frustrante rappresentato da questo tipo di carattere.
Alice Miller (1987) ha reso un utilissimo servizio fornendoci una antologia storiografica dei moltissimi saggi e manuali ipocriti sull’educazione dei figli che insegnano ai genitori metodi fondati sull’abuso per stabilire un inflessibile controllo e spezzare la volontà del bambino. Questi includono un continuo e gravissimo uso della forza, inganni, raggiri, manipolazioni, umiliazioni e una degradazione palesemente crudele. E’ l’ovvia motivazione per tutto ciò è il “bene del bambino”. Questi metodi raccomandati per stabilire un controllo assoluto iniziano già dai primissimi mesi di vita, con un sempre maggiore grado di sofisticatezza delle tecniche autoritarie. Ad esempio, Fay Sulzer (1748, citato in Miller, 1987) scriveva nel suo Saggio sull’educazione de l’istruzione dei bambini:
Questi primi anni presentano, tra l’altro, anche il vantaggio che si può far uso delle violenza e dei mezzi di costrizione. Con il passare del tempo i bambini dimenticano tutto ciò che è loro occorso nella prima infanzia. Se si riesce a privarli della volontà in quel periodo, essi non ricorderanno mai più di averne avuto una. (Ivi, pag. 231).
Anche se questi agghiaccianti manuali per genitori si riferiscono ad un’epoca ormai lontana, l’obbedienza dei bambini rappresenta un problema anche contemporaneo; esiste un atteggiamento genitoriale autoritario giustificato considerato “a fin di bene” che allontana i genitori dai sentimenti, dal sé corporeo e, di conseguenza, dal radicamento/aderenza con la realtà.
Non è raro che questi genitori agiscano, in modo inconscio, il desiderio di esercitare sui figli l’autoritarismo che essi stessi hanno subito dai loro genitori.
In tali condizioni, abusi fisici, sessuali e psicologici sono somministrati con forme invasive, come frequenti clisteri, alimentazione forzata ed esperienze continue di svalutazione e umiliazione, che sottolineano sadicamente la debolezza e l’impotenza del bambino. I fanciulli così trattati non possono che interiorizzare questi modelli cattivi, questi legami disfunzionali per una vita serena, che condizionano una posizione di sottomissione, ma al tempo stesso di sotterranea resistenza, ribellione e rivalsa.
In questa condizione, la devastazione prodotta dall’intrusione dell’adulto obbliga il bambino a chiudersi per tentare di costruire un confine al pressante e incessante assedio del genitore. L’assedio colpisce costantemente l’espressione più libera dell’elemento psicocorporeo: (controllo degli sfinteri, libertà di movimento, libertà di mangiare secondo appetito, di espressione, etc.).

IL MASOCHISMO PRIMARIO E IL MASOCHISMO SECONDARIO.

MASOCHISMO PRIMARIO. Questa drammatica riduzione della libertà, in un periodo particolare della vita del fanciullo (fase anale, due anni di età circa), è la più devastante. Il bambino sarà costretto a chiudersi per non essere invaso da un genitore che controlla costantemente l’espressione più libera dell’elemento psicocorporeo. Soprattutto il controllo degli sfinteri anali precocemente, prima dei ventiquattro mesi (prima dei due anni il bambino non è fisiologicamente in grado di controllare la muscolatura sfinterica e quindi trattenere le feci), che costringe il piccolo ad agire sulla muscolatura dei glutei e dei vicini muscoli sinergici. Si aggiunge una invadente e costante limitazione della libertà di muoversi.
Nell’adulto, quando il masochismo è più primario emerge la parte anale, si sente nella sua pancia, trattiene tutto, l’effetto psicosomatico più frequente è la stipsi.
MASOCHISMO SECONDARIO. Il masochismo secondario è pre-edipico, si struttura più tardi, intorno ai tre, quattro anni di età attraverso stadi evolutivi. E’ raro che la stessa madre, incline ad invadere e sottomettere i figli, non presenti un comportamento “castrante” durante tutto il percorso evolutivo del bambino, è altrettanto raro osservare il masochismo secondario privo di tracce risalenti a quello primario.
L’infelicità dell’uomo dipende semplicemente da quello che facciamo subire ai bambini: tutti i sistemi educativi inventati dal super-Io finiscono per frantumare la personalità del bambino, rendendo poi impossibile la spontaneità nell’adulto. Il bambino è obbligato dalla repressione esercitata dagli adulti a maltrattare il suo essere più profondo, diventando così infelice. Durante la terapia, quando riaffiora e si scarica tutta questa sofferenza, la persona può tornare a essere felice e a riprovare l’onda oceanica. (Gerda Boyesen, Tra psiche e soma, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1999, capitolo III, pag. 96).
3.3. Stadi evolutivi

Per comprendere nel concreto la situazione che condiziona nel bambino la posizione masochistica, facciamo un esempio: immaginiamo un bambino che mentre gioca allegramente sulla spiaggia, in una assolata giornata di agosto, si allontana dalla sua mamma. In questa atmosfera serena, le onde del mare scivolano sul bagnasciuga, alcuni bambini scavano buche e si divertono plasmando la sabbia, gli adulti sono sorridenti. All’improvviso, l’urlo di una mamma che pronuncia il nome del figlio con tono alto e vibrato, blocca il bimbo e pone fine alla sua interessante esplorazione. La mamma lo raggiunge velocemente: “come mai, proprio tu, mi fai questo? Quando non ti vedo perché ti allontani, mi si spezza il cuore!” Il bambino si sente in colpa per essersi allontanato. Segue una sottomissione masochistica per adattamento alla relazione con una madre ansiosa e colpevolizzante. Molto diversa invece, è la situazione del bambino costretto a stare fermo sul lettino e prendere il sole per abbronzarsi, in quest’ultimo caso non c’è relazione con la madre. In quest’ultimo caso la costrizione imposta è più vicina agli elementi strutturanti della posizione narcisistica.

Gli stadi evolutivi del masochismo sono quattro:

  1. Il bambino naturale si trova a suo agio ed ha fiducia nell’ambiente esterno, è un bambino vibrante.
  2. Le condizioni ambientali creano la ferita primaria, emerge la dimensione della difesa dal suo sé naturale. In questo modo il bambino inizia a rinunciare alla sua autenticità.
  3. Stadio della dimensione masochistica: paura e terrore. Distrutto e tradito, comincia a tradire se stesso e ad adottare comportamenti autodistruttivi. Sogna la libertà ma ha paura di impazzire, entra nel pantano masochistico.
  4. Il quarto stadio è la dimensione narcisistica del masochismo di paura e terrore. Il bambino comincia a pretendere di essere ciò che altri si aspettano che lui sia, invece che seguire gli impulsi naturali. Nega il suo sé naturale per paura di impazzire e si identifica con il suo falso sé. Perde la coscienza del conflitto e si dissocia. In questa ultima fase è importante sottolineare le differenze sostanziali degli imperativi del masochista e del narcisista:

NARCISISMO: devo superare la vergogna; se non sento più nulla, posso fare quello che voglio
MASOCHISMO: devo superare l’umiliazione; sento la frustrazione e mi carico il peso della situazione

Il corpo e la situazione del masochista
Il corpo di un individuo è modellato dalla sua condizione bioenergetica. Nella struttura masochista, a differenza di quella orale, la carica energetica interessa tutto il corpo. Ma questa carica è tutta costretta verso l’interno, anche se non “congelata”. Per questa intensa ritenzione energetica, gli organi più periferici presentano una carica debole, insufficiente per scarica e liberazione; di conseguenza ogni azione espressiva è limitata. La ritenzione è talmente forte da causare una compressione e un crollo dell’organismo. Il crollo avviene alla vita, quando il corpo si piega sotto il peso delle tensioni. Gli impulsi diretti verso il basso e verso l’alto sono soffocati nel collo e alla vita; si spiega così la forte tendenza all’ansia, tipica di questa personalità. E’ fortemente limitata l’estensione del corpo che non riesce a tendersi o protendersi verso l’esterno. Il masochista sembra soffrire nei movimenti di estensione e non manca di sottolinearlo con smorfie e tensioni facciali che accompagnano l’allungamento, soprattutto degli arti superiori. La minore estensione è causa dell’accorciamento della struttura. Inoltre, nei momenti di sofferenza (esercizi fisici di resistenza), difficilmente si concede di interrompere l’attività, tende a resistere stoicamente.

Caratteristiche fisiche
Un corpo basso, tarchiato e muscoloso è tipico della struttura masochistica. Non è raro osservare un’abbondante crescita del pelo corporeo, come se i suoi confini rivendicassero una estensione, per controbilanciare le difficoltà di allungamento verso l’esterno. Il collo si presenta corto e grosso, perché il masochista tende a tenere il capo incassato. Come se fosse messo giù dalla testa da una potente mano che lo comprime per impedirgli di sognare, mentre una voce scandisce i suoi doveri: sarai il bastone della mia vecchiaia, posso contare solo su te, tu non mi tradirai mai, etc.” Questa situazione crea una forte tensione al collo che impedisce alla voce di esprimersi liberamente. Possiamo osservare frequentemente occhiaie che circondano gli occhi e offuscano la luminosità dello sguardo, come per annunciare che in quella zona qualcosa non circola bene.
La vita è corta e grossa e presenta un avanzamento della pelvi che condiziona una cronica contrazione dei glutei, tale da fare apparire il sedere appiattito. Una postura che ricorda l’immagine di un cane con la coda tra le gambe. In questo modo il corpo si piega a livello della vita e si accascia. E’ presente un enorme punto di tensione nell’ano che diffonde circondando la cerniera lombo-sacrale e includendo la pancia. Una situazione posturale che ricorda un bozzolo chiuso e difeso, dove non è possibile entrare.
La testa è molto carica energeticamente, si trova come “incassata” nelle spalle; il collo taurino è come stretto in una morsa. Il viso comunica ingenuità ed innocenza, con l’aumentare dello stress può contrarsi esprimendo una smorfia di dolore; la gola, la bocca e le mascelle si presentano spesso serrate.
Dallo sguardo traspaiono occhi sospettosi. Il torace e la sua muscolatura sono ipertrofici, presentano una forza straordinaria. Gli arti inferiori presentano femori corti, una grande quantità di cellule adipose che fasciano i muscoli quadricipiti e bicipiti femorali, comunque forti e tonici, le fanno apparire grosse; i polpacci sono grossi per ipertrofia muscolare.
La deambulazione in una permanente situazione di pressione dall’alto, (come se fosse messo giù dalla testa da una potente mano che lo comprime per impedirgli di sognare e un avanzamento della pelvi che condiziona una cronica contrazione dei glutei, tale da fare apparire il sedere appiattito), imprime una particolare condizione delle articolazioni della catena estensoria degli arti inferiori:
I. Anca retroversa,
II. Rotula avanzata rispetto all’asse del tronco, come conseguenza dello squilibrio della cerniera lombo-sacrale
III. Aumento della escursione articolare della tibio-tarsica (caviglia) per controbilanciare la proiezione in avanti e mantenere una buona condizione di equilibrio all’interno di una situazione articolare generale fuori armonia dinamica.
IV. L’escursione articolare amplificata della caviglia condiziona un maggiore lavoro (massa x accelerazione x spostamento), dove l’escursione articolare interviene sullo spostamento, la massa è costituita dal peso del soggetto e l’accelerazione dallo stile di camminata.
V. Il lavoro (resistenza locale) di un distretto muscolare condiziona la stimolazione, il cui fisiologico processo di adattamento è l’incremento del patrimonio proteico (aumento numerico delle miofibrille nella fibra muscolare = ipertrofia muscolare).
Per questi motivi i muscoli polpacci del carattere masochista sono particolarmente sviluppati e possono essere considerati con caratteristiche opposte a quelli del carattere schizoide, proprio per i diversi adattamenti alle opposte situazioni posturali: il primo “pressato” verso il basso, il secondo “sospeso” in alto. I piedi presentano una caratteristica simile a quella riscontrabile nel carattere orale, hanno l’arco plantare collassato. Si differenziano dal carattere orale per la sottigliezza delle caviglie e per la scarsa definizione dei dettagli plantari: dita, dorso talloni appaiono tozzi e privi di una netta separazione.
La pelle dei caratteri masochisti tende ad avere una sfumatura bruna, dovuta al ristagno energetico.

Situazione psicologica

Il masochismo, unitamente al narcisismo, sono strutture caratteriali che hanno rinunciato al proprio sé per rimodellarsi alle esigenze degli altri. Nel narcisismo agisce un iper-adattamento per modellarsi e fondersi alle aspettative degli altri. Come reazione il narcisista ha inibito fortemente il sentire il proprio conflitto interiore (non sento più nulla e posso fare quello che voglio). Il genitore non possiede una parte buona che innesca la gratitudine. Il narcisista nega il suo sé per ché è stato ingannato. La dimensione del narcisista è la vergogna.
Nel masochismo, carattere più evoluto, tutto il pantano è sofferto e il corpo sente il conflitto, ma sta nel conflitto senza trovare una via d’uscita (sento la frustrazione e mi carico il peso). Molti comportamenti sono volti ad uscire dalla situazione stagnante. Il genitore possiede quella parte buona che innesca la gratitudine (più energia, anche muscolare). Il masochista nega il suo sé per amore, legame, attaccamento. La dimensione del masochista è l’umiliazione.
Per effetto del suo forte controllo, nel masochista l’aggressività è molto limitata, così come la sua autoaffermazione. L’autoaffermazione è sostituita dal continuo lamentoe dalle lagnanze, anche sotto forma di piagnisteo. Il gemito è la sola espressione vocale che si libera facilmente dalla gola, contratta e soffocata. La sua carica energetica è stagnante per via del suo forte controllo che crea in lui la sensazione di essere impantanato, incapace di muoversi liberamente. E’ caratteristico l’atteggiamento di sottomissione e di compiacenza. A livello cosciente il masochista si identifica con il tentativo di compiacere, ma a livello inconscio questo atteggiamento è contraddetto dalla presenza di astio, negatività e ostilità. (Alexander Lowen, Bioenergetica, Feltrinelli, Milano, 2004, cap. V° – pag. 144).
Il masochista cerca il dolore per il piacere, l’esplosione è la sua unica via d’uscita dal pantano. La sua struttura presenta una grande carica energetica, infatti non nasce dalla deprivazione. Al contrario, nel masochismo è il troppo che diventa problematico (troppo contatto, nutrimento, amore, nelle prime fasi della vita). Successivamente, diventa assai difficile ribellarsi a chi lo ha ben nutrito, al seno che lo ha allattato. E’ proprio questa situazione che crea il pantano,è imprigionato dalla gratitudine.
Il masochista è assolutamente solido e porta avanti gli obiettivi dati per costrizione, senza piacere e con dolore. Al contrario, per il carattere rigido raggiungere gli obiettivi provoca piacere, riesce in questo modo a sedurre gli altri, il masochista non è seducente e fa tutto per dovere, se lo impone. Prigioniero di questa modalità, gli è difficilissimo dire di no. Riguardo agli obiettivi, nel masochista è presente un sabotatore interno che lo trascina nel fallimento. E’ attirato a seguire l’autorità, ma è portato a fare del sabotaggio. Sabota la sua autorità interna (sé ideale) e non fa movimenti adeguati per raggiungere gli obiettivi, in costante conflitto con l’autorità stessa.
Sottomissione e sabotaggio si fondono in un “liquame” nel quale si impantana senza riuscire mai ad uscirne completamente. Il masochista usa l’energia (lavoro) per obbedienza, non per un obiettivo. Nelle relazioni con gli altri solleva complicazioni, è dispettoso, sabotante. E’ presente una forte rabbia, ma può permettersi di essere cattivo solo se l’altro è cattivo; così ha affinato col tempo una peculiare abilità: porta l’altro ad esplodere, così può esplodere anche lui. Essere maldestro è una tattica e non uno stato, potrà dimostrare in futuro di non averlo fatto apposta.

In sintesi, l’aggressività è sostituita da un comportamento provocatorio, agito con lo scopo di ottenere una reazione dell’altra persona abbastanza forte da permettere a lui di sentirsi nella posizione di avere ragione. La sensazione di essere nel giusto e la reazione forte dell’altro sono gli ingredienti necessari per consentire al masochista di reagire in modo violento ed esplosivo. Nel masochista è sempre presente un senso di colpa.

Per rispondere liberamente alle situazioni della vita, il masochista deve riuscire a liberarsi del suo fardello, questo è un importante obiettivo della sua terapia.

 

Dr. Cosimo Aruta
Psicologo – studente del XIX° corso di formazione in analisi bioenergetica (SIAB Milano)

Tratto da www.mediazionefamiliaremilano.it

Il carattere psicopatico di Cosimo Aruta

Nella nostra cultura, in genere è la madre che stabilisce narcisisticamente e saccentemente quale tipo di accadimento sia più idoneo al suo bambino; in tal modo vengono ignorati, disattesi e manipolati i veri , naturali bisogni bioenergetici di quel bambino. Essi vengono infatti sacrificati sull’altare della libertà dei genitori di trasmettere ai figli i valori di cui quella famiglia è depositaria, calpestando il diritto del bambino a sviluppare e ad esprimere valori diversi, quelli del suo potenziale innato, del suo Emerging Self (intenzionalità tesa all’esperienza ed alla conoscenza). Se questo conflitto sul diritto di espressione si esaspera, una madre può reagire nevroticamente alle richieste del suo bambino, e può divenire ansiosa nei confronti di quelli che sono i bisogni evolutivi e la psicomotricità; allora il bambino sviluppa la sensazione dell’ostilità e dell’aggressione materna, e nello stesso tempo si determina in lui l’ansia di accontentare la madre, così premurosa ed ansiosa per certe funzioni, e così indifferente e negativa per tutti gli altri canali relazionali. Allora il bambino comincia ad avere dubbi sulle proprie funzioni naturali che preoccupano tanto la madre, comincia a perdere fiducia nelle proprie sensazioni corporee, in se stesso, inizia a strutturare le tensioni muscolari croniche ed a scambiare le sensazioni corporee in funzione dei desideri materni. Solo così riesce ad assopire il conflitto con la madre e ad illudersi che la mamma lo accetti e lo ami al di là delle sole cure materne.
(Ezio Zucconi Mazzini, La malattia del potere, Alpes Italia, Roma, 2010, cap. VIII° – pag. 70).

L’esperienza dello psicopatico nella sua vita infantile è densa di manipolazioni attuate dalla madre nei suoi confronti. Non è infrequente osservare un bambino che, attratto da oggetti, colori e attività motorie nuove per lui, viene prontamente bloccato e indirizzato diversamente da una mamma che osserva l’ineludibile imperativo: “è per il tuo bene”. Per comprendere in concreto quali potrebbero essere le esperienze vissute dal piccolo in quella specifica situazione, immaginiamo un bimbo nella fase oggettuale della differenziazione (da uno a due anni circa) che, attratto dal tappeto di casa inizia a giocare tirandolo e ridendo con gioia per la sua nuova scoperta. Sopraggiunge immediatamente la madre che lo distoglie da quello che stava facendo: “No! No, Lo sai che un bravo bambino non fa questi giochi pericolosi, non si sporca le manine toccando il pavimento e il tappeto, no no”. Poi lo prende per mano, lo accompagna in un altro ambiente, lo fa sedere sulla sediolina della sua piccola scrivania, gli porge un libro illustrato per bambini e tenta di convincerlo che la lettura è l’attività che va bene e fa bene a lui: “vedi che bello il coniglietto in questa pagina, indicandolo con il dito, in alto c’è una lettere, la lettera C, Coniglietto! Vedi come ti diverti, è questo che ti fa piacere e che ti fa divertire e la mamma è contenta che impari qualcosa di utile. Tu sei unico, sei il più intelligente, sei il migliore di tutti i bambini, per questo ti voglio così tanto bene“. Il bambino comincia a dubitare delle sue sensazioni corporee, soprattutto perché la madre, nella sua modalità di relazione (vezzeggiandolo e manipolandolo), lo convince di sentire quello che lei stessa vuole che lui senta.
La madre del bambino psicopatico è molto seduttiva e, nello stesso tempo, manipolativa. Al bambino non sono mancate le cure materne, tuttavia, la sensazione che lui ha provato è che non fossero rivolte veramente a lui, la sua percezione sensoriale tende a confondersi. Occorre ricordare che alla nascita, il bambino vive il rapporto con la madre esclusivamente attraverso l’apparato sensoriale, non essendo quello motorio, del linguaggio e intellettivo, ancora formato. Per questo motivo il sensorio è fondamentale nella sua funzionalità o disfunzionalità. Il rapporto calmo, sereno, sicuro che lo accompagna nelle sue esperienze, anche di contatto, si alterna in una altalena imprevedibile, in relazione agli umori e alle sensazioni emotive mutevoli della madre.
Le reazioni che si sviluppano nel bambino possono procedere con due modalità:

  • Con la tendenza alla passività, nell’attesa che la situazione cambi e che le promesse, le lusinghe, vengano mantenute; oppure, al contrario,
  • Con l’indipendenza narcisistica che rifiuta l’idea dell’attesa, in quanto l’enfasi del genitore seduttivo che lo fa sentire il migliore, l’unico, fa si che il bambino esiga che i suoi bisogni vengano soddisfatti subito, perché tutto gli è dovuto.

Alexander Lowen nel suo prezioso volume: “Il linguaggio del corpo, Feltrinelli Editore, Milano 1978”, scrive che il caos che può determinarsi nella vita di un bambino è dovuto a forze esterne che ne hanno turbato la naturale, armoniosa autoregolazione.
Lo sforzo ad essere buono, limitando l’espressione emotiva, induce nel bambino la ribellione che, però, temendo di perdere l’amore, finirà per utilizzare le stesse armi della madre: nella situazione descritta, la seduzione e la manipolazione. Così al piacere di “sentire quello che prova” si sostituisce quello di “dover sentire quello che agli altri piace ce si senta”. Quale è il risultato? Nega ciò che sente.

Identificandosi col genitore che con la sua seduzione, di fatto gli usa violenza, il bambino nega la violenza subita e, bloccando i sentimenti di ostilità ed i propositi di ribellione, diventa psicopatico, imparando a sedurre a sua volta. Nella sua dipendenza assoluta dalla madre, nel suo bisogno di essere comunque da lei amato, il bambino si convincerà che “non è vero quello che sente”, ma è vero quello che dice la mamma, per cui, per sopire il caos che si può creare tra impulso e repressione dell’impulso, imparerà a rimuovere le sensazioni, negando la falsità delle promesse materne. Le promesse sono l’unica cosa che veramente ha, l’equivalente per lui dell’amore materno, dell’attenzione che può ricevere. Negare la veridicità delle promesse fatte dalla madre, sarebbe come sentire l’amarezza e lo sconforto di confrontarsi con una madre falsa, il bambino entra così nella paura del terrore di quello che non c’è.

CONSEGUENZE
Se questo rappresenta per il bambino l’unico meccanismo di sopravvivenza a sua disposizione, a questo si adatterà. Così facendo diventerà remissivo, ma senza sentimenti, uno psicopatico ingenuo, facilmente parassita, gregario, bisognoso di lusinghe, di alleanze, camaleontico nel comportamento, in quanto, a differenza del narcisista che si sente onnipotente, non ha mete precise. L’aspetto manipolativo lo porterà a sfruttare le persone più forti di lui, vivendo nella loro ombra, evidente comportamento non autentico perché il suo caos interiore non gli consente di capire cosa veramente vuole. Nello psicopatico con aspetti masochistici la sottomissione è più evidente. Al contrario, lo psicopatico con aspetti marcatamente narcisistici, sente che per lui è fondamentale non essere gregario di nessuno, ma di avere gregari da usare, sempre disponibili per lui. Il suo imperativo assoluto è: diventare un leader, il numero uno, il migliore, purtroppo a qualsiasi costo.
Per Alexander Lowen “Bioenergetica, Feltrinelli Editore, Milano 1983“, nello psicopatico l’Io diventa ostile al corpo e alle sue sensazioni, specie a quelle sessuali. Il bisogno di potere, di dominio, di controllo, sia attraverso la sopraffazione, che invece con la seduzione (sempre vincente con gli ingenui), rimane la caratteristica di fondo. Il bisogno di controllare è sempre correlato alla paura di essere controllato e quindi usato; per cui la lotta che si stabilisce per il predominio esclude la possibilità della sconfitta. Presente è sempre l’aspetto sessuale, anche se nel rapporto il piacere non deriva tanto dal sesso quanto dalla performance in cui l’aspetto seduttivo, morbido, accattivante fa parte della manovra manipolativa di cui, da bambino fu oggetto da parte della madre che lo voleva legare a sé. L’idea fissa di essere speciale (mitomania, megalomania), gli fa respingere qualunque cosa che la contrasti, negando ogni responsabilità che lo possa mettere in discussione. L’incapacità di accettare critiche fa scattare le sue difese usando la menzogna come se fosse una realtà, recitando e apparendo “come se fosse autenticamente dispiaciuto” o “come se fosse emozionato”. Alexander Lowen parla di aridità affettiva, di deserto emozionale, di mancanza di senso di umanità, nel senso che i bisogni degli altri non esistono per lui, così come si sente indifferente ai sentimenti degli altri. Lo psicopatico è stato costretto a imparare troppo presto “le regole del gioco” fingendo. La seduzione manipolativa operata a suo tempo dal genitore del sesso opposto non consente l’identificazione con il genitore dello stesso sesso, lo psicopatico si sente superiore a lui (i maschi si sentono superiori al padre e le femmine superiori alla madre). Per questo motivo non potrà sviluppare il Super Io e per questo motivo è scevro da ogni norma morale. Non desidera il sostegno e l’aiuto di nessuno perché teme di poter diventare così uno strumento dell’altro, come la sua esperienza infantile gli ha insegnato. E’ sempre diffidente e guardingo, non crede alla buona fede degli altri e nemmeno che l’altro possa essere animato da sinceri propositi, che possa essere disinteressato; la sua drammatica esperienza di vita nella fanciullezza gli ha dimostrato il contrario. Proprio perché è stato manipolato, lo psicopatico ha maturato l’abilità di saper cogliere il bisogno dell’altro e lo utilizza per se, fingendo di essere animato da profondo altruismo. Spesso si propone come una persona simpatica, sorridente, positiva e molto sensibile, al punto da intuire i veri bisogni degli altri, presentare soluzioni brillanti possibili e apparire altruista e disinteressato.
La sua frase tipica, pronunciata in modo seducente e mellifluo, con postura di tre quarti, abbassando sensibilmente il capo ma non lo sguardo, è: “ma lo faccio per te!”. Tuttavia, appena riesce a conquistare la fiducia ed a superare ogni muro di difesa o di saggia perplessità degli altri, seduce e manipola le persone per volgere la situazione a suo esclusivo vantaggio. Quando gli altri, che lui percepisce frequentemente come prede, si accorgono della trappola è troppo tardi, perché lo psicopatico è riuscito a portare a termine i suoi propositi a suo esclusivo vantaggio. Il suo tornaconto è sovrano per lui e si dimostra indifferente per i danni causati agli altri, anche se ingenti, anche se rovinosi. La pericolosità dello psicopatico nelle relazioni di ogni natura e genere è amplificata dalla sua eccellente intelligenza, tale da renderlo spesso insuperabile; controlla ogni variante e anticipa ogni possibile difesa dell’altro. Come per una mosca davanti alla tela del ragno, l’unica possibilità di salvezza è accorgersi con anticipo della trappola, tessuta in modo da apparire invisibile. Non è casuale che tante persone raggirate e danneggiate abilmente da qualcuno, a posteriori dicano: “chi se lo sarebbe aspettato, non lo avrei mai immaginato“.

IL CORPO E LA SITUAZIONE DELLO PSICOPATICO
Lo psicopatico è stato un bambino che non ha ricevuto il sostegno e non possiede la capacità di essere in grounding. In una simile situazione il corpo deve per adattamento “sradicarsi”, “tirarsi su”, l’energia si concentra nella parte superiore del corpo. Questa spinta verso l’alto, questa fuga dalla realtà (sconvolgente per il bambino in una importante fase di sviluppo) sposta in alto anche il centro di gravità del corpo, il che è ben visibile nella sproporzione tra sviluppo della parte superiore (ipersviluppata), rispetto alla parte inferiore del corpo, (iposviluppata).

Gli arti inferiori sono esili, non c’è la base sicura; la parte superiore è iper-espansa, si tiene su, come per gonfiare la sua immagine il più possibile. La mancanza di integrazione percettiva si esprime somaticamente mediante la tipica struttura caratteriale dello psicopatico (holding up). La testa non è connessa energeticamente con il resto del corpo; a volte la testa si rivela inadatta ed inadeguata al resto del corpo, essendo una testa infantile su un corpo adulto, oppure, al contrario, una testa matura su un corpo infantile. Altre volte la testa è piccola rispetto ad un corpo che è grosso e forte. Queste disarmonie e sproporzioni tra testa e corpo sarebbero indotte dall’anello di tensione che lo psicopatico sviluppa alla base del cranio, in epoche abbastanza precoci del suo sviluppo psicofisico.

Il suo sguardo è molto controllato e controllante, spesso fissa per imporre la sua volontà. Gli occhi possiedono una duplice funzione : sono un organo visivo (guardare), ma anche un organo di contatto con gli altri (vedere in profondità). Lo psicopatico possiede occhi vivaci che guardano tutto, ma che non “vedono” i loro interlocutori. Il blocco oculare impedisce o distorce il contatto affettivo con gli occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima ed esprimono i sentimenti e le emozioni. Lo psicopatico esprime con l’elevazione del cingolo scapolare e l’espansione della gabbia toracica: “Io, Io, lei non sa chi sono io!”. Nega i sentimenti, si allontana dal suo vero sé e investe le sue risorse energetiche nella sua immagine. Lo psicopatico non va mai in terapia se non per necessità. Nella vita gestisce il potere, deve sentirsi potente attraverso il denaro, il successo, il prestigio, etc. Con la crisi economica lo psicopatico non regge perché non riesce più a mantenere la sua immagine gonfiata. Non riesce a stare in una situazione che lo “riduce” e per reazione fugge dall’intollerabilità, spesso facendo uso di alcol, droghe, etc. Non può sopportare la frustrazione e se non riesce a sfuggirvi si “sgretola”; solo in questa situazione di fallimento considera la possibilità di una psicoterapia.

Nella lettura del corpo si osserva nello psicopatico un flusso energetico invertito, cioè dalla testa agli arti inferiori, mediante il reclutamento difensivo dell’energia dalla parte superiore del corpo (testa, torace, collo), iperenergizzati, per compensare e nascondere la debolezza e l’instabilità delle gambe. Infatti, le sue ginocchia non si flettono e gli arti inferiori, durante gli esercizi bioenergetici, non vibrano. Queste forti tensioni muscolari dissociano la coscienza dalle sensazioni, mentre la tensione diaframmatica e pelvica dissocia la sessualità dalle emozioni di amore, in altre parole lo psicopatico è controllato dal potere della testa. L’energia non può scendere al cuore, ai genitali ed alle gambe perché il grounding lo renderebbe facile preda dell’intimità, che lo psicopatico vive come: “essere in balia della seduzione della madre“. Proprio per paura di essere sedotto diviene lui molto seduttivo, ma senza mai mettere a rischio il cuore e l’intimità, controllando le emozioni e gli affetti. Purtroppo per lui, proprio questo comportamento difensivo mette davvero a rischio la salute del suo cuore, a tutto vantaggio dei cardiologi (Ezio Zucconi Mazzini, La malattia del potere, Alpes Italia, Roma, 2010, cap. XXV° – pag. 214). La respirazione dello psicopatico è prevalentemente toracica. Il petto risulterà per questo motivo gonfio ed espanso, nel tentativo psicologico di ipertrofizzare il suo IO. Non è infrequente osservare nella storia evolutiva dello psicopatico un correlato disturbo affettivo, generato dal desiderio dei suoi genitori di avere un figlio speciale, di successo, che ha ricevuto giocattoli e beni materiali in sostituzione della vicinanza affettiva autentica, sottolineata da un vero contatto d’amore con i genitori.

 

Dr. Cosimo Aruta
Psicologo – studente del XIX° corso di formazione in analisi bioenergetica (SIAB Milano)

Tratto da www.mediazionefamilaremilano.it

Il Carattere schizoide di Cosimo Aruta

Accettare un sentimento implica più della semplice consapevolezza intellettuale della sua esistenza. Si deve sperimentare il sentimento, fare amicizia con esso.

(Alexander Lowen, Arrendersi al corpo, Feltrinelli, Milano, 2004, cap. I° – pag. 176).

Per comprendere il tratto schizoide è necessario un lavoro con l’aspetto terrifico dell’esperienza umana, in terapia si lavora molto sugli occhi e sui piedi. L’eziologia di questa patologia affonda le sue radici nel primo periodo della vita di un individuo: un bambino che venendo alla luce trova un ambiente ostile, rifiutante ed assolutamente non accogliente. Lo sguardo di quell’anima appena entrata nel mondo ha incrociato gli occhi sprezzanti, carichi di odio appartenenti ad un demone umano, capace di farlo sentire destinato a vivere dentro un inferno di ghiaccio. Come se il diritto alla vita ed alla gioia di questo mondo a lui fosse negata. Questa prima esperienza terrifica lascia incisioni profonde nell’anima di una persona, le finestre che aprono l’anima al mondo (occhi), comunicano la sofferenza patita.

Gli occhi rispecchiano la salute o il malessere dell’individuo dal puto di vista psicosomatico. Si possono osservare diverse caratteristiche:

  • l’espressione e la loro collocazione nelle orbite,
  • la struttura ed il funzionamento del globo oculare,
  • la situazione dell’iride e della sclerotica.

Dopo avere esplorato lo sguardo di un individuo è possibile comprendere quello che gli occhi esprimono attraverso la loro lucentezza, la loro forma ed il modo in cui si inquadrano nel viso.
Ad esempio, gli occhi profondamente incassati nelle orbite, frequentemente, indicano tutta una vita di espressioni trattenute e di tristezza repressa. (Ken Dychtwald, Psicosoma, Astrolabio, Roma, 1978, cap. IX° – pag. 184)

La mancanza di espressione negli occhi è un elemento della difesa schizoide dalle emozioni. Quando osserviamo negli occhi un soggetto schizoide ci sembra che egli stia osservando un punto indefinito posto dietro la nostra testa. I suoi occhi appaiono vacui e distanti, sembra che egli sia nascosto dentro i suoi occhi. Espandendo l’esplorazione al viso, si osserva che esso è privo della gamma di emozioni che esprime la vivacità di un individuo.

La maschera può assumere diverse forme:

  • l’espressione del cown,
  • l’innocenza del bambino,
  • l’espressione di sufficienza,
  • l’arroganza del nobile.

La caratteristica costante in ogni mascherata è un sorriso fisso, senza la partecipazione dello sguardo. La dissociazione tra il sorriso delle labbra e l’inespressività degli occhi è tipica della personalità schizoide.
Talvolta, esercitando una pressione con i pollici sugli zigomi e ai due lati del setto nasale, si spegne il sorriso stereotipato ed emerge un’espressione cadaverica che ricorda l’aspetto di un teschio. Il viso si scolora e gli occhi appaiono come orbite vuote. Sarebbe corretto dire che lo schizoide è ‘spaventato a morte’ in senso letterale, non come modo di dire.
L’espressione del suo viso è raggelata dal terrore sottostante (Alexander Lowen, Il tradimento del corpo, Edizioni mediterranee, Roma, 1997, cap. IV° – pag. 67).
Lo schizoide non osa accettare il bambino che è dentro di se, perché è terrorizzato dalla paura primaria.

I piedi sani che possono muoversi liberamente e privi di inestetismi debilitanti, sono piattaforme con tre punti di contatto e con un fisiologico arco nel metatarso. I piedi hanno una grande importanza perché sono in contatto con la realtà e con la terra attraverso la forza di gravità. Una imperfezione nel contatto al suolo si riflette sull’equilibrio di tutto il corpo. Proprio per la loro funzione, i piedi rappresentano l’atteggiamento che un individuo assume per affrontare le vicissitudini della vita. Ad esempio, quando diciamo che una persona ha i “piedi per terra”, intendiamo che ha un buon senso della realtà.

Molte persone ritengono di avere i “piedi per terra”. In senso meccanico hanno effettivamente un contatto con il suolo, ma è altrettanto vero in termini di sensazioni e di energia?
In bioenergetica il lavoro di grounding si propone di abbassare un individuo in direzione della terra, come se potesse mettere radici. Essere radicati (grounded) è l’opposto di essere sollevati (hung up) e ci aiuta a stabilire un contatto adeguato con la terra che ci sostiene.
Nel sistema energetico di un organismo, l’essere ben radicati è come avere la messa a terra in un circuito elettrico. Offre una valvola di sicurezza per poter liberare l’eccitazione quando è eccessiva. Senza questa preziosa opportunità ed in condizione di elevata carica tensionale, l’individuo potrebbe scindersi e cadere in crisi.

Nei soggetti schizoidi i piedi sono molto deboli e debole è il loro senso di radicamento.

Il movimento verso il basso fa paura, evoca l’antica paura di cadere dalle braccia della madre. Il grounding è un esercizio di radicamento con la realtà che allontana dalle illusioni, ma che richiede in questi casi una buona dose di coraggio e preparazione.

La rigidità schizoide è diversa da quella del nevrotico frustrato. Il nevrotico è incollerito, lo schizoide è terrificato da una rabbia “ingabbiata”. La rigidità nevrotica è paragonabile al ferro, la rigidità schizoide è paragonabile al ghiaccio. Il ghiaccio, come la personalità schizoide è tanto fragile quanto duro, reprime e sostiene. La sensibilità schizoide non è connessa alle sensazioni del corpo, si presenta fredda e nega il bisogno del piacere fisico. Tuttavia, lo schizoide dimostra passione e sentimento quando si tratta di combattere contro una ingiustizia: difendere i diritti dei più deboli, etc. Riflette un altruismo, la cui energia sgorga dalle sue difficoltà personali. Egli tenta di compensare la perdita della sua identità personale con le identificazioni sociali.
Quando la volontà diventa il meccanismo primario dell’agire, sostituendosi al naturale orientamento verso il piacere, l’individuo funziona in modo schizoide.

Una osservazione attenta del corpo schizoide rivela diversi disturbi tipici:

  • La metà superiore del corpo presenta frequentemente una muscolatura ipotonica,
  • Il torace è spesso stretto, costretto, contratto e mantenuto in posizione di espirazione,
  • La respirazione, per questo motivo, è limitata,
  • Nei casi meno gravi è presente un rigonfiamento compensatorio del torace, tipico di molti body builders ossessionati con l’allenamento dei distretti muscolari “virili”,
  • In tutti i casi, soprattutto per una contrazione cronica del diaframma, il giro vita è molto stretto, sia dal punto di vista strutturale: corto asse bisiliaco, sia dal punto di vista energetico: bassa percentuale lipidica (che rappresenta il magazzino di energia), e scarsa distribuzione delle cellule adipose in quella zona),
  • L’impressione di un corpo diviso in due (la persona tenta di dissociare la metà superiore del corpo, identificata con l’io, dalla sessualità e dalla parta inferiore),
  • Displasia, cioè la presenza di tratti del sesso opposto, rara nel tipo astenico,
  • Nel tipo astenico, lungo e magro, si presentano attenuate le differenze sessuali secondarie e ridotta la coordinazione motoria,
  • Le ginocchia sono rigide,
  • Le caviglie si presentano stecchite, la flessione dorsale del piede è limitata, con conseguente impossibilità di flettere completamente le ginocchia mantenendo le piante dei piedi aderenti al suolo,
  • i piedi sono contratti,
  • Se presente una fissazione a livello infantile, i muscoli dei piedi sono cronicamente contratti per sostenere il peso del corpo, accentuando così la curva dell’arco (piede cavo),
  • Si nota un infantilismo anche nei piedi insolitamente e stranamente piccoli.

(Alexander Lowen, Il tradimento del corpo, Edizioni mediterranee, Roma, 1997,
cap. IV° – pag. 72
)

Per proteggere la sua personalità privata dalla naturale identificazione con il corpo, lo schizoide dipende interamente dalla sua forza di volontà, che deve essere sempre vigile. La conseguenza è una muscolatura perennemente in stato di contrazione, che lo schizoide utilizza come una corazza protettiva contro il terrore. Il “frantumarsi” della corazza può causare nello schizoide la disgregazione della personalità, perché, a differenza della persona sana, non riesce a tenere salda l’unità e l’identità della personalità con l’energia proveniente dai sentimenti.

Il corpo.

  • Nella persona normale
    Il corpo è vitale e la carica energetica periferica si rivela nel tono e nel colorito della pelle, nella luminosità dello sguardo, nell’armonia della motilità e nella capacità di rilassare i muscoli e stare comodi.
  • Nella condizione schizoide
    L’energia è racchiusa in nuclei interni, protetti da una rigida barriera muscolare in costante stato di contrazione e utile ad impedire il collasso minacciato dal vuoto interno. La minor carica superficiale rende la pelle ipersensibile. La contrazione cronica dei muscoli è responsabile del restringersi del corpo, che prende così il tipico aspetto astenico.

Il crollo della rigidità precipiterebbe lo schizoide in una situazione schizofrenica. Il collasso comporta la perdita dei confini dell’io e la distruzione dell’unità e della integrità residua. Quando la carica di tensione è sufficiente, la struttura schizoide può cedere ed entrare in una crisi psicotica acuta.

Per lo schizoide, a differenza della persona normale, la funzione integrativa del piacere è inaccessibile. Di conseguenza, la strada che consente un flusso continuo di impulsi diretti al mondo per ricevere conforto e soddisfazione, è bloccata. Per questo motivo lo schizoide usa la volontà per cementare la mente e il corpo. Ma la volontà, anche se dura come l’acciaio, è fragile, mentre il piacere è duttile e insinuante e fornisce elasticità, come la linfa nell’albero.

La malattia somatica e la malattia mentale sono antitetiche e tendono a escludersi vicendevolmente. L’individuo è predisposto all’una o all’altra ma non ad entrambe nello stesso periodo.
Quando si disintegra la funzione del piacere, possiamo attenderci una malattia fisica, mentre la disintegrazione della volontà porta a una malattia mentale.
Leopold Bellak osserva, a proposito di questo fenomeno: “La bassa incidenza di disturbi allergici negli psicotici, e il loro ripresentarsi dopo il miglioramento e la guarigione, è probabilmente uno degli esempi meglio documentati di tale intercambiabilità”.
(Alexander Lowen, Il tradimento del corpo, Edizioni mediterranee, Roma, 1997,
cap. III° – pag. 55) – (Bellak L., Schizophrenia: A Review of the Syndrome, Logos Press, New york, 1950,
pag. 24)

Il sistema di difesa schizoide contro il terrore e la follia dispone di due strategie. La più frequente è la rigidità fisica e psicologica, che attraverso la sua “barriera” di muscoli cronicamente contratti, imprigiona le emozioni e costringe il corpo al solo controllo dell’io.

Una strategia meno comune si manifesta attraverso una ipotonia muscolare superficiale. La formazione degli impulsi è ulteriormente ridotta, al punto che il corpo sembra più morto che vivo. La carica periferica è molto bassa e il colorito è olivastro o terreo. Questa difesa si verifica in seguito al crollo di quella rigida e si orienta verso la schizofrenia. Si tratta di una manovra disperata, indispensabile quando il terrore è grande. In una condizione di estremo terrore, come ad esempio l’attesa della propria esecuzione, accettare la propria morte simbolica significa privare il terrore dei suoi aculei. Un corpo privo di emozioni non può più subire spaventi o traumi. Ritirandosi lo schizoide perde i suoi soldati (tono muscolare) e la capacità di difendersi, anche se controlla il controllo del resto della personalità. La ritirata schizoide è una tattica per evitare la totale disfatta; come un comandate senza soldati può cavarsela meglio che circondato da un’armata disordinata e nel caos più generale. Infatti, la condizione schizofrenica è uno stato di caos dove ogni pezzo di personalità, come ogni soldato nella metafora, abbandona gli altri.

Nel ritiro la volontà è inoperosa, l’io si allea al nemico per evitare la totale sconfitta e si dimostra sottomesso ad ogni situazione. Lo schizoide che sceglie il ritiro alla rigidità ha perduto la sua capacità assertiva, non riesce mai a prendere una posizione.
Dal punto di vista logico, la rigidità schizoide è una difesa dal collasso, mentre il ritirarsi è causato dal cedimento di una resistenza anteriore.
Dal punti di vista storico, la tattica schizoide di ritirata e di sacrificio fu elaborata dal bambino in età precoce, dopo un tentativo fallito di erigere una difesa rigida contro la pressione dell’ostilità parentale.
(Alexander Lowen, Il tradimento del corpo, Edizioni mediterranee, Roma, 1997, cap. III° – pag. 58).

 

Dr. Cosimo Aruta
Psicologo – studente del XIX° corso di formazione in analisi bioenergetica (SIAB Milano)

Tratto da www.mediazionefamiliaremilano.it

Respirazione e i suoi blocchi

La Respirazione e i suoi blocchi

La Respirazione e i suoi blocchi

L’aria e il respiro sono sempre stati legati alla vita e alla mente. Ogni essere vive perché continua a scambiare energia e informazioni con l’esterno. Ogni essere vivente deve quindi produrre continuamente sostanze solide (cibo), liquide (bevande) e gassose (aria). E’ possibile restare molti giorni senza cibo, anche settimane, ma solamente qualche giorno senza liquidi. e appena pochi minuti senza aria.

L’energia vitale dell’aria
Per questo motivo in tutte le tradizioni mediche dell’antichità il termine ‘aria’ conteneva in sé anche il significato biologico e psichico di ‘energia vitale’. Così la medicina spirituale indiana identifica l’elemento vitale presente nell’aria chiamandolo “prana”, nel Tibet prende invece il nome di “rlung”, “Qi” in Cina, “pneuma” nell’antica Grecia. La stessa mitologia religiosa della tradizione ebraica riconosce l’importanza del “soffio vitale” con cui Dio anima gli esseri umani infondendogli 1a vita e la coscienza. L’elemento “aria” come sinonimo di vitalità e di psiche, lo ritroviamo anche nella simbologia astrologica e in quella archetipica.
La respirazione infatti è la più vitale delle funzioni fisiologiche e anche l’unica ad essere sia volontaria (cosciente) che automatica (inconscia). Noi non possiamo modificare il battito cardiaco, o controllare l’attività dello stomaco o dei reni ma, se desideriamo, possiamo modificare volontariamente la respirazione sia in ampiezza che in frequenza; possiamo fermare il respiro o accelerarlo.

 

I comuni blocchi della respirazione
Il respiro è profondamente influenzato dalle emozioni e dalla nostra psiche. Se osserviamo la qualità del respiro di una persona possiamo immediatamente riconoscere quale emozione sta vivendo. Sarebbe estremamente importante che genitori, insegnanti e medici fossero in grado di riconoscere queste modificazioni in modo di correggere le eventuali alterazioni della respirazione naturale e prevenire sul nascere moltissime delle patologie del sistema respiratorio.
Facciamo alcuni esempi molto generali. Ogni volta che un bambino ha paura modifica la sua respirazione con una caratteristica contrazione della muscolatura respiratoria delle spalle e della parte superiore del torace. L’inibizione della libera espressione della voce e delle proprie emozioni e opinioni provoca contrazioni dei muscoli del collo e della gola, mentre la repressione delle sue funzioni fisiche più semplici e vitali come il correre, il muoversi, il giocare nella natura (tipica dei bambini di città) provoca un indebolimento della respirazione addominale.

Reprimere la sessualità bloccando il respiro
Reich e tutta la moderna ricerca psicosomatica hanno documentato come la repressione della libera e naturale sessualità (che già si manifesta nei bambini di 3 – 4 anni e ha il suo massimo dai 14 ai 19 anni), porti a profondi blocchi respiratori e muscolari in tutto il corpo. Questi blocchi spesso si manifestano con irrigidimento del diaframma, dei muscoli della zona lombare e renale e dei muscoli del basso ventre e dell’inguine. Quando la respirazione in una zona del corpo è bloccata, vengono anche bloccate le sensazioni che da quella zona arrivano al cervello; il risultato sarà di avere una parte del corpo che non pulsa più, ma rimane contratta e senza sensazioni: una vera zona morta. Molto spesso, i blocchi emotivi, causati dai condizionamenti sociali e religiosi, provocano un tale arresto della normale circolazione sanguigna e linfatica e della trasmissione nervosa da rappresentare una vera condizione predisponente per l’instaurarsi di forme patologiche più gravi come, ad esempio, dismenorree, vaginiti, tumori di origine infiammatoria o degenerativa, emorroidi, coliti o problemi venosi agli arti inferiori.

 

Pene d’amore e blocchi di petto
La mancanza di affetto si manifesta invece con un caratteristico blocco della respirazione nella parte alta del torace e tensione sternale, nelle donne spesso con un forte dolore di fondo al seno; Il torace è interessato sia anteriormente che posteriormente, la repressione dell’ira blocca più sovente la parte destra del diaframma e dei muscoli laterali del torace e della spalla, con un caratteristico blocco dei muscoli della masticazione.
Ogni naturale funzione vitale ed emozionale che viene inibita porta ad un blocco muscolare e respiratorio. Gli esempi potrebbero continuare e, certamente, essere espressi in termini medici e psicologici più specifici, esistono infatti blocchi caratteristici delle differenti emozioni, ma, essendo questo solo un primo tentativo di comunicare l’esistenza di tensioni psicosomatiche estremamente comuni sia nei bambini che negli adulti, riteniamo sia meglio restare sulle generali.

 

Come riconoscere i blocchi
E’ di estrema importanza capire che i blocchi possono iniziare in ogni età della vita e che la presenza di un blocco, anche lieve, porta ad un indebolimento di tutta la zona fisica relativa e delle funzioni ad essa correlate. Quando il blocco non viene riconosciuto e risolto, il corpo, non più mobile e ossigenato, tende ad ammalarsi.
Malattie respiratorie come l’asma, le bronchiti, i raffreddori, le laringiti e le sinusiti e anche molte malattie generali, come le gastriti, le stitichezze, le coliti, le lombalgie e moltissimi disturbi ginecologici, hanno una base nei blocchi della respirazione e quindi possono essere fortemente migliorati e prevenuti da una attenta osservazione e riequilibrio respiratorio.

 

Il piacere di vivere sani
Un corpo sano deve essere mobile e rilassato in ogni sua parte, nessun muscolo deve essere dolente alla pressione. Se non vi sono tensioni muscolari, emozionali o psichiche, la respirazione è naturalmente libera, fluida e profonda. La respirazione normale si percepisce come una pulsazione ritmica dell’addome e del torace, come fosse urna medusa che si espande con un movimento fluido e silenzioso dalla pancia al torace e si rilassa con un movimento contrario. La respirazione è accompagnata da un senso di sottile piacere fisico che si estende all’intero corpo. Se la respirazione al contrario è bloccata, si osservano movimenti irregolari o una respirazione parziale (solo torace o solo addome), si nota una difficoltà di respirare profondamente, una insensibilità di alcune parti del corpo o anche un evidente dolore. Il collo è rigido, le spalle tese, spesso c’è dolore acuto in zona epigastrica.
La voce di una persona che respira armoniosamente è piena e ha un timbro rotondo e piacevole. Ogni blocco della respirazione provoca per contro una riduzione dell’ampiezza della voce dando una marcata riduzione di volume e di tono. Le voci troppo sottili, roche, acute, nasali o metalliche sono solo alcuni effetti dei blocchi più comuni.

Rieducazione della respirazione
Il riequilibrio della naturale respirazione prevede tre livelli di intervento:
  1. primo livello di rieducazione preventiva di base per i blocchi più lievi e recenti,
  2. secondo livello di intervento sui blocchi già in parte cronicizzati o comunque più profondi ma che non hanno ancora causato danni fisici, la cui rieducazione prevede una attività di sblocco emozionale e di riequilibrio psicofisico più connesso,
  3. terzo livello di intervento per i casi più gravi che hanno già causato un danno fisico la cui cura è di stretta pertinenza medica e psicologica.
E’ necessario comprendere che, nell’ottica di un discorso realmente preventivo della salute pubblica, il primo livello di riequilibrio dovrebbe diventare un’attività scolastica regolare che potrebbe essere gestita, per esempio, durante l’ora di educazione fisica, sia nelle elementari che nelle medie.
Una tale politica di istruzione e prevenzione avrebbe un profondo valore nel miglioramento della qualità della salute, soprattutto considerando che le malattie respiratorie sono tra le forme patologiche giovanili più comuni.

 

(di Nitamo Federico Montecucco)

L’uso del contatto diretto in psicoterapia organismica

Prenderemo in considerazione due modi di valutazione del contatto:
I) Il contatto come comunicazione non-verbale;
2) Il contatto come trasmissione di energia da una persona all’altra.
L’uso del contatto diretto in psicoterapia organismica
di Cesare Lena
L’uso del contatto diretto del corpo da parte del terapista è fonte di controversia tra diverse scuole di psicoterapia.
Ken Wilber, nel suo libro No Boundary, formula un’ipotesi interessante di come possano sussistere psicoterapie con diverse concezioni teoriche che raggiungono tutte risultati positivi. Egli parte dal concetto che l’uomo, unico fra gli esseri viventi ad avere una “coscienza di Sé”, per sviluppare tale coscienza, ha la necessità di creare dei confini, o separazioni, fra ciò che egli vive come “Sé” e ciò che egli vive come “diverso da Sé o estraneo”.
La linea di confine più accettata è la pelle, che differenzia quello che sta al suo interno e viene percepito come “Sé” da ciò che sta al suo esterno e viene vissuto come “mondo esterno”.
Oltre il confine delimitato dalla nostra pelle, esiste all’interno del “Sé” un altro confine che separa la mente dal corpo. La maggior parte di noi non ha un vero contatto col proprio corpo, ma con un’immagine di esso che ci siamo creati nella mente e chiamiamo “Io”.
All’interno dell’Io esiste un’ulteriore separazione tra parti consce, che accettiamo, e parti inconsce, che neghiamo o proiettiamo all’esterno.
L’ipotesi di Wilber è che vi sono essenzialmente tre gruppi di scuole di psicoterapia o teorie filosofiche il cui fine terapeutico è quello di eliminare o di attenuare questi tre confini. Si riferisce ad esempio alla Psicanalisi freudiana o ad altre terapie dell’Io che tentano di eliminare il confine fra conscio e inconscio affinché la persona riconosca come propri certi aspetti della personalità che prima rifiutava.
Tuttavia, queste terapie non si pongono il problema di eliminare il confine fra mente e corpo, che è invece lo scopo di altre forme di terapia, cosiddette umanistiche, come ad esempio quella Organismica, la Bioenergetica e la Gestaltica. Un terzo gruppo di terapie come quella Junghiana e lo Zen cercano invece di allargare i confini che dividono l’uomo dal mondo esterno.

Alla luce di questa ipotesi che mi appare suggestiva, è comprensibile come il giudizio sul valore del contatto da un punto di vista terapeutico sia diverso nelle varie scuole, in quanto diverso è il loro fine terapeutico.

Prenderemo in considerazione due modi di valutazione del contatto:
1) Il contatto come comunicazione non-verbale
L’uomo usa il contatto manuale o di altre parti del corpo per comunicare. Una carezza, una stretta di mano, una pacca sulla spalla hanno tutti un significato simbolico di comunicazione. Questa comunicazione può essere normale o altamente carica di emotività. Un abbraccio, un bacio possono creare tra due persone un circuito emotivo molto importante per il rapporto. Possiamo chiamare questo tipo di contatto comunicativo nel senso più vasto (comprende anche la comunicazione di stati emotivi).
2) Il contatto come trasmissione di energia da una persona all’altra

Questo aspetto del contatto è naturalmente parte del contatto emotivo, ma possiamo immaginare che un certo tipo di contatto sia abbastanza neutrale come messaggio e crei più che altro modificazioni energetiche. Il bambino piccolo tenuto in braccio dalla madre viene nutrito attraverso la pelle ed è ampiamente dimostrata l’importanza di questo nutrimento per il benessere e l’esistenza stessa del bambino.

Il contatto come mezzo di comunicazione non verbale è stato quello più studiato e usato nelle varie psicoterapie. In un recente simposio su “Toccare o non toccare”, alcuni terapisti di Scuola freudiana ammettevano l’uso del contatto solo se considerato fattore essenziale di maturazione nel rapporto terapeutico.
Questi autori parlavano del contatto come mezzo di comunicazione e ponevano in rilievo dei potenziali pericoli.
1) Lo stesso contatto può assumere significati diversi e divergenti con persone diverse.
2) Il messaggio che si cerca di comunicare attraverso il contatto può essere modificato dall’atteggiamento del ricevente (per esempio una carezza può essere interpretata come un attacco).
3) La ripetizione cambia il significato di un contatto.

4) Il contatto, con la sua capacità di risvegliare i più profondi desideri infantili, ha il potere di creare una forte regressione.

Esiste inoltre la possibilità che il bisogno di contatto dipenda da problemi orali irrisolti del terapeuta che, essendo frustrato dalla lentezza della terapia e dalla mancanza di risultati, attraverso il contatto col paziente riesce a risvegliare emozioni che lo gratificano.
Un’altra obiezione all’uso del contato diretto è che se il contatto crea una situazione di piacere nel paziente è probabile che ciò determini un arresto al processo terapeutico, in quanto il paziente tende a fissarsi allo stadio di sviluppo che crea piacere, invece di affrontare le frustrazioni e le ansie indotte da un lavoro terapeutico di crescita.

Queste considerazioni sono senz’altro valide se teniamo presente che lo scopo delle terapie analitiche è di diminuire la separazione fra conscio e inconscio e non la separazione fra mente e corpo.

Il contatto nell’ottica della Psicoterapia organistica
E’ necessario premettere alcuni concetti chiave che stanno alla base del meccanismo di cambiamento determinato dal contatto diretto.
Kurt Goldstein, nel suo libro The organism (L’organismo), postula che qualsiasi essere vivente funzioni come una totalità, nel senso che qualsiasi modificazione in una parte dell’organismo determina inevitabilmente una reazione nel resto dell’organismo. Per capire come ciò avvenga, bisogna riferirsi al concetto di figura-sfondo, sviluppato dalla psicologia della Gestalt. In ogni essere vivente uno stimolo, sia esterno che interno, per essere percepito deve differenziarsi o emergere come “figura” rispetto a un’altra parte che funziona invece come “sfondo”.
In un organismo sano, ogni stimolo che emerga nella consapevolezza ha come sfondo l’intero organismo. Lo stimolo crea sempre una modificazione dello sfondo, perché l’energia che determina in un certo punto un’eccitazione si diffonde al resto dell’organismo. L’importanza di ciò risiede nel fatto che qualsiasi stimolo può creare reazioni o percezioni diverse, secondo la situazione dello sfondo, cioè dell’intero organismo. Quindi, il rapporto fra figura e sfondo è un rapporto dialettico, mutevole, che si influenza reciprocamente. Lo sfondo modifica la figura e la figura modifica lo sfondo. Seguendo questo concetto, Goldstein vede la mente, l’insieme delle emozioni e il corpo come tre aspetti del comportamento dell’intero organismo, che possono emergere di volta in volta come figura o recedere per creare lo sfondo. In questo modo si supera il concetto dualistico di mente e corpo o di emozioni e corpo. Esiste un organismo unitario che si manifesta in tre modi diversi. In un organismo senza blocchi, la mente, l’anima (cioè la componente emotiva) e il corpo acquistano una posizione predominante, diventando figura, in funzione dei bisogni dell’organismo in quella data situazione. Quando vi è invece un isolamento, dovuto a lesioni organiche o a blocchi funzionali (che Reich chiama corazza caratteriale) di una parte del sistema nervoso o più in generale dell’organismo, cosicché non esiste più una libera circolazione di energia, allora non avviene più una spontanea alternanza nell’emergere come figura di questi tre modi di essere dell’organismo. La psicoterapia organismica (assieme alle altre forme di psicoterapia del corpo) vede quindi la disfunzione psichica come segnale di un cattivo funzionamento dell’organismo in toto e cerca di intervenire sui tre aspetti comportamentali prima descritti per rendere l’organismo capace di soddisfare i propri bisogni cioè di auto-attualizzarsi.
L’uso del contatto diretto del corpo è una delle tecniche che usiamo per arrivare a questo scopo. Malcolm Brown, il fondatore della Psicoterapia organismica, nella descrizione di questo tipo di terapia afferma: “La pratica della psicoterapia organismica si basa essenzialmente sulla efficacia terapeutica del contatto fisico diretto“.
Stimolare l’energia o produrre una reazione
Cercherò di spiegare come l’aspetto energetico del contatto prende il sopravvento sull’aspetto di comunicazione.
Fondamentalmente, il contatto diretto corporeo usato dalla psicoterapia organismica può rientrare in due categorie: il contatto nutritivo e il contatto catalitico.
Il contatto nutritivo viene dato ponendo la mano o un’altra parte del corpo a contatto della pelle del paziente, senza movimento e con un minimo di pressione.
Questo contatto può essere mantenuto per lungo tempo. Lo scopo è di stimolare il flusso energetico profondo, o “endodermico”. Quando il flusso di energia profonda ha raggiunto una certa intensità, cercherà di espandersi verso la periferia del corpo, incontrando la barriera della corazza muscolare, che reagirà a questo flusso di energia in vari modi.
Il contatto catalitico, invece, consiste in una pressione sui muscoli con lo scopo di creare una reazione direttamente sulla corazza muscolare.
Per comprendere le reazioni dell’organismo all’uso del contatto diretto, non è possibile usare il linguaggio della psicologia classica, ma bisogna conoscere quello organismico, in particolare è necessario sapere ciò che succede in un organismo in cui vi è un isolamento delle parti che lo compongono, sia per cause organiche che funzionali. Alle teorie di Goldstein, aggiungiamo due importanti fenomeni che si verificano quando una parte del sistema nervoso è isolata dal resto del corpo:
1) varia l’effetto di uno stimolo sulla formazione di una figura rispetto allo sfondo;
2) quando vi è un danno cerebrale o quando vi è un isolamento particolarmente marcato, anche di tipo funzionale, cioè dovuto alla corazza muscolare caratteriale (in realtà la corazza può esistere anche a livello viscerale), l’organismo può reagire a uno stimolo non particolarmente stressante in maniera abnorme (reazione catastrofica) perché è incapace di adattarsi a un ambiente vissuto come sfavorevole e quindi ha paura di un annichilimento totale (situazioni di forte ansia o di panico).
Coinvolgere l’intero organismo
Per quanto riguarda il punto 1), noi osserviamo che all’inizio della terapia il paziente rimane in contatto con le sensazioni che la mano del terapeuta gli crea a livello della pelle o in strutture sottostanti solo per breve tempo e poi perde il contatto e inizia a fantasticare su situazioni spesso esterne alla situazione terapeutica, o si addormenta oppure comincia ad avere fantasie trasferenziali sul terapeuta.
Man mano che si procede nella terapia il paziente riesce sempre più a rimanere in contatto con le reazioni determinate dalla mano del terapeuta sotto forma di calore e di energia che provocano sensazioni piacevoli e sempre meno tende a creare reazioni di tipo trasferenziale.
Una spiegazione di questo fenomeno potrebbe essere che, in un organismo frammentato energeticamente a causa dei blocchi creati dalla corazza caratteriale, uno stimolo esterno o interno, invece di determinare una figura chiara, e cioè per esempio nel caso del contatto diretto una sensazione di calore e di energia, tende a stimolare lo sfondo che potrebbe essere rappresentato da un insieme di avvenimenti, emozioni, condizionamenti legati all’esperienza passata. In questo modo, la mano del terapeuta evoca tutta una serie di sensazioni mentali di tipo trasferenziale e la percezione vera e propria del contatto è vaga e non ben differenziata. Tutto ciò cambia quando parti sempre maggiori dell’organismo sono coinvolte in un flusso energetico e ogni stimolo ha come sfondo l’intero organismo.
Il risvegliare sensazioni piacevoli dovute a un maggior flusso energetico in parti del corpo che prima erano insensibili, risveglia naturalmente anche le situazioni conflittuali che originariamente avevano creato il blocco delle sensazioni. A livello corporeo si manifesta la polarità libido-antilibido, e quindi l’espressione somatica dell’ansia, per esempio sotto forma di rigidità muscolari.
Ciò è particolarmente evidente nel fenomeno della reazione catastrofica, quando il contatto nutritivo o catalitico stimolano troppa energia in un organismo con larghe parti del sistema nervoso isolate. In questo caso, l’individuo non si sente in grado di controllare l’ambiente interno troppo carico di energia e reagisce con forte ansia, a volte interrompendo la terapia o semplicemente interrompendo il contatto e vivendo il terapeuta come persona pericolosa.
È quindi evidente che quando usiamo il contatto diretto dobbiamo sempre valutare la reazione dell’organismo in toto, per evitare questi stati di panico.
Quindi, per concludere, possiamo dire che l’esperienza clinica di anni di lavoro sul corpo dimostra che i pericoli dovuti all’uso del contatto corporeo diretto sono diversi da quelli paventati dalle scuole di psicoterapia, che usano il transfert come modalità di cambiamento, e possiamo anche affermare che le divergenze di opinione possono dipendere dall’uso di un linguaggio (inteso come modo di spiegare un fenomeno) non adatto a chiarire i fenomeni energetici a livello organismico.
Ritengo quindi importante affrontare questo nuovo e in parte inesplorato campo dell’interazione a livello corporeo di due organismi con mente scevra da pregiudizi ma anche con un atteggiamento di osservazione consapevole e critica.

Cesare Lena
, medico psichiatra e psicoterapeuta, è presidente della Società Italiana di Psicoterapia Organismica (S.I.P.O.). Vive e lavora a Bologna.

SINERGISMO POTENZIALE DELL’APPROCCIO REICHIANO E ROGERSIANO di Luigi De Marchi

In quest’articolo, cerco di spiegare in modo più articolato, anche se necessariamente sommario e preliminare, quali sono ai miei occhi i motivi specifici di questo interesse e le potenzialità di sviluppo reciproco intrinseche ad una integrazione creativa tra approccio reichiano e approccio rogersiano.

Per cominciare a comprendere i rapporti attuali e potenziali tra psicologia umanistica e terapie reichiano e post-reichiane si può rifarsi ad alcuni principi originari dell’approccio rogersiano, confrontandoli poi con quelli dell’approccio reichiano.
Ai fini della nostra analisi, cinque vitali principi mi sembrano particolarmente rilevanti:
1) Finalizzazione del trattamento al massimo sviluppo del potenziale umano presente in ciascun individuo.
2) Smedicalizzazione del rapporto terapeutico
3) Dilatazione di tale rapporto nel sociale
4) Rivalutazione dell’intuizione e della sensazione come strumento diagnostico
5) Rivalutazione della fondamentale “bontà” dell’essere umano.

1) E’ evidente che il massimo sviluppo del potenziale umano non può scaturire che da una piena vitalizzazione della psiche e del corpo e da una loro profonda armonia.
Poiché con le terapie di derivazione reichiana si sono messi a punto validi strumenti per individuare e risolvere i radicamenti somatici dei disturbi psichici, per riarmonizzare le nostre realtà psichiche e fisiche e per ripristinare i processi naturali di autoregolazione dell’organismo, la crescente integrazione tra terapie del corpo e psicologia umanistica era ed è nella logica delle cose.
Con le terapie del corpo, infatti, si affrontano nodi in aggredibili con le terapie puramente verbali e, soprattutto, si può promuovere lo sviluppo del potenziale umano nella sua globalità psicofisica.
2) Anche a liberare il rapporto psicoterapeutico dai modelli medici (cioè direttivi e autoritaristici) in cui era invischiato prima dell’avvento della psicologia umanistica, le terapie del corpo possono contribuire costruttivamente. Abolendo il tabù del contatto fisico, avvicinando terapista e cliente come esseri umani affratellati dalla loro fisicità, la terapia del corpo demolisce quella barriera di distacco, di intangibilità, di contactlessness dietro cui lo psicoterapista direttivo e convenzionale si è a lungo trincerato per esaltare la sua autorità.
3) La dilatazione della psicologia umanistica nel sociale è avvenuta essenzialmente in due modi: attraverso l’attenzione per le forme generalizzate di alienazione e attraverso il gruppo di incontro o di terapia. Anche a questi livelli l’apporto dell’approccio corporeo di derivazione reichiana è stato prezioso.
Già negli anni ’30 e ’40 Reich segnalava il carattere generalizzato di certe distorsioni della personalità e della convivenza sociale (basti pensare a Psicologia di massa del fascismo).
Inoltre, l’approccio corporeo reichiano e post-reichiano offre nel gruppo un essenziale strumento di comunicazione, contatto e catarsi, tanto che oggi è praticamente inattuabile un “gruppo” che escluda la corporeità.
4) “L’esperienza-scrive Carl Rogers in On becoming a person– è per me la suprema autorità…
Ho imparato che la mia percezione organismica totale di una situazione è più valida del mio intelletto, come strumento di conoscenza”. Sono parole che ricalcano analoghe dichiarazioni di Wilhelm Reich. Ma è evidente che ai fini di questa “percezione organismica totale”, l’approccio corporeo è indispensabile, sia nel momento diagnostico che in quello terapeutico.
5) “Uno dei concetti più rivoluzionari che emergono dalla nostra esperienza clinica-afferma ancora Carl Rogers nell’opera citata- è il riconoscimento sempre più chiaro del fatto che il nucleo più profondo dell’essere umano, gli strati più interni della sua personalità, le basi della sua “natura animale” sono sostanzialmente buone e positive, improntate alla socialità, al realismo e alla razionalità”.
Di nuovo, si tratta di espressioni che si incontrano di continuo nelle più diverse opere di Reich: da Funzione dell’organismo ad Analisi del carattere, da Individuo e Stato ad Ascolta, piccolo uomo.
Reich aveva anzi articolato una teoria della personalità a livello politico, che vedeva nella personalità “progressista” di stampo convenzionale lo strato più esterno e superficiale della stratificazione caratteriale odierna; in quella totalitaria e fanatica, lo strato intermedio, ancora in contatto, seppure in modo perverso e distorto, col nucleo biologico istintuale della natura umana; e in quella “genitale”, cioè in armonia con i propri impulsi d’amore e d’aggressività e con l’ambiente, il nucleo biologico stesso, fondamentalmente buono e autoregolato, dell’uomo.
Fin qui le affinità, più o meno consapevoli, ma ormai chiaramente assimilate, tra psicologia umanistica e approccio corporeo e quello umanistico che potranno scambiarsi con reciproco vantaggio.
A mio parere, dalla psicologia umanistica le terapie di ispirazione reichiana potranno imparare una sempre maggiore e più salutare smitizzazione della figura del terapista, che nel modello reichiano (e spesso anche in quello post-reichiano) resta troppo direttiva e carismatica.
Inoltre, penso che le terapie di ispirazione reichiana potranno trarre un grande vantaggio da quello che a mio parere costituisce il massimo contributo dell’approccio rogersiano alla psicoterapia: cioè il concetto di empatia, di partecipazione emozionale, come strumento terapeutico.
Quando ebbe l’idea semplicemente geniale di imitare l’espressione facciale e corporea dei clienti per meglio comprendere, al di là delle dichiarazioni verbali, quali fossero le loro emozioni profonde, Reich di fatto intuì e insegnò che per comprendere fino in fondo lo stato d’animo e la condizione del cliente il terapista deve riuscire a viverlo in prima persona, nel proprio corpo.
Nella tecnica mimetica di Reich, dunque, il concetto di empatia è implicito: ma solo implicito. Gli manca quella carica di empatia e incondizionata partecipazione umana che si estende in Rogers a tutto il rapporto terapista-cliente e che da all’empatia le sue preziose virtù terapeutiche. Infine, penso che la spinta rogersiana alla smedicalizzazione del rapporto terapeutico abbia un suo essenziale corrispettivo nel sociale: il rifiuto, cioè, dei ruoli salvazionisti, degli atteggiamenti didattici, dei dogmatismi teorici anche in campo politico. Purtroppo ne’ Reich ne’ la maggior parte dei suoi continuatori ortodossi o eretici hanno saputo sottrarsi, sul piano personale, alle lusinghe e alle trappole del messianismo, ma per parte mia ritengo che lo spirito autentico dell’opera reichiana sia libertario (si pensi del resto alle pagine bellissime sul “nuovo leader” ) e che, proprio in quanto finalizzato alla ricerca della verità, sia antidogmatico, inconciliabile con i concetti di “vera Chiesa” o di “sacro testo”.
A sua volta la psicologia umanistica potrà attingere dalle terapie di derivazione reichiana un recupero del passato e dell’inconscio pienamente conciliabile con la particolare attenzione rogersiana al “qui e adesso”. Attraverso il trattamento corporeo, i nodi emozionali sommersi eppure attivi (troppe volte esorcizzati ma non risolti dal costante appello umanistico alla coscienza e alla responsabilità) possono trovare finalmente espressione e soluzione se, come diceva Reich, “il nostro corpo racchiude nei suoi blocchi muscolari la storia del nostro inconscio”.
E per analogia, dall’approccio corporeo la psicologia umanistica potrà trarre indicazioni preziose per una “lettura” appunto corporea delle distorsioni caratteriali.
Del resto, si tratta di scambi teorici e tecnici in via di crescente diffusione tra le varie scuole.
Concludendo, vorrei solo accennare brevemente a un rischio inerente a certi riciclaggi del pensiero reichiano e del suo approccio corporeo nel grande crogiuolo della psicologia umanistica.
Nato in America, questo movimento risente di un certo ottimismo programmatico che ha sempre caratterizzato la cultura americana. La carica critica e riformatrice del pensiero reichiano rischia di perdere quindi molto del suo mordente e della sua incisività (come è accaduto anche nel pensiero freudiano) nelle ibridazioni di stampo californiano e newyorkese.
Ma dotto questo profilo noi europei possiamo, e a mio parere dobbiamo, cercare di dare un contributo correttivo e costruttivo.
Tratto dal numero 4 del giugno 1979 della rivista “Pulsazione”, rassegna dell’Istituto di bioenergetica “W. Reich”.

Considerazione sull’Analisi Bioenergetica di Alexander Lowen

Un sostegno teorico all’analisi bioenergetica è il concetto di Reich dell’unità e antitesi di tutti i processi viventi. L’unità si riferisce al fatto che l’organismo funziona come un tutto unico. Ogni disturbo coinvolge l’intera persona, cosicché non ci può essere distinzione tra malattia fisica e mentale, o tra dolore fisico e mentale…

Considerazioni sull’analisi bioenergetica
di Alexander Lowen

Un sostegno teorico all’analisi bioenergetica è il concetto di Reich dell’unità e antitesi di tutti i processi viventi. L’unità si riferisce al fatto che l’organismo funziona come un tutto unico. Ogni disturbo coinvolge l’intera persona, cosicché non ci può essere distinzione tra malattia fisica e mentale, o tra dolore fisico e mentale. Se una persona ha una malattia di cuore, la persona è malata, non solo il cuore. Allo stesso modo se una persona soffre d’ansia, depressione, fobia o compulsione, il corpo ne viene coinvolto così come la mente. Un trauma fisico coinvolge la psiche così come un trauma psichico coinvolge il corpo. Il dolore del desiderio ardente insoddisfatto che un bambino prova nei confronti della madre non è soltanto un dolore mentale, è strutturato fisicamente nella tensione e costrizione della gola e della bocca tramite le quali quel desiderio sarebbe espresso in pianto o nel protendersi per succhiare o baciare. La presenza di questa tensione e costrizione è la prova del trauma primario e della sua persistenza nel presente.

Il principio di unità stabilisce anche che l’intero corpo è coinvolto nel trauma. Il desiderio insoddisfatto del bambino disturba la sua respirazione, il suo senso di sicurezza nelle gambe e il suo senso di fiducia in se stesso. Ogni trauma disturba i movimenti pulsatori di base del corpo. Queste sono le complessive espansioni e contrazioni dell’organismo (che, a questo livello, funziona come una cellula singola) e i movimenti ondulatori longitudinali che fluiscono in su e giù lungo il corpo.

La pulsazione è una qualità di ogni cellula nel corpo. Quando la pulsazione è forte, la vita è forte. Alla morte cessa tutta l’attività pulsatoria. Quando la pulsazione è piena e libera la persona sperimenta una sensazione di gioia e piacere nel corpo, qualsiasi disturbo di questi naturali movimenti pulsatori causa una perdita di sensazioni piacevoli e, se intenso, produce dolore.
La qualità della pulsazione del corpo si manifesta maggiormente nella respirazione che combina i movimenti di espansione e contrazione con quelli dell’onda longitudinale. Il respiro non è limitato ai polmoni, al contrario tutto il corpo partecipa ai movimenti respiratori. Il respiro è accompagnato da un’onda che inizia in profondità nella pelvi e si muove su verso la bocca. Durante l’espirazione l’onda si muove al contrario. Dato che il respiro è disturbato in tutti i problemi emozionali o nevrotici, si può determinare l’esistenza di questi problemi dalla natura del disturbo respiratorio. Quando si va risolvendo il problema del paziente il respiro diventa completamente libero, il problema scompare.

L’aspetto antitetico del processo vivente viene al meglio riflesso nella relazione tra mente e corpo. L’unità tra di loro non altera il fatto che ciascuno influenza l’altro e che a livello superficiale c’è dualità nella natura umana. Rispettare queste dualità da la possibilità di riconoscere che l’attitudine conscia di una persona ha una influenza considerevole sul suo funzionamento totale. L’analisi bioenergetica aggiunge una dimensione assolutamente nuova alla psicoterapia: il lavoro con il corpo. L’espressione corporea del paziente viene studiata per determinare quali sono i problemi e conflitti nella sua personalità.

C’è sempre accordo tra quello che rivela il corpo e quello che dice il paziente. Così, se il paziente si lamenta di essere depresso, quella lagnanza può essere messa in relazione al livello di funzionamento energetico depresso del paziente. Al paziente il cui respiro è superficiale può essere mostrato che non sta permettendo che venga espresso nessun sentimento. Al paziente che si lamenta di problemi sessuali può essere dimostrato che ha gravi tensioni nella pelvi, il che riduce la potenza sessuale. La maggior parte dei pazienti non sono consapevoli che i loro problemi sono manifesti nel corpo fino a che non viene loro fatto vedere ciò. Una volta che viene stabilita questa comprensione diviene possibile lavorare bioenergeticamente col paziente.
Vi sono quattro dimensioni dell’analisi bioenergetica:
(a) comprensione e lavoro con le tensioni muscolari
(b) analisi delle associazioni, del comportamento e de transfert
(c) comprensione delle dinamiche energetiche
(d) focalizzazione sul ruolo della sessualità.

Tutti i terapisti bioenergetici conoscono queste quattro dimensioni, ma la loro enfasi su ciascuna di essa varia secondo il loro retroterra culturale ed esperienza: molti si focalizzano fortemente sull’aspetto psicologico, con una certa attenzione al corpo perché è la fonte del sentire. Altri fanno più lavoro sul corpo, largamente indirizzato all’espressione delle sensazioni. Comunque tutti gli analisti bioenergetici notano aree di contrazione e tensione, interpretano la contrazione e poi mobilizzano il corpo tramite il respiro ed il movimento per rilasciare le contrazioni. Ogni contrattura blocca un flusso di eccitazione all’insù fin dentro la testa e gli occhi, o all’ingiù fin dentro la pelvi, i genitali e le gambe. In questi blocchi troviamo sempre dolore. Da un certo punto di vista il trattenimento o la contrazione sono manovre per alleviare il dolore, il dolore di una ferita o di un’umiliazione o il dolore di una perdita o di una frustrazione. La contrazione diminuisce il dolore riducendo la sensazione e rendendo insensibile al dolore la persona. Si rende la parte insensibile. Rilasciare ciò che si trattiene è dapprima sperimentato, perciò, come doloroso. Il passaggio di una forza energetica (sangue) attraverso un’area compressa è doloroso. Ma dopo che è avvenuto, il rilascio viene sperimentato come piacere. Nessuno può raggiungere alcun cambiamento caratterologico significativo senza sperimentare il dolore del cambiamento.

La terapia bioenergetica, sebbene il suo centro di attenzione primario sia il corpo, è un approccio combinato che lavora sia con il corpo che con la mente. Durante il colloquio iniziale il terapeuta dedicherà del tempo ad ascoltare i disturbi e la storia del paziente, ponendo domande sulla sua situazione attuale e passata e studiando le espressioni facciali, l’atteggiamento corporeo e la voce, tutte cose che forniscono informazioni sulla personalità del paziente. Si possono ricavare ulteriori informazioni dallo studio della forma e motilità del corpo stesso. Il modo in cui ci si siede, si sta in piedi, si respira e ci si muove, tutto ciò è in grado di rivelare problemi e conflitti.

Una volta che la relazione tra lo psicologico e il fisico viene stabilita, il paziente sa che il suo corpo dovrà cambiare se la personalità deve cambiare in modo significativo. Se il corpo è troppo rigido, cioè, se si trattengono le sensazioni, il corpo dovrà ammorbidirsi. Se le sensazioni sono trattenute da tensioni muscolari che tendono a comprimere il corpo e chiuderne gli sbocchi, queste tensioni dovranno essere ridotte per permettere l’espressione del sentire. Ma cambiare il corpo in modo significativo è un’impresa ardua. In quasi tutti i casi, cambiamenti positivi ma superficiali accadono piuttosto rapidamente con la terapia bioenergetica. La mobilizzazione iniziale del corpo per mezzo di una respirazione più profonda e di esercizi bioenergetici evoca spesso sensazioni a lungo soppresse. Il paziente può sperimentare tristezza che può a sua volta trasformarsi in pianto o rabbia, che può essere espressa colpendo il letto. Il paziente può sentire una certa quantità di paura che veniva in precedenza negata e può sperimentare vibrazioni che forniscono nuove sensazioni corporee. La risposta iniziale alla terapia bioenergetica è come l’apertura di una porta verso un eccitante mondo nuovo di sentire ed essere. Produce spesso dei benvenuti cambiamenti nel comportamento. Al meglio fornisce una base di comprensione e fiducia per il compito più difficoltoso che ci sta davanti. Lavorando con il corpo vi sono due principi di somma importanza.

(1) Qualsiasi limitazione della motilità è sia un risultato che la causa di difficoltà emozionali. I limiti si creano in quanto risultato di conflitti infantili irrisolti, ma la persistenza della tensione crea difficoltà emozionali nel presente che si scontrano con le richieste della realtà adulta. Ogni rigidità fisica interferisce ed impedisce una risposta unitaria alle situazioni.
(2) Qualsiasi restrizione della respirazione naturale è sia il risultato che la causa dell’ansia. L’ansia nelle situazioni infantili disturba la respirazione naturale. Se la situazione che produce ansia persiste ed è prolungata, il disturbo della respirazione si struttura in tensioni toraciche e addominali. L’incapacità di respirare liberamente sotto stress emozionale è la base fisiologica dell’esperienza di ansia in tali situazioni stressanti. L’unità e coordinazione delle risposte fisiche dipende dall’integrazione dei movimenti respiratori con i movimenti aggressivi del corpo. Al punto che la respirazione e la motilità sono liberate dalle restrizioni delle tensioni croniche, il funzionamento fisico del paziente migliorerà. A quel punto il contatto con la realtà a livello fisico si espanderà e approfondirà, ma ciò accadrà soltanto a condizione che vi sia un miglioramento concomitante e corrispondente della comprensione della realtà da parte del paziente sia sul piano psichico che su quello interpersonale. Non ci si dovrebbe, però, farsi fuorviare dagli apparenti miglioramenti nel funzionamento del paziente sul piano psichico ed interpersonale che non sono accompagnati da un miglioramento analogo del funzionamento fisico.

Per mezzo di movimenti particolari e posizioni del corpo i pazienti in terapia bioenergetica ottengono un contatto più profondo col corpo ed un sentire migliore nei suoi confronti. Da questo contatto e sentire iniziano a capire la relazione tra il loro stato fisico attuale e le esperienze della prima e seconda infanzia che lo hanno determinato. I clienti imparano che la negazione del corpo è un rifiuto del bisogno di amore, questa negazione viene usata per evitare di essere feriti e disillusi. Imparano ad interpretare le rigidità come difese contro varie emozioni. Data l’opportunità di dar voce alla negatività i pazienti scoprono che non verranno abbandonati o distrutti per avere espresso il loro sentire; tramite l’accettazione dei loro corpi e dei loro sentimenti gli individui ampliano il contatto con tutti gli altri aspetti della realtà.

Poiché il corpo è la base di tutte le funzioni di realtà, qualsiasi accrescimento nel contatto di una persona con il corpo produrrà un miglioramento significativo nell’immagine di sè (immagine corporea), nelle relazioni interpersonali, nella qualità del pensare e sentire e nella gioia di vivere.

Con questa comprensione energetica si procede ad interpretare il trattenere o la contrazione in termini di sentimenti soppressi. Poiché il sentire è stato soppresso, il paziente ne è inconsapevole. Ad ogni modo, la natura del trattenimento (linguaggio del corpo) ne identificherà il sentimento. Generalmente la sensazione può essere portata alla coscienza attivando il movimento espressivo. Per esempio una mascella che viene rigidamente trattenuta da muscoli tesi può trattenere impulsi o mordere. Far mordere un asciugamano, a qualcuno può attivare questi impulsi cosicché il desiderio soppresso di mordere diventa conscio. Una gola rigidamente contratta inibisce l’espressione del pianto o delle urla, ma la persona può non essere conscia di questa inibizione fino a che non cerca di piangere o urlare. Spalle rigide possono bloccare impulsi a colpire con rabbia. Spesso far si che la persona colpisca il letto con i pugni evoca una sensazione di rabbia. Allo stesso modo si può identificare la mancanza di aggressività sessuale in un individuo dalla immobilità della pelvi. Comunque la capacità di leggere il linguaggio del corpo non viene acquisita facilmente o rapidamente. Sono necessari un considerevole training ed esperienza per sviluppare questa abilità ad un alto livello di competenza.
Interpretare schemi diversi di tensione in parti del corpo separate (bocca, occhi, spalle, pelvi, piedi ecc. ) è molto simile a leggere le parole. Anche se si riescono a leggere le parole correttamente non ne consegue che si riesca a trarne un senso compiuto.

Per avere un senso compiuto le parole devono essere interpretate nel contesto di una frase, un paragrafo, persino un capitolo. Ciascun corpo ha un’espressione unica che rivela la personalità ed il carattere dell’individuo.

La struttura del carattere può essere vista come una tipologia che facilita la comprensione e la comunicazione, ma non si può fare terapia con una tipologia. La terapia ha a che fare con un individuo molto specifico, ed è quella specificità che si deve capire dalla lettura del corpo. Le parti hanno senso rapportate al tutto, ma il tutto non può essere determinato dalle parti. Solo quando capiamo un individuo in questi termini abbiamo comprensione dei suoi problemi e soltanto entro quello schema di riferimento il lavoro sulle parti o segmenti diventa pienamente produttivo.
Se la terapia è un viaggio alla scoperta di sè dovrebbe essere condotta da una guida che ha fatto quel viaggio personalmente. Un terapeuta non può aiutare i pazienti ad avanzare oltre il punto in cui egli è arrivato. Ma troppi terapisti hanno mancato di confrontarsi con la loro struttura caratteriale a livello corporeo. Ciò deriva dalla osservazione che essi non hanno compiuto cambiamenti significativi nella loro struttura corporea. Di conseguenza la loro conoscenza della struttura del carattere è più teorica che esperienziale. Il risultato è che essi contano soltanto sulla consapevolezza per modificare la personalità. Infatti la consapevolezza e l’insight possono far ciò in grado limitato e a livello superficiale. Ad ogni modo l’insight è solo una finestra attraverso la quale si può vedere la ragione di un qualche aspetto del comportamento. Sapere il perché del comportamento non influenza fortemente il come del comportamento. Credere altrimenti è ignorare il fattore energetico. Considerazioni di carattere energetico impongono che un cambiamento profondo implichi un lavoro continuo di scoperta. Questo è il livello in cui si incontrano dolore e paura. La paura proviene dal fatto che la scoperta accade spesso assieme allo sconvolgimento. La vecchia struttura deve rompersi e crollare perché si possa sviluppare un modo più libero di essere. Terapisti di successo hanno sperimentato alcuni di questi sconvolgimenti nel corso della loro crescita e possono essere testimoni del dolore e paura che accompagnano questo processo. Si può apprezzare la riluttanza di molti terapeuti a portare i pazienti al punto di rottura e di scoperta perché temono il possibile sconvolgimento che può succedere.
Tuttavia questo processo, sebbene doloroso, può essere necessario se si vuole che accada un vero cambiamento terapeutico.

Tratto da “Bioenergetic Analysis”

Alexander Lowen, M.D. è il fondatore dell’Analisi Bioenergetica, direttore esecutivo dell’International Institute for Bioenergetic Analysis, è autore di numerosi libri e pubblicazioni curate nell’edizione italiana dal Centro di Documentazione Wilhelm Reich.

Close